Alex Zanotelli

Ho paura

State con l'acqua o con i ladri d'acqua?

ABOLIAMO IL DEBITO

Lettera aperta a Benedetto XVI

L'ultima generazione - Intervista ad Alex Zanotelli

Sbagliato portare immondizie in giro

L'acqua e le lacrime

 

ALLARME ATOMICO: METTIAMOCI INSIEME


Napoli, 28/4/2006

Oggi scade l’ultimatum dell’ ONU all’Iran. E’ un momento grave per l’umanità che potrebbe portarci ad una guerra atomica. Siamo alla vigilia di un’altra guerra preventiva con l’aggravante dell’uso di armi nucleari? I tamburi di guerra continuano a rullare: Bush, Condoleeza Rice, Blair…non perdono occasione per ripetere il loro messaggio di morte. Sono tanti gli esperti che sottolineano la gravità della situazione in campo atomico. Per citarne uno, il fisico di Firenze Angelo Baracca, afferma che mai come oggi il mondo è stato così vicino ad una guerra nucleare, neanche durante la Guerra Fredda. Il dramma è che oggi abbiamo così tante bombe atomiche da far saltare il mondo quattro volte per aria. Esse hanno una potenza pari a duecentomila volte la bomba atomica sganciata su Hiroshima nel 1945.

Ecco il Peccato del mondo oggi: l’Uomo può distruggere nel giro di un pomeriggio quello che Dio ha costruito in quattro miliardi e duecento milioni di anni. L’uomo, le chiese, le religioni, si trovano davanti ad una scelta di vita o di morte. Le bombe nucleari sono un peccato, aveva detto l’arcivescovo di Seattle (USA) mons. Hunthausen – nella società moderna, la base della violenza è data dalla nostra intenzione di utilizzare l’arma nucleare. Una volta accettato questo, qualsiasi altro male, è al confronto, un male minore. Fin quando non ci poniamo di fronte al problema del nostro consenso all’utilizzo delle armi nucleari, ogni speranza di miglioramento generalizzato della moralità pubblica, è condannata al fallimento.

Davanti ad un tale dramma e una così colossale crisi, mi sorprende il vedere la nostra inerzia e le nostre divisioni. Com’è possibile che gloriosi movimenti e associazioni come il MIR, Azione non violenta, Lega per il disarmo unilaterale, Pax Christi, Beati i costruttori di pace, Asso.pace, Unione scienziati per il disarmo, Movimento nonviolento, OSM – DPN, PUGWASH, Cipax…. non riescano a trovarsi insieme in chiave nazionale per dire una parola forte in questo momento storico?

Come mai uomini e donne di grande spessore morale e culturale che lavorano sulla pace e sulla nonviolenza, come L’Abate, Tonino Drago, G.Martirani, Rocco Altieri, A.Navarra, L.Porta, D.Gallo, Nanni Salio, Mao Valpiana, Pontara, don A.Bizzotto, A.Baracca, Peppe Sini, E.Peyretti, Venditti (per citarne solo alcuni), non riescano a darsi un appuntamento nazionale per dire insieme una parola forte: una presa di posizione sulla BOMBA?

Questo sforzo potrebbe essere sostenuto in primo luogo dalla rete Lilliput, insieme con ControlArms, Green Peace, Peacelink, con il Coordinamento comasco per la pace ed altre organizzazioni e reti che da tempo sono impegnate su questi temi.

Un incontro di questo genere sarebbe un grande segno di unità e di coraggio in questo momento così drammatico per l’umanità. Queste personalità, in rappresentanza di tutti i gruppi e associazioni che lavorano per la pace in Italia, potrebbero poi elaborare alcuni appelli, uno rivolto al Papa, e un altro alla Conferenza Episcopale Italiana, chiedendo che la BOMBA venga dichiarata peccato, e la guerra atomica tabù. Un terzo appello potrebbe essere rivolto al formando governo Prodi perché ritiri immediatamente le truppe dall’Iraq e rifiuti risolutamente l’ipotesi di un’altra guerra preventiva contro l’Iran e metta al bando quel centinaio di bombe atomiche attualmente presenti in Italia.

Tutte le associazioni e i gruppi che lavorano per la pace insieme alle personalità che le animano potrebbero indire un altro grande incontro pubblico, ad esempio all’Arena di Verona (recuperando così la grande tradizione di Beati i costruttori di pace), ove pubblicamente e in tanti grideremmo il nostro no alla BOMBA e alla guerra atomica.

