Da "FU SOLO UNA PREDICA" a cura di S.Spreafico, GESP, Città di Castello, 1992

 

Per una cultura della società multietnica

(Le responsabilità del cattolicesimo storico)

 

"Gli uomini non fanno liberamente la loro storia,
però sono loro a farla" (R. LUXEMBURG)

"Questa é l'ottima eguaglianza: a ciascuno il suo (...).
Ma solo Zeus può discernerla" (PLATONE)

 

L'area del tema

La società é multietnica, multietica, multilingue, multireligiosa; ma il multi é stato fino ad oggi coperto e unificato dal Leviathan dello Stato Nazionale sovrano, che, almeno nella nostra cultura, costituisce ancora l'assoluto etico insindacabile, nonostante il rifiuto, puramente formale, dell'hegelimo [1]. Dobbiamo tuttavia dire che il concetto di federalismo - di origine Kantiana - sta circolando negli spiriti come soluzione aurorale delle troppe antinomie di cui é intessuta la nostra convivenza socio-politica [2].

Il problema delle etnie - che é poi il problema dell'altro - ce lo trasciniamo dietro dall'epoca del diluvio di biblica memoria. Per azzerare le devianze etiche un Dio "pentito" interviene con il famoso colpo di spugna.

Ma con il superstite Noé si stabilisce un'alleanza discriminatoria: i buoni si identificano con un "popolo eletto" il cui compito sarà quello di condurre tutti gli altri popoli sotto l'unità del proprio vessillo. Non a caso il "patriarca", al figlio Cam - che non era riuscito a trattenere il riso di fronte alla nudità del padre - dirà le famose parole: "Sarai schiavo dei tuoi fratelli!". E non a caso il luogo del convegno unitario del genere umano sarà il "Monte Sion". La civiltà greca e quella romana -adiacenti alla civiltà biblica - non hanno, su questo tema, concezioni diverse. Aristotele vede favorevolmente l'unificazione della Grecia, sia pure per il tramite della potenza macedone (Alessandro Magno) perchè ciò significava dare inizio a una civiltà mondiale unitaria. Virgilio, a sua volta, pensa che Roma sia destinata a governare su tutte le genti per volontà divina [3].

Il Messaggio evangelico che estende il concetto di "prossimo" al di là di tutti i confini nazionali - comunque intesi [4] - é percepito da un ignoto intellettuale cristiano del secondo secolo - l'autore della Lettera a Diogneto - come crisis dell'etnocentrismo: "Per il cristiano ogni patria é paese straniero, ogni paese straniero é patria". Ma, a livello istituzionale, prevalse subito il principio della religione naturale e veterotestamentaria che incrementa e santifica il già corposo fenotipo, per avere l'alto dominio delle coscienze in prospettiva missionaria; e si arrivò rapidamente al connubio con l'Impero romano. Ma l'Impero romano ha dei confini, dunque al di là ci sono dei "nemici" contro i quali la guerra può essere "giusta".

Il cristianesimo, anziché restare un catalizzatore che promuove l'unità del genere umano, senza cadere nella tentazione di attuarla per conquista o per egemonia, diventa invece religione di stato, santifica la patria, condanna l'obiezione di coscienza e diventa il grillo parlante del "vogliamoci bene" nell'atto in cui ha vescovi castrensi e cappellani di eserciti, anche quando i cristiani entrano in conflitto o sono da esso coinvolti.

Colui che tenta di uscire da questa assurda antinomia é Dante col De Monarchia. Egli affida l'unità del genere umano al governo di un solo monarca, inteso modernamente come "arbitrato internazionale". E ciò perchè il fine della umana convivenza é lo sviluppo di tutte le potenzialità teoriche e pratiche dell'homo sapiens. Ma un tale fine é raggiungibile solo se si é in pace. E la pace ci sarà quando non ci sarà nulla da conquistare l'oltre l'oceano". Dunque affidiamo all'Imperatore (in ciò cristiano) il compito laico della unità, per chiamare, a vicenda conclusa, il Papa perchè dia la benedizione (questa volta ben data). Per Dante, infatti, il papato cosi com'é é inadatto a promuovere l'unità del genere umano perchè é insieme schierato e ubriaco di protagonismo assoluto. Il vero limite del Poeta consiste nell'essere prigioniero dei "dualismo etnocentrico" - di origine classica e biblica - che consiste nel pensare l'unità del genere umano come frutto di conquista o di dominio. Il concetto di democrazia e, oggi, di autodeterminazione dei popoli" é ignoto sia alla teologia di Dante sia alla teologia dei suoi oppositori.

Poi nascono gli stati moderni - non stiamo a dire a prezzo di quanto sangue - i quali sono guidati da una "memoria" religiosa che, all'interno, lotta per avere privilegi insieme con la direzione etica del principe e all'esterno fa da cappellano al principe quando questi tenta l'espansione del proprio dominio anche attaccando altri "cristiani" che diventano, per paradosso, dei nemici. Come si vede il cristiano non annulla nella propria definizione il fenotipo - nè etnico nè religioso - ereditato dalla stirpe noetica; ma lo copre soltanto con una sua esotica etichetta nell'illusione di avere costruito l'unità. Quando tale unità - semmai - deve essere un risultato e mai una imposizione [5].

 

Gli antefatti

L'impatto del cristianesimo con le etnie ha irreparabilmente fallito il suo compito salvifico. Se siamo costretti a parlare di razzismo ciò é dovuto al fatto che la civiltà cristiana - peraltro mai in pari col Messaggio - ha introdotto nel suo organismo antropologico delle teologie e delle etiche che oggi, a sorpresa, ci costringono a rivedere la terapia di un male che fu esorcizzato con rimedi empirici e devastanti.

La nostra anamnesi si rifà ad un'epoca - la conquista e la colonizzazione delle Americhe - e a un autore - Francesco De Vitoria - che, nel bene e nel male, ha condizionato i comportamenti etici della cristianità ritenuta l'ortodossa" (1546) (per i riferimenti cfr. il Dict. Thèol).

