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«I Pellicani» - ISBN 978-88-7180-628-0
pagg. 112 - Euro 12,00

«Non siamo migliori di altri» ripete Enzo Bianchi, fondatore e priore di Bose, ai fratelli e alle sorelle della sua comunità monastica e anche ai numerosi visitatori che la raggiungono nella speranza di trovare risposte definitive ai loro dubbi di credenti. In realtà, dice fratello Enzo, il dubbio non è così lontano dalla fede, qualche volta, anzi, ne è inseparabile, e la scelta di venire in un monastero è dettata proprio dalla mancanza di certezze e dall’esigenza di cercare se stessi e interrogarsi sul proprio futuro.

Enzo Bianchi sentì questa necessità a metà degli anni ’60, quando abbandonò Torino e una carriera promettente per ritirarsi in una cascina abbandonata vicino a Biella. Dopo un periodo di solitudine venne raggiunto da alcuni amici – tra cui una donna e un pastore protestante, che garantirono da subito un’impronta mista ed ecumenica a questa avventura – e insieme intrapresero un percorso esistenziale all’insegna del celibato, della preghiera e del lavoro, ispirandosi alle regole dei grandi padri del monachesimo occidentale (san Benedetto) e orientale (san Pacomio e san Basilio).

Di questo gruppo di cristiani impegnati in un intenso e originale percorso di fede, Robert Masson ci racconta la storia, i pensieri, le speranze, le difficoltà e i successi; e ci descrive la vita di ogni giorno, scandita dalle numerose attività (la cura dell’orto, i laboratori di ceramica, di icone, di falegnameria, la casa editrice) e dalla preghiera.

Secondo le parole di un patriarca d’Oriente, «in una cristianità stanca, Bose offre alle Chiese la luce di una nuova alba».
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ROBERT MASSON è autore di studi dedicati a figure ed esperienze originali del cristianesimo contemporaneo. Tra i suoi numerosi libri ricordiamo: Madeleine Delbrêl. Il suffirait de croire; Henri Vergès, un chrétien dans la maison de l’Islam; Tibhirine. Les veilleurs de l’Atlas.


dal libro, in anteprima stampa

Capitolo 1 - Una lunga marcia

«Ci sono dei posti in cui si avrebbe voglia di fermarsi, posare i propri fardelli, in una parola piantare le tende. Come hanno fatto altri nel giorno in cui la gloria del loro Maestro brillava sulle cime del monte Tabor (v. Mc 9,5). Ma era proprio per andare più lontano che erano saliti fin là. Chiunque cerchi di vivere la propria vita nella sua pienezza sa bene che ci sono tappe dell’esistenza che ci conducono più in là di quanto non pensassimo. È così per quel luogo che si chiama Bose, una località fino a poco tempo fa ancora sconosciuta, quasi tenuta in serbo fin dalla Creazione. Il mondo è pieno di queste realtà in attesa e che talvolta si rivelano in maniera inaspettata. È il caso di questa frazione dispersa che si trovava in uno stato di abbandono da quando le sue ultime abitazioni avevano quasi tutte chiuso le imposte, perché i loro occupanti erano andati a stabilirsi in una grande città della regione. Torino, per non fare nomi. Una volta la campagna era popolata. Ne è la prova questa bella chiesa romanica che aveva tutto del gioiello… dimenticato. Tranne che dai rovi e dalle erbacce, che cominciavano davvero a soffocarla. Le case sopravvissute a questo abbandono non erano di certo in uno stato migliore. Le finestre, o quello che ne restava, non riuscivano più a proteggerle dal vento e dalle nebbie dell’inverno.
Restava intatto lo splendore dei paesaggi su questa lunga collina morenica abbandonata dagli uomini, ubicata sui primi contrafforti delle Alpi italiane, al confine tra Piemonte e Val d’Aosta. Tutti luoghi che sono come dei passaporti d’accesso al paese della bellezza. Quale porta migliore per penetrare in quel disegno segreto che la terra custodisce dentro di sé dal tempo in cui era il giardino di tutte le promesse? Eden, ci dice la Bibbia. La storia, che non sempre è capace di decifrare il corso degli eventi, non ha conservato nessuna traccia di quei pochi giovani che venivano negli anni ’60 a passare l’estate a Bose.