Non perdiamo questo kairos della storia.

Alex Zanotelli


La guerra gonfiata ''per la sete di dominio e di potere'' è frutto di scontri tra ''popoli ricchi e gente costretta a subire l'arroganza di chi ha troppo, e che contrabbandando valori umani e libertari tende a perpetuare situazioni peccaminose di squilibrio economico e sociale, al fine di consolidare il proprio benessere e i propri sporchi traffici''. Questa la dura omelia pronunciata dall'arcivescovo di Pisa, monsignor Alessandro Plotti, in occasione della cerimonia funebre per il maggiore della Folgore Nicola Ciardelli, ucciso nell'attentato di Nassiriya lo scorso 27 aprile. [Pisa, 3 maggio 2006 (Adnkronos)]



Dibattito sulla privatizzazione dell'acqua da parte delle amministrazioni locali
State con l'acqua o con i ladri d'acqua?

In certe occasioni occorre avere il coraggio di dire le cose come stanno, bisogna saper usare anche espressioni forti se è il caso. E questa volta è davvero il caso. L'umanità è di fronte ad un bivio, lo scrivo oggi su Liberazione e l'ho detto qualche mese fa ai parlamentari di Strasburgo: se non si cambierà rotta, il ricco occidente sarà artefice e complice di genocidio verso la popolazione povera del pianeta. A che cosa mi riferisco? Alla privatizzazione dei beni comuni, nello specifico dell'acqua. La questione non è attuale perché riguarda direttamente oltre cento comuni del napoletano, Napoli compresa, ma perché investe l'intero pianeta. E perché a pagarne le care conseguenze saranno come al solito i più poveri. Quello che sta accadendo a Napoli e dintorni è davvero incredibile e noi, società civile, partiti politici, istituzioni, associazioni, cittadini comuni, siamo chiamati ad un impegno a tutto campo perché il peggio venga scongiurato, perché alla gente vengano offerti semmai più servizi e più opportunità di sviluppo, perché non si ripeta quanto già verificatosi in Colombia.

A Cochabamba una multinazionale californiana si è impadronita dell'acqua - sì, proprio impadronita, le multinazionali non sono estranee a certe pratiche - finché la popolazione non è insorta e si è ripresa quanto le spettava per diritto universale. Sapete che cosa è avvenuto in quella città colombiana? Che i prezzi dell'acqua dall'oggi al domani sono cresciuti del 200% e la gente è scoppiata in rivolta. Questo ha segnato una clamorosa sconfitta per la multinazionale e per la vergogna della privatizzazione. Una svolta storica possiamo chiamarla.

Ecco, noi vorremmo che non si arrivasse a tanto, che qui da noi non ci fosse alcuna rivolta per il semplice motivo che non ci sarà alcun "furto" dell'acqua. Sarà possibile che ciò accada? Certo è che noi non ci daremo per vinti, venderemo cara la pelle - come si dice in gergo - a difesa di questo bene comune prezioso tanto quanto l'aria. A proposito di aria: e se un giorno pensassero di privatizzare anche questa? Quanto dovremmo pagare per ogni respiro? Non c'è da stare affatto allegri.

Questo giornale ha avuto il coraggio e la bella idea - penso unico in Italia - di pubblicare domenica per intero l'appello in difesa dell'acqua come bene pubblico comune. Oggi, sempre dalle colonne di questo giornale, voglio confermare con forza quell'appello e parlare non solo di Napoli e dintorni, ma di quanto accade nel resto del mondo. Tutti mi domandano e ci domandiamo: ma perché si privatizza anche l'acqua? E che cosa accadrà poi, il prezioso liquido continuerà ad uscire dal rubinetto? Di sicuro accadrà poco a chi ha a disposizione denaro in abbondanza per comprarsi le bollicine in bottiglia. Sarà un dramma per gli altri. Ma è il principio che rivela il suo marcio fin dalla radice. Se tra l'indifferenza generale dovesse passare l'idea che un bene comune può essere privatizzato, allora sì che saremmo alla catastrofe del pianeta. Alla degenerazione morale. Da noi e altrove si privatizza l'acqua e il sistema idrico generale, fogne incluse, per un semplice motivo: perché agli enti locali fanno gola i finanziamenti messi a disposizione dall'Unione europea. E le multinazionali sono lì in agguato. Per farsi un'idea dello scenario che abbiamo davanti, è sufficiente ricordare che le prime otto multinazionali dell'acqua al mondo sono europee. Quanto basta per tremare.

