Forse si pretende
troppo dal cristianesimo quando gli si chiede di ridursi nei limiti
della ragione, e al tempo stesso gli si chiede troppo poco rispetto a
ciò che dovrebbe essere, nel qual caso non resterebbe che
abbracciarlo o perseguitarlo. Laicisti e marxisti devono augurarsi che
il cristianesimo resti piattamente 'religione' per avere così
una testa di turco da bersagliare: il giorno in cui il cristianesimo
fosse tale nell'etica dei suoi seguaci, si scoprirebbe la nudità
obbrobriosa dell'umanesimo immanentistico, nel suo duplice volto di
conato 'razionale' e di conato
'rinvoluzionario'; si
scoprirebbe
cioè che l'uomo, dopo aver tentato di essere se stesso, di
trasformare se stesso, di trascendere se stesso, continuerebbe ad
essere ancora un lupo per l'uomo.
Se gli schieramenti ideologici sono messi in opera per avere il
controllo del campo etico o per liberarsi da antiche oppressioni
dogmatiche, il cristiano deve ritirarsi da una simile competizione,
perchè la sua aspirazione è quella di creare la
fratellanza, non di assumere l'alto comando delle istituzioni. Il
cristiano deve riprendere il suo compito nativo che consiste
nell'essere sale e luce, e nel ripetere che tutto
ciò che divide
l'uomo dall'uomo, sia in sede politica che in sede sociale, è
frutto di smarrimento interiore, di carenza razionale. Come uomo il
cristiano invoca un tipo di laicità in cui ognuno possa mostrare
agli altri il volto sociale della propria visione del mondo, attuata
sulla propria carne e iuxta propria
principia, affinché il
'contratto sociale' non si trasformi in un giogo per nessuno.
Occorre pertanto affrontare il grande dibattito sulla
religiosità dell'uomo. L'uomo è intrinsecamente e
irrimediabilmente religioso; l'apertura alla trascendenza
è
struttura costitutiva, anzi la più radicale tra quelle che lo
compongono, ma si aggiunge anche che non si può contrapporre una
particolare religione alle altre, perchè tutte si collocano
nella linea umano-divina o divino-umana del 'religioso' e sono tutte,
in misura diversa, in qualche modo autentiche e necessariamente
inautentiche. Per cui la vera religione, come la vera filosofia,
è sempre da trovare, non è un passato ma un avvenire. Se
la religione è strutturale all'uomo, essa è tale anche
sotto la veste dell’ateismo: l'ateo crede di sottrarsi al principio di
un Dio trascendente, ma in realtà muta soltanto rito.
Vi sono anche degli 'apostoli' che non disarmano dal loro mestiere e
sperano sempre di innestare la realtà 'cristiana' sulle
strutture del 'religioso',
convinti di trovare là una base
comune di incontro con tutti gli uomini di buona volontà. Ma
quelle strutture possono dare il consenso
teista non il consenso,
poniamo, della fratellanza né sul piano socio-economico
né su quello politico. Se l'uomo è un essere religioso, e
in quanto tale è creatore di religioni, non occorre forse
neanche più chiedere alla religione una novità di vita:
ognuno, infatti, si sceglie la propria religione, così come
ognuno si sceglie il proprio sistema filosofico, restando tuttavia
nemico all'altro.
Se la religiosità è educabile, come si sostiene da
qualche parte, ciò può costituire un freno e un controllo
contro la degenerazione settaria delle religioni. Ma da chi deve essere
educata la religiosità? Non dalle religioni, perchè
divise e settarie. Dalla politica? Ma la politica non divide forse gli
uomini a livello di Stati Nazionali e, dentro agli Stati, a livello di
fazioni e di partiti?
Se l'uomo è strutturalmente costituito da un tubo digerente,
qualcosa deve pur 'mangiare';
se è anche un 'essere parlante'
deve pur esprimersi con un sistema di segni; e tuttavia gli può
accadere di mangiare cibi avitaminici o di scegliersi un sistema di
segni chiuso al dialogo universale. Se l'uomo è originariamente
e costituzionalmente 'religioso',
perché si chiede che cosa
è l'io e che cosa
è il reale (o mondo),
occorre anche
ammettere che se il materiale grezzo della domanda è universale
e identico, il contenuto delle risposte è assai discordante.
Quando s'è detto che l'uomo è strutturalmente un essere
religioso non si è detto molto sulla sua inclinazione alla
fratellanza, se non si ha l’accortezza di intervenire con strumenti
pedagogici per evitare che esso diventi un monstrum chiuso al dialogo
con l'altro.