Non era sufficiente per strappare il paese al suo letargo. Eppure qualche cosa stava succedendo. Si era all’antivigilia del Maggio ’68, nel momento in cui le giovani generazioni provavano una sorta di malessere. La società dell’opulenza non bastava per tutto. Certo, le si chiedeva molto, soprattutto più di quanto non potesse offrire. Facevano capolino alcune richieste in questo eccesso di beni, o di sicurezze, che non potevano essere soddisfatte. Non fu un caso allora che i selciati delle nostre città iniziassero a rumoreggiare sotto il passo di una gioventù che non sapeva più a che santo votarsi, e nemmeno se ce ne fossero ancora da qualche parte. Quei ragazzi, che si ritrovavano d’estate sui monti abbandonati di Bose, erano a loro modo rappresentativi delle insufficienze del nostro mondo. Inoltre, bisognava non avanzare le rivendicazioni sbagliate.

Studenti, come molti altri giovani della loro generazione, essi proseguivano i loro studi a Torino, la grande città industriale tra le capitali mondiali dell’automobile. Uno di loro compiva studi di economia e commercio, che sembravano essere il viatico per una carriera sicura. Del resto, poteva già contare su un posto nelle fila della Democrazia Cristiana, certo com’era di avere un futuro politico. Le ambizioni di questo tipo però non erano il primo movente di quella giovane esistenza. Le sue principali preoccupazioni erano la preghiera e l’ascolto della Parola di Dio. Nel piccolo appartamento che occupava a Torino, un gruppo di amici si ritrovava regolarmente con lui, Bibbia alla mano, per prendere parte a una lunga marcia che non aveva nulla a che vedere con quella di Mao, che avveniva negli stessi anni.

Il promotore di queste serate di preghiera si chiamava Enzo Bianchi. Era figlio di una famiglia povera che si era ulteriormente impoverita, e in modo drammatico, con la morte della mamma. All’epoca aveva otto anni, un’età in cui si ha disperatamente bisogno di una madre. Oltretutto lei era cristiana, dettaglio questo che ha la sua importanza, perché il ricordo della mamma segnerà profondamente Enzo Bianchi che conobbe, in età precoce, il mistero della morte e del dolore. Questa donna, che si sentiva in pericolo, aveva affidato suo figlio a tutte le protezioni divine. Oltre che a quella di suo marito, che non era particolarmente incline alle questioni religiose. Egli era più sensibile a quella che gli sembrava la speranza dei poveri. In una parola, era comunista, fatto abbastanza comune tra le classi più umili alle quali apparteneva.
Poiché aveva promesso alla moglie di non ostacolare le aspirazioni religiose del figlio, l’uomo mantenne la parola. Fu un momento difficile per lui quando Enzo decise di entrare nel seminario minore, all’epoca la scuola della vocazione religiosa per i ragazzi poveri. L’esperienza fu di breve durata, ma gli costò molte lacrime. Nel giro di qualche giorno, l’apprendista seminarista scappò da questa casa religiosa nella quale si sentiva soffocare. È il segno di un temperamento di cui saprà dar prova più volte in seguito. La fede però è l’orizzonte della sua vita, il suo filo conduttore. Enzo ha la sensazione di essere guidato, fatto che apparve evidente nel momento in cui Bose sviluppò tutta la sua potenzialità e una bella comunità di fratelli e sorelle si unì a lui. Segno della prodigalità di Dio che qualche volta dà cento in cambio di uno.

