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Tiziano Terzani
Un altro
giro di giostra
Viaggio nel
male e nel bene del nostro tempo
578 pag., Euro 18,50 Edizioni Longanesi
(Il Cammeo n. 415) - ISBN: 88-304-2142-1
L'ultima intervista a Terzani (file audio mp3, circa 1h e 18',
18 Mb)
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"Vivo ora, qui, con la sensazione che l'universo
è straordinario,
che niente, mai ci succede per caso e che la vita è una
continua scoperta. E io sono particolarmente fortunato perché,
ora più che mai, ogni giorno è davvero un altro giro
di giostra."
In questo drammatico momento in cui l'uomo occidentale
deve confrontarsi
inevitabilmente con l'idea della guerra e quindi della morte, spesso
"rimossa" dai nostri pensieri, Terzan iaffronta questo
tema da un altro punto di vista: quello legato alla malattia. E
ancora una volta riesce a spiazzarci.
Voglio confessare che ho, sì, affrontato la lettura di
questo
libro con un iniziale deferenza nei confronti di un autore e un
uomo che stimo, ma anche con un crescente senso di disagio. Il
celebre giornalista scrittore racconta l'eccezionale e
tragica esperienza
di un uomo malato di cancro che tuttavia può viaggiare,
cercare appoggi, anche solo psicologici o morali, e alternative
terapeutiche in tutto il mondo: dal centro più
specializzato
di New York alle svariate e complesse discipline mediche che si
incontrano in India, dalla medicina tibetana al lavaggio del colon
tailandese alle formule segrete dei funghi di Hong Kong ai guaritori
filippini a un centro alternativo in California... Cosa potrà
trovare in questa vicenda straordinaria un altro uomo (un ipotetico
lettore) che, afflitto dai suo medesimi problemi, viva
nell'impossibilità
di una scelta, costretto, dalla sanità pubblica e dei suoi
pochi mezzi, a un percorso terapeutico di tutt'altro genere?
Avevo
quasi rabbia, nello scorrere, pagina dopo pagina, per quel suo potersi
permettere tutto, ma piano piano la rabbia si è stemperata
e trasformata in comprensione, rispetto, partecipazione e ho capito
che il racconto andava nella direzione opposta: quella
dell'inutilità
di tutta questa ricerca e dell'importanza estrema, ultima
dell'interiorità, che
accompagna ognuno di noi indipendentemente dalla condizione economica
e sociale.
Alla fine di questo viaggio alla ricerca della "soluzione",
della "medicina ideale" che è soprattutto un viaggio
all'interno di sé stessi, cosa rimane? Cosa deve essere
salvato? Il percorso difficile della malattia può davvero
fare crescere anche in positivo? C'è un segreto per vedere
in modo costruttivo qualunque esperienza della vita? Terzani con
il suo intenso racconto vuole dirci di sì. "La morte
ci toglie tutto. Se riuscissimo ad alleggerirci prima ci sentiremmo
più liberi" dice il saggio gioielliere di Delhi Sundar
Nagar. È forse questa la via verso la serenità? E
come può trovarla un uomo che vive in questa
società così
strettamente legata ai beni materiali e alla
"fisicità"? "Dobbiamo
vivere più naturalmente, desiderare di meno,amare di più
e anche i malanni come il mio diminuiranno", scrive quasi
al termine del volume Terzani. E credo che lo pensi veramente.
Il suo cammino si è fermato sull'Himalaya, dopo
l'illuminante
incontro con un vecchio saggio. Ora, ci dice, saprà godere
la vita in ogni attimo che rimarrà, osservando le nuvole
con la stessa intensa consapevolezza della coscienza che si espande
al di là del corpo, libera, senza legami ovunque lui
sarà,
sia negli altipiani himalayani che "su un prato nell'Appennio,
sulla terrazza della casa a Firenze, o al margine di un'autostrada".
"Un lieto fine questo? E che cos'è lieto, in un fine?
E perché tutte le storie ne debbono avere uno?"
Le prime righe
UN CAMMINO SENZA SCORCIATOIE
Si sa, capita a tanta gente, ma non si
pensa mai che
potrebbe capitare
a noi. Questo era sempre stato anche il mio atteggiamento.
Così, quando capitò a me, ero impreparato come tuttie
in un primo momento fu come se davvero succedesse a qualcun altro.
«Signor Terzani, lei ha il cancro», disse il medico, ma
era come non parlasse a me, tanto è vero - e me ne
accorsi subito,
meravigliandomi - che non mi disperai, non mi commossi: come se
in fondo la cosa non mi riguardasse.
Forse quella prima indifferenza fu solo
un'istintiva forma di difesa,
un modo per mantenere un contegno, per prendere le distanze, ma
mi aiutò. Riuscire a guardarsi con gli occhi di un
sé fuori
da sé serve sempre. Ed è un esercizio, questo, che
si può imparare.
Passai ancora una notte in ospedale, da
solo, a riflettere. Pensai a
quanti altri prima di me, in quelle stesse stanze, avevano avuto simili
notizie e trovai quella compagnia in qualche modo incoraggiante. Ero
a Bologna. C'ero arrivato attraverso la solita trafila di piccoli
passi, ognuno di per sé insignificante, ma
nell'insieme, decisivi,
come tante cose nella vita: una persistente diarrea incominciata
a Calcutta, vari esami all'Istituto delle Malattie Tropicali a
Parigi, altri esami per scoprire la causa di un'inspiegabile anemia,
finché un accorto medico italiano, non accontentandosi delle
spiegazioni più ovvie, s'era messo con un suo strano strumento
- un penetrante serpentaccio di gomma dall'occhio luminoso - a
guardare nei recessi più reconditi del mio corpo e, per
coltivata esperienza, aveva immediatamente riconosciuto quel che
conosceva.
