Giorgio Campanini

L’ultimo mazzolariano

Ricordo di padre Bergamaschi


Gli studi su don Primo compiuti dal religioso francescano, scomparso nel 2007. La costante preoccupazione ad attualizzare la figura, nell'intento di mostrare la feconditi del suo pensiero per la Chiesa e la società di oggi. La pubblicazione dei Diari, che la Fondazione ha intenzione di completare


Can la morte di padre Aldo Bergamaschi (e con quella, quasi contemporanea, di Pietro Scoppola) viene sostanzialmente meno - salvo pochissime eccezioni - la "prima generazione" mazzolariana, il gruppo, cioe, di coloro che, da Lorenzo Bedeschi a Giulio Vaggi, per fare soltanto alcuni nomi, avevano dato avvio, all'indomani della seconda guerra mondiale, all'avventura di “Adesso”. Era inevitabile che ciò accadesse, ma resta l'impressione di un vuoto, la consapevolezza che una stagione si e irrimediabilmente conclusa: Mazzolari, ormai, non appartiene più alIa "memoria" biografica masolo alla "memoria" storica; e la Fondazione che da lui prende il nome, dopo avere cercato di conservare in tutti i modi questa prima memoria (attraverso testimonianze, lettere, carteggi), dovra ora farsi carico quasi esclusivamente di questa seconda e ancor più impegnativa memoria: anche per rispetto a coloro che l'hanno amorosamente custodita in anni difficili per la Chiesa e la società. Aldo Bergamaschi sta in qualche modo a cavallo fra queste due memorie.

Da una parte, con la parola e con i numerosissimi scritti, ha tenuto viva, nell'ambito universitario (era diventato professore ordinario di Pedagogia a Verona) e in quello pastorale (con un'assidua presenza in quella che era ormai diventata la sua citta; Reggio Emilia) la presenza di Mazzolari, quella presenza che in anni lontani aveva segnato in profondita la sua vita; dall' altra ha dedicato gran parte dei suoi studi, con una serie di monografie critiche, alla ricostruzione del pensiero politico, pedagogico, religioso del suo maestro. E se la sua "testimonianza" e affidata in gran parte alla tradizione orale ed epistolare (che merita di essere sistematizzata e raccolta), la sua ricerca scientifica sta tutta intera davanti a noi e rappresenta un ponte di passaggio obbligato per chiunque voglia accostarsi alla figura di Mazzolari.


Le monografie e i Diari


Pur nella consapevolezza che soffermarsi solo sulla sua vasta bibliografia mazzolariana rappresenta un approccio limitato e parziale, tuttavia, sulle pagine di questa rivista che al parroco di Bozzolo si ispira, sia consentito limitarsi a ricordare soltanto questo aspetto della sua personalita: in attesa che le abbondanti "carte" che egli ha lasciato ai confratelli francescani di Reggio siano riordinate; che si verifichi l'esistenza di eventuali inediti; che almeno una parte del suo fitto epistolario sia raccolta, in modo da completare il quadro di insieme del suo lungo rapporto con don Primo.

La produzione mazzolariana di Bergamaschi è stata assai vasta (e ancor più lo sarebbe se, cosa impossibile a realizzarsi in questa sede, si tenesse conto dei ricorrenti riferimenti a Mazzolari presenti in altri suoi scritti, compresi quelli pedagogici) ed è riconducibile a due grandi gruppi: da una parte ben quattro monografie, scaglionate nell'arco di circa 35 anni; dall'altra la cura di scritti mazzolariani, a partire dai Diari.

Nel primo ambito rientra la sua prima monografia specifica, “Don Mazzolari e lo scandalo di Adesso” (Gribaudi, Torino 1968), seguita subito dopo (in una prima edizione del 1969 e in una più ampia e aggiornata di quasi venti anni più tardi) da Presenza di Mazzolari (I ediz. 1969, nuova ediz. Dehoniane, Bologna 1986).