Il De Vitoria é teologo domenicano austero e indipendente. Solleva acerbe critiche contro la non-residenza dei prelati (e ciò la dice lunga sull'apostolato inteso come turismo sfrenato e consumistico); contro l'accumulo dei benefici, la simonia e le bolle d'unione (tipiche di un potere che ora unisce, ora divide, ora estingue chiese e cattedrali o metropolitane pur di imperare). Tutto ciò denota che, da capo, il cristianesimo reale aveva reintrodotto nella vita associata tutti quei difetti che Gesù aveva condannato in coloro che sedevano sulla cattedra di Mosé. E quei "difetti" erano la prova - a nostro giudizio -che il cristianesimo era caduto al rango di religione perchè quei difetti sono connaturati al concetto stesso di religione. L'austero teologo non vedeva poi di buon occhio le lotte continue tra l'Imperatore e il re di Francia; ma non si interrogò sull'origine teologica di tali lotte. Famosa é una sua lettera (dic. 1536) indirizzata al conestabile di Castiglia: "Credo - egli scrive - che non domanderò a Dio una grazia più grande di questa: che Egli faccia di quei due Principi (Carlo V e Francesco I) due fratelli per volontà come lo sono per la parentela. Se ciò accadesse non ci sarebbero più eretici nella Chiesa ( ... ) e la Chiesa si riformerebbe volente o nolente il Papa. E fino a tanto che non vedrò tutto ciò, non darò un maravedino (moneta spagnola) per il Concilio nè per tutti i rimedi che si vanno immaginando. L'errore non deve tuttavia essere dalla palle del re di Francia e meno ancora dalla palle dell'Imperatore, la causa sono i peccati di tutti. Le guerre non devono farsi per il profitto dei PrÏncipi, ma per quello dei popoli. E se cosÏ stanno le cose vorrei sapere dalle persone oneste se le nostre guerre sono fatte per il bene della Spagna, della Francia, dell'Italia, della Germania o non piuttosto per la distruzione loro e per l'accrescimento dell'Islamismo e della eresia".

Poichè il cristianesimo non aveva prosciugato concettualmente gli ostacoli che impediscono l'amore al prossimo e cioé le etnie, le nazionalità, le lingue, le religioni; e aveva invece, santificato l'esistente mettendo la "pelle" dell'agnello sul "pelo" dei lupi senza trasformarli in pecore, eccolo trasformato, da capo, in una religione che si mette a far la matta fra quelle esistenti. Sì, certo, le cause sono i peccati di tutti, ma nel senso che nessuno é cristiano per metànoia, mentre tutti sono "religiosi" per battesimo. E lui stesso, De Vitoria, ipotizza la guerra come un dato storico che il cristianesimo non ha nemmeno potenzialmente abolito, ma di cui si serve per raggiungere taluni scopi terreni. E così si parla ancora di "nazioni" con nome e cognome, quasi si trattasse di entità costituite tali originariamente da Dio e si parla ancora di nemici da estinguere, come l'Islam e l'eresia.

Si dice che De Vitoria ha condotto una campagna in difesa degli Indios e che le Nuevas leyes de Indios (1542), da lui ispirate, siano il codice "più cristiano" che mai sia stato promulgato in materia coloniale. Con esso si salvarono le razze indigene in una proporzione ben superiore a quanto fu fatto da altri popoli colonizzatori (così si dice).

 

L'impianto ideologico

Vediamo, ora, al rallentatore, quale é il quadro teologico generale entro cui De Vitoria colloca l'impatto della cristianità della sua epoca con le etnie, le culture, le religioni del Nuovo mondo.

Per De Vitoria la specie umana costituisce una sola repubblica della quale facciamo tutti parte per il fatto stesso di essere uomini e di vivere sul pianeta. Il principio é squisitamente "cristiano"; tutto sta a vedere quali sono le deduzioni che se ne possono trarre. De Vitoria fonda la sua tesi sulla "socievolezza" umana, patrimonio di tutti gli esseri umani.

Oltre le differenze di razza, di lingua, di cultura e di territorio, c'é un fine comune a tutti gli uomini che é il fine umano in generale, al quale tutti aspirano, quello appunto di vivere in società. Nel perseguire questo destino comune non dobbiamo "infastidirci" gli uni gli altri. Per costituire una società, infatti, occorre una comunanza di fine; come occorrono rapporti mutui di collaborazione - positiva o negativa che sia - per ottenere tale fine. Esiste tuttavia un secondo assioma che esige rispetto: Laddove c'é società ivi c'é diritto". La "sociabilitas" che la natura ci impone non può attuarsi pienamente senza norme giuridiche che ne canalizzino l'attività nella ricerca del fine. La ragione umana scopre certi modi di procedere che sono necessari per il raggiungimento del bene comune dell'umanità e li impone come norme pratiche d'azione per tutti gli uomini. Uno di questi "modi" é il cosiddetto "Diritto delle genti" e cioé il diritto forgiato da quella società universale che De Vitoria definisce: ¥Ciò che la ragione naturale ha costituito fra tutte le nazioni". Per es. appartiene al diritto naturale il procurare la pace, ma la pace non può stabilirsi se non c'é il rispetto degli ambasciatori, dunque il rispetto degli ambasciatori appartiene al diritto delle genti [6].

Come si vede, in questa concezione il diritto delle genti é diritto in senso stretto. Chi avrà l'autorità di imporlo? La società universale o la "Repubblica umana" cui compete l'autorità, appunto, di darsi le leggi che debbono condurla al raggiungimento dei proprio fine [7]. Allo stesso modo le repubbliche, o società particolari, hanno l'autorità di darsi le leggi necessarie al raggiungimento dei loro rispettivi fini [8].

Come tutti i teologi, De Vitoria ammette che l'autorità viene da Dio; ma nega che Dio la conferisca direttamente ai Prìncipi o che questi la ricevano direttamente dalla Repubblica per trasmissione o cessione. Dio la conferisce alla Repubblica per il tramite della legge naturale e cioé per il fatto che ha dato all'uomo una natura socievole. Come si vede c'é qualche ripensamento sulla dottrina paolina della derivazione di "ogni autorità da Dio"; ma il Contratto sociale di Rousseau é ancora lontano.

De Vitoria non é - nè può essere - un antesignano della dottrina liberale secondo la quale gli organi dell'autorità o i gestori del potere non sono che mandatari -revocabili - o vicari del popolo, al quale l'autorità appartiene per diritto proprio.

Su questo tema De Vitoria afferma che la "società universale" - formata da tutta la specie umana - per il momento non ha ancora creato gli organi dell'autorità, eppure non manca d'autorità per darsi delle leggi che sono poi le prescrizioni del diritto delle genti [9]. E tali leggi sono obbligatorie per tutti anche per coloro che non vorrebbero accettarle; perché tutti, che lo vogliano o no, fanno parte della società umana, con l'autorità della quale vengono appunto date quelle leggi [10]. E la loro promulgazione consiste nel consenso virtuale di tutto l'universo, comunque espresso. Fermo restando che il consenso virtuale si riferisce non alla totalità ma alla sola maggioranza. Come si vede c'é qui forte profumo di colonialismo e la certezza, mai espressa, che il diritto e l'etica elaborati dalla Spagna cattolica fossero le tavole di Mosé di ogni possibile convivenza. De Vitoria afferma che il diritto delle genti non può essere abrogato da nessun potere perchè nessuna autorità può vantarsi di esercitare l'impero su tutta la terra. E anche se lo esercitasse non potrebbe abrogarlo nel suo contenuto totale senza attentare al bene universale. Come si vede, é questa l'arma del dissenso contro un ipotetico governo mondiale ottenuto mediante conquista. Se a qualcuno fosse riuscita l'impresa costui avrebbe dovuto fare i conti con il diritto delle genti elaborato dalla chiesa e dalla "gens hispanica" [11].