Luci di un'alba a New York, dove
la felicità non è di casa
«Avevo l'impressione che a goderci la bellezza di
Manhattan eravamo davvero in pochi»
di Terzani Tiziano
L'11 marzo 2004, il Corriere aveva anticipato un capitolo
di«Un
altro giro di giostra», l'ultimo libro di Terzani. Lo scrittore
racconta il suo viaggio in America, dove era andatoper curarsi
In India si dice che l'ora più bella è quella dell'alba,
quando la notte aleggia ancora nell' aria e il giorno non è
ancora pieno, quando la distinzione fra tenebra e luce non è
ancora netta e per qualche momento l' uomo, se vuole, se sa fare
attenzione, può intuire che tutto ciò che nella vita gli
appare in contrasto, il buio e la luce, il falso e il vero non sono che
due aspetti della stessa cosa. Sono diversi, ma non facilmente
separabili, sono distinti, ma «non sono due». Come un uomo
e una donna, che sono sì meravigliosamente differenti, ma che
nell' amore diventano Uno.
Quella è l' ora in cui in India - si dice - i rishi,
«coloro che vedono», meditano solitari nelle loro remote
caverne di ghiaccio nell' Himalaya caricando l' aria di energie
positive e permettendo così anche ai principianti di guardare,
appunto in quell' ora, dentro di sé, alla ricerca della
spiegazione di tutto.
Non so dove meditassero i rishi americani, ma l'alba era anche per me a
New York l'ora più bella, quella in cui davvero l'aria mi pareva
più carica di qualcosa di buono e di speranza. Certo era
così perché i primi, rassicuranti bagliori del nuovo sole
scioglievano, specie per un ammalato, le paure della notte, ma anche
perché, affondata ancora in un relativo silenzio, la
città, senza le folle dei suoi abitanti, era al suo poetico
meglio: con le cartacce che svolazzavano come gabbiani per le
grandi, dritte strade deserte, qualche raro taxi che lentamente andava
in cerca di un primo cliente e i barboni ancora raggomitolati nelle
loro coperte sui bocchettoni di sfiato della metropolitana. Misteriosi
buchi qua e là nell' asfalto soffiavano in aria strane colonne
di vapore bianco, come fossero le narici dei draghi ancora addormentati
nelle viscere calde di quello straordinario cuore di New York che
è Manhattan.
Nella doppia luce di quell'ora la città stessa sembrava
meditabonda, raccolta su di sé, concentrata sul suo essere,
prima di diventare il campo di battaglia delle infinite guerre che ogni
giorno si celebrano sulle scrivanie e nei letti dei suoi palazzi, ai
tavoli dei suoi ristoranti, per le strade e nei suoi parchi:
guerre di sopravvivenza, di potere, di avidità.
New York mi piaceva moltissimo. Adoravo, quando ero in forze,
attraversarla in lungo e in largo, a piedi, a volte per ore di seguito.
Ma mi era anche impossibile in certi momenti non sentire il carico di
lavoro, di dolore e sofferenza che ogni suo grattacielo rappresentava.
Guardavo il Palazzo delle Nazioni Unite e pensavo a quante parole e
quante menzogne, a quanto sudore e quante lacrime venivano versate
nell'inutile tentativo di gestire una umanità che non può
essere gestita, perché il solo principio che la domina è
quello dell'ingordigia e perché ogni individuo, ogni famiglia,
ogni villaggio o nazione pensa solo al suo e mai al nostro. Camminavo
davanti al Plaza Hotel, passavo davanti al Waldorf Astoria, i grandi,
famosi alberghi di New York, dove sono scesi e scendono ancora i
dittatori, i capi di Stato e di governo, le spie e i rispettabili
assassini di mezzo mondo, e ripensavo alle decisioni prese, ai
complotti che, orditi in quelle stanze, hanno cambiato i destini di
vari Paesi rovesciandone i regimi, uccidendone gli oppositori o facendo
sparire nel nulla qualche dissidente prigioniero.
Guardavo le insegne delle banche, le bandiere che sventolavano sugli
edifici delle grandi società di varie nazionalità e di
vari intenti, ma tutte, immancabilmente, con radici qui e immaginavo
come qualche signore incravattato - uno per il quale nessuno ha votato,
del quale i più non han mai sentito pronunciare il nome, uno che
sfugge al controllo di tutti i parlamenti e di tutti i giudici del
mondo - avrebbe da lì a qualche ora deciso, in nome del
sacrosanto principio del profitto, di ritirare miliardi di dollari
investiti in un Paese per metterli in un altro, condannando così
intere popolazioni alla miseria.
La razionale follia del mondo moderno era tutta concentrata lì,
in quei pochi, meravigliosi, vitali chilometri quadrati di cemento fra
l'East River e l'Hudson, sotto un cielo terso, sempre pronto a
riflettere l'increspato splendore delle acque. Quello era il cuore di
pietra del dilagante, disperante materialismo che sta cambiando
l'umanità; quella era la capitale di quel nuovo, tirannico
impero verso il quale tutti veniamo spinti, di cui tutti stiamo
diventando sudditi e contro il quale, istintivamente, ho sempre sentito
di dovere, in qualche modo, resistere: l'impero della
globalizzazione.
E proprio lì, lì nel centro ideologico di tutto quel che
non mi piace, ero venuto a chiedere aiuto, a cercare salvezza! E non
era la prima volta. A trent'anni c'ero arrivato, frustrato da cinque
anni di lavoro nell'industria, per rifarmi una vita come la volevo. Ora
c'ero tornato per cercare di guadagnare tempo sulla scadenza di quella
vita. Anche la prima volta avevo sentito forte la profonda
contraddizione fra la naturale gratitudine per ciò che l'America
mi dava - due anni di libertà pagata per studiare la Cina e il
cinese alla Columbia University per prepararmi a partire da giornalista
in Asia - e il disprezzo, il risentimento, a volte l'odio, per
ciò che l'America altrimenti rappresentava.
Quando nel 1967 Angela e io, entusiasti, sbarcammo a New York dalla
Leonardo da Vinci che ci aveva presi a bordo una settimana prima a
Genova, l'America cercava, con una guerra sporca e impari, di imporre
la sua volontà a un misero popolo asiatico armato solo della sua
cocciutaggine: il Vietnam. Ora l'America, con una ben più
sofisticata, meno visibile e per questo meno resistibile aggressione,
stava cercando di imporre al mondo - assieme alle sue merci - i suoi
valori, le sue verità, le sue definizioni di buono e di giusto,
di progresso e... di terrorismo.