A questi studi fecero seguito “Mazzolari fa storia e Vangelo” (Morelli, Verona 1987) e infine “Primo Mazzolari - Una voce terapeutica” (Il Segno, Verona 1992). Tipica di questo insieme di monografie è la preoccupazione dell' attualizzazione del pensiero e della figura di don Primo, nell'intento di mostrare la fecondità del suo pensiero per la Chiesa e la societa italiana anche del secondo Novecento, e cioé di una stagione apparentemente lontana dal contesto nel quale Mazzolari si era formato e aveva svolto gran parte del suo ministero sacerdotale.

Nella prospettiva di Bergamaschi, Mazzolari era e doveva rimanere una presenza viva e, in qualche modo "sovversiva", una sorta di spina nel fianco di una Chiesa e di una cattolicità ricorrentemente assoggettate ai rischi dell'imborghesimento e dell'omologazione agli stili di vita dominanti. Emergevano schiettamente, da questi scritti, l'ansia religiosa e la passione civile; meno presente, invece (e questo ne rappresento anche un limite) la preoccupazione per la ricostruzione del contesto storico in cui il parroco di Bozzolo aveva operato, nonché l'attenzione alla sempre più corposa storiografia, anche di parte laica, che andava a poco a poco costruendosi attorno a questa centralissima figura del Novecento.

Non meno importante fu il contributo che Bergamaschi ha dato agli studi mazzolariani attraverso la cura paziente e amorosa dei suoi scritti: oltre all'importante raccolta delle Lettere a V. Frabrizi de Biani pubblicate in appendice a una prima edizione dei Diari (Dehoniane, Bologna 1974), va segnalata la grande fatica della riedizione e del quasi completo coronamento di quella che puo essere considerata una vera e propria impresa editoriale: la pubblicazione dei Diari fra il 1905 e il1945 attraverso cinque corposi volumi (Diario I, 1905-1915; Diario II, 1916-1926; Diario III/A, 1927-1933; Diario III/B, 1934-1937; Diario IV, 1938-25 aprile 1945) tutti pubblicati dalle Dehoniane fra il 1997 e il 2006 e che nel loro insieme, di parecchie migliaia di pagine, rappresentano un punto di riferimento fondamentale per chiunque voglia accostarsi dall'interno all'opera del parroco di Bozzolo.


Bottiglia nel mare della speranza

Se si considera che nella prima edizione il volume iniziale dei Diari è apparso nel 1974 e che l’ultimo curato da Bergamaschi risale al 2006, è agevole constatare che per oltre trent'anni lo studioso francescano si e misurato con un Mazzolari "intimo" (affidato a note personali spesso di difficile decifrazione, a "brogliacci" parrocchiali, a ritagli di giornale e così via) e insieme "pubblico", dato che la storiografia letteraria e la stessa psicologia insegnano che anche la più "segreta" delle note autobiografiche, quando viene messa per iscritto, è sempre un fatto "pubblico", una sorta di messaggio inserito in una bottiglia vagante nel mare della speranza, e nell'attesa che qualcuno la raccoglierà e ne vedrà il contenuto.

Così Bergamaschi è andato paziemememe e pumigliosameme a esplorare questo Mazzolari intimo, m anon "segreto", offrendo agli studiosi un immenso materiale, utile per la comprensione di delicatissimi snodi non solo della vita privata di don Primo ma della stessa vita nazionale: si pensi alle giovanili pagine sull'intervento nella guerra 1915-1918, ai giudizi sul fascismo, al dialogo con i comunisti, alle sofferenze per quella che egli riteneva una inadeguata presenza della Chiesa alle problematiche del mondo di oggi: temi, questi, in ordine ai quali le pagine dei Diari appaiono illuminanti, non meno - e talora ancor più - delle pagine pubblicate in vita dallo stesso Mazzolari.

Ancora negli ultimi mesi della sua vita, l'ultraottantenne padre francescano si misurava con i materiali di quello che avrebbe dovuto essere il sesto e conclusivo volume della sua fatica. Toccherà ora agli amici della Fondazione raccogliere una non facile eredita, per completare un tassello fondamentale della biografia mazzolariana.