Ma andiamo oltre i nostri confini. Nel 2005 il Trattato Gats di Hong Kong vedrà al tavolo delle consultazioni non i singoli Stati, ma l'Unione europea, e in quella sede si giocherà una partita decisiva per le sorti dell'umanità Se è vero, come sembra, che l'Ue si mostrerà disponibile alla privatizzazione dei servizi e della stessa acqua, l'indignazione dei popoli forse non basterà più a fermare lo scempio. Dobbiamo fare qualcosa prima che la situazione precipiti.

Altri numeri? Eccoli: oggi nel mondo un miliardo e mezzo di persone vive - se vive e come vive - senza acqua. Il 54% degli africani non ha accesso all'acqua, così come l'85% della popolazione dell'America latina, il 75% di quella dell'Asia orientale. Cinque milioni di persone l'anno muoiono per mancanza d'acqua, aggrediti da malattie da noi curabili. Tutta gente disperata, gente che si vede calpestata e mortificata nei propri diritti elementari. Fin quando si potrà andare avanti così?

Tutti noi siamo chiamati a fare qualcosa, a mobilitare le coscienze, a gridare vergogna, a lanciare campagne. In una parola, a non arrenderci. La prima cosa da fare - e qui penso soprattutto a Napoli - è politicizzare l'intera questione, ridare alla politica quel ruolo preminente e decisivo che pare essersi perso negli ultimi tempi. Non la politica politicante, ma l'impegno sul territorio, al fianco della gente, degli operai, dei pensionati. La politica che sposa le vertenze locali e globali. La politica come sana passione fatta al di fuori dei Palazzi. Bisogna aiutare la gente a capire l'importanza del problema acqua, divenuto oggi emblema della riduzione a merce dei beni comuni. Possiamo usare il termine coscientizzazione della politica per indicare un passaggio che vede il coinvolgimento dei cittadini insieme ai partiti, alle istituzioni, all'arcipelago della società civile

A Napoli finora non c'è stato un vero dibattito sulla privatizzazione dell'acqua, tutto è stato confinato ad alto livello e questo è un male. Io credo che le giunte, sia quella comunale che quella regionale e anche la provinciale, abbiano la giusta sensibilità, ma temo altresì che i soldi alla fine possano risultare decisivi nella scelta da compiere. Ai partiti chiedo più chiarezza, più coraggio, più voglia di scendere in campo vicino alla gente. Chiedo che dicano in maniera chiara con chi stanno: se con l'acqua bene pubblico o con l'acqua da privatizzare e ridurre a merce. Noi poi sapremo organizzare la nostra Resistenza dal basso. Certo, non possiamo rassegnarci all'idea che la politica oggi abbia solo un ruolo decorativo. Né lasciare carta bianca alle multinazionali della finanza. Dall'acqua di Napoli può partire la riscossa dei popoli.
 
Padre Alex Zanotelli



 
ABOLIAMO IL DEBITO
 

Il maremoto nel Sud est asiatico è qualcosa di talmente immane che ci colpisce dritti al cuore. Ma non vorrei che questo dolore sparisse di colpo il giorno in cui riprenderemo i voli per andare a fare le nostre vacanze in quei paesi martoriati. Vorrei che questa tragedia costituisse invece un'occasione per riflettere sui poveri del Sud-est asiatico, che sono quelli che hanno pagato maggiormente il prezzo del disastro. In questo senso, ritengo necessario rilanciare la discussione sul debito: penso che sia imperativo cancellare immediatamente e senza condizioni il debito a tutte le nazioni coinvolte in questo cataclisma.

Al di là dell'emergenza immediata, che pure deve essere affrontata con urgenza, penso poi che tale campagna per la remissione del debito debba essere inserita in un'azione a più vasto raggio, che riguardi tutti i paesi poveri. Al G8 dell'anno prossimo, che si terrà a Edimburgo, dovrà essere esaminata l'idea lanciata dal ministro delle finanze britannico Gordon Brown, che ha proposto l'abolizione del debito ai 42 paesi più impoveriti della Terra. Per quanto parziale - dal momento che non riguarda paesi non poverissimi ma comunque strozzati dal debito, come ad esempio il Brasile e l'Argentina - questa proposta è estremamente interessante e deve rappresentare un punto di partenza per un'azione di pressione internazionale della società civile sui governi europei. Campagne in questo senso sono già partite in Inghilterra; non in Italia.

