LA TORRE DI BABELE
La lingua tra comunicazione e separazione

 

Organizzazione della giornata a cura di Alberto Agosti e Paola Di Nicola

Il dialogo tra i popoli è sede di negoziazione, di reciproca conoscenza, di risoluzione di conflitti, per la costruzione di una convivenza pacifica che consenta di superare ogni forma di etnocentrismo, a favore di una auspicabile fondazione di uno stato federale mondiale in cui l'intera famiglia umana possa vivere nella solidarietà.

A fronte di questo progetto, che certamente ha in sé alcuni caratteri propri dell'utopia, le processualità possibili di intendimenti, scelte ed azioni ad esso finalizzati, risultano fortemente contrastate e frenate dalle forze centripete delle culture, delle religioni e delle politiche particolari dei vari Stati del mondo. Rispetto ad esse veicolo primario sono le diverse lingue, che rischiano di garantire il consolidamento dei particolarismi piuttosto che una comunicazione volta ad affermare il principio della fratellanza universale e della comunanza di compiti e destini del consorzio umano. (Alberto Agosti)

 

Relazione di Aldo Bergamaschi

Non posso ringraziare con parole convenienti perché dovrei mettermi a piangere - questo difetto dell'età me lo sono ritrovato addosso da un paio d'anni e si chiama arteriosclerosi - Debbo dunque ritrovare tutta la mia freddezza e dirvi grazie con il cervello. Quello che avete fatto è superiore ai miei meriti e tuttavia sento il calore di amicizie che non credevo così sincere. Credo fosse, più o meno, questa la "perfetta letizia" di cui parla Francesco d'Assisi. Avevo preparato una lezione in formis, ma visto l'orario parlerò a braccio e vi dirò ciò che mi "ditta dentro", dopo tanti anni di riflessioni "pedagogiche".

Comincio col dichiarare che non ho più nulla da dire a coloro che mi chiedono la definizione della "Pedagogia"; nulla da dire all'infuori del puro balbettamento "scientifico" e cioè che la Pedagogia è "la scienza dell'educazione". Quando ero studente andavo ad ascoltare le lezioni dei professori di Cattedra; i quali si mettevano in linea di continuità con i loro predecessori e, dopo averli "perfezionati" ponevano se stessi come punto d'arrivo della tale o tal altra disciplina. Questi professori avevano, in genere, i cinquant'anni richiesti da Platone per avere l'abilitazione morale a insegnare qualcosa a qualcuno. Io pure a cinquant'anni mi sono sentito abbastanza sicuro (cioè padrone) del mio sapere, ma negli ultimi corsi ho lasciato spiazzati gli studenti che mi domandavano quale era la mia Pedagogia.

Rispondevo, infatti, "Le Pedagogie sono molte e differenziate, come le religioni". Occorre evitare lo spirito di crociata, da un lato, e l'illusione, tutta mentale, del dialogismo multiculturale. Occorre, invece, promuovere un clima culturale in cui tutte le Pedagogie possano esprimersi iuxta propria principia fuori dai veleni della commistione - dove bisogna esercitare la virtù della "tolleranza" e accettare come valore il "pluralismo"- magari in aree separate (come vuole un autentico federalismo), in modo da poter vedere a occhio nudo quale di esse risolverà i problemi della umana convivenza che ci trasciniamo dietro da molti secoli.

II filosofo Kant mi ha offerto un paio di suggestioni, oltre alla raccomandazione alle madri di educare i loro figli non per lo stato presente, ma per quello futuro. Ne "La Religione nei limiti della Ragione" ho trovato una noticina, che oserei chiamare "profetica" relativa alla "unità" del genere umano. Si badi: per Kant, tale unità, non e una utopia, ma una tendenza o finalismo interno alla stessa natura umana. Ebbene, tale "unità" è ritardata da tre ostacoli e cioè: 1) Dalla moltitudine degli Stati; 2) dalla moltitudine delle lingue; 3) dalla moltitudine delle religioni. E Kant tenta la soluzione del primo e del terzo problema ipotizzando il federalismo come via per arrivare a una pace stabile e la razionalità come via per arrivare all'unità "religiosa" come si evince dal contenuto dell'opera stessa. Ma Kant dà anche un fondamento "filosofico" alla soluzione del primo problema. Nella "Storia universale dal punto di vista cosmopolitico" (1784), sostiene che "l'attuazione dello scopo umano (o del fine del genere umano) si compie attraverso l'antagonismo della "insocievole socievolezza", ossia delle due attitudini fra loro contrastanti e insite nell'uomo: quella a socializzarsi e quella di individualizzarsi.