Non può stupire oltre misura che un'opera così vasta e impegnativa abbia registrato anche alcuni limiti (soprattutto nella prima edizione) per la scelta dei materiali, per talune carenze nell'apparato critico, per la mancata distinzione fra diari propriamente detti ed epistolario; ma sono rilievi sostanzialmente marginali - se si pensa alla vastità dell'opera - rispetto all'immane fatica (da "certosino", piuttosto che da francescano, se è consentito dirlo ... ) cui l'infaticabile padre Bergamaschi si e assoggettato.

Altri, con maggiore competenza e sulla base di una più approfondita conoscenza della persona (piuttosto che dello studioso, come e avvenuto da parte dell' estensore di queste note), potranno dire più e meglio del Bergamaschi uomo, sacerdote, predicatore, professore, guida scientifica e spirituale di tanti confratelli, di tanti giovani, di uomini e donne che attingevano dalla sua parola e dai suoi esempi di vita stimoli a vivere un cristianesimo più autentico, più profondo, meno inquinato da quella "mondanità" che - pienamente in linea con il suo maestro Mazzolari - egli vedeva talvolta insinuarsi nella stessa Chiesa: esemplari le pagine, dure e impietose, della "testimonianza" resa al convegno del 1999 per i cinquant' anni di “Adesso” e che pubblichiamo in appendice alle seguenti note, perché a nostro avviso assai indicative, pur nella loro brevità dopo una così lunga frequentazione delle pagine mazzolariane (anche delle più intime) fra il maestro e il discepolo divenuto a sua volta maestro. Dietro l'apparente asprezza di toni, dietro uno sguardo tagliente e un linguaggio burbero e rifuggente dalle mediazioni (e ancor più dai compromessi) stava una coscienza religiosa insieme appassionata e inquieta, ben degna di quello che per oltre mezzo secolo era stato, ancor più che oggetto di una prolungata e seria ricerca scientifica, un ineguagliato maestro di vita.


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La “Rivoluzione Cristiana” di Don Primo *


Preciso subito che sara, volta a volta, "testimone" e "analista". Testimone di ciò che ha acceso in me la lettura di «Adesso», prima; e la conoscenza personale di Primo Mazzolari, poi. Analista di ciò che oggettivamente ha significato il linguaggio di «Adesso» e di don Primo all'interno della Chiesa e della societa italiana. Quando apparve “Adesso” (15 gennaio 1949) avevo 22 anni, stavo frequentando il primo anno di teologia, maavevo dentro molte insoddisfazioni culturali. I punti del primo editoriale mi presero subito l' oanima. Elenco i due o tre più importanti.

1°) «L’Adesso e l'ora dei manovali di Dio più che dei rappresentanti di Dio»

2°) «Il passato e moneta gia spesa su cui conviene invocare la misericordia di Dio»

Mi sembrava questa la presa di distanza dal Cristianesimo reale (oggi aggiungo: ridotto al rango di religione). E questa è 1'idea che tenne Primo Mazzolari ai margini della cultura cattolica ufficiale e ve lo tiene tuttora. Ognuno capisce che non e una eresia; masi rende conto che e un richiamo insopportabile, specie per la gerarchia. Sarò più chiaro. La spaccatura fra chierici e laici, formalizzata da secoli, si e trasformata in classismo all'interno della Chiesa, anziche restare una federazione di talenti o comunque di membra di Cristo unite da una forza sostanziale che si chiama metanoia. E’ cioé un nuovo modo di essere, per cui ci si ama come Cristo ha amato noi e nessuno comanda alla maniera dei re delle genti; dove, appunto, c'e chi dà ordini e chi ubbidisce, invece di ubbidire tutti al solo Maestro che resta Cristo. Quando cessa la testimonianza di tutti, nasce la religio, un apparato burocratico simile a quello dei partiti o degli Stati, in cui una classe ne guida un'altra a fini terreni.

