"Insieme per servire"
Rivista dell'associazione italiana di Pastorale sanitaria
( A.i.PA.S. )
N° 42 - Ottobre - Dicembre 1999
Gesù è Colui che ci ha liberato
anche dalla violenza del sacro
(René Gírard)
Tento di rendere chiaro a me stesso e a voi un titolo che ho ereditato e assunto; anche perché appare strano che si debba discorrere di queste tematiche in un paese immerso da venti secoli - o quasi - nella cosiddetta <civilità cristiana>. Qualcosa, dunque, si è inceppato nei meccanismi delle nostre certezze. Nella nostra cultura c'è un virus che rende problematica la nostra vita e ci sono dei perché "aperti" cui non sappiamo rispondere se non con dei rimandi a formule astratte. Per cui l'annuncio liberatorio del Messaggio (evangelico) è sommerso dal sonnifero del "religioso". Per parlare in punta di forchetta diremo che l'aletheia è sommersa dall'orthotes.
Ed eccoci a una domanda che può rendere ulteriormente chiaro il senso del mio intervento. Qual è la società che uccide? Il quadro è noto: i cristiani delle tre confessioni sono un miliardo e mezzo, i musulmani sono poco distanti e siamo già a tre miliardi. Se sommiamo gli induisti, i buddisti, i confuciani, i taoisti, i scintoisti, i zoroastriani, gli ebrei arriviamo a due miliardi. E siamo già a cinque miliardi. Aggiungiamo un mezzo miliardo di animisti e un mezzo miliardo di areligiosi e atei a vario titolo e lo "zoo umano" ci interroga. Qual è la società che uccide, se tutti - o quasi - siamo religiosi?
Una frase di Gesù mi allerta: "Vi uccideranno credendo di dar gloria a Dio". La mia tesi ha il volto del para- dosso: sì, è la religione che uccide e con essa ogni ideologia che diventa religione. Ma il cristianesimo non è originariamente una religione - bensì una novità esistenziale; dunque nella misura in cui è caduto a quel rango ci immerge nella melma e nella paralisi. Il barone di Miinchhausen riesce a uscire dalla melma tirandosi per i capelli, ma perché vive nel mondo delle favole. Nel mondo umano non esiste l'autosalvezza. A questo punto inizia la mia diagnosi, che farò seguire da un paio di indicazioni utili alla sopravvivenza.
Un suggerimento di Platone mi permette di orientare la ricerca. Lo traggo dal libro IV delle Leggi: "Noi non diamo buoi al governo dei buoi - alcuni di essi per gli altri - né capre alle capre.
Poniamo, invece, noi stessi a loro padroni, noi che di loro siamo per stirpe migliori. E il Dio che ci amava lo stesso e propose a noi quella stirpe che era migliore di noi, i démoni; essi di noi presero cura senza molta fatica per loro e senza peso per noi; e ci portarono la pace, e il pudore e il buon governo e una lunga giustizia e le stirpi degli uomini rendevano tranquille e felici". Il concetto che soggiace a questo passo è seguente: l'uomo senza una integrazione divina non riesce né a conoscere, né a guidare se stesso.
In questo humus nascono tutte le religioni: si tratta di gruppi di uomini che prendono a loro guida l'eroe - si pensi a gli "Eroi" di Carlyle, il quale, peraltro, ha il pudore di non mettere Cristo nella serie - e in certo senso lo divinizzano. Il cristianesimo accoglie Gesù come Dio-con-noi e come buon Pastore, ma poi questo unico Pastore delega Pietro - nella versione di s. Giovanni - a pascere le pecore e le pecorelle e nasce il medioevo cristiano. Pascal sottolinea una svista nell'esegesi: Gesù dice a Pietro "pasci le mie pecore" non le tue. Qui comincia la trasformazione del cristianesimo, novità esistenziale assoluta, in religione rituale, omologabile con le altre religioni. Gioachino da Fiore (un abate) per primo contesterà la "civiltà cristiana", l'epoca del Figlio è fallimentare a causa dello strapotere dei "chierici", non ci resta che aspettare l'epoca dello Spirito, in cui gli uomini si ameranno senza mediazioni, né religiose,né politiche.