Da ciò il più grave problema per la specie umana, quello di stabilire "una società civile la quale faccia valere universalmente il Diritto". Il fine della natura consiste quindi nello stabilire una costituzione giusta, ove la libertà di uno trovi il suo limite solo nella legge che tutela la eguale libertà degli altri; problema che è il più difficile e il più lento da risolvere perché, da un lato l'uomo, per trovare un freno agli eccessi della sua libertà, ha bisogno dì un padrone, dall'altro lato il padrone è anch'egli un uomo incline ad abusare della sua libertà. Occorre, dunque, regolare con leggi i rapporti internazionali e il problema non può essere risolto che con la formazione di una federazione di Stati, nella quale ciascuno di essi sottostia a una legge che ne regoli la reciproca libertà. Del resto succederà ad essi (Stati) ciò che accade ai singoli. Il processo o fine, della natura, sembra il seguente: l'uomo passa dalla barbarie alla società civile e gli Stati dall'indipendenza alla federazione. Questi temi vengono ripresi e chiariti da Kant nell'opera Per la pace perpetua (1795). La costituzione legale della società è lo Stato. Suo primo compito e di assicurare la pace interna, che può essere data da un contratto sociale sorretto dalla forma repubblicana.

Ma i popoli, in quanto Stati, stanno l'uno accanto all' altro come gli individui nello stato di natura e cioè in permanente minaccia di guerra. Al di sopra della divisione degli Stati deve formarsi una federazione di popoli che invece di negarne l'autonomia ne assicuri il diritto. Solo così la federazione viene a costituire una lega della pace, ben diversa dai trattati di pace, i quali pongono fine a una guerra, ma non allo stato di guerra. La pace perpetua deve essere il fine proposto a tutti i popoli nello svolgersi dei loro rapporti. Per cui il problema dei rapporti internazionali avrà una soluzione definitiva sul piano giuridico solo se avrà trovato la sua sistemazione sul piano etico. Se Kant rappresenta la via della ragione - via che prevede tuttavia lo Stato Nazionale come un primum; il Messaggio di Cristo - cui Kant fa un timido richiamo - nega la legittimità di tale Stato (come vedremo) ma soprattutto la sua originarietà. Breve: lo Stato Nazionale è una creazione storica non è un dato di natura. Per quanto riguarda la federazione ipotizzata da Kant una sola osservazione: se sul piano storico sono riusciti a federarsi cinquanta Stati (Stati Uniti d'America) non si vede perché non possano federarsi in duecento (vista la globalità tecnologica dei mezzi di comunicazione).

Per quanto riguarda il secondo problema (moltitudine delle lingue) Kant non allarga il discorso oltre l'enunciato. Rimando all'opera di Comenio che un secolo prima di Kant (Kant muore nel 1804, Comenio nel I670) aveva affrontato il problema della lingua comune soprattutto nell'opera Via lucis tradotta e commentata dal prof. Formizzi che qui ringrazio per averci fatto conoscere un Comenio ben più attuale delle problematiche contenute, per es., nella Didactica Magna.
Per quanto riguarda il terzo punto (moltitudine delle religioni) Kant tenta - nell'opera citata - la definizione della religione e ipotizza una specie di federalismo con il ricondurle tutte nell'area della ragione. In ciò - debbo dire - più scientificamente corretto di Rousseau che aveva fissato i dogmi della "religione naturale". E tuttavia, in questo settore, l'unità è impossibile perché la definizione di Dio, data da ogni "religione" è radicata in un atto di fede in una qualche "rivelazione" e allora è inevitabile il politeismo. Resta solo da praticare un dialogo formalmente tollerante. Da questa impasse è nata in me l'idea della "divisione delle etiche". Divisione che ha il compito di ridividere per trovare la via giusta della unificazione.