Chi teme che io abbia allargato un poco di troppo il pensiero di don Primo, mi faccia credito. Riaprirò, a prova, Impegno con Cristo, opera scritta nel 1943 e dichiarata dal S. Uffizio «erronea nella forma, non nella sostanza». Il vescovo di Bergamo mons. Bernareggi vide, nell'opera, un attacco alla chiesa istituzione e avrebbe voluto uno scritto con quest'altro titolo: Impegno con la Chiesa. Ecco il suo sillogismo: «Perché impegnarsi con Cristo? Perché il cristianesimo sia vitale. Ma perché è vitale?». Qui bisognava pronunciarsi sulla Chiesa. Mazzolari rispose: «il monito di Cristo vos autem nolite vocari Rabbi, unus est Magister vester è, o no, applicabile agli Apostoli e quindi alla gerarchia?». Come si vede, quella di Mazzolari è una lettura francescana della Chiesa. Francesco aveva detto - e dice nel suo Testamento che cito a memoria - «Rispetto il signor Papa e i sacerdoti che vivono secondo la forma di santa romana chiesa; ma io voglio vivere secondo la forma del santo Vangelo». L’etica dunque è presa dal Vangelo e non dagli insegnamenti della chiesa. Perche, questi, sono fallaci al punto di dover poi chiedere perdono della loro attuazione, specie se toccano la convivenza quaggiù e producono ricchi e poveri, padroni e servi, principi e sudditi. Questa la via regale indicata in “Impegno con Cristo” per avviare una seria riforma. E una tale riforma non deve riguardare i quadri della chiesa Istituzione (è fatica da eterno ritorno), ma deve riguardare la sua adeguazione al messaggio evangelico. E qui vedremo come sia decisiva l'opera del laicato.

Cito il terzo punto del primo editoriale di “Adesso” che mi agganciò l' anima: «Non solo Dio, ma ogni creatura mi dà appuntamento nell'Adesso. Dio può attendere, l'uomo no» (“avevo fame”): ed eccoci subito al punto dolente, alla questione sociale che si trascina da secoli; mentre ora (dopo il 18 aprile 1948) i cattolici, per la prima volta, dopo la gestione del potere temporale da parte dei chierici, hanno in mano, per mandato democratico, la cosa pubblica. Stupore di Mazzolari: Cristo continua a morire fuori le mura, il povero è crocefisso. No, l'interclassismo è una strana tautologia. Fino a quando potrà durare una convergenza ideologica con una divergenza di interessi? Operai e contadini si allontanano dalla chiesa; il comune denominatore cristiano o è valido in ogni momento della vita associativa, oppure è illusione e oppio. Non si può essere fratelli in orazione e non a colazione. Breve: ci vuole un incontro di "fraternità positiva" (aggiungo: la solidarieta non basta).

Il terzo macroscopico problema affrontato sull' “Adesso” era la questione politica e il contestuale tema della pace. Mazzolari compie un percorso che ha lo svolgimento in un clima ascendente: parte interventista nel 1915 coinvolgendo il Vangelo nella sua scelta; ma nel 1951 (incontro di Modena) dichiara agli esterrefatti seicento convenuti: «Non possiamo ammettere nessuna eccezione né di guerre difensive né di guerre rivoluzionarie». Dopo aver messo in erisi il concetto di "patria" auspica una libera opzione di tipo francescano che affermi, nell' ora più buia del mondo, di accettare l'impegno evangelico della pace. Infine nel 1952 Mazzolari - insieme con i giovani di “Adesso” - scrive Tu non uccidere, dove si teorizza l'obiezione di coscienza. E così si trova ancora di fronte agli steccati eretti dal cristianesimo reale. Ecco come va intesa l'obiezione di coscienza: «Bisogna obbedire prima a Dio che agli uomini»; ma la guerra giusta era ammessa dalla teologia morale cattolica, dunque per contestarla bisognava di nuovo disobbedire alla chiesa. Ed ecco il paradosso. Socrate è il primo che enuncia il principio (“è meglio obbedire a Dio che agli uomini”); poi lo ritroviamo in bocca a San Pietro e C., quando il Sinedrio proibisce loro di annunciare Cristo. Adesso coloro che hanno introdotto il principio se lo sentono ritorcere addosso. Dunque, tra chiesa e Vangelo c'è ancora la stessa distanza esistente tra Sinagoga e Vangelo? Come si vede, al fondo di ogni singola contestazione ci si incontra col muro di gomma istituzionale.