In questa avventura, Enzo non era il solo comandante a bordo. Il suo segreto, che vale per ogni cristiano, è vivere il Vangelo in tutta la sua radicalità. Era però Dio, di cui si dice che traccia rette con delle linee curve, a indicare il cammino. Ciò valeva per tutta la Chiesa in quegli anni in cui si teneva a Roma un Concilio che fu tra i grandi avvenimenti del secolo. Si era diffuso nella Chiesa un soffio simile a quello dei primi giorni, fatto verso cui si mostrò sensibile quel gruppo che, a Torino, era nato nella preghiera. Il che, evidentemente, non era la peggiore disposizione per aprirsi alla comprensione dei voleri divini su ciascuno di noi.

Terminati gli studi, questa piccola comunità di studenti si disperse, secondo le disposizioni spirituali di ciascuno. Le ragazze trovarono marito, uno di essi si lasciò tentare dall’esperienza dell’estremismo politico. Anche il Concilio si chiuse in quell’anno 1965, in cui Enzo decise di stabilirsi a Bose in una piccola casa che aveva piuttosto l’aspetto di una catapecchia. La via d’accesso non era carrozzabile nemmeno per l’unico mezzo di trasporto di cui disponeva Enzo: una Vespa. Il luogo era in armonia con l’ambiente circostante. Non c’erano né elettricità né acqua corrente, e l’abitazione era flagellata dalle correnti d’aria. Per dei soggiorni estivi ci si poteva accontentare, ma era un po’ più spartana una volta giunto l’inverno. Eppure per tre anni fu il solo indirizzo di Enzo Bianchi, che prendeva la fede abbastanza sul serio per pensare di consacrarle tutta la sua vita.


Capitolo 2 - Case, se così si può definirle

Lì vicino, c’era una chiesa romanica con il suo peso di secoli e di splendori ormai un po’ difficili da sostenere, da quando i suoi dintorni erano stati disertati. Enzo si impegnò per il suo recupero, e cominciò con l’eliminare i cespugli che la infestavano. C’era molto da fare, ricordano gli amici dei primi tempi, che giunsero a Bose in quegli anni. Tra di loro vi era un prete che annotò sul suo diario personale il 1° gennaio 1970: «Su una collina, vicino a Biella, un gruppo di cristiani di differenti confessioni occupa le poche case abbandonate per la partenza dei loro abitanti verso la città». Sono delle case, se così si può definirle: il vento soffia attraverso le persiane sconnesse; la nebbia che le avvolge sembra volerle distruggere, e si fa luce come si può, con le candele in mancanza di meglio. Poiché si deve fare di necessità virtù, Enzo si adatta. Lascia maturare in lui un progetto che prende forma poco a poco.

[…]