Se con il "Contratto sociale" di Rousseau prende forma il concetto moderno di democrazia, dobbiamo anche dire che, dopo due secoli, tale democrazia e lungi dall'essere compiuta. E non è compiuta perché dentro allo stesso Stato convivono etiche contraddittorie e, comunque, conflittuali. Siamo al punto in cui una maggioranza del 51% è costretta a dettare l'etica al 49%. Da qui l'imbuto in cui ci siamo cacciati anche per quanto riguarda i rapporti politici (rapporti molto simili a una guerriglia quotidiana). E', infatti, insopportabile per la natura umana l'imposizione di leggi ex parte hominis. Platone, per es., non voleva gli atei nella sua Repubblica perché non credendo essi che le leggi avessero una radice "divina" non le avrebbero mai ubbidite; e avrebbero quindi fomentato il disordine nella polis. E, in verità, se le leggi non hanno un fondamento "trascendente" (o comunque non siano ordini della ragione), quale uomo o gruppi di uomini potranno dire ad altri uomini o gruppi di uomini: "Si fa così anzichè cosà?". La riflessione su questo vicolo cieco, mi ha convinto che la nostra democrazia è incompiuta e che sarà compiuta con la "divisione delle etiche". Ciò spiega perché negli ultimi corsi, tenuti all'Università, non ho prospettato come "perfetta" una Pedagogia dedotta da quella che è la mia matrice culturale che è il Cristianesimo.

Dirò che la riflessione sull'essenza del Cristianesimo mi ha pure suggerito la "divisione delle etiche" come luogo in cui potrà eventualmente emergere - fra tutte le pedagogie esistenti e tra loro conflittuali - quella che risolverà in maniera luminosa i problemi dell'educazione.

Io non voglio costruire integristicamente un mondo formalmente "cristiano"; ma un mondo in cui il Cristianesimo possa - alla pari con gli altri "sistemi educativi"- esprimersi liberamente e mostrare i suoi "prodotti".

Le suggestioni che mi hanno portato a questa "metodologia" le ho ricevute da un "intellettuale" cristiano del secondo secolo, autore della cosiddetta Lettera a Diogneto. Questo ignoto cristiano ha letto correttamente la novità dirompente del Messaggio Evangelico. Formalizzo, ora, i due momenti portanti della sua lettura: 1) Gesù è venuto a chiudere l'epoca delle religioni, a partire da quella ebraica. Il Cristianesimo, dunque, non e una religione, ma una "novità esistenziale"; dove cadono tutte le mediazioni rituali e resta l'aggancio diretto con la vita. Il Messaggio è uno solo: "Amatevi come Io ho amato voi" e cioè senza profitto. Specificando: quando troverò un uomo e una donna che si amano senza profitto avrò il matrimonio cristiano (la prima pietra della società).

Quando troverò un uomo che non dica a un altro uomo: "Tu lavora e io ti pago" avrò risolto l'annoso problema del rapporto capitale-lavoro (seconda pietra: lavoro in riga non in piramide). Quando troverò un uomo che non dica a un altra uomo: "io comando tu ubbidisci", allora avremo la società della fratellanza (terza pietra: il superamento della politica).

Sintetizzando: il "comandamento" di Gesù (preciso che non si tratta di un "comandamento", visto che l'amore non si comanda, ma di una "dichiarazione" che chi si comporta così raggiunge il vertice della perfezione) mette ordine, d'un sol tratto, al rapporto uomo-donna, uomo-uomo, uomo-uomini. Almeno per la "pars destruens" Marx aveva letto bene la struttura statale: un luogo in cui una classe ne opprime un'altra. E ciò fu vero per l'ex Unione Sovietica ed è vero per tutto l'assetto statale dell'Occidente e non. E ciò è vero anche per le strutture "religiose", dove il potere è esercitato da una classe più o meno gerarchizzata.

Il secondo momento portante della Lettera a Diogneto è l'annuncio della "globalizzazione" totale e in trascendibile: "Per il cristiano ogni paese straniero è patria; ogni patria è paese straniero". Questo era ed è il primo passo per ottenere la pace fra gli uomini. E nello stesso tempo segna la condanna della Stato Nazionale Sovrano (di origine veterotestamentaria) perché è il primo ostacolo all'attuazione del secondo comandamento: "Ama il prossima tuo"; e perché tale Stato è sempre in rapporto conflittuale con le "religioni". Le quali, a loro volta, sono all'attacco per dirigerlo. Il Cristianesimo cade nell'imbuto nel momento in cui "diventa" religione. E infatti la sublime intuizione dell'autore della Lettera a Diogneto si annulla nel momento in cui Costantino si "converte" (divorzia con la religione pagana e offre la mano alla Chiesa che così abbassa il Cristianesimo al rango di religione). Da questo istante - dall'istante in cui l'Imperatore è "cristiano"- se io, cristiano ricevo l'ordine di mettermi lo zaino per marciare contro i "barbari", devo ubbidire. A chi mi chiede che cosa dovevano fare i cristiani ipotizzati dalla Lettera a Diogneto, rispondo: dovevano restare in martirio per almeno altri dieci secoli, alla fine il sangue dei cristiani non avrebbe prodotto altri cristiani; ma l'unità, nella pace, del genere umano.