A volte, vedendo entrare e uscire dai grandi, famosi edifici della
Quinta Strada o di Wall Street eleganti signori con le loro piccole
valigette di bel cuoio, mi veniva il sospetto che quelli fossero gli
uomini da cui bisognava guardarsi e proteggersi. In quelle borse,
camuffati come «progetti di sviluppo», c'erano i piani per
dighe spesso inutili, per fabbriche tossiche, per centrali nucleari
pericolose, per nuove, avvelenanti reti televisive che, una volta
impiantate nei Paesi a cui erano destinate, avrebbero fatto più
danni e più vittime di una bomba. Che fossero loro i veri
«terroristi»?
Con le strade che si popolavano subito dopo l'alba, New York perdeva ai
miei occhi la sua aria incantata e a volte mi appariva come una
mostruosa accozzaglia di tantissimi disperati, ognuno in corsa dietro a
un qualche sogno di triste ricchezza o misera felicità.
Alle otto la Quinta Strada, a sud di Central Park, a un passo da casa
mia, era già piena di gente. Zaffate di profumi da aeroporto mi
riempivano il naso a ogni donna che, correndo col solito cartoccio
della colazione in mano, mi sfiorava per entrare in uno dei
grattacieli. Che modo di cominciare una giornata! (...)
La folla a quell'ora era di gente per lo più giovane, bella e
dura: una nuova razza cresciuta nelle palestre e alimentata nei
Vitamin-shops. Alcuni uomini più anziani mi pareva di averli
già visti in Vietnam, allora ufficiali dei marines, e ora,
sempre dritti e asciutti nell'uniforme di businessman, sempre
«ufficiali» dello stesso impero, impegnati a far diventare
il resto del mondo parte del loro villaggio globale.
Quando stavo a New York la città non era ancora stata ferita
dall'orribile attacco dell'11 settembre e le Torri gemelle spiccavano
snelle e potenti nel panorama di Downtown, ma non per questo, anche
allora, l'America era un Paese in pace con se stesso e col resto del
mondo. Da più di mezzo secolo gli americani, pur non avendo mai
dovuto combattere a casa loro, non hanno smesso di sentirsi, e spesso
di essere, in guerra con qualcuno: prima col comunismo, con Mao,
con i guerriglieri in Asia e i rivoluzionari in America Latina; poi con
Saddam Hussein e ora con Osama bin Laden e il fondamentalismo islamico.
Mai in pace. Sempre a lancia in resta. Ricchi e potenti, ma inquieti e
continuamente insoddisfatti.
Un giorno, nel New York Times mi colpì la notizia di uno studio
fatto dalla London School of Economics sulla felicità nel mondo.
I risultati erano curiosi: uno dei Paesi più poveri, il
Bangladesh, risultava essere il più felice. L'India era al
quinto posto. Gli Stati Uniti al quarantaseiesimo!
A volte avevo l'impressione che a goderci la bellezza di New York
eravamo davvero in pochi. A parte me, che avevo solo da camminare, e
qualche mendicante intento a discutere col vento, tutti gli altri che
vedevo mi parevano solo impegnati a sopravvivere, a non farsi
schiacciare da qualcosa o da qualcuno. Sempre in guerra: una
qualche guerra.
Una guerra a cui non ero abituato, essendo vissuto per più di
venticinque anni in Asia, era la guerra dei sessi, combattuta in una
direzione soltanto: le donne contro gli uomini. Seduto ai piedi
di un grande albero a Central Park, le stavo a guardare. Le
donne: sane, dure, sicure di sé, robotiche. Prima
passavano sudate, a fare il loro jogging quotidiano in tenute
attillatissime, provocanti, con i capelli a coda di cavallo; più
tardi passavano vestite in uniforme da ufficio - tailleur nero, scarpe
nere, borsa nera con il computer - i capelli ancora umidi di doccia,
sciolti. Belle e gelide, anche fisicamente arroganti e sprezzanti.
Tutto quello che la mia generazione considerava «femminile»
è scomparso, volutamente cancellato da questa nuova, perversa
idea di eliminare le differenze, di rendere tutti uguali e fare delle
donne delle brutte copie degli uomini.
29 luglio 2004
© 2004 Longanesi & C.
"Caro Tiziano, tu ti
sei aperto a noi lettori facandoci partecipi di quel bel mondo che
avevi nel cuore...era un mondo fantastico che mi ha fatto sognare le
cose più belle della vita, il midollo stesso della vita...Grazie
per la tua simpatia, il tuo genio, la tua intelligenza, la tua
delicatezza, la tua forza, il tuo coraggio, la tua passione, la tua
curiosità, la tua tolleranza, la tua capacità di metterti
sempre in discussione, di metterti in viaggio...!!! Grazie e spero di
incontrarti e diventare tuo amico nell'aldilà, così
potrò riascoltare le tue storie..."

Addio a TizianoTerzani
di Stefano Arduini (s.arduini@vita.it)
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29/07/2004
E' morto il
giornalista e
scrittore Tiziano Terzani: ad annunciarlo è stata Angela
Terzani.
''Il 28 luglio, nella valle di Orsigna - si legge in una dichiarazione
di Angela Terzani - è serenamente scomparso o, come preferiva
dire lui, ha lasciato il suo corpo, Tiziano Terzani
Pubblichiamo di seguito un'intervista
al
giornalista scomparso
pubblicata su Vita-non profit magazine nel marzo del 2002 a
firma di Emanuela Citterio. Tema? Ovviamente il "viaggio"
Ha lasciato la sua casa sull'Himalaya, dove vive in solitudine lontano
da tutti, per rispondere a Oriana Fallaci con le sue Lettere contro la
guerra dal Pakistan e dall'Afghanistan. Tiziano Terzani, uno dei
giornalisti italiani più conosciuti nel mondo, dal ‘92 vive
stabilmente in India. Ha vissuto in Asia, girandola tutta e
scrivendone, per quarant'anni. Il viaggio sembra essere diventato tutta
la sua vita.