Ed eccoci così arrivati a scoprire l'opinione di Mazzolari in tema di laicato all'interno della chiesa. I laici che sono diventati cristiani per metanoia debbono - come diceva T. de Chardin - «togliere Cristo dalle mani dei chierici». Il laicato cattolico deve tener un'etica della responsabilità in grado di ridare fondamento alle relazioni umarie e cioé al sesso, al denaro, al potere; in modo da superare la convivenza "politica" legata al concetto di Stato nazionale sovrano.
Il cristianesimo, così com'è, rischia di essere irreformabile perché cresce su se stesso, dopo aver inglobato il Vangelo. Il laicato, cui spetta il compito di fermentare il sociale, viene a trovarsi in un dilemma angoscioso. O trova la sua autonomia nella comune matrice (il Vangelo) e come Francesco si getta in quest'impresa o diversamente e massa di manovra e al termine delle operazioni sara invaso dalla sindrome della inutilita. Ed ecco la domanda finale: «la nuova evangelizzazione - o ricristianizzazione - deve avvenire con la riproposizione tout-court della parola e l' evocazione nel quotidiano, attraverso gesti gratuiti di Carità, della nostalgia della Comunità; oppure deve passare attraverso la difesa - ante omnia - degli "interessi cattolici", garantiti dal sistema politico di turno? E cioé di tutte le richieste che sono fissate nel profondo della memoria storica (di una certa memoria storica) dopo Costantino?». Ma in quella "memoria" vi sono "progetti culturali" che escludono la corresponsabilità vera dei laici.

Quando ci fu la corsa ai nuovi apostolati - mi riferisco al movimento dei "preti operai" - avevo deciso di raggiungere a Parigi alcuni miei confratelli già in tuta. Raggiunsi prima Bozzolo e rivelai a don Primo la mia intenzione. La risposta mi ghiacciò: «Vai pure, ricordati però che vai a lavorare a casa del capitalismo» (nota l) . Dopo tre giorni di riflessione abbandonai l'idea. Adesso ho capito appieno la lezione: tutti (chierici e laici) pensano a nuove forme di apostolati e si nevrotizzano e nessuno - o quasi - pensa ad attuare il Vangelo. L’ultima testimonianza - lo avrete già intuito - riguarda la mia volonta di continuare a tenere in mana l'aratro che don Primo ci ha consegnato. Il solco è incompiuto, mava nella giusta direzione.

Riapro la Lettera a Diogneto - opera di un ignoto intellettuale laico del secondo secolo - e trovo formalizzata la direzione del solco iniziato da don Primo con la fondazione di “Adesso”.

1°) Il cristianesimo non e una religione ma una "novità esistenziale" che morde immediatamente sulla vita senza creare distinzione mortale tra essa e il rito, nei tre settori fondanti della socialità - sesso, danaro, potere - che vanno esercitati senza profitto, cosl come Cristo ha amato noi

2°) «Ogni terra straniera e patria per il cristiano, ogni patria e terra straniera», a indicare - assai prima di dover praticare l'obiezione di coscienza - che lo Stato nazionale sovrano e l'ostacolo all’attuazione del primo precetto di Gesù «ama Dio con tutto il cuore e il prossimo tuo come te stesso». Questa, in estrema formalizzazione, è la consegna che don Primo mi ha lasciaro 50 anni or sono e che io lascerò a chi è più giovane di me, nella speranza che la "rivoluzione crisriana" da lui ipotizzata prenda forma in seno al cristianesimo per mostrare ai lontani il volto del Padre.

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* Testimonianza resa da Padre A. Bergamaschi in occasione del convegno promosso dalla Fondazione Mazzolari per il cinquantenario di “Adesso”, nell’aprile del 1999. Ora in Mazzolari e “Adesso”. Cinquant’anni dopo, a cura di G.Campanini e M.Trufelli, Morcelliana Brescia 2000, pp. 338-343

Nota 1 : E tuttavia, quando Roma sconfessò i “preti operai”, “Adesso” prese le loro difese. Don Pirmo stesso mi chiese di rispondere al documento di Roma, per difendere l’anima di verità contenuta in quella scelta.

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Fonte:
Impegno (Rivista della Fondazione Mazzolari) - Anno XIV, n.1, aprile 2008, pp. 87-94