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Kirikù e la Strega Karabà
Titolo originale: Kirikù
Regia: Michael Ocelot
Soggetto e Sceneggiatura: Michael Ocelot
Animazione: (colore) Inga Riba
Musica: Youssou N’Dour
Produzione: Francia-Belgio-Lussemburgo, 1999, Didier Brunner, Jacques
Vercruyssen, Paul Thiltges
Durata: 75’
Interpreti/voce italiana: Veronica Pivetti (Karabà), Aroldo
Tieri (Saggio della Montagna)
Il film
Kirikù, ancora nel grembo di sua mamma, parla già. Si
mette al mondo da solo, si lava da solo e corre velocissimo dallo zio
che sta andando ad affrontare la malvagia Karabà. La strega ha
prosciugato la fonte del villaggio, ha mangiato tutti gli uomini, ha
privato le donne del loro oro ed è sempre circondata dai suoi
malefici feticci. Kirikù la inganna con il finto cappello magico
e per ben due volte le impedisce di rapire i bambini del villaggio.
Grazie alle sue piccolissime dimensioni, il bambino s’infila nella
fonte prosciugata e uccide il mostro che ne beveva tutta l’acqua.
Kirikù non ha paura di Karabà, ma vuole sapere
perché è cattiva. Nessuno glielo sa spiegare e la mamma
gli suggerisce di andare dal nonno, vecchio e saggio, che vive nella
Montagna Proibita.
Per riflettere dopo aver visto il film:
Ogni personaggio del film racchiude in sé alcuni caratteri
paradigmatici. Prova ad esplicitare quali aspetti sono rappresentati da
Kirikù, Karabà, il Nonno, la Mamma.
Qual è il posto e il significato che hanno la musica e la danza,
in questo film? Di fronte alle realtà che spaventano siamo
tentati di ricorrere a degli “amuleti”, a dei punti di appoggio che ci
diano sicurezza. Puoi individuarne qualcuno presente nella tua vita?
Una possibile lettura
Ambientato in un’Africa credibile, fedele alla realtà pur nella
trasposizione artistica del cartone animato, il film ripropone il
sapore di questo continente, evidenziando il posto che hanno la musica,
il canto, la danza e la festa. Si canta e si danza in ogni situazione,
persino nelle più drammatiche, come il lamento su Kirikù
creduto annegato. I bambini cantano la gloria del loro eroe
Kirikù quando li salva. Infine c’è l’esplosione della
gioia con i tamburi suonati dagli uomini finalmente non più
feticci.
Kirikù è la voce della coscienza libera che “sa quello
che vuole”, come proclama coraggiosamente di fronte a Karabà che
non crede ai suoi occhi. È affascinato dalla strega e si
interroga sul perché della sua crudeltà. Sono mille i
suoi perché e, come il Piccolo Principe, anche Kirikù non
rinuncia mai ad una domanda una volta che l’ha posta. Allo zio che
ribatte: «Ci deve essere per forza una ragione?», risponde
serio di sì. Non lascia in pace nemmeno il vecchio del
villaggio, saccente, pieno di pregiudizi, sempre scorbutico con tutti,
che spazientito lo rimprovera: «Oh, mi stai seccando. Sei troppo
piccolo per capire. E poi non bisogna fare domande sulle streghe».
Questa figura di anziano è posta in antitesi rispetto al nonno:
il vecchio bizzoso siede sotto l’albero al centro del villaggio,
dispensando consigli anche a chi non li domanda, e sentenzia: «Io
so tutto».Il Saggio della Montagna vive da solo, per riflettere
nel silenzio. Risponde con sapienza solo a coloro che interrogano con
onestà e quando Kirikù chiede a quest’uomo speciale se sa
tutto, risponde ridendo:«Oh, no! Io so solo poche cose!».
Un personaggio importante è la madre di Kirikù che, pur
non sapendo rispondere alle domande impazienti del piccolo, lo
incoraggia ad andare dal nonno perché «il Saggio della
Montagna spiega le cose così come sono, mentre la strega ha
bisogno che noi crediamo alle sciocchezze». La solidarietà
tra madre e figlio è fondamentale perché il piccolo eroe
possa raggiungere il confine della foresta e intrufolarsi oltre il
territorio proibito. Il legame che c’è tra loro si manifesta
forte nella sequenza finale quando è la madre a riconoscerlo
mentre il villaggio lo respinge. Il suo aspetto è decisamente
cambiato, ma le mani che lo hanno accarezzato a lungo da piccolo, non
hanno dubbi: è l’amore che rivela l’identità della
persona. È grande la diversità tra lei e lo zio, sempre
incapace di andare oltre l’evidenza. Kirikù, desolato, glielo fa
notare: «Zio, piccolo o grande, non hai mai saputo
riconoscermi!».
Nel colloquio con il nonno, Kirikù scopre che proprio grazie
alle paure della gente Karabà mantiene il potere: in
realtà la strega non compie dei veri malefici, ma alimenta le
superstizioni. Quando il nipote gli domanda un amuleto per affrontare
la strega, il nonno rifiuta:Sull’intelligenza poggia tutta la forza di
Kirikù e lui lo sa bene: nelle situazioni più difficili,
anche quelle che appaiono impossibili, ricorda a se stesso:
«Finora mi sono sempre fatto venire qualche idea:
riflettiamo!».
Grazie alla saggezza del nonno, il bambino impara ad apprezzare ogni
età della vita. Mentre sbuffa e si addolora perché
vorrebbe essere grande, il vecchio gli spiega: «Oggi tu sei
piccolo e sei potuto entrare dove nessun altro avrebbe potuto:
rallegratene. Domani, quando sarai grande, non dimenticare di
rallegrarti di essere grande».
Kirikù ha il coraggio di avere paura, non è uno
sbruffone. Ha paura mentre striscia dentro la fonte, ha paura ad
affrontare il mostro o nella tana della puzzola o quando è
inseguito dal facocero. Ha paura che il termitaio rosso possa non
aprirsi davanti a lui. Però sa superare i suoi timori,
confidando nel buon senso, non disdegnando di farsi aiutare. Si
rannicchia sulle ginocchia del nonno e gli confida: «A volte sono
un po’ stanco di essere sempre solo a battermi, e mi sento un po’
piccolo e ho un po’ paura». Kirikù di una cosa non ha mai
paura: della verità. Sa che la ricerca della verità
è la scelta migliore e che non va taciuta. Quando i bambini
compongono una canzone per celebrare le imprese del piccolo amico che
li ha salvati dalla piroga e dall’albero stregato, lui ammette che
hanno ragione a cantare, poiché dicono la verità riguardo
a quanto ha fatto. Si stupisce quando invece la gente del villaggio non
crede alla sua parola riguardo al cambiamento avvenuto in
Karabà: per tutti una strega non può cambiare, mentre lui
è convinto di sì. Non rimane bloccato in un pregiudizio,
anzi cancellando il passato da strega di Karabà le chiede di
sposarlo. Il percorso avventuroso di Kirikù si può
leggere allora come un cammino di iniziazione, un’uscita progressiva
dall’infanzia acquisendo autonomia di giudizio, libertà di
azione, maturità nelle scelte, capacità di amare
autenticamente. Kirikù “diventa grande” per tutti questi motivi
e prodigiosamente lo vediamo crescere sotto i nostri occhi,
trasformandosi da bimbetto in un giovane aitante: è ormai un
uomo interiormente, per questo può diventarlo anche fisicamente.
D. De
Simeis
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il dossier-gioco
del lungometraggio (file pdf di 28 pagine)