S. Francesco ritenterà l'aggancio col Vangelo; ma l'istituzione riuscirà a fagocitarlo nei suoi seguaci. Poi la Riforma protestante, poi l'Illuminismo e in quella temperie l'attacco deista di Rousseau. Il suo grido è noto: <L'uomo (al singolare) è buono; gli uomini (al plurale) sono cattivi". Con la prima affermazione si oppone al cristianesimo reale che sosteneva sì la bontà originaria ma anche la cattiveria storica in seguito al peccato originale. Con la seconda affermazione rifiutava il principio che sosteneva essere la società buona (nel fatto la Chiesa) e gli individui cattivi. Da questa diagnosi puntigliosa nacque l'intuizione pedagogica dell'Emilio e quella sociale del Contratto sociale.
Se partiamo dal principio che l'uomo è "cattivo" (in quanto decaduto), dobbiamo fare qualcosa perché diventi buono (da qui l'educazione repressiva o della verga che percorre tutto il medioevo). Se, invece, partiamo dal principio che l'uomo è buono, dobbiamo fare qualcosa perché non diventi cattivo (da qui l'educazione negativa o indiretta che accompagna Emilio in attesa di immetterlo in una società già purificata nelle sue strutture dal Contratto sociale). Contratto sociale che è a fondamento delle moderne democrazie. Ecco un caso in cui la ragione - sia pure di matrice pelagiana - riesce vittoriosa sulla "religione" (intendiamo: sul cristianesimo ridotto al rango di religione); ma ecco anche un caso in cui, dopo più di due secoli, la stessa "ragione" pelagiana vacilla dentro alla propria crisi. L'etica va cercando un fondamento; la democrazia è incompiuta perché non possiamo accettare l'idea che il 50 più 1 dia l'etica (la sua etica) al 49,9.
Ed eccoci al quadro generale: siamo dentro a una selva di religioni in conflitto fra loro per l'egemonia e ognuna, in vario modo, alle prese con la secolarizzazione. Elencherò in sintesi le lamentele dei teologi analisti.
"Assistiamo alla marginalità della fede dalla cultura e dalla pratica del mondo moderno ( ... ) La fede cristiana - e l'appartenenza ecclesiastica - è una delle componenti della vita moderna caratterizzata da molte appartenenze ma molto difficilmente appare la forma sintetica dell'esistenza; soprattutto fatica ad essere rilevante sotto il profilo civile e sociale. Per cui secola-rizzazione e rinascita del sacro si alternano continuamente (...) Con la Gaudium et spes nasce la teologia delle realtà terrestri, ma produce in modo precipitoso contaminazioni con le culture allora egemoni (marxista e freudiana) (... ) Assistiamo a una riduzione prassistica della preghiera e del culto. Ritrovarsi insieme a pregare significa prepararsi all'azione pratica dentro un'ottica politica (... ) Le forme obiettive della fede (di cui l'Eucarestia è il momento più alto) sono attratte, piegate ad una religiosità del bisogno. Bisogno di sicurezza, di pace interiore, di benessere psichico che interpreta anche i gesti della fede come strategia di immunizzazione dell'ansia, luoghi per ritrovarsi, per stare insieme e socializzare.
Si celebra sì il rito cristiano - e per il prete è il tutto - ma anziché essere istruiti dalla forma obiettiva del rito, essa viene ritrascritta nella biografia personale. Si vive una fede che è il risultato di un bricolage - di un fai-da- te - individualizzato. I pezzi singoli sono buoni, l'insieme è falso (...) C'è un senso antropologico del rito, difficile da raccordare con la capacità di introdurre al "caso serio" dell'Eucarestia di Gesù (...) C'è anche chi prefigura una sorta di cristianesimo senza fede, una salvezza possibile senza trascendenza - né risurrezione dei morti né vita eterna - e nel contempo la possibilità di trascendere i limiti del presente; mantenersi aperti al futuro senza con ciò abbandonare la terra, ma apprendendo a sapervi dimorare. Questo sarebbe lo Spirito Santo (...) C'è poi chi riduce la fede all'etica della solidarietà (carità) e la Chiesa rischia di essere omologata a tale funzione (...) Ridurre il cristianesimo alla solidarietà comporta recidere la sua radice più originale che è la comunione teologale tra gli uomini con Dio (...) L'originalità della fede dovrà mostrare la sua capacità di plasmare e rinnovare i cammini umani (...) Ripiegamento intimistico e forme di ricupero (occuparci dei disperati) ci dicono che non sappiamo più che cosa deve essere la comunità cristiana".