Riassumiamo l'architettura del discorso: l'unità specifica del genere umano e quella sostanziale del suo fine sono causa di una certa unità sociale fra tutta la specie. Da qui la ideale "Repubblica del mondo". Nel seno della quale ci sono differenze accidentali nelle diverse porzioni del genere umano, come, per es., le differenze di razza, di storia, di territorio, di cultura, di carattere, di lingua, di religione. Queste differenze producono maniere distinte di concepire il fine umano nelle sue forme secondarie e nel realizzare il bene comune. Ciò giustifica il diritto delle diverse nazioni. Eppure si tratta di un dato che ha il suo fondamento nella natura e il diritto delle genti gli conferisce la sua base e la sua garanzia.

L'unità trascendente della "Repubblica umana" non é per nulla pregiudicata perchè la diversità delle azioni concorre alla realizzazione dell'Ideale umano nella sua pienezza così come in una nazione singola le differenze individuali - naturali o acquisite che siano - sono necessarie per la realizzazione dei bene comune. Per De Vitoria, nazionalismo e internazionalismo non sono realtà opposte ma complementari. A nostro giudizio una simile armonia sarà possibile solo se sarà superato il concetto medievale e classico dello Stato. Per questo il discorso di De Vitoria oscilla tra l'apologo di Agrippa e il sogno dantesco dell'unità raggiunta dal monarca [12]. Egli sente che le singole nazioni, per realizzare il loro proprio fine, devono concorrere alla realizzazione del fine universale e che tra esse deve esistere un legame unitario, una norma giuridica che ne orienti l'azione verso il bene di tutta l'umanità; ma non riesce a pensare l'assetto repubblicano di ogni singolo Stato. A questi traguardi arriverà Kant [13].

Mentre la "società universale" ipotizzata da De Vitoria si trova nella fase iniziale della sua organizzazione, le nazioni hanno creato organi distinti in funzione del potere. Il quale potere resta sovrano ("i Prìncipi non hanno superiori"). Questa struttura é richiesta dal concetto di "società perfetta". De Vitoria riconosce anche la sovranità esterna del Prìncipe, visto che la società non sarebbe sufficiente a se stessa se non avesse il potere di difendersi contro i nemici, di vendicare le ingiurie, di ricuperare i beni usurpati. Come si vede, non esiste alcuna preoccupazione semantica circa l'origine del nemico (che é poi un altro stato cui si sono concessi i medesimi poteri). E il cristiano come viene a trovarsi dentro a questa selva, piena di lupi? Deve teorizzare la legittimità naturale dei lupo, perchè lui stesso fa oramai parte del branco [14].

De Vitoria difende la sovranità dello Stato Nazionale e nello stesso tempo predica l'esistenza di una sovranità sovrastatale. E' vero, nell'attuale organizzazione del mondo non esiste un soggetto determinato di tale sovranità; ma ciò é dovuto al fatto che la "società universale" non ha ancora creato l'organo del potere delegato a stabilire il "Diritto delle genti". Come si vede il concetto di "Consiglio di sicurezza" é già presente in De Vitoria ma il segreto di Pulcinella é presto svelato: gli unici due membri saranno la Chiesa e la Spagna [15].

 

Le deduzioni etiche

Quando, infatti, il Diritto delle genti é calpestato da uno Stato tutti gli altri, non solo in blocco ma ciascuno per conto proprio, devono considerarsi come il soggetto accidentale e transitorio della sovranità sovrastatale e procedere "con l'autorità del mondo intero" alla ricostituzione del diritto violato. In virtù di questa autorità uno Stato può costituirsi giudice di un altro Stato, quando questo ha violato il "Diritto delle genti"; perchè, così facendo, ha perduto la sua sovranità abusandone. Per la stessa ragione uno Stato, può essere giudice della propria causa perchè può considerarsi delegato da tutta l'umanità a fare giustizia.

E tuttavia De Vitoria nega all'Imperatore il diritto di essere il depositario autentico e permanente della sovranità sovrastatale, fosse anche negli Stati a lui soggetti. Come si vede De Vitoria non può rassegnarsi a vedere condizionata la Spagna, grande potenza e scopritrice del Nuovo mondo. Viene anzi il sospetto che egli manovri sul piano dottrinale per dimostrare che il soggetto più appropriato a gestire il governo del mondo - vista anche la sua ortodossia rispetto a tutti gli altri Stati europei - fosse la Spagna. L'impresa della Invincibile armata non é forse giustificata da questa teologia?

Vediamo, ora, quali sono i diritti degli Stati. Il primo diritto é quello della conservazione che é poi una legge intrinseca a tutti gli esseri. Essendo una persona morale, lo Stato ha diritto all'esistenza, a meno che non commetta un crimine; perchè allora sarebbe un pericolo per gli altri Stati. Tale diritto comporta l'integrità della popolazione e del territorio e anche il vero dominium sulle persone e le cose che la natura dona in comune come, per es., le acque, l'aria, le miniere. De Vitoria difende l'idea del mare libero, ma si tratta di un'idea che serve a mettere comodamente le mani sulle nuove terre [16].

Il diritto di conservazione, poi, postula il diritto di perfezionarsi e di darsi l'espansione necessaria, sia pure senza pregiudizio per i diritti del vicino. Al diritto di conservazione si lega quello di indipendenza. Ma non si tratta - si badi -della indipendenza giuridica in rapporto alla sovranità sovrastatale, imposta dal diritto delle genti; si tratta invece della indipendenza relativa a un altro Stato. Anche per la cessione volontaria della sovranità De Vitoria esige condizioni senza le quali non può essere valida. Deve essere libera, non fatta per ignoranza, per errore o timore, come é accaduto in certi casi da parte degli Indiani in favore del re di Spagna. De Vitoria stabilisce l'eguaglianza giuridica fra gli Stati, siano essi rudimentali come quelli Indiani o stabili come l'Impero spagnolo. L'analogia con le persone é presto trovata: le persone, in quanto persone, sono tutte uguali. De Vitoria sostiene questa tesi - crediamo - per contenere l'attacco indiscriminato degli europei ai nuovi regni e per tenere quindi aperta la partita di caccia alla potente Spagna, la quale doveva affinare i metodi per assorbire il tutto con la forza della ragione e del cannone, usati sotto la guida delle leggi morali. De Vitoria, infatti, definisce con meticolosità il diritto di comunicare e di commerciare in quanto sono conseguenze del diritto di viaggiare e di risiedere (in casa altrui ovviamente). Tutto ciò viene giustificato con la teoria della società universale, anteriore e superiore, nell'ordine della natura, alla formazione degli Stati. Come si vede, l'universalismo viene invocato ma per dare un fondamento alle imprese coloniali e mai per promuovere l'unità del genere umano o per individuare gli ostacoli che ne bloccano il raggiungimento. Su questa linea, le potenze europee e americane hanno agito con la coscienza pulita quando nel secolo XIX hanno voluto dalla Cina e dal Giappone l'apertura dei loro porti al commercio internazionale?