Vita: Cosa significa per lei viaggiare?
Tiziano Terzani: Significa calarsi il più possibile nella
realtà che si incontra. Lasciarsi guidare dalla
curiosità. E seguire un filo. Quando viaggio mi lascio guidare
dal caso, dagli incontri fortuiti e dall'imprevisto. Come mi è
successo a novembre in Afghanistan, quando ho incontrato in un bazar di
Peshawar un capo dei talebani. Sempre in Afghanistan mi sono fatto
guidare da due studenti delle scuole coraniche. Mi hanno aiutato a
vedere il mondo con i loro occhi, altrimenti avrei viaggiato
utilizzando solo i miei occhi e i miei pregiudizi, andando solo dove le
mie scelte mi portavano.
Vita: Cosa porta in un viaggio?
Terzani: Medicine, un computer, dei block notes e qualche libro.
Prima di partire attingo sempre alla piccola biblioteca che mi sono
costruito. Il viaggio vero è solitario. Alle volte però
si ha bisogno di compagnia, e allora i migliori compagni per me sono i
libri: stanno zitti quando non li vuoi sentire e parlano quando
li vuoi ascoltare. Ti danno moltissimo senza chiedere nulla e ti
aiutano a capire senza ingombrarti.
Vita: Qualche regola per entrare in contatto con la realtà
e la cultura del Paese in cui si arriva...
Terzani: La prima è non andare mai negli alberghi per
turisti. Nel mio caso, non dormo mai negli alberghi frequentati dai
giornalisti, dove c'è un'orribile inseminazione reciproca di
voci e di sciocchezze. A Islamabad vivevo in una pensioncina nella
città universitaria. L'albergo di lusso per turisti fa parte
della giostra ad aria condizionata da cui ti fanno vedere un Paese.
Tutt'altra cosa è partire dalla casa da tè del bazar dei
raccontastorie di Peshawar. C'è sporco per terra e si mangia il
pane azzimo invece delle brioscine.
Vita: Come si veste?
Terzani: Cerco di cammuffarmi un po', non per fingere ma per
partecipare, per immedesimarmi. Tra me e l'altro c'è un'enorme
distanza, spesso incolmabile. Se camaleonticamente prendo un po' il
colore dell'altro, per esempio vestendomi come lui, questa distanza si
accorcia. In questo modo sono stato l'unico occidentale non musulmano a
partecipare in Pakistan all'annuale riunione di un milione e mezzo di
musulmani vicino a Lahore. Se fossi andato in giacca e cravatta con la
macchina fotografica non avrei certo vissuto quell'esperienza.
Vita: Che differenza c'è tra il turista e il viaggiatore?
Terzani: Il turismo consuma tutto. L'industria turistica è
orribile non solo per fenomeni come la pedofilia e il mercato del
sesso, ma perché ha creato una mentalità da
prostituzione. Si vende tutto di un luogo e delle persone che lo
abitano pur di fare soldi. Come è accaduto della mia
città, Firenze, trasformata in un'enorme bottega. Il turista
scende da un aereo con l'aria condizionata e viene prelevato da un
autobus con l'aria condizionata. Negli alberghi trova la cucina
internazionale che è uguale dappertutto e si lava con un sapone
che è lo stesso a Roma e a Timbuktu. Da noi viene caricato su
una barchetta al largo di Benares, fa quattro foto e torna dicendo di
aver visto l'India.
Vita: E il viaggiatore?
Terzani: Per tornare viaggiatori bisognerebbe ritornare a essere
come gli unici veri viaggiatori: i pellegrini. Solo così
è possibile salvare il turismo e le sue destinazioni. In Cina,
secoli e secoli fa il primo turista è stato uno che ha lasciato
la sua casa per cercare in India le scritture sacre, i testi vedici,
che poi ha tradotto dal sanscrito al cinese e sono ancora oggi
conservati in due pagode nel sud del Paese. Il pellegrino è uno
che ha rispetto, che venera il posto in cui va.
Vita: Un paio di consigli per tornare a essere viaggiatori...
Terzani: Bisogna darsi tempo. Chi pensa di fare tutto in tre
giorni, visitando ogni ora qualcosa, ha finito di vivere il viaggio,
non può mai lasciarsi andare. Si dovrebbe poi viaggiare alla
ricerca di qualcosa. Ci può essere chi è mosso dal
desiderio di conoscere un posto dove si coltiva la barbabietola in modo
diverso. è già qualcosa, è una ragione per
viaggiare. Bisogna prepararsi alla scoperta, leggere qualcosa di bello,
ritrovare la poesia del viaggio.
© 2004 Gruppo Vita (www.vita.it)
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Le testimonianze di lettori ed amici 
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La forza degli Usa è
la loro debolezza
E a Kabul è ricominciato il "grande gioco"
intervista a Tiziano Terzani raccolta da Alessandra Garusi
"NON
STARÒ AL MIO IMPEGNO di tenermi fuori dal mondo. Da quando
'Osama bin Laden smoked me out of my cave', mi sono rimesso da
'pensionato', con una press card falsa fatta a Bangkok, on the road,
prima lunga la frontiera pak-afghana e poi a Kabul. Sono ora nel mio
rifugio fra le montagne per ricaricare le batterie ed affrontare
l'Italia". Così scriveva Tiziano Terzani in una e mail inviata
agli amici, il 18 gennaio, dall'Himalaya indiana. Gli abbiamo parlato a
margine di uno dei tantissimi incontri del suo "pellegrinaggio di pace"
in tutta Italia.
Qual è l'Italia che ha ritrovato?