Sotto questo profilo può tornare utile la lezione dell'ateismo
marxiano, proprio in quanto si propone di evitare un tale pericolo
involutivo. Purtroppo anche per l'ateismo più radicale si
ripresenta lo stesso problema: se è dubbio che l'uomo abbia
costituzionalmente dei 'bisogni
religiosi', è psicologicamente
certo che ha dei 'bisogni spirituali'.
O questi bisogni si educano,
oppure, svolgendosi essi liberamente, somiglieranno sempre più a
una foresta vergine, e l'educatore rischia di coltivare alla chiusura
universalistica, e finirà per assistere allo scoppio della
spontaneità, e la spontaneità è tutto
fuorché razionalità e comunione.
Il cristianesimo non appartiene alla parte universale della
'religiosità' e non
è un modello culturale della
'religiosità',
perchè né il concetto di Dio-Padre,
né quello corrispondente di uomini-fratelli appartengono alla
religiosità universale. L'opportunità o meno di insegnare
la 'religione' nella scuola è un dibattito che si svolge fra
l’uomo religioso, l'ateo e il laicista dove ognuno dei tre
è
preoccupato dei debordamenti degli altri due; non è un problema
che impegni, a quel livello, il cristiano la cui visione del mondo non
deriva né può derivare dalle scuole della storia.
Lo specifico di Cristo è proprio quello di non aver fondato una
ennesima 'religione' della
stessa specie e serie di quelle storiche,
nate da bisogni spirituali indifferenziati, ma di aver annunciato una
'novità' esistenziale
che dichiara tutte le ‘religioni’
modelli
culturali di bisogni spirituali plurivalenti. Cristo dichiara
illegittime tutte le tradizioni
che si oppongono al 'comandamento di
Dio', ma non ricorre a strumenti giuridici o politici per
distruggerle;
Egli vuole che siano distrutte attraverso il solo mezzo della
metànoia.
Se il cristianesimo perde questa specificità
ricade nel 'religioso', e la
Chiesa diventa una 'società'
che
gestisce una 'religiosità'
già contaminata da
incrostazioni socio-psicologiche tenebrose.
Per molti cattolici occorre difendere il diritto dell'alunno a tale
formazione, occorrendo salvaguardare i diritti della libertà
religiosa degli appartenenti a confessioni diverse. Il cristiano,
tuttavia (e più che mai il 'cattolico',
se è tale) non ha
bisogno di una educazione religiosa fornita nelle scuole pubbliche, ma
entra nella scuola pubblica con il sentimento della fratellanza totale.
Egli si presenta come è, senza rivendicare diritti o
legislazioni che gli assicurino lo spazio legale della sua visione del
mondo, perchè la sua visione del mondo non può essere
calata nello spazio della legalità. Egli anzi ha orrore di far
passare la sua visione del mondo nelle strutture statali perchè
tende ad amare tutti gli uomini al di fuori delle angustie dei quadri
nazionali; il cristiano chiede solo il diritto di poter andare alla
scuola pubblica e colà confronterà, per mezzo del
dialogo, la sua con l'altrui visione del mondo.
L'educazione religiosa
soddisfa i bisogni spirituali
del giovane, ma li
soddisfa in quanto 'educazione
religiosa' non in quanto 'insegnamento
religioso', senza mai dimenticare che anche l'educazione
religiosa deve
ispirarsi a serenità e misura, presentando cioè 'racconti
ed esempi concreti di valore religioso e morale' che portando il
bambino ad una prima apertura verso Dio e ad una vissuta esperienza di
fraternità, di amore, di non violenza, favoriscano il
superamento di ogni intolleranza e di ogni fanatismo.
Se l'introduzione della parola 'Dio'
sembrasse all'ateo un allargamento
eccessivo del discorso sui 'bisogni
spirituali', ricordiamo, sia ai
teisti che agli atei, come la cerniera concettuale del pluralismo
riporta il problema sul piano della concretezza, dovendo essa tener
conto delle cosiddette 'differenziazioni antropologiche'. Nella
società, infatti, sono compresenti uomini religiosi in senso
generico e uomini religiosi in senso specifico, atei in senso generico
e atei in senso specifico, tutti comunque collocati a monte del bambino
che entra nella scuola di tutti. Per cui o le differenziazioni
antropologiche vengono, per assurdo, ignorate e la scuola sarà
ipocritamente neutra o le differenziazioni antropologiche vengono
giudicate e rifiutate in nome di una religiosità o di una
ideologia intolleranti e la scuola sarà il luogo della
educazione alla violenza e al fanatismo o, infine, le differenziazioni
antropologiche vengono rispettate nelle persone che le concretizzano e
allora non resta che promuovere l'apertura dialogica su ognuna di esse
e di ognuna si dovrà parlare, almeno a livello di informazione
culturale, mettendoci come dentro alla sua pelle per esplicitarvi quei
valori che a tutti sono comuni o quei valori che comuni non sono per
educare il bambino a riflettere, nei limiti delle sue capacità
critiche, sulle eventuali cause delle divergenze che portano gli uomini
a odiarsi anziché amarsi.