Seguono le proposte del laicato. "Occorre creare un luogo politico nuovo, catalizzatore, nel quale convengano uomini e donne che si ispirano al cattolicesimo democratico sociale, ma aperto a uomini liberi e forti che si trovano anche in altre parti (.. ) Il bene comune deve prevalere anche se contrasta con l'interesse singolo (...) Dall'associazione di massa l'Azione Cattolica deve passare all'associazione di scelta (...) Bisogna inventare nuovi linguaggi, esperienze mondane nella Chiesa senza doverle tradurre nel linguaggio ecclesiastico e dire al mondo, con la stessa libertà, la nostra esperienza, di fede".
Infine le critiche costruttive degli insoddisfatti. "Il Vangelo oggi non è inculturato in nessun continente (...) La Chiesa deve ritrovare di nuovo la sua visione profetica e la salvaguardia del creato: l'inquinamento dell'aria, dell'acqua, la manipolazione genetica dei cibi () Giovanni Paolo Il non è stato capace di risolvere tutti i problemi della Chiesa cattolica di fronte alla modernità (sarebbe meglio dire: "di fronte al Vangelo"). Il futuro della Chiesa? Chiesa in cammino, Chiesa dei poveri, Chiesa delle piccole comunità".
Come si vede, la caduta del cristianesimo al rango di religione ci ha creato e continua a crearci un ginepraio di problemi. Esso è oramai molto vicino al concetto moderno di "partito". E' al- l'attacco su tutti i fronti per conquistare il potere o comunque l'egemonia. E' il lievito che invece di perdersi nella pasta per dare origine al pane, la sterilizza e la rende schiava. La religione, insomma, invade tutto e non risolve nessun problema. Nel bel mezzo di queste lamentele, di queste proposte, di queste critiche, arriva la richiesta di perdono del papa. E' vero che non si può diventare buoni se prima non si riconosce di essere cattivi, così aveva detto Epitteto. Di che si tratta?
Recentemente l'antropologa Ida Magli ("Resto del Carlino", 5.9.99) ha preso in esame il "senso" delle richieste di perdono avanzate da Giovanni Paolo II. Si domanda infatti, se "ha un senso chiedere scusa alla storia". Chi governa (o esercita il potere) non può dare per scontato che le sue azioni "includano quelle dei sudditi". Se ritiene di aver compiuto dei gravi errori, bisognerà cancellare dall'albo dei santi nomi come Bernardo, Domenico, Tommaso, Bernardino da Siena, Bellarmino. Come si vede nell'elenco non c'è S. Francesco che resta un unicum, relativamente ai condizionamentí dei tempo. La Magli non lo cita - per scarsa conoscenza? - neanche quando dice che tra i santi, i "geni" scarseggiano.
Dopo aver impostato in questo modo il problema, l'antropologa arriva a siglare alcune conclusioni che meritano la nostra attenzione. La prima è la seguente: "Chiedere perdono è un'idea di semplicistica superbia". E cioè - ci permettiamo di spiegare - si viene a dire che la Chiesa è "buona" (santa) mentre i cristiani (santi compresi) sono "cattivi" (peccatori). Torna all'orecchio la durissima polemica di Rousseau: "L'uomo è buono, gli uomini sono cattivi". Da qui una nuova pedagogia per il singolo (Emilio) e per la società (Contratto sociale), come ho spiegato. Per la Magli l'unica cosa utile per la Chiesa sarebbe quella di riconoscere ciò che non vuole a nessun costo riconoscere, "ossia che la comprensione dei valori è relativa ai tempi e alla società in cui si vive". E' la tesi di Protagora ("l'uomo è misura di tutte le cose"), cui Platone oppose il principio che "Dio è la massima misura di tutte le cose".