Su questo tema trovo un solo autore di matrice cristiana che intuisce l'importanza della unificazione del genere umano per ottenere il bene supremo della pace. L'autore è Dante Alighieri. Nel De Monarchia il Poeta si chiede in che cosa consista l'attività specifica del genere umano preso nella sua totalità. E risponde: nell'attuare sempre tutta la potenza dell'intelletto, in primo luogo nella direzione della speculazione; in secondo luogo nella direzione dell'attività pratica, intesa come prolungamento della speculazione. Ora, se è vero che ciò che vale per la parte vale anche per il tutto, siccome l'uomo singolo progredisce in saggezza e sapienza solo stando calmo e indisturbato, è altresì chiaro che il genere umano, quando è nella quiete, si trova nelle migliori condizioni per condurre a compimento la sua opera che è quasi divina. Per questo motivo - conclude Dante - dall'alto fu annunziato ai pastori non ricchezze, non piaceri, non onori, non longevità, non salute, non forza, non bellezza; ma pace (pace in terra agli uomini..). Sicchè, la pace universale - mezzo più diretto per realizzare pienamente noi stessi - viene assunta da Dante come principio di ogni argomentazione. Ma poiché la Monarchia temporale Impero - qui sinonimo di genere umano unito politicamente - è requisito di pace e di giustizia - visto che non c'è nulla da desiderare oltre l'oceano in quanto è caduto il concetto di confine - risulta necessaria al genere umano. Dante crede poi di trovare confermate le sue argomentazioni da un fatto memorabile: "Sotto la perfetta monarchia di Augusto il mondo fu tutto in pace". Ed eccoci all'anno primo dell'era cristiana. L'epoca di Augusto non è un abisso - tesi contenuta nella Lettera a Diogneto - ma una vetta. Poi cominciò il degrado. Per cui il tempo qualificato della salvezza non sarebbe più la nascita di Cristo, ma la pace augustea scelta da Cristo per nascere e per morire. L'errore di Dante consiste nel coinvolgere il Dio-con-noi nella storia di un popolo (il romano) per fondare il suo discorso sull'unità e sulla pace del genere umano. Ma si tratta di una operazione mentale "galeotta" perché la venuta di Dio nel mondo è per unire e affratellare non per affiancarsi a un potere statale e spingerlo a unificare mediante conquista.

Il cattolico è cattolico non perché aspira a divulgare "more missionario" la sua "fede"; ma perché sostiene e promuove idee e comportamenti che affratellano gli uomini. Il cattolico, allora, è anche oltre l'Europa se l'Europa aspira con la sua unità a diventare uno Stato gigante tra Stati giganti. L'intellettuale "Cattolico" sarà colui che riprende il filo della Lettera a Diogneto, non colui che soffia per piazzare, nella selva del religioso, la sua merce "storica". Così si comporta, per es. l'Islam che come "religione" non è diverso dal cristianesimo reale (ridotto al rango di religione). Così si è comportato il Comunismo - ateismo elevato al rango di religione - quando formulò il proposito di socialistizzare tutto il modo con tutti i mezzi (non esclusa la violenza). E per essere completo nell'analisi dirò che così si comporta l'America, dove la libertà è diventata una ideologia, in tentazione di imporre la propria etica e la propria lingua a tutto il mondo, perché creduta la buona in mezzo alle cattive.
Sono così in grado di presentare lo schema della mia utopia: lavorare alla costituzione di uno Stato Planetario che non sia la gigantografia dello Stato Nazionale Sovrano (attuale), ma il suo superamento. Il cui compito primario sia quello di promuovere la divisione delle etiche e cioè la democrazia compiuta in cui si attui, finalmente, la libera determinazione dei gruppi umani, al di là della tolleranza e del pluralismo (le due virtù possibili dentro agli Stati attuali). Non credo più nei dialogismi di maniera, fragile panacea contro i veleni della convivenza coatta.
Nella "divisione delle etiche" lo Stato Planetario ha il solo compito impegnativo di essere arbitro e vegliare, mediante presenza di Polizia internazionale, per moderare eventuali intemperanze aggressive tra gruppi liberamente sceltisi (ricordando che "polizia" non è "esercito"!).