A suo modo, Bose è una lezione sulla sublime dignità di ogni esistenza vissuta nella fede. Che cos’è in fondo un monaco se non un cristiano che si muove, anche lui, entro la fede? In ogni caso lo è al prezzo di un duro apprendistato, almeno in un caso come quello di Enzo. Che cosa pensava l’ambiente circostante di questo ragazzo di ventitré anni che viveva in solitudine su questo pianoro di montagna, e di cui nulla allora lasciava prevedere il sorprendente destino? È alla vigilia del 1968 – anno di cui si conserva un ricordo contraddittorio – che gli eventi subiscono un’improvvisa accelerazione. Alcuni si mostrano assidui a Bose. All’inizio, per il tempo di un fine settimana. Una permanenza estiva accelera le decisioni. Ci si ritrova in molti e si finisce di sgombrare la vecchia chiesa dalle sue sterpaglie. Ci si addentra, senza farci caso, in qualcosa che assomiglia all’avventura di san Francesco d’Assisi. La frazione di Bose, che era sottoutilizzata per la mancanza di persone che vi risiedessero, serve da luogo di riferimento. Il tutto nella più grande scomodità, ma non ci si ferma a questo genere di dettagli. I postulanti non hanno un’idea chiara del tipo di vita che vorrebbero condurre. Entrano in contatto con alcuni monasteri tra cui quello di Tamié in Francia. Quattro di loro prendono in considerazione l’ipotesi di unirsi a Enzo Bianchi. Tra loro c’è una ragazza. Non tutti daranno seguito al progetto. Enzo, a dire il vero, non sente di avere l’animo di un fondatore, ma è disponibile e sufficientemente attento ai segni di Dio nella sua vita per rinunciare. Approfitta della sua relativa libertà per visitare delle comunità a cui si sente vicino. La Pierre-qui-Vire e Taizé, in Francia, la comunità delle sorelle di Grandchamp, in Svizzera. Queste ultime sono delle suore protestanti vicine alle intuizioni del giovane italiano, che ha dalla sua l’audacia tipica dell’età. Enzo non ha nemmeno venticinque anni all’epoca. Non ha una speciale propensione verso il dubbio. Il suo approccio potrebbe sembrare arrischiato, ma ha il vantaggio di essere ispirato. Giunto il momento, le suore di Grandchamp invieranno una di loro a offrire aiuto per dare maggiore consistenza al progetto di Bose. Da allora ci sono due donne che si sono proposte come volontarie per partecipare al progetto. Va giusto bene per dare corpo a un embrione di comunità mista che non derivi da un’idea prestabilita. In realtà non c’è niente di deliberato in questa impresa, ed è il corso degli eventi che dà l’impulso. In questo caso è la candidatura di una donna a decidere per il carattere misto dal punto di vista sessuale, mentre, per ciò che concerne la dimensione interconfessionale, determinante sarà il presentarsi di un pastore protestante di Neuchâtel, in Svizzera, che si sente coinvolto da ciò che succede a Bose. I volontari si contano sulle dita di una sola mano. D’altra parte il granello di senape, di cui si parla nel Vangelo, non è, neanche lui, di dimensioni straordinarie. Eppure è proprio questo granello che Cristo ci indica come misura per le cose del Regno.
«Non c’è niente a Bose» osserva Ernesto Balducci, uno dei cronisti dei primi giorni della comunità, «non c’è nemmeno la luce elettrica, senza la quale la vita ci pare insopportabile. C’è la fede paradossale di questi amici che si propongono di preparare, in assoluta povertà, il cristianesimo di domani. In questa bicocca si sono ammassati, nei giorni scorsi, più di settanta giovani rappresentanti dei gruppi spontanei del Piemonte. Che avessero affrontato un disagio del genere era già un buon segno». Ricorda ancora Balducci: «Ho parlato con loro […] del significato ecclesiale dei gruppi spontanei, muovendomi, naturalmente, sul filo teso tra il no e il sì, tra un rifiuto ben consistente e una scelta ancora vaga e imprecisa». Riscaldati, precisa Balducci, in una piccola stanza che ricordava gli «essiccatoi di montagna» di un tempo, questi ragazzi senza complessi, che non badavano alle apparenze, erano animati da propositi cristiani. C’era in loro un bisogno di impegno in un momento in cui ci si mostrava esitanti da questo punto di vista. Non c’era amarezza in questi ragazzi e nemmeno tra i giovani preti che si mescolavano a loro senza distinzione d’abito. Essi volevano essere l’immagine della nuova chiesa. Più che al rifiuto, cosa prevedibile in ragazzi di quest’età, erano interessati alle scelte da fare in funzione delle esigenze fondamentali della fede. Momento sorprendente, in cui il miscredente ravvisava di preferenza dei segni d’agonia e il credente tutti i sintomi di una nascita. A dire il vero, è così anche per la Chiesa, che rinasce dalle sue fondamenta nell’istante in cui muore per se stessa. Come sottolinea Balducci: «Pochi si accorgono che questa è la vera vita. I più discutono sulle cose che vanno cambiate. Ma l’importante non è il decidere se cambiare tutto o non cambiare niente: l’importante è decidere di riprender posto in quel sostegno che sta prima del niente o del tutto. Quel sostegno è la fede. Come ho sentito e con quale forza che Dio ci sta giudicando tutti, dal papa all’ultimo dei cristiani, sulla fede!» 1.