Facciamo notare alla Magli che la tesi relativa alla "comprensione dei valori" non potrà mai essere accettata da un intellettuale cristiano perché è stata inventata - forse con qualche ragione - dalla "storicismo romantico> il quale sostiene che "in quel tempo, tra quei costumi, con quel sentimento della morale e del giusto, l'intolleranza era una necessità, la violenza un dovere, la crudeltà così comune che nessuno poteva scandalizzarsene". Da qui, parte il Manzoni per risolvere il problema che affligge la Magli e lo fa da credente come vedremo.
La seconda conclusione della Magli riguarda il "non diritto" dell'Istituzione Chiesa di "accollare ai cristiani di oggi gli errori e le colpe di ieri". Anche perché - aggiungiamo - tra i cristiani ci sono dei "piccolini" come Francesco che in ogni epoca salvano il concetto di <Chiesa". Per la Magli la Chiesa deve chiedere perdono ai propri sudditi "di aver fatto fare loro imprese terribili". Si pensi, tuttavia, al "sogno" di Spoleto, in seguito al quale Francesco abbandona l'idea di andare alla Crociata, e ciò perché "è meglio ubbidire al Padrone (Dio) che al servo (Papa)".
Per la Magli, infine, l'istituzione deve riconoscere che oggi può sbagliare e sbaglia con la stessa sicurezza con la quale ha sbagliato ieri". Per cui l'invito è di ripartire dal Cristo, che viene definito "genio" e non Dio. In questo punto la Magli si ricongiunge con Benedetto Croce; il quale nel famoso articolo "Perché non possiamo non dirci cristiani (1942), vede nel cristianesimo la più grande delle "rivoluzioni", ma non una "Rivelazione". Ciò significa che se è una "rivoluzione" è originariamente imperfetta e può essere perfezionata con l'apporto della "ragione"; mentre se è "Rivelazione» definitiva, al credente - chierico o laico che sia - non resta che la sua traduzione in atto. E tradurla in atto significa liberarsi definitivamente dall'errore del tempo.
In questo punto va rivisitata la tesi manzoniana. Manzoni, infatti, rifiuta il cosiddetto "storicismo romantico>, perché è il pietoso lenzuolo che una cattiva apologetica tenta di mettere sui troppi appuntamenti disertati dai cristiani o da quei cristiani che credono di essere in equazione con la verità per il solo fatto di crederla "religiosamente".
A chiusura del capitolo XXII dei Promessi Sposi, Manzoni affronta il caso emblematico del Cardinal Federigo (un membro della più alta gerarchia). Dopo aver fatto l'elogio del suo "io personale" - "la sua vita è come un ruscello che, scaturito limpido dalla roccia, senza ristagnare né intorpidirsi mai, in un lungo corso per diversi terreni, va limpido a gettarsi nel fiume" - ne mette a nudo l'io sociale, vittima dei condizionamenti del tempo. Il Cardinale sosteneva "in pratica, con lunga costanza, opinioni, che al giorno d'oggi parrebbero a ognuno piuttosto strane che mal fondate". E quali erano tali opinioni? Il Cardinale credeva nella stregoneria, tanto da permettere la caccia e l'abbruciamento delle streghe; credeva negli untori; nelle gare di preminenza fra autorità civile e religiosa era gelosissimo delle proprie prerogative, anche in materia di cerimoniale. Queste opinioni - e altre simili che Manzoni non cita per non fare arriccia- re il naso ai più delicati di stomaco - appaiono strane anche a coloro che avrebbero una gran voglia di trovarle giuste". A dimostrare che sono palesemente ingiuste e proprio in rapporto alla visione cristiana della vita. Per difenderlo si potrebbe addurre "quella scusa così corrente e ricevuta - Manzoni pensa al- caso Galileo anche se, ostinatamente, non ne parla mai - ch'erano errori del suo tempo piuttosto che suoi".
Una simile scusa può avere qualche valore o anche molto valore; ma solo per certe cose e quando risulti "dall'esame particolare dei fatti" (non ha alcun valore in tema di dogmi e di etica). Da qui, il rifiuto dello "storicismo romantico".