: - - o - - :
Se si guarda al principio della tolleranza occorre rispettare l'uomo e
le sue scelte 'religiose' o 'ideologiche', il mondo non sembra
camminare né verso la fratellanza né verso la giustizia
nonostante siano in aumento i gruppi 'religiosi' e i gruppi
'ideologici'. Se il pluralismo
- ha osservato R.P. Wolff - è
giustificato dalla funzione indispensabile del gruppo per la formazione
della personalità o per l'armonico sviluppo dell'individuo,
resta anche vero che il legame che unisce ogni individuo al suo gruppo
primario rappresenta un pericolo per la tolleranza e perla
fratellanza.
Un modo di risolvere il problema della intolleranza consiste
nell'indebolire i legami che uniscono l'individuo ai gruppi etnici
religiosi o economici a cui appartengono; ma anche la caduta di questi
legami è pericolosa perché senza quei legami l'uomo non
può vivere, e indebolire tali legami in nome della fratellanza
significherebbe andare verso l'uomo-massa.
Se gli uomini sono portati a credere che per la società è
un bene contenere al suo interno molte fedi e stili di vita, allora si
potranno avere le conseguenze benefiche del pluralismo senza i malanni
del pregiudizio e delle lotte civili. Wolff si chiede, però, se
il pluralismo e la tolleranza costituiscano un ideale di società
democratica che può ancora essere difeso e sostenuto o se non
rappresentino ormai altro che un semplice strumento di analisi per
descrivere l'America contemporanea.
Per questo motivo il cristiano è costituzionalmente spinto a
riprendere il largo e a svuotare, per abbandono, il litigio per il
dominio istituzionale; egli rimescola le carte per tentare di
costruire, oltre la scuola e le società pluraliste e tolleranti
- ma classiste - una eccklesìa
in cui il rinnovamento interiore elimini tutti i litigi
ideologici e
crei lo spazio per un tipo di fratellanza in cui sia risolto il
primario rapporto lavoro-capitale che è la sorgente di quella
lotta di classe che fa dell'uomo un eterno lupo per l'uomo. Su questo
tema la insoddisfazione di Wolff è profetica:
La
democrazia pluralistica - egli dice a chiusura del suo saggio - con la
sua virtù, la tolleranza, costituisce lo stadio più alto
di sviluppo politico del capitalismo industriale (...). Il pluralismo
è umano, benevolo, accomodante, e assai più sensibile ai
mali delle ingiustizie sociali di quanto non lo fossero sia il
liberalismo egoistico sia il conservatorismo tradizionalistico dai
quali è emerso.
Ma il
pluralismo è fatalmente cieco di fronte ai mali che affliggono
l'intero corpo sociale, e come teoria della società esso diverge
l'attenzione proprio da quelle revisioni sociali radicali che
potrebbero essere necessarie per rimediare a quei mali (...). Dobbiamo
abbandonare l'immagine della società come un campo di battaglia
tra gruppi contrapposti e formulare un ideale di società
più elevato della mera accettazione di interessi opposti e di
costumi diversi. V'è bisogno di una nuova concezione della
comunità sociale, al di là del pluralismo e al di
là della tolleranza.
Occorre interpellare i cristiani, per ricordare ad essi che soltanto
attraverso lo svuotamento della lotta di classe all'interno del loro
seno, essi daranno a tutti i gruppi sociali la prova a posteriori della
esistenza di un Dio-Padre e un saggio luminoso di come, oltre il
pluralismo e la tolleranza, vi sia la possibilità di costruire
una convivenza non più retta dalla legge del profitto ma dalla
fede nell'amore.
Padre Bergamaschi, Quale
educazione cristiana? - Nuova Rivista
Pedagogica, Roma 1977
Roma, 9 marzo 2006
“Dopo il colpo al cerchio della sentenza del Consiglio di Stato del
mese scorso sull’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche,
adesso s’ipotizza il colpo alla botte dell’ora di religione islamica,
magari sulla base di programmi di studio farciti di takfir e di lotta
all’infedele, e che mi pare trovi oggi un autorevole sostegno da parte
del Cardinal Martino.
E’ allarmante questa invasione a tutti i livelli
e di tutte le religioni nella vita quotidiana degli italiani. La
libertà religiosa è un principio che va salvaguardato
finché la religione rimane una fonte d’ispirazione e una pratica
che appartiene alla sfera privata dell’individuo. Bisogna quindi
superare la logica del Concordato, non estenderne il modello a tutte le
religioni, grandi e piccole che siano.