 

Le deduzioni politico-religiose

De Vitoria difende anche il diritto di intervento. Quando l'aquila abbassa il volo mostra gli artigli. Nel Sillabo - come é noto - viene condannata la dottrina del non-intervento, e pour cause [17].

Qui ci preme rilevare come la dottrina della ¥sovranità limitata" abbia le sue radici in un certo cristianesimo reale. Per De Vitoria l'intervento é non solo un diritto ma anche un dovere, ogni volta che il Diritto delle genti é violato, ovunque ciò accada. Come si vede, vengono giustificate tutte le guerre, comprese quelle di religione. Nella teologia morale di De Vitoria la guerra é una sanzione che viene imposta a uno Stato per qualche infrazione al Diritto delle genti. Come tale é quindi intrinsecamente lecita, anche come offensiva. Se, infatti, non ci fossero castighi per gli Stati delinquenti, ogni ordine sarebbe turbato e i buoni perirebbero vittime dei malvagi anche all'interno di uno Stato. Come si vede, il circolo vizioso é senza sbocco alcuno. Tutti i discorsi relativi all'universalismo sono fatti all'interno di un assetto etico-politico estraneo al Vangelo. Se é vero che tutti gli uomini sono uguali e che il mondo é originariamente di tutti, occorre affermare che gli Stati Nazionali sono dei "soprusi" e quindi delle forme sospette di aggregazione. Questo doveva proclamare la Chiesa lungo i secoli. E i cristiani dovevano restare in martirio non solo per tre secoli; ma fino al momento in cui si fosse reso falsificabile l'homo homini lupus a livello di Stati. In questo senso é vero che il cristiano é poco fedele allo Stato ma non perchè - come é di fatto - lo Stato non é a piombo con l'etica della Chiesa bensì perchè, essendo il fattore primo di divisione fra gli uomini , rende impossibile l'emergenza della pace [18].

E tuttavia De Vitoria si rende conto che la punibilità dei delitti perpetrati contro il Diritto delle genti rischia di giustificare tutte le guerre. Corre quindi ai ripari specificando che, per es. non é titolo legittimo di guerra giusta l'infedeltà (in senso religioso), neanche se vi é contumacia e colpa. Sarebbe però titolo sufficiente di guerra giusta l'opposizione fatta da uno Stato alla predicazione del Vangelo; la persecuzione degli infedeli convertiti, il sacrificio degli innocenti [19]. Così un altro titolo di guerra legittima sarebbe l'opposizione al diritto di comunicazione, di commercio, di viaggio o di sistemazione pacifica in un dato luogo. E quanto alla "barbarie" nella quale vivono gli Indiani, potrebbe essere titolo sufficiente per assoggettarli, istruirli e civilizzarli; avendo cura di trattarli bene, come "minori" che hanno bisogno di un tutore [20].

 

Le deduzioni galeotte

Resta da esplorare il sancta sanctorum di tutta questa costruzione teologica: il potere del Papa. De Vitoria parte dalla distinzione tomistica fra i due ordini -naturale e soprannaturale - e la estende ai due poteri (l'uno non può nè diminuire nè assorbire l'altro). Egli respinge la concezione medievale del dominium papale esteso a tutto il mondo, anche nell'ambito temporale. Il Papa non può, per es. spogliare gli Indiani delle loro terre per concederle al Re di Spagna o a qualche altro Prìncipe. La sovranità del Papa é puramente spirituale e soprannaturale. Egli non può immischiarsi in affari temporali, deporre o sopprimere i Re, derogare a leggi di loro competenza. I Re e gli Imperatori non ricevono la loro sovranità dal Papa, nè mediatamente nè immediatamente. La ricevono dalla legge naturale, dalla Repubblica e da Dio come principio supremo.

A questo punto De Vitoria introduce la dottrina, poi diventata comune, del potere indiretto, in forza della quale tutto ciò che sembrava cacciato dalla porta rientra dalla finestra. Ecco il ragionamento di base: il potere del Papa é universale e assoluto su tutto lo "spirituale". Se il Papa non avesse tale potere la Chiesa non sarebbe una società perfetta nell'ordine spirituale. Tale potere non morde sul puro temporale, ma morde sul temporale nel punto in cui questo é ordinato allo spirituale. In forza di questo potere il Papa può derogare alle leggi emanate dai Prìncipi quando sono contrarie alla religione cristiana; può sottrarre al loro dominio persone, o cose sacre, in quanto sono necessarie allo spirituale; può proibire ai Prìncipi cristiani di fare la guerra se essa fosse di pregiudizio alla cristianità; può, infine, deporre i Prìncipi cristiani se governano contro la religione. Per lo stesso motivo il Papa potrebbe affidare esclusivamente al Re di Spagna la predicazione del Vangelo nelle Indie Occidentali; come potrebbe interdire l'accesso in quelle terre a tutti i Prìncipi cristiani, per impedire divisioni e torbidi nocivi alla propaganda del Vangelo. Secondo De Vitoria bisogna interpretare in questo modo la famosa Bolla di Alessandro VI sulla linea di demarcazione (Raja) emanata nel 1493. Il Papa, infine, può anche questo: se un certo numero di Indiani si convertono al cristianesimo può dar loro un Prìncipe cristiano - come per es. il re di Spagna - sottraendoli al dominio dei Prìncipi pagani.

Quando il discorso si stringe e ci si chiede: "A chi bisogna obbedire quando Papa e Re comandano cose contrarie?" Ecco la risposta: bisogna obbedire al Papa se si tratta di cose spirituali, al Re se di cose temporali. Ma tenendo presente che se il Papa dichiara che si tratta di cose spirituali o necessarie allo spirituale, bisogna credere e obbedire a Lui piuttosto che al Re. Tutto ciò quando si tratta di soggetti cristiani.

De Vitoria nega, infatti, che il Papa abbia alcun potere su gli infedeli; a meno che non sia un potere indiretto per la predicazione del Vangelo. E la morsa del teorema si richiude. Come si vede, quando si é prigionieri di presupposti teologici di origine oscura non é possibile liberarsi dalle contraddizioni in cui si mette a navigare l'etica, se non a prezzo di una lettura hegeliana della storia.

Poiché questa lunga e dettagliata zoomata sul fenotipo antropologico di un'epoca tanto discussa, contiene se non proprio le scarpe, almeno le suole, sulle quali ancora camminiamo; ci sarà più facile leggere correttamente la complessa griglia della nostra attuale condizione umana.