Mi meraviglia il silenzio italiano, soprattutto dopo che nel 2000 il nostro paese ha approvato la miglior legge internazionale sulla remissione del debito. La legge 209, votata da tutti i partiti di destra e di sinistra, prevedeva la cancellazione del debito come minimo per 8mila miliardi di vecchie lire. Purtroppo, questo testo è rimasto lettera morta: nel giro di tre anni abbiamo cancellato il debito totalmente a solo due nazioni. Credo che bisogna cogliere la tragica occasione di questo maremoto per rilanciare la discussione sulla legge 209 e sulla necessità di una campagna internazionale affinché lo spirito di tale testo divenga la politica comune di tutta l'Unione europea.

L'importante è cercare di ottenere la remissione del debito senza condizioni: una tale decisione politica non deve infatti costituire un cavallo di Troia per richiedere in contropartita ai paesi interessati la liberalizzazione dei loro mercati e l'implementazione di quel pacchetto di misure liberiste note come "consenso di Washington". A chi dice che i conti non torneranno, rispondo che basterebbe che il Fondo monetario internazionale (Fmi) venda una minima parte delle sue riserve in oro per spianare tutti i debiti della terra.

Una proposta di questo tipo non la si può lanciare semplicemente con un editoriale su un giornale. Mi piacerebbe invece che tutte le organizzazioni che si sono messe insieme per lanciare la remissione del debito nel 2000 e hanno ottenuto la legge 209 si ritrovino al più presto da qualche parte a Roma, per cercare di far ripartire alla grande questo movimento. In un momento così tragico e così grave penso che questa sia l'unica cosa decente e veramente seria che possiamo fare.

Il problema è profondamente politico e dobbiamo tentare di risolverlo in maniera politica attraverso misure economiche finanziarie che davvero facciano respirare le popolazioni più povere del pianeta e restituiscano un po' di giustizia a un mondo profondamente disuguale.

Alex Zanotelli

Fonte: www.ilmanifesto.it del 31.12.04

V. anche: www2.glauco.it/debitoestero/manifesto.htm





Nuovo papa / La reazione di un missionario (20/04/2005)

Lettera aperta a Benedetto XVI

 

Attenzione progettuale all'Africa, Concilio africano, fare passi in avanti nell'inculturazione del Vangelo, convertire la "tribù bianca": di Alex Zanotelli.

Caro Papa, vorrei chiederti subito che quell'attenzione che Giovanni Paolo II ha avuto nei confronti dell'Africa sia anche la tua attenzione. Nessun continente sta soffrendo quanto questo.

Nella Sollicitudo rei socialis, il miglior documento in campo sociale di Giovanni Paolo II, il tuo predecessore suggerisce che la chiesa potrebbe alienare parte dei propri beni per andare incontro ai bisogni degli ultimi. Io credo che le chiese, d'Occidente in particolare, dovrebbero mobilitarsi anche su questo versante per far partire una nuova valanga di solidarietà nei confronti delle chiese d'Africa: non parlo di elemosina, bensì di un'attenzione progettuale. Credo che come chiesa potremmo farcela.

Questa, per me, non è una questione solo etica. È una questione teologica che tocca la nostra stessa fede: non possiamo tenere insieme nella stessa chiesa "uomini dei dolori" e altrettanti "Pilato"; (come ha scritto il teologo e tuo amico Johann Baptist Metz) perché è chiaro che siamo anche noi cristiani responsabili di tanta sofferenza umana.
Se tu riuscissi ad avviare questa dinamica nella chiesa, ne trarremmo tutti un gran giovamento.

Un passo di questo genere ci darebbe modo anche di cambiare una mentalità, radicata nelle società e anche nelle chiese occidentali, che ci ha indotto per lunghi secoli a disprezzare sia le culture sia le religioni tradizionali africane. Eppure oggi sappiamo che l'Africa è la nostra madre. Non solo: aggiungo che l'Africa è il polmone antropologico del mondo, una ricchezza che dobbiamo cominciare a cogliere, ad apprezzare, ad ammirare, a sostenere.