Ed ecco il segreto tormento del cattolico Manzoni: per quanto si elenchino le originalità di un pensatore, o di un educatore cristiano, rispetto ai modelli culturali del proprio tempo, restano sempre in lui delle oscurità, tanto più misteriose quanto più fervente vuoi essere la sua testimonianza. E il tormento diventa fine ironia: "Non è raro vedere - dice nelle Osservazioni alla morale cattolica (2a parte) - gli uomini di una età, predicando una massima falsa, deplorare la cecità dei loro avi che tenevano l'altro estremo, enumerare le circostanze per cui essi poterono ingannarsi così grossolanamente, e non vedere ch'essi sono da circostanze simili tratti e tenuti nell'inganno contrario". Gli uomini di "rettissime intenzioni" sono dunque invitati ad esaminare le loro opinioni. Capiterà loro, infatti, di trovare molte cose che vengono da abitudine, da interesse, da principi "del tutto estranei al Vangelo", anche se si sostengono "come conseguenza di esso"
Manzoni ci permette di dare un criterio sovrano agli ecclesiastici: "Non si lascino mai antivenire nell'esporre un'idea conforme alla vera dignità dell'uomo, e soprattutto all'umanità, al rispetto per la vita e dei dolori del prossimo". E questo perché uomini che si presentano come custodi della verità e suoi amministratori infallibili non dovrebbero concedere, ma stabilire il vero. A giudizio di Manzoni non è sufficiente che la Chiesa abbia sempre ragione: occorre che abbiano sempre ragione quelli "Che si gloriano di tenere e di diffondere gli insegnamenti della Chiesa".
Su questa stessa linea troviamo Rosmini con Le cinque piaghe. Se la Chiesa è malata ("piagata") blocca la salvezza, perché il Cristo non può operare in lei in maniera luminosa: oggi si direbbe per circolazione difettosa. Da qui il suo affanno per sopravvivere come "religione" in mezzo ad altre "religioni".
Propendiamo a credere che la richiesta di perdono del papa non abbia come radice il concilio; ma quella frase detta all'inizio del suo pontificato: "Spalancate le porte a Cristo": quasi a cercare il riferimento extra sistema in grado di rimettere la Chiesa in ordine con la sua stessa definizione di "corpo di Cristo". Adesso si capirà perché Primo Mazzolari nel 1943 scrisse - forse per rispondere a Croce - Impegno con Cristo. Gli sembrava l'unica via per guarire le "piaghe" della Chiesa. Si badi: impegno con Cristo non perché Gesù è un "genio" ma Dio-con-noi anche se noi ne abbiamo bloccato l'opera salvifica e rivoluzionaria nel suo corpo che è la Chiesa.
A questo punto non mi resta che presentare in sintesi il mio modesto contributo per tirarci fuori dalla melma: concepire il Giubileo come un azzeramento di tutto il fenotipo e ritorno delle terre al primo proprietario e cioè - continuando la metafora - alla misura evangelica.
Tra le opere del primo cristianesimo ne esistono due - l'Ottavio di Minucio Felice (II-II sec.) e la cosiddetta Lettera a Diogneto (II sec.) scritte da due intellettuali cristiani laici, i quali avevano capito il senso rivoluzionario della venuta di Cristo nel mondo. Minucio Felice: "Si vedono i cristiani, non si vede la loro religione, il cristianesimo infatti non è una religione ma una novità esistenziale che si manifesta nell'etica del credente. L'autore ignoto della Lettera a Diogneto: Gesù dichiara la crisis (condanna) della religione, ebraismo compreso; Gesù dichiara illegittimo (un sopruso) lo stato nazionale sovrano. Mentre la religione è l'ostacolo principale al rinnovamento antropologico, lo stato nazionale è l'ostacolo numero uno all'attuazione del primo e massimo comandamento: "Ama Dio (...) e il prossimo tuo". Ecco la formula aurea dell'ignoto autore della Lettera: "Per il cristiano ogni paese straniero è patria, ogni patria è paese straniero".
Queste le due motivazioni che hanno introdotto nel mondo il concetto di martirio, unica via per cambiare le cose in questo mondo. I cristiani dovevano restare in martirio per almeno altri dieci secoli per chiudere la bocca dell'homo homini lupus, caratterizzata dal concetto di guerra. Inutile dire che queste due novità sostanziali furono disattese nel momento in cui con Costantino il cristianesimo si abbassa al rango di religione di stato.