Manco da questo paese da più di
trent'anni. Non ci sono mai stato a lavorare. Ho lasciato l'Italia nel
1971, per andare a Singapore, e ci sono tornato sempre e solo per
visitare la famiglia. Per cui è un paese che non conosco e che
riscopro ora. Lei conosce la storia: ho scritto questo libro,
"Lettere contro la guerra", che non era previsto. Cioè avevo
chiuso con il mondo del giornalismo. A sessant'anni, avevo preso una
decisione euro-indiana, quella di andare in pensione, ma di fare come
gli indiani: di partire per un viaggio più dentro che
fuori. Davvero, non mi interessava più il mondo, dover andare ad
inseguire le guerre... Tuttavia l'11 settembre era una di quelle
vicende davanti alle quali non potevo continuare a guardarmi l'ombelico
in cima ad una montagna. Dovevo rimettermi in cammino. E così ho
fatto: due mesi alla frontiera pakistano-afghana, poi tre
settimane a Kabul.
Ho sentito di avere un dovere: quello di raccontare una storia
che da tanto tempo non raccontavo. Che è la storia della pace.
Dopo trent'anni da corrispondente di guerra, dovevo fare qualcosa che
era nuovo per me: il corrispondente contro la guerra. L'idea del
pellegrinaggio non nasce dal dover "spingere il libro", perché
questo cammina comunque con le sue gambe. Ma potevo approfittare di
questo per andare a raccontare la storia di una speranza. Ho mandato
una e mail in giro per l'Italia, dicendo che sarei andato dovunque
fossi stato invitato, tranne ai tv show. Ho ricevuto inviti soprattutto
dalle scuole.
Allora, che Italia vedo? Ci sono due Italie: una in doppiopetto,
di quelli per bene, che fanno le corna, che dicono una cosa e poi forse
ne pensano un'altra. Che dicono all'audience ciò che l'audience
vuol sentire. Poi c'è un'Italia di giovani, interessata a
qualcosa di diverso: a sentir parlare il cuore. Un'Italia non
vuole abituarsi all'ipocrisia della politica. E questo mi sembra
interessante. Questa è un'Italia diversa, che si pone problemi,
un'Italia sensibile, un'Italia che mi sorprende davvero. Specie fuori
dalle grandi città. Vado dai giovani fino ai 17-18 anni. Sono
meravigliosi. Non hanno paura del nuovo. Cominciano a cambiare quando
vanno all'università. Mi chiedono cose intellettuali. Sfidano le
cose che dico, scoprendo le contraddizioni delle parole. Però
è un bel paese, pieno di volontà.
Mancano i grandi, ma anche i piccoli maestri. Se uno si presenta con
l'aria di un barbone, con delle cose diverse da dire, che parla col
cuore, che dice quello che pensa, che non ha una sua agenda che
è quella di farsi eleggere, fondare una nuova religione o aprire
un negozio di aroma terapia… Ho fatto il primo passo di questo cammino
a Firenze, nel Palazzo Vecchio. E ho detto una cosa: "Vorrei
essere ricordato alla fine della mia vita per una qualità, la
sincerità. Dire quello che sento di dover dire". E la gente
scopre presto che dici quello che credi sia vero. Quello che provi. E
non quello che ti è utile o quello che pensi gli altri godano a
sentire.
Come mai le forze "altre" sono sempre così fragili e così
scollegate fra di loro?
È la storia di Bush. Ha reagito
nella maniera più banale, più ovvia, più stupida.
E la stupidità è più semplice. La nonviolenza
è una cosa complicata. Per la guerra ci vuole un esercito e dei
generali. Per la pace ci vuole un grande esercito e dei grandi
generali. Ci vuole molto di più a rafforzare moralmente un
"soldato della pace" che addestrare un paracadutista a sgozzare la
gente. La pace è più difficile. Anche perché
l'uomo è naturalmente più portato alla violenza. Viviamo
in un mondo violento: queste città orribili in cui bisogna
sempre correre. Il mercato che ti impone di sopravvivere, uccidendo il
tuo vicino. La scuola che ti insegna a tirare gomitate nello stomaco
per arrivare primo. Per cui la reazione più normale, è la
violenza. Dunque chi si propone di cercare altre vie, ha la strada dura.
Questo vale anche per i riservisti israeliani...
Sì. Ci vuole una grande forza
culturale. Lo dico sempre: una vera grande civiltà - e
quella ebraica, Dio mio, lo è - dimostra la sua grandezza
nell'essere permeabile a valori anche diversi e nel mettersi in
discussione. Che è capace di vedere autocriticamente i propri
valori. Che si rafforza moralmente, prima ancora che con le armi.
L'America sta perdendo moltissimo, vincendo con le armi. Perché
quest'America, che era il sogno per tutti i poveri, gli emigranti, oggi
sta diventando un paesaggio cattivo che con le nuove regole nega tutto
il sogno: l'american way, democracy, i diritti uguali per tutti…
Ora c'è una legge per gli americani e un'altra per i non
americani. Gli americani sospettati di essere terroristi possono essere
incarcerati senza habeas corpus, senza vedere un giudice, e
teoricamente possono essere fucilati perché due in un tribunale
militare hanno deciso così. È questa l'America verso la
quale sono andati milioni di emigranti, sono fuggiti gli ebrei? No.
Eppure è forte, ha le "bombe intelligenti" che entrano nei buchi
delle montagne. Ma è una società forte? No, è una
società che si indebolisce con la sua forza.
Anche la mia amata India: non è mai stata così
debole, con le bombe atomiche, gli eserciti schierati sulla frontiera
pachistana.
Se lei dovesse prevedere l'Afghanistan che uscirà dalla Loya
Jirga del prossimo giugno?
Tutta la vita ho fatto la Cassandra. La
Cina: avevo visto dove sarebbe andata, perché le cose si
sentono. E oggi devo dire che non sono molto ottimista su ciò
che sta succedendo in Afghanistan. La situazione attuale è
orribile. Era meglio sotto i talebani. C'era più ordine. I
tagliagole del nord erano nel nord, ora sono anche nel sud. La guerra
continuerà. Non c'è via d'uscita. Anche questo cammino
avviato dalle Nazioni unite è balordo. Hamid Karzai, che
è un uomo interessante e per bene, non ha la forza di imporre
niente. Perché non ha le sue milizie. Deve dipendere dagli
americani, dalla forza internazionale, dai suoi alleati tagliagole. Che
sono quelli che hanno stuprato, distrutto Kabul fra il '92 e il '95.