Se tu, caro Papa, ci guiderai in questa direzione, sono convinto che la chiesa farà passi in avanti verso ciò che chiamiamo inculturazione del Vangelo, cioè quel processo per cui la Parola prende carne nelle diverse culture e non assume solo una coloritura culturale superficiale.

A questo riguardo, bisogna dire che in questi ultimi anni ci siamo davvero bloccati, se non abbiamo fatto passi indietro. C'è bisogno di tornare a riflettere su ciò che ci hanno detto alcune grandi voci africane: penso, ad esempio, al cardinal Joseph-Albert Malula, arcivescovo di Kinshasa, o al cardinal Hyacinthe Thiandoum, arcivescovo di Dakar.

Quest'ultimo, al Sinodo africano di Roma nel 1994, ha detto con grande serenità e franchezza che le chiese africane non devono elemosinare una loro liturgia perché ne hanno semplicemente diritto. Come hanno diritto a una loro teologia.

Per questo, visto che il tuo predecessore ha già convocato un nuovo Sinodo per l'Africa, sarebbe bello se diventasse un Concilio africano, celebrato in Africa. Per poter davvero avere una chiesa che sia autenticamente cristiana e autenticamente africana.
Mi sembrano essere queste alcune grandi traiettorie che, tra l'altro, possono rappresentare una credibile risposta all'islam. La sola, autentica risposta che possiamo dare all'islam è dimostrare che l'esperienza cristiana può profondamente incarnarsi in Africa e diventare un cristianesimo africano. Con la speranza di avere presto un Papa nero.

Mi piacerebbe che tu, caro Papa, ricordassi alla chiesa d'Occidente, alla "tribù bianca" (come ci chiamano a Korogocho) che deve essere convertita. Se la tribù bianca non si convertirà - agli ultimi, al rispetto dell'altro - non ci sarà futuro. Ecco allora che la missione diventa davvero globale. E che Gesù, che vuole che ci sia vita per tutti, sorregga te - come ha fatto con Pietro - e ti induca a prendere il largo e a gettare le reti.





Sbagliato portare immondizie in giro


La soluzione non è portare i rifiuti intorno per l'Italia. Il problema si deve risolvere in Campania e lo si poteva fare già 2-3 anni fa quando è arrivato Bertolaso e si poteva avviare la raccolta differenziata (
padre Alex Zanotelli)

11/01/2008 09:16
 
Ad agosto compirà 70 anni. Ma padre Alex Zanotelli non ha perso il gusto della battaglia. Dopo un blitz in Trentino, in cui ha tenuto tre incontri con la popolazione a Verla di Giovo, Mollaro e Rovereto, il missionario noneso è rientrato a Napoli giusto in tempo per partecipare alla fiaccolata di protesta tenuta nel centro storico contro la riapertura della discarica di Contrada Pisani.

Si è messo in testa a un corteo di migliaia di persone assieme al parlamentare Francesco Caruso e all'ex leader di Autonomia operaia Oreste Scalzone: Ci sono parecchi siti buoni - ha detto - lontani dalle case della gente, presentati da Guido Bertolaso due anni fa insieme a tecnici e geologi dell'Università Federico II che non sono stati proprio presi in considerazione. Siamo allibiti. Ieri l'abbiamo raggiunto al telefono.




Padre Alex, qual è la situazione attuale a Napoli?

«Dio mio, è difficile spiegare la situazione oggi a Napoli. Non so come definirla. È a dir poco drammatica ma non, come pensa la gente, perché le strade sono piene di rifiuti. Quella, come spesso accade, può essere un'emergenza anche creata apposta per qualche ragione. Non giudico se sia questo il caso, ma per me il problema fondamentale è un altro».

Quale?

«Che la politica dei rifiuti attuati dalla Regione ha portato la Campania allo stesso livello di tumori del Nord Est. Ma il Nord Est ha fabbriche e lavoro che la Campania non ha. Tutto questo a causa dei rifiuti, tossici e ordinari, sepolti dalla camorra. La malavita ha sotterrato rifiuti tossici nel triangolo della morte Nola-Acerra-Marigliano, a nord di Napoli nella zona di Giugliano, Quagliano, Castel Volturno e Marcianise e infine nelle campagne del Casertano dove sono finiti buona parte dei rifiuti tossici provenienti dal porto di Marghera. Se la camorra ha riversato rifiuti tossici in Campania, deve esserci pur stato un accordo con il mondo industriale del Nord. E su queste cose, per favore, quelli del Nord non vengano a prenderci in giro»

Tutta colpa della camorra?