Ma torniamo alla lingua come strumento di unità e di fratellanza. Cito il richiamo di un grande linguista (M.Pei): "Il mondo, giunto al suo presente grado di sviluppo materiale, di intenso scambio di prodotti e di idee, di comunicazioni sempre più rapide e facili, ha bisogno di una lingua internazionale più di qualsiasi altra cosa (ad eccezione di una sincera volontà di pace)". Giustamente, un altro linguista, Chomsky, ha detto che una lingua altro non è che un dialetto sostenuto dalla spada. Ciò fu vero per il mondo greco (Alessandro Magno) per Roma (dopo Pidna). Fino a Tommaso Campanella, il quale scriveva ai Principi italiani per dire loro di non opporsi alla spagnolizzazione del mondo perché Dio ha stabilito che tutto deve diventare "spagnolo" (lingua in primis) e quando tutto il mondo sarà "spagnolizzato" verrà consegnato al Papa perché lo renda "cristiano". Più vicino a noi abbiamo il caso della Rivoluzione Francese, che, in nome della libertà aveva tolto il collare ai vari dialetti della Francia. Ma ben presto l'abbaiare dei troppi cani, lacerò le orecchie del pensiero illuminista. "La lingua francese - si disse - è la lingua della libertà; in attesa di estenderla a tutti gli uomini, cominciamo col farla parlare ai francesi". Poi il colonialismo inglese, poi l'egemonia americana.

Da qui l'affermarsi del movimento esperantista. Chi vi parla è esperantista senza conoscere l'Esperanto. E ciò di proposito, per essere cioè alla pari sulla linea di partenza; se è vero che in America e in Inghilterra non si insegnano le lingue come da noi. Ecco perché occorre promuovere in tutte le scuole del mondo - sotto l'egida dell'ONU - lo studio di due sole lingue: quella materna e quella comune o internazionale che potrà essere l'Esperanto in quanto pur essendo già pronta per l'uso non è la lingua di un popolo ma della "mente umana". In questo modo avremo il superamento di ogni colonialismo culturale, la comunicazione diretta fra tutti gli uomini, il ricupero di tempo scolastico prezioso, la liberazione delle minoranze linguistiche dal terrore storico dei vicini più forti, dando loro la possibilità di salvare il loro specifico patrimonio culturale. Nel giro di un ventennio i titoli accademici sarebbero validi in tutto il mondo a costo zero.

Ed ecco perché a un ragazzo di quindici anni potrò chiedere - e sarà questo un modo per condurre a termine la rivoluzione pedagogica di Rousseau - la responsabilità etica assoluta (oltre la famiglia, la patria, la religione). Se sbaglierà collocazione potrà facilmente cambiare area di appartenenza perché ci sarà una lingua comune a facilitargli l'operazione.

Vedo nelle Università cortei e scioperi per contestare le politiche scolastiche dei vari governi e non vedo scioperi - sia pure simbolici - per chiedere ai vari ministri dell'Istruzione la soluzione di un problema che avrà benefici effetti per il "carico" scolastico e soprattutto per la pace nel mondo. Il dialogo "multiculturale", tanto caro ai pedagogisti, comincia qui.

Chiudo con un riferimento all'opera Levana del pedagogista J. Paul Richter: se ci fosse concesso di contemplare il primo bambino vissuto sulla terra, ci apparirebbe come un angelo meraviglioso che ignaro della nostra lingua, ci fissa, senza parole, con uno sguardo penetrante e celestiale, puro come un Bambini Gesù. E che cosa oserebbe chiederci? Oso immaginarlo: Mamme perché mi contaminate l'anima con delle lingue che non mi permettono di parlare e di giocare con tutti i bambini del mondo?

Grazie!


Verona, sabato 27 ottobre 2001