Era vero ieri, ma c’erano dei sostituti della fede, delle cose stabili: le cattedrali, il diritto canonico, il clero, il Vaticano, tutte strutture nate dal sentimento religioso e dalla storia, che restavano intatte anche quando la fede veniva a mancare. È meno scontato in un momento in cui gli uomini non possono ricercare la fede là dove Dio stesso non la trova più. Questo elemento non non era di poco conto nelle convinzioni profonde di questi giovani, o piuttosto nell’esperienza dello Spirito che hanno avuto l’occasione di compiere. Senza saperlo, questi ragazzi hanno rivissuto fatti dell’esperienza originaria dei cristiani. La vita comune e la preghiera li hanno preparati a una vera avventura spirituale, come quella a cui aspiravano. Spesso altri studenti loro amici e qualche volta persino un pastore o dei preti si sono uniti a loro: incontri che costituirono il crogiolo in cui iniziò a prendere vita Bose.

1 Ernesto Balducci, Diario dell’esodo, Vallecchi, Firenze 1971, pp. 231-232.


Capitolo 3 - La grazia degli inizi

Il percorso di Bose, all’inizio, non ottenne il consenso di tutti. La dimensione ecumenica dell’esperienza risultò fonte di qualche intoppo. Nel 1967, il vescovo del luogo si mostrò reticente. Arrivò perfino a vietare ogni celebrazione pubblica a Bose, a causa della presenza di un non cattolico tra i primi compagni di Enzo. Questi non ignorò tali riserve. Il suo senso della Chiesa era garante della fedeltà verso di essa. Furono anni non privi di dispiaceri. Sostenuto da un amico cappuccino, il futuro priore di Bose sollecitò un incontro con il vescovo. Mentre l’amico discuteva con il vescovo, Enzo fu pregato di aspettare fuori. È una cosa da nulla soffrire per la Chiesa, ma soffrire a causa di essa? Quale grande esperienza apostolica ha potuto evitarlo?

A Torino, per fortuna, c’era un cardinale dotato di una più profonda comprensione degli ardimenti dello Spirito. Si chiamava Michele Pellegrino e risultò un sostegno e un consigliere di incrollabile dedizione per i primi compagni di Bose. Il cardinale Pellegrino era una figura della Chiesa. Per aggirare l’ostacolo, venne lui stesso a presiedere une celebrazione eucaristica a Bose, il 29 giugno 1968. Qualche mese più tardi, nell’autunno di quello stesso 1968, un giovane cattolico di nome Domenico e una donna, chiamata Marité, raggiunsero Enzo con un pastore. Cominciò così una grande avventura spirituale. La comunità mantenne sin dalla sua nascita un carattere misto ed ecumenico, senza che lo si fosse cercato.

Da allora, a Bose, si canta la preghiera comune tre volte al giorno. Si accolgono degli ospiti, ci si applica allo studio della Scrittura, si vive un’esigenza feconda, l’esperienza comunitaria. C’era tutto da fare sulla collina di Bose e ci si trovava nella precarietà degli inizi. Di sicuro era necessario ristrutturare quello che si poteva, a cominciare dalle poche case disponibili. Poi si doveva costruire, senza rovinare il carattere dell’insediamento rurale, che rendeva così incantevoli questi paesi di una volta. L’insieme ha preso forma con il tempo, ma senza concessioni alle manie cementificatrici dell’architettura moderna. Bose ha conservato il suo aspetto di gruppo di casolari, il che contribuisce in maniera non irrilevante al suo fascino. La cappella dei primi tempi è sempre là, luogo accogliente per la preghiera. È evidente, però, che non può bastare. Vista la crescita della comunità, s’imponeva una chiesa di maggiori dimensioni e infine la si è costruita praticamente sui gradini del monastero. Essa è adatta a una comunità che si è molto sviluppata e che conta 45 fratelli e 35 sorelle, i quali si ritrovano nella chiesa più volte al giorno per recitare le lodi al Signore.
Bose ha le sue origini nella grande tradizione monastica, i cui padri si chiamano Benedetto per l’Occidente, Basilio e Pacomio per l’Oriente. La regola di Bose si ispira a queste tre tradizioni e ne ritrova la linfa vitale in un procedere umile che non deriva immediatamente dalle proprie capacità di aprire nuove vie. Si è sempre anticipati a Bose, in maniera spesso inattesa, come in tutta la Chiesa, dove lo Spirito è al lavoro. La vera fedeltà non consiste nel ripetere, ma nel rispondere. Enzo e i suoi fratelli e sorelle non hanno fatto nient’altro che questo. Il che non è marginale in quello che si fa e si continua a fare là, nell’umiltà dei giorni. «Non siamo migliori di altri» 1 ricorda Enzo ai suoi fratelli e in primis a se stesso. Il priore di Bose si considera un semplice cristiano.