Ora, poi, tutti gli interessi del mondo sono di nuovo lì, in
Afghanistan, a ricominciare il great game. Il grande gioco è
ricominciato per gli americani, gli inglesi, l'Europa, i tagichi, i
cinesi, gli uzbechi… Nessuno veramente si preoccupa dell'Afghanistan.
Se gli americani si fossero davvero occupati di questo paese, non
avrebbero abbandonato a se stessi migliaia di mujaheddin, dopo aver
vinto la guerra contro l'Unione sovietica. E non avrebbero chiuso la
loro ambasciata a Kabul, solo per ritornarci dieci anni dopo e
ripiantare la stessa bandiera.
Il problema che pongo nel libro è poi questo: quale
Afghanistan vogliono ricostruire? L'Afghanistan che sognano gli
stranieri, l'Afghanistan che sognano gli afghani fuggiti all'estero che
ora tornano, o gli afghani che si sono presi vent'anni di guerra, di
bombe, e che hanno sogni forse molto più modesti dei sogni di
costruire un paese con le Torri di acciaio e di vetro per poter offrire
una sede alle multinazionali?
Poi questi aiuti umanitari, pur necessarissimi in certe situazioni.
Eppure è sempre gente che viene ad insegnarti come fare.
L'Afghanistan ha una sua cultura, una sua grande storia. Quello che
bisognerebbe fare, è mettere questi paesi, che sono stati
martoriati da decenni di guerra, sotto una campana di vetro.
Proteggerli.
Chi sta raccogliendo l'eredità del Mahatma Gandhi in India o
altrove?
Di eredi, non ne vedo. Anzi trovo che
la pace non sia più di moda. Però questo non vuol dire
che non debba essere giusta. E poi la moda cambia: minigonne
diventano maxigonne… L'11 settembre deve aver colpito qualcosa nella
coscienza dell'umanità. Perché è stato così
orribile. E così mediaticamente presente nel cuore di tutti.
L'hanno visto tutti: gli eschimesi, i bantù, ecc.
Immaginando quel che viene dopo e vedendone un po', uno dovrebbe
dire: qui bisogna fermarsi. Questa è la mia speranza.
Lei ha un sogno?
No, li ho realizzati tutti. Forse
quello di morire in pace. Ho avuto una vita terribilmente felice. Non
ho mai lavorato. Perché tutto quello che ho fatto, lo amavo.
L'avrei fatto comunque.
C'è qualcosa che l'Occidente ha dimenticato?
Viviamo delle vite orribili, in
Occidente: non ridiamo più; si è dimenticata la
morte. Senza la morte, la vita diventa tremenda. Perché non
c'è la gioia di ciò che passa, di ciò che è
unico, irripetibile. Credo sempre di più che la bellezza della
vita sia nel simbolo del tao, che è l'armonia degli opposti. Per
questo dico che è sacrilego e innaturale voler eliminare il
male. Innanzitutto, chi determina cos'è il male? Forse devono
esserci entrambi. Si tratta di trovare un modo per raggiungere un
equilibrio. Cosa sarebbe il mondo, se non ci fossero le donne? La vita
senza la morte? Il giorno senza la notte? La luce senza le tenebre?
L'uomo senza la sua ombra?
Quanta Asia c'è dentro di lei?
Trent'anni di una vita diversa, in un
mondo diverso. A pensare pensieri diversi. A leggere giornali diversi.
Tutto ciò fa una persona diversa. Però, in fondo,
è una vernice. Dentro sono uno che più invecchia e
più diventa fiorentino. Nel mio Dna c'è tutta la mia
toscanità. E mi scopro non solo a fare gesti, ma anche a pensare
come pensava la mi' nonna. In realtà, tutto ciò di cui
vengo accusato - che sono asiatico, indiano - è una stupidata.
Perché la psiche, il cuore,
è uguale per tutti. Se lei è madre in India o fra gli
eschimesi, ama suo figlio alla stessa maniera. È solo il modo di
esprimersi, che cambia. L'uomo non ha meno paura di morire o della
solitudine qui rispetto a là. È che in alcune parti ha
imparato a morire meglio, a stare meglio da solo.
Cosa succederà dopo questa prima fase della guerra in
Afghanistan?
L'America è su una brutta
china: limitazione delle libertà, arroganza della
violenza. La speranza è l'Europa. Ha una grande chance:
quella di riscoprire l'unità nella sua diversità. Noi
abbiamo una lunga storia di massacri superati, di grandi conflitti
digeriti. Per cui possiamo comprendere l'altro molto meglio degli
americani, che hanno fatto del melting pot un pissing pot [un vaso da
notte, ndr.].
L'Europa ha la possibilità di riscoprire i suoi valori, la sua
storia, e di aiutare anche l'America ad uscire da questo vicolo cieco.
Il problema è che l'Europa deve trovare una leadership politica
più creativa. Quella attuale non è capace di inventare
niente. Siccome la situazione è nuova, ci vuole gente capace di
pensare il nuovo. Occorre gente che non abbia paura di perdere le
elezioni, che abbia il coraggio di esporsi, di dire le cose impopolari.
O magari di dire le cose semplici che sono popolari e che poi portano
sacrifici.
Oggi, in Occidente, bisogna dire chiaramente che dobbiamo dividere la
nostra ricchezza. Dobbiamo cambiare atteggiamento nei confronti del
mondo. La Banca mondiale, il debito, l'Organizzazione mondiale del
commercio, ecc., tutto ciò va ripensato. Non potremo mai essere
in pace, se gli altri sono in guerra. Non potremo mai essere felici, se
gli altri non lo sono. Non potremo avere un mondo di serenità,
quando c'è una metà del mondo che si preoccupa di
ingrassare e l'altra che non ha da mangiare.
Lei, al momento, in Europa vede qualcuno che sia in grado di fare
questo?
No. Però la gente c'è. Ad
esempio, in questa questione della guerra in Afghanistan i governi
hanno tutti preso posizione a fianco degli Stati uniti, ma la gente no.
È sempre più scettica sulla risposta militare e sui suoi
risultati.