«No, perché le istituzioni si sono comportate come la camorra. In quattordici anni di commissari straordinari sono stati spesi più di 1,5 miliardi di euro per produrre 6-7 milioni di ecoballe che di eco non hanno nulla: sono soltanto balle. Tre milioni di questi rifiuti incerottati nella plastica li trovi fuori Giugliano. Sono una discarica a cielo aperto con tanto di percolato»

Perché si è arrivati a questa situazione?

«Perché in questa regione non si è mai voluto promuovere la raccolta differenziata. L'avevamo detto anche a Bertolaso a chiare lettere. Manca la volontà politica. Chiaramente la camorra ha il suo interesse che le cose continuino così, ma è la politica che non fa più politica e invece fa affari. E al comitato d'affari va bene che si vada avanti con inceneritori e discariche. Mantenere questo tipo di ciclo di rifiuti avvantaggia sia la camorra sia gli industriali, i potentati economico-finanziari. Il risultato è che un diritto fondamentale, come quello alla salute, è oggi il diritto più violato in questa regione con una situazione davvero incredibile di tumori e neoplasie dovuti a queste nanoparticelle, alla diossina e ai metalli pesanti rilasciati dai rifiuti»

Sempre contrario agli inceneritori?

«Assolutamente sì. Ad Acerra ne vogliono costruire uno da 850 mila tonnellate. Sarebbe un peccato mortale. Ci guadagnerebbero soltanto gli imprenditori che per ogni tonnellata di rifiuto bruciato incassano 55 euro»

Ieri ha incontrato il sindaco Rosa Russo Iervolino come previsto?

«No. So che mi vuole incontrare. Non l'ho mai vista. C'è stato il gelo in questi tre anni. Se mi vuole incontrare, sa dove trovarmi. Io le parlo volentieri perché è importante parlare con tutti per aiutarli a capire dove sta il problema e ad adottare finalmente delle decisioni»

E con Antonio Bassolino?

«Men che meno. Con lui è il gelo totale. Penso che non mi può proprio vedere».

A Napoli sta vivendo una situazione simile a quella della sua missione in Africa.

«Sì, ci sono molte somiglianze. Io vivevo a Korogocho, davanti alla discarica di Nairobi. Qui mi trovo in un'altra discarica. Le lotte sono le stesse. Io sono convinto che la speranza debba arrivare non più dall'alto, ma dal basso. Da lì può partire il riscatto del popolo, della gente. Infatti stiamo lavorando con i comitati civici. Sono due-tre anni che diffondiamo queste informazioni. Ma non c'è verso. La stampa, fra l'altro, sta molto attenta a farle girare, queste cose. Eppure si sanno. Importante ora è aiutare la gente a capire, a scendere in piazza per difendere il diritto alla propria salute. Ché, alla fine, di questo si tratta»

L'ipotesi di accogliere una parte di rifiuti di Napoli sta sollevando la popolazione in Trentino.

«E io dico che non è questa la soluzione. Qualcuno ci dice: "voi vi opponete a tutto". Sì, è vero. Noi ci opponiamo a tutto per far scoppiare il bubbone. Il problema si deve risolvere in Campania, e lo si poteva fare già 2-3 anni fa quando è arrivato Bertolaso e si poteva avviare la raccolta differenziata. Ora avremmo eliminato l'80% dei rifiuti. In questo modo non facciamo altro che spostare la soluzione dei problemi in giro per l'Italia. Basta con questa roba. Educhiamo invece la gente a vivere più sobriamente, più semplicemente. Noi ora viviamo al di sopra delle nostre possibilità. L'11% della popolazione mondiale si pappa l'88% delle risorse. Se tutti vivessero come noi, avremmo bisogno di quattro pianeti terra per le risorse e di altri quattro per le discariche. Napoli è solo la punta dell'iceberg per ricordare a tutti che così non si può andare avanti»

Intanto il Governo ha mandato un nuovo commissario straordinario.

«Prodi ci ha dato una mazzata inviando qui De Gennaro, che a Genova è stato un macellaio. Io sinceramente mi vergogno. Non è questa la maniera di risolvere i problemi».
 
Guido Pasqualini

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