Per questo sono fortemente
perplessa di fronte ad una politica d’integrazione ‘comunitaristica’
degli immigrati, che prevede l’insediamento di tante comunità
che rimarranno impenetrabili e chiuse rispetto alla società
circostante, e dove i singoli - soprattutto le donne - non
guadagneranno nuovi spazi di libertà e di affrancamento. Il
diritto di cittadinanza, composto da diritti e doveri, è invece
una conquista individuale che, una volta acquisita, diventa patrimonio
individuale.
Continuando così l’Italia rischia invece di
diventare una Repubblica fondata sulle religioni”
www.emmabonino.it
 |
Fede, un
fatto privato, via le religioni dalle scuole
Emma Bonino:
"I cattolici veri sono quelli che si sentono più a
disagio"
|
Emma Bonino, la posizione del cardinale
Martino ha l'aria di essere una mano tesa all'Islam, eppure ha ricevuto
scarsi consensi un po' da tutte le parti.Persino Mario Scialoja,
rappresentante in Italia della Lega Musulmana, ha dichiarato che nelle
scuole pubbliche sarebbe più opportuno insegnare "storia delle
religioni" piuttosto che "religione". Lei cosa ne pensa?
"Penso che nelle scuole pubbliche andrebbero impedite le lezioni di
ogni fede. La questione non è se insegnare la religione
islamica, ma di non insegnare neanche quella cattolica. Mi spiego
meglio: la formazione religiosa in termini cattolici può essere
solo catechesi, cioè insegnamento morale, spirituale. Dunque la
facciano i cattolici nelle parrocchie a spese dei fedeli, e i musulmani
nelle moschee, e gli ebrei nelle sinagoghe. Come negli Usa, del resto,
dove lo Stato non favorisce né ostacola alcuna forma religiosa
eppure nessuna forma religiosa viene insegnata a scuola"
Lei sarebbe favorevole nel sostituire
con un'ora di "storia delle religioni" l'ora di "religione"?
"Certo, è esattamente quello che sosteniamo da sempre nella
nostra battaglia per abolire il Concordato. Il punto è che
più andiamo avanti, più è evidente che solo la
laicità più rigorosa può garantire la convivenza e
il rispetto profondo delle libertà religiose, non la
lottizzazione del vangelo, del corano, del buddismo..."
Se la dichiarazione del cardinal
Martino non è un'apertura, secondo lei cos'è?
"Direi che è una politica: un modo politico di concepire
l'integrazione e la religione che viene intesa come affare di Stato;
loro dicono: poiché siamo tanto aperti e disponibili, allora
permettiamo che il Corano venga insegnato nelle nostre scuole. Mentre
la questione è un'altra: è che la religione, qualsiasi
religione, deve tornare ad essere un fatto privato. La legge deve
garantire la convivenza dei diversi e non può essere uno
strumento di imposizione né della morale, né di un
primato religioso"
Insegnare il Corano a scuola non
potrebbe favorire l'integrazione?
"No. Tutt'altro. Prefigura invece una situazione-paradosso nella quale,
andando avanti così, nella scuola pubblica si finirebbe per
insegnare il Vangelo, poi il Corano, poi il buddismo, poi l'induismo...
Questa non è integrazione, perché non si integrano le
comunità ma gli individui con i loro diritti, i loro doveri. Ci
deve essere una separazione tra la vita pubblica e quella privata di
tutti i cittadini; e la religione è un fatto privato"
C'è chi si oppone al cardinal
Martino protestando che nei paesei arabi non c'è la stessa
apertura verso i cattolici: discussioni come quelle che stiamo facendo,
lì non sarebbero neppure ipotizzabili.
"Certamente esistono paesi arabi di stampo autoritario; paesi che non
possono essere definiti né democratici né aperti. Ma
questo non deve impedirci di continuare un nostro processo evolutivo
nel segno del rispetto e della democrazia; noi non possiamo dire:
poiché voi non fate le chiese, noi non facciamo le moschee.
Nella Storia c'è chi deve cominciare e chi deve proseguire. Non
dimentichiamo che all'interno di quelle situazioni esistono figure
laico religiose di spicco che ci guardano con attenzione e trarrebbero
forza dai nostri orientamenti"
Come crede che reagirebbe l'Italia, un
Paese dalla matrice così fortemente cattolica, all'abolizione
dell'ora di religione?
"Io credo che i cattolici veri siano quelli più a disagio in
questo momento perché vedono la religione utilizzata a fini
politici. Vedo intorno a me, nella mia stessa famiglia, la loro
sofferenza interiore per questa situazione. Mia madre dice: chi ha dio
nel cuore non ha bisogno di sbandierarlo in giro"
Maria
Stella Conte - La
Repubblica, 10 marzo 2006, pag. 15