Rispetto alla linea del Corriere della Sera, che ha ospitato i suoi
interventi in questi mesi, non si è sentito un po' estraneo?
Non dipendo dal Corriere. Sono
immensamente grato al direttore Ferruccio De Bortoli per aver ospitato
i miei pezzi. Eppure resto uno stonato. Ma io sono sempre stato
stonato, in vita mia. Sono nato stonato. Mi vede: io sono uno
sempre diverso. Quando ero giornalista in Cina, questi cinesi
comunisti, ottusi, portavano i giornalisti a vedere le cose, si
scendeva da un autobus e c'era subito un segretario di partito che
salutava tutti. E tutti a sinistra a bere del tè, a parlare, in
una stanza dove veniva raccontata una storia. E io via dall'altra
parte. Poi venivo arrestato: Terzani non c'era più. Alla
fine mi hanno buttato fuori dal paese.
Ma questo è il mio istinto. Non
seguo il gruppo. I'm not with the pack. È l'unica qualità
che ho. Non sono né intelligente, né colto, né
bravo. Per istinto, però, sono sempre interessato, incuriosito,
affascinato dall'altro. Dalle ragioni degli altri. Chi sono gli altri?
Nel '73 sono uno dei giornalisti che passa le linee, va con i vietcong.
Sarebbe stato più comodo stare con gli americani. Ma se fossi
rimasto con gli americani, quella guerra diventava "noi contro loro"
Fonte: www.carta.org
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Tiziano era apparso come in una visione, nei
giardini dell'ospedale di Emergency a Kabul: era l'inverno del
2001.
Con la sua veste di cotone bianco come la barba, i sandali e una borsa
di cuoio a tracolla, noi con giacche a vento e maglioni. Veniva dal
Pakistan. Ha voluto girare subito per le corsie: salutava,
chiedeva
"come stai?" a gente sconosciuta, sorrideva ai bambini, ascoltava.
Cenammo insieme quella sera, a "casa mia". E parlammo a lungo,
dell'India - "dovresti venire a trovarmi nel mio rifugio vicino
all'Himalaya", un'altra promessa che non ho mantenuto - del nostro
lavoro e delle sofferenze della gente dell'Afghanistan, che lui amava.
E soprattutto parlammo, con molta tristezza, della follia della guerra
e dei suoi perché.
Ascoltavo i suoi pensieri. Sulla incapacità
di molte persone di diventare esseri "umani", sulla ricchezza talmente
ricca da non avere più senso né uso possibile, sul
razzismo, anche quello "democratico", che sembra dilagare ovunque,
sulla necessità - per Tiziano un bisogno fisico - di
ricominciare a studiare, a pensare, a riconoscere se stessi per
ritrovarci tutti con un qualche sogno, speranza, progetto comune.
Quando riuscii a rintracciarlo per telefono, nel settembre 2002, per
proporgli di unirsi a noi nel lanciare la campagna "Fuori l'Italia
dalla guerra", Tiziano non esitò un attimo: "Ci
sarò, ci
vediamo a Roma per la conferenza stampa".
E per mesi fu un appassionato ambasciatore di
pace, con la sua unica capacità di affascinare le coscienze e di
riempirle di onestà e di verità. So che a Tiziano
è costato molto quel periodo, togliendogli tempo alla
meditazione che lo ha sempre accompagnato. "Per colpa tua - mi disse
scherzando un giorno - sono rimasto prigioniero per troppo tempo in
Italia. Parto per l'India la settimana prossima, ma sarò lo
stesso con voi". Ed è stato così. In molti momenti, nei
più belli e in quelli più difficili dell'impegno di
questi anni, Tiziano era lì, è venuto in mente a me e a
tantissimi di noi.
Un esempio, una certezza, un uomo che sapeva dare
umanità, "curare" altri uomini proprio perché si era
sempre curato di tutti, nel sua vita e nel suo lavoro di straordinario
uomo di pensiero. Pochi mesi fa ho cercato di contattarlo: avevo
bisogno delle sue parole e dei suoi pensieri. Non è stato
possibile, e il perché ora lo sappiamo tutti. Stava scrivendo,
ancora una volta cose importanti, forse le più importanti. Un
giorno mi è arrivato un regalo da Tiziano: il suo ultimo
libro.
Con una dedica che mi ha fatto piangere allora e non smette di farlo
oggi. Finisce così: "...e questo per spiegarti alcune mie
assenze. Ma non preoccuparti, io ci sono nella lotta per la pace. Ci
sono! E ci sarò sempre!"
Gino Strada,
Khartoum, Sudan, 29 luglio 2004
... Quando le truppe di Hanoi attaccano i santuari
di Pol Pot,
migliaia di khmer cercano di varcare la frontiera
e di mettersi in salvo in Thailandia
Rifugiati: ho deciso
chi doveva vivere e chi morire
Alla frontiera cambogiana, 2 novembre 1979
La sua testa penzola sulle mie spalle come un vaso vuoto. Il suo
braccio pieno di pustole sbatte sul mio petto come un ramo spezzato,
ma è viva perché sul collo continuo a sentire il
suo respiro leggero. Non la conosco; è solo un orribile
pacco di ossa che ho raccolto nel bosco ormai diventato un cimitero.
«Segui la puzza dei cadaveri e ti troverai
in Cambogia», m'ha detto il soldato thailandese all'ultimo
posto di blocco dove ho lasciato la strada di terra rossa per
addentrarmi a piedi nella foresta. Il lezzo è diventato
ben presto insopportabile. Persino gli animali sembravano esserne
terrorizzati perché, in pieno giorno, la giungla,
misteriosamente,
taceva. Uscendo dai ciuffi d'erba più alti di me, in una
radura li ho visti: un bambino immobile accucciato sulle sue
feci,
un altro impietrito accanto al cadavere di un uomo con le mani
rattrappite nell'aria, un gruppo di donne in preda ai brividi
sotto il sole bruciante che asciuga le ultime pozzanghere d'acqua
e velocemente imputridisce i morti.