 

I nostri affanni

Oggi le barriere nazionali sono aperte solo là dove le condizioni di vita sono molto simili. Così, per es., l'Italia ha appena aderito al club di Schengen che promette, per il 1992, uno spazio senza frontiere tra Olanda, Germania, Belgio, Francia, Lussemburgo. E' ovvio che l'Europa (tutta) unendosi politicamente dovrebbe firmare una convenzione simile a quella di Schengen. In questo modo verrebbe definitivamente chiusa l'era del "socialismo reale" che - amiamo crederlo - é stato l'ultimo tentativo violento di omogeneizzare l'umanità in nome dell'abolizione delle classi.

Ma l'Europa unita deve essere,- a sua volta, solo un tramite - o un esempio possibile - per arrivare al governo mondiale unificato. Solo così potrà cadere il concetto stesso di emigrazione-immigrazione. Solo così potranno essere risolti i casi degli Zingari [21], dell'antisernitismo, dei boat people, dell'ecologia planetaria. Ovunque tu andrai, sarai sempre a casa tua, purchè la tua etica sociale sia quella democraticamente stabilita e che hai scelto. D'accordo, l'autodeterminazione dei popoli é il solo principio che potrà risolvere la questione balcanica e altre questioni ad essa analoghe; ma l'attuazione del principio non deve voler dire nascita di nuovi Stati Nazionali Sovrani perchè si moltiplicherebbero le fonti dei conflitti. Meglio sarebbe parlare di federazioni democratiche di popoli liberi; ma ciò é possibile - o sarà possibile - solo se costruiremo l'unico Stato legittimo e cioé lo Stato planetario nel quale gli ex Stati Nazionali, o quelli di nuova formazione, potranno vivere in pace.

Facciamo un esempio. Il contenzioso esistente fra Praga e Bratislava (Cechi e Slovacchi) non é lo Stato comune, che rappresenta una solida garanzia di democrazia - essendo universale il rifiuto del comunismo - ma riguarda la posizione di egemonia al loro interno. Per gli Slovacchi, ad es. i Cechi hanno espulso tre milioni di tedeschi dai Sudeti alla fine della guerra e fatto deportare migliaia di Slovacchi in Siberia. I Cechi, a loro volta, dipingono gli Slovacchi come fascisti-putschisti e separatisti. Certo, il giorno in cui qualcuno si sente colonia di qualcun altro o vive gomito a gomito con l'animo alterato, non può chiedere la "sovranità" politica per risolvere il suo problema che, anzi, lo aggraverebbe. Deve invece chiedere la rapida costituzione di un governo mondiale unico nel quale devono annullarsi tutte le sovranità nazionali e praticarsi la divisione pacifica delle etiche per evitare le frustrazioni della convivenza coatta e i pericoli del conflitto armato.

E dei drammi interni alle stesse etnie che dire? In data 1/10/90, per es., la Corte suprema indiana (New Delhi) ha ordinato al governo di sospendere l'attuazione del contrastato decreto del 7 agosto che accresce i posti nella pubblica amministrazione riservati alle "caste inferiori" e agli "intoccabili" ("harijan"). Come si vede, esistono ancora dei dubbi sull'uomo specie unica ed é un grattacapo che potrà essere risolto solo con l'istituzione di un governo mondiale unico e con la successiva divisione delle etiche.

E della emigrazione-immigrazione che pensare? Sì, certo, la raggiunta prosperità di un paese presuppone la padronanza dei flussi demografici. Sì, certo, la possibilità di uscire dalla propria area resta una garanzia di libertà; ma la libera sistemazione nel territorio di propria scelta é esclusa in forza di questa evidenza: il numero eccessivo dei candidati e l'estensione delle aree della miseria sul pianeta. Eppure la migrazione di massa proclama due verità: l'uomo considera la terra come una casa comune; l'attuale divisione nasconde molti "prigionieri politici", se é vero che in giro per il mondo ci sono più di venti milioni di persone.

D'accordo, la caduta del "muro" riconferma il "diritto delle genti" della libertà di viaggiare ma non quella di installarsi in un luogo (immigrazione). Certo, sarebbe da preferire l'assoluta libertà di circolazione e sistemazione delle persone oltre tutte le barriere; ma per ottenere ciò bisogna essere convinti:

1) che la specie umana é unica [22]

2) che gli Stati Nazionali sovrani sono un sopruso perpetrato ai danni dell'uomo e che, quindi, occorre costruire un Governo mondiale unico cui spetterà, per definizione, il compito di farsi carico delle aree a rischio fame

3) che le lingue sono - oggi soprattutto - un sopruso sul diritto ad averne una comune, allo scopo di intenderci direttamente senza intermediari di alcun genere e di favorire l'omogeneizzazione delle visioni del mondo [23]. Se non si procederà all'insegnamento di una lingua comune in tutte le scuole del mondo, ogni convivenza multietnica sarà già di per sè fonte di pericolosi conflitti interiori

4) che le religioni sono esse pure un sopruso [24] perchè hanno innestato su di un "bisogno" spirituale dell'uomo delle realizzazioni contraddittorie di tale bisogno. Questa é la riflessione che le religioni debbono fare; mentre il cristianesimo - che originariamente religione non é deve ritrovare se stesso, ripetiamo, come catalizzatore (anima mundi) che provoca o promuove la "reazione" (unità dei genere umano) senza parteciparvi come parte, con disegno egemonico. Non é infatti lui - o il suo modello - che deve trionfare; ma la verità (fratellanza) di cui é portatore originario

 

L'affanno dei cattolici

I cattolici oscillano, da molti secoli, tra universalismo e integrismo; tra carità e fede; fra tolleranza e crociata. Da un lato si sentono educati dalle certezze del Sillabo, dall'altro lato non possono ignorare le conquiste della "ratio illuministica". Da qui l'incertezza delle loro indicazioni etiche. Ascoltiamo - per es. sul tema della immigrazione - le proposizioni 78 e 79 condannate dal Sillabo:
- "Giustamente in taluni (quibusdam) paesi cattolici la legge ha provveduto a che gli immigrati possano esercitare pubblicamente il loro culto, quale che esso sia".
- E' falso che la libertà civile di tutti i culti e che il pieno potere lasciato a tutti di manifestare pubblicamente e apertamente i loro pensieri e le loro opinioni portino più facilmente i popoli alla corruzione dei costumi e degli spiriti e propaghino la peste dello indifferentismo".