Ma il cuore di ogni novità esistenziale - il cuore di ogni metànoia - è il suggerimento di Gesù detto all'orecchio dei suoi: "Amatevi come io ho amato voi", che tradotto in forma attualissima significa: "Amatevi senza profitto". Non dice la teologia che Cristo ha versato il suo sangue per puro amore e cioè senza profitto alcuno? Dunque non c'è più bisogno di ricostituire delle mediazioni, mediante leggi e precetti. Il suggerimento esclude ogni cuscinetto gerarchico o mediatico. In ciò la novità esistenziale - e non più la religione che crea un abisso tra sé e la vita. Quel suggerimento va subito riferito ai tre assi portanti della nostra convivenza quaggiù e cioè al sesso (rapporto uomo-donna), al danaro (rapporto socio-economico), al potere (rapporto politico).
Esemplifichiamo ulteriormente. Quando troverò un uomo e una donna che - attinti dalla metànoia - si ameranno senza profitto (vi prego di misurare sino in fondo il significato di questa parola), avrò il matrimonio cristiano e cioè un servizio propter Regnum, non per andare in paradiso, ma per cominciare a costruirlo qui. Quando troverò un uomo che non dica più a un altro uomo: "Tu lavora e io ti pago", avrò il superamento del capitalismo, che è la legge dell'homo homini lupus. Quando troverò un uomo che non dica a un altro uomo: "Io comando tu ubbidisci", avrò il superamento della convivenza politica e la possibilità della pace.
Forte di queste certezze il cristiano cerca di creare ad extra le condizioni per sopravvivere. Il cristiano non aspira a dilatare lo spazio della sua "religione", ma ad attuare il Vangelo. Laddove tutti predicano e nessuno attua, aumenta il volume della religiosità e si annullano le novità. Il cristiano rinnovato dalla metànoia è colui che dice a se stesso e ai cinque miliardi di "fratelli" - soprattutto a quelli devastati dalla "religione": "Fratelli, lo stato nazionale sovrano è illegittimo: solo uno sarà il legittimo, quello federale, democratico, costruito sulle ceneri degli stati nazionali esistenti". Questo Stato planetario avrà finalmente il compito di portare a compimento la democrazia imperfetta promovendo la "divisione consensuale delle etiche", le quali potranno - nel superamento del concetto di guerra e dunque in pace - mostrare il fulgore della propria verità. La stessa educazione dovrà precocemente responsabilizzare il bambino che dovrà scegliersi l'etica liberamente. Può darsi che qualcuno - adulto o bambino - sbagli la propria collocazione ed ecco perché il cristiano chiede l'adozione di una lingua comune - scelta democraticamente fra le esistenti o inventata come l'esperanto per tagliare alla radice ogni forma di colonialismo - onde facilitare la mobilità e, in ogni caso, il dialogo diretto fra tutti gli uomini.
Ma al di là di questa utopia di lunga attuazione, io farò due proposte che si possono attuare a breve durata, qualora i cristiani decidessero di aggregarsi sia pure in piccole comunità per sopravvivere in una società che uccide. Viviamo in un'epoca in cui mai l'individuo - almeno in occidente - ha raggiunto una quota tanto alta di libertà. Se nascono e prosperano i gruppi del crimine, non si vede perché non debbano nascere i gruppi virtuosi.
Sono quarant'anni che sogno di entrare in due possibili gruppi di matrice cristiana. Il primo è il gruppo che affronterà il problema del rapporto capitale-lavoro. Sintetizzando, il capitalismo dice: "lo ho il capitale tu, se vuoi guadagnare per mangiare, lavora a queste condizioni. Il gruppo da me sognato dovrebbe rispondere: "Noi ci uniamo per ricavare dal capitale naturale (donato da Dio) il capitale finanziario; ma per dividerlo equamente - tra talenti diversi - senza ricevere mai un salario eteronomo". Il secondo è il gruppo che concepirà la preghiera come ricerca scientifica per condurre la natura al suo livello ideale.