Ne vedevo ovunque mi voltassi e quelli che
non vedevo li intuivo dietro ogni cespuglio: uomini, donne,
bambini
dell'età dei miei, a decine, a centinaia erano sparsi nella
foresta, gli occhi sgranati ed ebeti, le braccia e le gambe ridotte
a stecchi, la pelle vizza, coperti di stracci neri intrisi di
escrementi e di polvere, scossi dalla febbre, incapaci di fare
un passo in più, buttati a caso qua e là come grandi
uccelli abbattuti nello splendore della vegetazione tropicale
da un'antica, e per noi dimenticata, catastrofe che chiamavamo
«fame».
Facevano parte d'un gruppo molto più
numeroso che si era accampato lì nei giorni scorsi. Quando
il grosso è partito, questi sono stati lasciati indietro
senza i loro sacchi, le stuoie, l'acqua. I più forti s'erano
divisi le loro ultime spoglie e li avevano lasciati alla foresta.
Nessuno piangeva, nessuno chiedeva aiuto; i più ormai erano
come persi m un mondo loro.
Il silenzio era disperante. Ai morti si fa
presto ad abituarsi, ma ai moribondi no. La vista dei moribondi
è insopportabile specie se si sa che si potrebbero salvare.
La strada era a solo due o tre chilometri, chi ci fosse arrivato
avrebbe avuto una possibilità di sopravvivere; gli altri,
all'alba, sarebbero stati come quelli già coperti di mosche
o brulicanti di vermi. Buttarmi sulle spalle quella donna scheletrica
e mettermi in marcia non è stata una decisione, bensì
un gesto istintivo. Era la più vicina ai miei piedi.
La frontiera fra la Cambogia e la Thailandia
corre in mezzo a una distesa fantastica di foreste verdissime
rotte qua e là dall'improvviso spuntare d'una collina coperta
d'impenetrabile giungla. Da mesi, a enormi ondate, migliaia e
migliaia di cambogiani inebetiti dalla fame, dalle malattie e
dalla paura marciano verso occidente ed entrano come un esercito
di zombie nel mondo selvaggio della foresta che è ora diventata
un vasto cimitero della razza khmer. Cercano cibo, acqua, medicine.
«Siamo come tartarughe che vanno alla cieca verso un lago»,
dice uno di loro. Se raggiungono la strada si salvano e finiscono
in un campo profughi.
Col mio leggero fardello sono uscito dalla
foresta. All'ombra d'un boschetto di alberi di cocco alcune centinaia
di cambogiani si erano accampati e stavano cuocendo nell'acqua
fangosa alcune radici appena scavate dalla terra. Nessuno si è
voltato e il pesante silenzio era rotto solo dal tintinnare dei
cucchiai contro le pentole nere sui fuochi di legna.
Molti parevano sani. Erano forti. Probabilmente
si trattava di soldati di Pol Pot, alcuni persino quadri, forse
commissari politici, a giudicare dagli orologi al polso e dalle
penne nel taschino delle uniformi sbiadite e polverose. Sguardi
freddi di disprezzo. Accanto a un gruppetto che, calmo, mangiava,
una bambina boccheggiava, morendo senza una goccia d'acqua sulle
labbra riarse. Nessuno se ne occupava.
I forti, i duri senza più emozioni,
cresciuti in un Paese in cui ogni traccia del passato, ogni valore
della religione e della tradizione sono stati cancellati, parevano
perfetti esempi di quell'«uomo nuovo» che Pol Pot
ha voluto creare al costo di metà della popolazione. Addestrati
a uccidere, decisi a sopravvivere. Alcuni sono quelli che hanno
commesso le stragi, altri sono i sopravvissuti ai pogrom. La foresta
li rivomita così, boia e vittime, accomunati dalla fame
e dalla malaria che non conosce politica.
Un camion della Croce Rossa con tre giovani
svizzeri si ferma lungo la strada e un medico, su una stuoia di
paglia, comincia a cercare la vena di un moribondo per dargli
del glucosio. Gli affido la mia donna scheletrica e riparto per
la foresta. «Prendi solo i migliori, al massimo possiamo
metterne trenta sul camion», lo sento gridarmi dietro.
S'impara presto a scegliere chi può
vivere e chi deve morire. Tornato alla mia radura, ho automaticamente
preso il bambino accanto al padre morto e non quello ormai sconquassato
dalla dissenteria, una ragazza che aveva ancora la forza di scacciarsi
le mosche e non la sua vicina, forse la sorella, di cui sentivo
il polso leggerisssimo e i cui occhi non mi vedevano più.
Sono andato avanti e indietro varie volte,
però mi sentivo più il giustiziere di quelli che
lasciavo che il salvatore di quelli che prendevo. Anche per quelli
non avevo fatto abbastanza. La mia donna scheletrica è
morta dopo due ore. Come fosse una cosa, l'ho presa e messa sulla
pila dei morti che, nell'improvvisato ospedale lungo la strada,
diventava sempre più alta. Nel groviglio di gambe e braccia
non si riusciva più a contare quanti erano i cadaveri.
Presto, attorno alla «corsia» di
stuoie messe per terra s'è avvicinato un gruppo di contadini
thailandesi. Stavano semplicemente a guardare, senza fare un gesto,
senza dare una mano. Altri ridacchiavano nella tipica forma d'imbarazzo
asiatico dinanzi a questo usuale, ma sempre inaccettabile fatto
che è la morte. Una giovane carezzava con amore una scimmia
che teneva stretta sul petto, mentre uno dei ragazzi svizzeri
singhiozzava, chiudendo gli occhi di un bambino che non era riuscito
a tenere in vita.
Il giorno è passato veloce e uno splendido
sole è calato improvviso, come succede ai tropici, dietro
le chiome delle palme tra riverberi di fuoco. Il cielo s'è
fatto scuro, passando rapidamente attraverso ogni sfumatura di
blu, arancione e violetto. Mentre aiutavo a caricare i moribondi
sul camion, stormi di pipistrelli cominciavano a volteggiare sulle
nostre teste e la foresta affogava con tutta la sua sconosciuta
umanità nella notte più cieca.