Se questo veniva affermato, a livello ufficiale, nel 1864; più vicino a noi vi era una prassi sostenuta da principi espressi senza peli sulla lingua:

"Quando il Papa manda banditori della Buona Novella in luoghi ancora dominati dalle tenebre dell'errore, non viola i diritti sovrani dei relativi Stati e di altre religioni, per il fatto stesso che queste non hanno ragione di sussistere, e quelli hanno una finalità tutta temporale" (Rivista di studi Missionari, genn. 1923, p. 172)

Oggi, invece, abbiamo i cattolici di sì, no no che attaccano riviste e vescovi perchè cedono, sul tema della rigida ortodossia. Per es. il Card. Martini in data 31/10/90 afferma, a Milano: ìIl futuro dell'Europa sarà multirazziale e multireligioso. Realtà nuova. Da un millennio non si presentava più questa possibilità". E sì, no no commenta : "Poichè fino al Vaticano II ci é stato insegnato, secondo la logica della fede, a ringraziare il Signore dei suoi vari provvidenziali interventi nella storia (Poitiers, Lepanto, Vienna, ecc.) che hanno risparmiato all'Europa cristiana quel "futuro multireligioso", vorremmo sapere secondo quale logica oggi il Card. Martini, al medesimo Signore rimprovera tra le righe di aver privato l'Europa di questa chance". Dall'altro lato si vuole che sia finito il tempo delle lotte e delle crociate e si citano le parole del Card. Martini; il quale, però, invoca "giusta reciprocità" nel costume e nel diritto vigenti.

I Musulmani, infatti, in Italia sono circa trecentomila e ciò pone interrogativi che vanno al di là del soddisfacimento dei bisogni primari atteso che l'Islam sia colpevole di un tale limite - se si vuole costruire un mondo di convivenze armoniche. I nuovi arrivati devono accettare le leggi e gli usi fondamentali del nostro contesto sociale, nè debbono "esigere precisa il Card. Martini - dal punto di vista legislativo, trattamenti privilegiati che tenderebbero a ghettizzarli e a farne potenziali focolai di tensioni e violenze".

Come si vede, da un lato si vorrebbe essere (o per lo meno apparire) altruisti, pluralisti, caritatevoli, cristiani insomma e dall'altro lato ci si accorge che ciò non é possibile perchè ci sono in giro dei "blocchi stradali" - le identità religiose - che lo impediscono. Il nostro pensiero é chiaro: per togliere i "blocchi" bisogna promuovere l'unità politica e linguistica a livello planetario e poi dividere - o ridividere - le etiche - specie quelle a radice religiosa - perchè solo se sono divise potranno dialogare con frutto senza ipotizzare la guerra santa. Il vero pericolo, infatti, sta nel rischio che etnia e religione si coagulino in uno Stato nazionale, dopo averlo fagocitato culturalmente e condizionato sul piano legislativo. Il medio oriente insegna.

 

L'affanno delle religioni

Ma il rifiuto all'integrazione - sic stantibus rebus- é struttura e problema universale. Citeremo, a titolo di esempio, ciò che accade in Malaysia. Con la nascita del Sultanato di Malacca (sec. XIII) la storia malese si trova inserita nell'area musulmana in seguito alla cacciata delle precedenti culture (buddismo, induismo, animismo). Da quel momento inizia pure un processo di immigrazione delle isole vicine a cui si aggiunge una corrente migratoria cinese. Malacca e Borneo - una parte dei cui territori si identifica con l'attuale Malaysia - sono sempre stati terra di frontiera tra mondo musulmano e sfera di influenza cinese. Grande incentivo all'emigrazione fu dato dall'amministrazione Britannica che occupò la penisola di Malacca a fine settecento e che si sovrappose alle due tradizioni cinese e malese (musulmana). Per la mano d'opera - necessaria a sfruttare le miniere di stagno e la coltivazione del caucciù - gli Inglesi preferirono rivolgersi ai cinesi. L'operazione si concluse attorno agli anni trenta. Attualmente abbiamo questo quadro: 51% di malesi (Bumiputra); 39% di cinesi; 10% di altre etnie. Il conflitto é complesso per l'intreccio di fattori economici, oltre che culturali ed etnici. Da qui una programmazione unica al mondo: entro il 1990 il 30% delle attività commerciali e industriali doveva essere trasferito a cittadini di etnia malese. Nel 1987 emerge la volontà della maggioranza politica di imporre la lingua e i costumi malesi alla minoranza. Così, per es., l'Università di Malaya ha deciso che gli insegnamenti dei dipartimenti cinese, indiano e inglese, siano tenuti in lingua malese. E l'atteggiamento verso le religioni non musulmane?

Sono oramai sette, su tredici, gli Stati della Federazione Malese, che hanno approvato il "Control and restriction of the propagation of nonislamic Religions Bill", che fissa severe restrizioni alla propaganda delle religioni non islamiche. Infatti, ai non islamici é proibito usare 25 parole che sono considerate esclusive dell'Islam. Tra questa anche la parola "Allah", che i cristiani usano per indicare Dio (per i riferimenti cfr. Marcello Pacini, "Transizione demografica, migrazioni internazionali e dinamiche culturali", in Abitare il pianeta, Ed. della Fondazione Agnelli, Torino 1989, p. 28 e s.). Come si vede, l'ostacolo primario alla convivenza delle etnie e alla stessa integrazione nazionale di tipo laico, é la religione che, per definizione, dovrebbe unire gli uomini [25].

 

L'esame di coscienza

Per quanto riguarda le responsabilità delle religioni cominciamo col dire che esse stesse sono un fenotipo come tutte le altre realtà umane (per es. le lingue o gli Stati). E si tratta di un fenotipo molto strano perchè rende diversi e ostili gli uomini al di là di ogni eguaglianza originaria. Per risolvere il nodo, non intendiamo ripercorrere la strada di Rousseau. Egli, infatti, tenta di costruire, o di scoprire, una religione naturale con pochi dogmi universalmente accettati, per superare le contraddizioni in cui vivono quelle storiche. Noi crediamo che il nodo sia già stato sciolto da Gesù Cristo. Il suo Messaggio - che ha come unico presupposto la metànoia - dichiara la crisis (o condanna) della religio. E cioé della etnia più sedimentata dopo quella patriottica (o etnocentrismo). Gesù Cristo annuncia una "novità esistenziale" per tutti i settori dell'umano. Non é quindi ricerca di un minimo comune denominatore dell'esistente, ma chiusura dell'epoca delle "religioni" perchè sono l'immagine vivente della corruzione dell'originario "senso del divino" (o bisogno spirituale). Il cristiano, quindi, doveva essere l'uomo nuovo prodotto dalla "novità esistenziale" proclamata da Gesù Cristo. E la Chiesa doveva essere l'accolta - e quindi il risultato - di questi uomini nuovi.

E invece, da capo, s'é costituito un gruppo del tutto simile agli altri gruppi religiosi. Questo gruppo ha cominciato a cercare un suo spazio istituzionale e ha cominciato ad attaccare degli avversari, a vincerli, a distruggerli, fino a imporsi come cosa in sè, come sale non sciolto, come lievito non fattosi pane, come luce non diffusa ma solidificata, come lampada che fa luce a se stessa. Da qui il dualismo con lo Stato e con le altre religioni e con tutta la realtà umana. Da qui i muscoli tesi per affermarsi come forza contrattuale, senza più, rinnovare nulla. - Breve: l'attuazione del Messaggio é sempre in perdita rispetto alla sua affermazione.