Ho l'obbligo di illustrare - a chiusura - questa affermazione che è molto vicina alle finalità della vostra associazione. Comincio col prendere una piccola rincorsa. Un giorno Tobi - racconta la Bibbia - tornando a casa affaticato dalla sepoltura degli israeliti uccisi, si distese sotto il muro di un cortile e si addormentò. Mentre dormiva, da un nido di rondini o di passeri gli cadde su gli occhi dello sterco caldo, che lo rese cieco. Ecco un "impatto" doloroso fra un teista (Tobi) e alcuni esseri del cosmo (rondini o passeri) creati da Dio. Ed ecco la spiegazione teologica di tale impatto: "Il Signore permise che questa prova colpisse Tobi perché le generazioni future avessero in lui un esempio di pazienza come quello del santo Giobbe". Tobi è degno di menzione perché di fronte a un evento doloroso non mette in dubbio l'assistenza divina sull'uomo. In Dio, anzi, trova la sua pace.
Ma non si può accettare la tesi che Dio abbia permesso quella prova a titolo esemplificativo. Quell'evento, semmai, deve insegnare, agli altri (alle generazioni future) che non bisogna mai dormire supini sotto un muro in cui nidificano o possono nidificare le rondini o i passeri, senza almeno coprirsi gli occhi. In questo episodio la cecità di Tobi non è pensata come "castigo" - ognuno ricorda ciò che dice Padre Cristoforo, mostrando a Renzo don Rodrigo colpito dalla peste: "Può essere castigo, può essere misericordia" - bensì come esempio. E tuttavia uno spurio coinvolgimento di Dio in eventi di questa specie, rischia di far perdere al teista lo slancio Turistico: non solo relativamente all'incrociarsi di finalismi asimmetrici (l'occhio, per esempio, è fatto per vedere; lo sterco di rondine, forse, per fertilizzare la terra); ma anche relativamente alle imperfezioni della natura, come risulta per es. nella cecità per nascita. Le rondini sono apparse nel cosmo prima dell'uomo e l'uomo deve dare ad esse un nome: deve cioè scoprirne i finalismi, specie quelli che non concordano con i suoi. Il cosmo è anteriore - e forse sarà posteriore - all'uomo, dunque viaggia lungo una "direttrice" non perfettamente concordata con quella dell'uomo. Gesù ha detto una parola chiave su questo tema: "Dio fa piovere e sorgere il sole sui buoni e sui cattivi"; Dio veste i "gigli" ma non l'uomo, perché l'uomo è un essere intelligente e può vestirsi da sé.
C'è di più: i finalismi della natura hanno un loro ritmo implacabile e non guardano in faccia a nessun tipo d'uomo; ma l'uomo - in ciò la sua origine divina - può guardare in faccia ("co-noscere") le vie della natura. Il teista è proclive a pensare Dio come "provvidenza" che opera dall'esterno degli eventi, mediante il "miracolo". Forse sta qui il suo errore teologico. Ma procediamo con cautela.
Un giorno i Delii interrogarono l'oracolo sulla via da seguire per ottenere la liberazione dalla peste. Apollo ordinò di duplicare il volume dell'ara nel suo tempio. Gli architetti, non sapendo come costruire un cubo di volume doppio di un altro, si rivolsero a Platone. Il filosofo rispose che il "dio" non aveva bisogno di un altare duplicato; ma che voleva indurre i greci a non più trascurare lo studio delle matematiche e a considerare con maggiore attenzione la geometria. La peste non si vince "pregando" in maniera fatua gli "dei", ma studiando. La vera preghiera, cioè, non è il rito ma lo studio e la ricerca. Per debellare la peste occorre spingere a fondo la conoscenza scientifica del cosmo, fino a scoprire ciò che è male e ciò che è bene per l'uomo. I Delii si sarebbero liberati dal quel flagello non innalzando altari agli "dei" ma conoscendo, per così dire, la struttura profonda della materia, in quanto partecipe delle idee eterne. Il teista vede Dio dietro le cose e si esalta osservando le bellezze e le armonie del creato. Poi ha delle sorprese, come nel caso dei terremoti o delle epidemie o delle malformazioni. Allora introduce l'idea di castigo o di premio o di esempio; mentre la sua fede in Dio dovrebbe anzitutto fargli intendere che non esiste felice concordismo fra sé e il cosmo e che bisogna far qualcosa di "pratico" affinché i finalismi umani (come per es. un corpo sano) non incontrino altri finalismi in sé perfetti (come per es. i virus o i veleni), volt 'ad attuare disegni che ci sfuggono a motivo della nostra ignoranza.