L’ecumenismo, che è un elemento essenziale della testimonianza di questa comunità, non era premeditato. L’idea stessa di costituire una comunità monastica di tipo ecumenico era ritenuta da fratello Enzo un sogno troppo grande. È stato determinante l’arrivo di un pastore protestante. Fu uno dei primi a manifestare il desiderio di raggiungere Bose. Questo pastore entrò in una comunità monastica a cui la sua tradizione d’origine non lo predisponeva necessariamente. Il protestantesimo, si sa, non era particolarmente aperto verso questo tipo di vita dopo che Lutero aveva dovuto rompere con un impegno di questo genere. Un movimento di riconsiderazione di questa forma di vita evangelica si è sviluppato negli ultimi due secoli. Taizé ne è la testimonianza più nota, ma non è l’unica e neanche la prima. Le diaconesse di Versailles sono nate nel XIX secolo, e le sorelle di Grandchamp in Svizzera hanno, anche loro, una lunga storia. Il corso del tempo ha di positivo che ci porta a interrogarci sulle nostre rispettive posizioni e, in qualche caso, a rimetterle in discussione. I muri non salgono fino ai cieli. Questa è comunque l’intima convinzione dei pionieri dell’ecumenismo, di cui i monaci di Bose si dichiarano a loro volta servitori, senza cercare di alzare la voce. Essi vivono all’interno di un mondo che fatica a comprendere le ragioni dei nostri separatismi.

I fedeli, con il tempo, hanno scoperto il cammino di Bose. Ogni anno passano più o meno venticinquemila persone su questo pianoro ispirato, tra cui circa quindicimila di loro solo per dei brevi soggiorni. Non tutti hanno le idee chiare sul loro rapporto con la fede e tuttavia sono toccati dalla presenza di questa comunità che sembra rimandarli a qualche cosa che li riguarda. «Dove abiti?», chiedevano i primi discepoli che erano ben lontani dal realizzare dove li avrebbe condotti la riposta alla loro domanda. «Venite e vedete!» (Gv 1,39). Non è difficile capire a Bose che non si è là per fuggire gli uomini, ma per ritrovarli in una maniera che non ha evidentemente niente a che vedere con la mondanità, che è il mezzo più sicuro per porci al di fuori di noi stessi. Si è qui in un luogo di contemplazione, parola che non appartiene affatto ai nostri più comuni linguaggi. […] »



Indice dell’opera

    7     Introduzione. Un luogo da nessuna parte
      
               BOSE. LA RADICALITÀ DEL VANGELO

     15     1. Una lunga marcia
      21     2. Case, se così si può definirle
      27     3. La grazia degli inizi
      33     4. Nell’immutabilità delle giornate
      43     5. L’incomprensione e la diffidenza scompaiono
      51     6. In appartenenza al Cristo
      59     7. Vite che parlano di Dio
      65     8. Fraterni con tutti
      71     9. Il silenzio di Tibhirine
      79     10. Nella compagnia degli umili
      85     11. Bose: una parola e non delle frasi
      99     12. Il canto delle fonti

               APPENDICI
    105     Una giornata in comunità
    109     Date significative della storia della comunità monastica di Bose