L'attuale cristiano medio - già vittima del catechismo di gruppo - pensa che Cristo (o la rivelazione cristiana) sia un suo patrimonio e lo omologa alla "terra promessa". Mentre il cristiano dovrebbe essere colui che riconosce l'evento (Dio-con-noi) come la mano che tutti salva senza eleggere nessuno. Il cristiano quindi dovrebbe essere uno che entra in una novità (sentirsi fratello di tutti gli uomini) senza mai monopolizzarla per distinguersi dualisticamente da quelli che non credono o non riconoscono evento alcuno. Il compito primario del cristiano, allora, dovrebbe essere quello di attuare il Messaggio recepito; non quello di imporlo all'altro, - nè con strumenti politici, nè con strumenti giuridici, nè con la minaccia della perdizione eterna -. Bisogna considerare con attenzione il sillogismo ipotetico: se il Messaggio é "definitivo" e se il gruppo che lo crede tale non lo realizza, non si avrà mai la soluzione delle contraddizioni della storia. E chi non crede che quel Messaggio sia "definitivo" continuerà a cercare col proprio logos la soluzione di quelle contraddizioni; anche perchè le attuazioni storiche del Messaggio risultano carenti e fino ad oggi non sono assurte al rango di "città sul monte" o di lucerniere sul moggio".

In un simile contesto si fa drammatica la collocazione della chiesa - di ogni chiesa -perchè continua ad autoproclamarsi custode fedele e interprete autentica di quel Messaggio senza mai riuscire a mostrarlo attuato in un qualche punto vitale della vita associata. Non avendo più la forza intrinseca di essere sale e lievito - poichè non é risultato di metànoie e non volendo essere calpestata dagli uomini, diventa etnia religiosa che aspira a guidare la vita politica degli Stati in posizione trascendentale senza tuttavia aiutarli mai a risolvere quei problemi umani per i quali Cristo la volle presente nella storia [26].

A fronte dei rivoluzionari di tutte le epoche, l'Istituzione ecclesiastica continua a ripetere: "Bisogna convertire se stessi e non essere smaniosi di cambiare il mondo". Ma essa dimentica di applicare il monito a se stessa. L'etnocentrismo religioso non demorde: "Gesù - grida - non ha forse detto ai suoi discepoli andate e predicate il Vangelo ad ogni creatura. Solleticati da questo pressante invito - che é dubbio che sia di Gesù e in ogni caso pericoloso se disgiunto dalla preliminare attuazione del Vangelo - tutti si mettono a correre i continenti, more turistico, in veste di profeti e alle spese di Pantalone. Tutti predicano, tutti sono missionari, tutti hanno le stellette dei caporali e nessuno pratica. E tutto ciò accade perchè se é abbastanza facile illudersi di essere i "mandati da Dio" (conversione dell'io personale) é molto più difficile rendere nuovo l'io sociale.

Il cristiano - come Cristo - non può volere l'unità del genere umano aggregando l'altro alla propria etnia religiosa, ma la vuole in sè cioé come valore di base per aggredire ogni altra vetta. E tale unità può essere raggiunta solo se si é democraticamente rinunciato ai falsi valori - Stato Nazionale, lingua, religione - che rendono impossibile la originaria vocazione dell'uomo. Vocazione che per il logos é quella individuata da Dante - e cioé attuazione di tutte le potenzialità dell'intelletto sia sul piano speculativo che sul piano pratico - e che per il Logos é la stessa perfezione divina ("siate perfetti come il Padre"). Solo in un tale mondo - costruito a colpi di rinunce sul fenotipo ereditato - il cristiano potrà dare un saggio di ciò che dice di essere [27].


Note

[1] A titolo di promemoria riassumiamo la posizione hegeliana: lo Stato é suprema determinazione mondana della vita dello Spirito oggettivo, il Dio reale. l'individuo non é il prius ontologico. Un popolo fuori dello Stato é un branco. La coscienza dei singolo non può ergersi contro la comunità alla quale appartiene. Lo Stato si legittima da sè. Non vi é storia di uomini ma solo di popoli e cioé di Stati. La storia é tutto, biografia dell'Assoluto. I popoli si avvicendano nel ruolo di protagonisti come in uno stormo gli uccelli migratori si alternano alla faticosa punta delle formazioni. Motore della storia é la guerra che verifica i valori e determina la vicenda dei popoli nella funzione di guida.

[2] Gli Stati nazionali attuali hanno sì - grosso modo - una struttura unitaria, raggiunta faticosamente lungo i secoli - e la loro unità si é cementata mediante la lingua, la religione, l'etica, l'economia - ma se si dovesse allentare, per un qualsiasi motivo, il vincolo nazionale si vedrebbe che molti sono i prigionieri politici, riguardo all'etnia, alla religione, alla lingua, ecc. Ciò che sta accadendo in Jugoslavia e in Unione Sovietica non ha bisogno di molti commenti. E tuttavia il vero pericolo di tutta la vicenda resta il "delirio nazionalista" rimesso in libera uscita. La nascita di nuovi Stati Nazionali é una sciagura per l'umanità perchè aumentano i centri di conflittualità e i rischi di guerre. Diciamo subito che sarà questo il leit motiv dei nostro discorso: governo mondiale o riemergere delle dittature locali (Stati Nazionali). L'odio razziale o etnico o religioso, é senza soluzione: in dittatura si raffredda, in democrazia si accende e incendia. Non resta comunque che la divisione delle etiche. Ma questa per essere salutare, presuppone un governo politico mondiale unico. Dei resto le varie etnie, religioni, culture, ecc., si ricoauguleranno sempre nel fantoccio dello Stato nazionale e di nuovo alimenteranno i conflitti armati.

[3] La storia mondiale - ma soprattutto quella dell'Occidente - vive il complesso del "dualismo etnocentrico". Nel consesso delle Nazioni ve n'é sempre una che si impone sulle altre, egemonizzandole con il proprio ethos (cultura, lingua, religione, economia) per secoli o per decenni. - appena il caso di esemplificare: Grecia, Roma, e giù a rotazione gli Stati europei, tallonati dall'impero Ottomano, a sua volta in rotazione etnocentrica. E la Chiesa con la buona volontà di "cristianizzare" il vincitore si é messa a cassetta con lui (connubio fra trono e altare). Hegel ha codificato questa logica divinizzando lo Stato nazionale; ma già Polibio ne aveva innescato il meccanismo quando vide un fine nella storia, pilotata dalla Dea Fortuna. Dea Fortuna che Sant'Agostino vedrà come Provvidenza curva sulla scacchiera degli Imperi per guidarne le mosse. Il Messaggio non é riuscito a superare questo dualismo perchè é stato mal inteso - o disatteso - dalla "memoria" che lo proclamava nei vari tempi storici. Questa "memoria", infatti, é ferma nella idea che l'unità sarà frutto di egemonia. E del resto lo stesso San Paolo non concepisce forse Cristo come colui che metterà sotto i piedi i suoi nemici?