E venuto il momento di misurarci con il passo di Giovanni 9, relativo alla guarigione del cieco nato. "Né lui ha peccato né i suoi genitori - risponde Gesù - ma è così perché siano mani-festate in lui le opere di Dio". Gesù rifiuta la tesi dei discepoli che faceva derivare la cecità da peccati commessi dall'individuo nel seno materno o dai suoi genitori. Se la cecità fosse un castigo, allora bisognerebbe trovare un colpevole. Né è pensabile che Dio - come appare dalla lettura del racconto - abbia fatto nascere cieco quell'individuo per manifestare in lui - a titolo di cavia - la sua opera "miracolosa". Bisognerà, invece, impostare diversamente il problema.
Le cose stanno così a motivo di un perché causale (perturbazione di finalismi) cui bisogna <fare la guardia>. Da qui lo spazio per un perché finale che manifesti l'opera di Dio. La quale "pera" non consiste nel far nascere uno cieco allo scopo di dargli la vista; ma nel guarire una cecità dovuta a una natura carente e quindi evolutivamente perfettibile, mediante la presenza congiunta del logos umano e del Logos divino. I "miracoli" di Cristo hanno il valore di un addestramento didattico. Ebbene, si immagini quante "malattie" - e quindi quanti malati - potrebbe guarire un Ordine religioso che si dedicasse, per fede, alla ricerca scientifica in questo campo. Sarebbe questo un miracolo superiore a tutti quelli fatti da Cristo perché renderebbe possibili quelli che Cristo stesso ha previsto per i suoi discepoli.
Il vero "miracolo" dell'uomo spirituale - intendo del cristiano - consiste nell'applicarsi allo studio dell'opera di Dio per farvi esplodere ciò che in essa vi è di divino. Il vero pensiero di Dio, forse, è racchiuso nel "libro del mondo" da lui creato; mentre nelle Scritture - e non in tutte - c'è solo un abbozzo di codice etico. Un fatto sembra tuttavia certo: Dio ha prima creato e poi parlato. Siamo, dunque, imperfetti nell'ordine fisico e nell'ordine morale. Occorre intraprendere un'opera di bonifica che morda sulle due imperfezioni, come ha fatto Gesù. Attenzione! Appartiene alle imperfezioni della natura anche l'unione fisica dell'uomo e della donna; perché rischia di mescolare finalismi eterogenei come nel caso, ad esempio, della "talassemia" o anemia mediterranea. La coppia deve sapere come stanno le cose e diffidare di un amore cieco. Questo rischio l'aveva diagnosticato già Platone quando gridava ai magistrati: "Attenzione agli accoppiamenti, non possono procedere al modo degli animali" E' meglio rinunciare a una unione foriera di sicure imperfezioni fisiche (parlo di ogni forma di handicap) anziché cedere all'istinto della "bellezza" e poi progettare la soppressione del mongoloide. Illudersi che Dio possa mettere rimedio, con un miracolo (di tipo estrinseco), alle nostre irrazionalità, è aver frainteso il Messaggio.
Il sole era, ed è, a disposizione dell'uomo prima che l'uomo fosse. Chi arriverà per primo a "utilizzarlo" dimostrerà di credere nel sole. Il selvaggio che si inginocchia per "adorarlo" mediante un rito è colui che meno crede nel sole. Il primo gruppo umano che farà entrare il Dio di Gesù nel rapporto di lavoro e nella conoscenza del cosmo, in modo da rinnovare nel profondo le leggi della convivenza, dimostrerà che Dio esiste.
Del resto Dio, come il sole, sarà lassù. E l'uomo, quaggiù, vivrà di Lui solo passivamente e ritualmente brontolando contro il "tempo cattivo". Il sole non vuole più altari ma "pannelli", per far esplodere tutta la sua verità. Crísto ha fatto la sua parte, coloro che credono in Lui facciano la loro.