[4] Lo stesso Croce, nel famoso articolo Perchè non possiamo non dirci cristiani (1942), vede nel Cristianesimo la più grande rivoluzione che l'umanità abbia mai concepita e cita la fratellanza "come novità non riscontrabile prima: La coscienza morale, all'apparire dei Cristianesimo si ravvivò, esultò (...) e si tenne incontaminata e pura (...) e il suo affetto fu di amore; amore verso tutti gli uomini, senza distinzione di genti e di classi, di liberi e schiavi".

[5] Nel caso Jugoslavo non siamo di fronte a vere differenze razziali o etniche, o di pelle. Le differenze sono tutte -culturali e cioé coltivate dall'educazione religiosa, linguistica, storica. Si tratta di un fenotipo andato in cancrena. In pratica, in Jugoslavia esiste una guerra di religione, essenzialmente tra cattolici (Croati) ortodossi (Serbi) e musulmani (Bosniaci). Le conferenze episcopali si sono riunite ma inutilmente. Quando, da secoli, avete forgiato le coscienze alla lotta, alla offesa della propria identità religiosa, avete anche fatto crescere i canini al vostro animale religioso. E adesso presumete di predicare la pace tra "carnivori"? Prima bisogna fare diventare "erbivori" (pecore di Cristo) e poi, eventualmente, dividere i pascoli come fecero Abramo e Lot con i pastori litigiosi. Ma per essere più espliciti, osiamo formulare l'appello che il Pontefice avrebbe dovuto lanciare ai "cattolici" e al mondo: "Fratelli Croati, di fronte allo scatenarsi della violenza armata di altri fratelli, voi statevene fermi a casa vostra, in preghiera e con la porta aperta. Sono certo che allo stato attuale della nostra maturità umana nessuno vi toccherà un capello. Per risolvere il contenzioso relativo all'autodeterminazione dei popoli appelliamoci insieme all'Onu, cui, d'ora innanzi dovremo delegare il compito permanente di far rispettare democraticamente i diritti umani."

[6] Come si vede, in De Vitoria non c'é attitudine alcuna a ricercare l'originario dei problemi. Se la guerra non é una deviazione della condizione originaria, la pace non é originaria. Nella condizione storica in cui si trova De Vitoria la pace sarà un risultato non una virtù. Si chiudono gli occhi sulla innaturalità di ciò che porta alla guerra - lo Stato Nazionale sovrano - e poi si cerca di moralizzare ciò che ne deriva. Curioso, infine, l'accenno agli ambasciatori che darà pretesto al Manzoni - nella cena di don Rodrigo - di far dire a Padre Cristoforo che il meglio sarebbe che non ci fossero nè sfide, nè sfidanti, nè ambasciatori di sfide. Ad affermare che l'assetto politico originario non prevede Stati Nazionali con relativi ambasciatori. Per quanto riguarda il "diritto delle genti" vediamo una scheda sul loro tormentato iter. Nel 1869, alla vigilia dei Vaticano I, D.Urquhart chiede a Pio IX di restaurare il Jus gentium. Da parte cattolica si chiede che sia obbligatorio per i cristiani il rispetto di tale diritto e si chiede venga inaugurato in Roma un Collegio per il suo insegnamento e la sua divulgazione. Durante la prima guerra mondiale Wilson propone (art. 14) la Società delle Nazioni. La Nota pontificia di Benedetto XV vedeva assicurata l'effettività del Diritto delle Genti attraverso:

1) la riduzione degli armamenti e il servizio militare non obbligatorio
2) l'istituto dell'arbitrato obbligatorio
3) le clausole costituzionali sui poteri di guerra

I due progetti (quello di Wilson e quello del Papa) sono falliti perchè partivano dal presupposto che lo Stato Nazionale Sovrano é di origine divina; e dal presupposto che la sovranazionalità é un luogo del diritto buono per tenere a bada leoni e conigli senza prima dire che nel consorzio umano non ci sono animali di specie diversa (aggregati nello Stato Nazionale); ma uomini eguali, illegittimamente tenuti divisi dallo Stato Nazionale appunto, le cui origini sono "oscure" sia dal punto di vista storico che psichico (sul tema cfr. G. Pietro Caliari, 1a pace positiva di Benedetto XV, in Pace diritti dell'uomo, diritti dei popoli, anno II, n. 2, 1988).

[7] De Vitoria non specifica mai il fine della Repubblica umana se non come "bene comune". Dice che essa può darsi un suo fine così come le Repubbliche particolari hanno l'autorità di darsi le leggi necessarie per raggiungere i loro rispettivi fini. Ma il fine dello Stato Nazionale quale é? Il bene comune é termine troppo vago e insidioso perchè può contenere il fine di ingrandirsi. Non a caso Platone vede lo Stato come una nave: una nave che solca il mare deve avere la vedetta di giorno e di notte così uno Stato che passa tra i flutti degli altri Stati, e vive nel pericolo di essere sommerso da mille insidie". Tutti questi presupposti sono stati azzerati dal Messaggio evangelico; ma rivivificati dal Cristianesimo caduto al rango di religione; per questo rendono impossibile l'avvento della pace.

[8] Come si vede, qui operano i fantasmi inconsci dell'etnocentrismo cristiano e spagnolo insieme. Per De Vitoria bisogna tenere aperto il discorso universalistico, non per utilizzarlo ai fini della condenda unità politica dei genere umano, ma per giustificare l'operazione di controllo e di conquista delle nuove terre. L'aneurisma che paralizza l'autonomia dei discorso etico - giuridico é il presupposto delle due potestà: l'imperiale e la pontificia. Oggi l'impero é incarnato dalla presenza delle super potenze ancora - dualisticamente presenti nella "repubblica umana" e il Papato é incarnato dal fondamentalismo delle religioni -cristianesimo compreso - che aspira al dominio degli spiriti credendo di esserne la "salvezza".

[9] Come si vede, esiste una istanza insopprimibile: la costituzione di un governo mondiale unico. Ma De Vitoria ipotizza tale governo come portatore del "diritto delle genti", identificato, a sua volta, con la dottrina della Chiesa e con la legislazione dei regno di Spagna. Allo stesso modo Cicerone identificava l'etica di Roma con il "diritto delle genti" e lo riteneva imponibile ai popoli "barbari" che Roma incontrava sulla sua strada. Oggi si sono fatte conquiste relative al concetto di Stato. Lo Stato, infatti, é tale se é democratico, se é di diritto, se ha la responsabilità di mediare la giustizia fra i cittadini. Ciò che resta da superare é il concetto di Stato Nazionale Sovrano. Bisogna ricordargli che la sua vera vocazione é simile a quella dei genitori: deve cioé rendersi inutile in vista dello Stato planetario, il cui compito sarà esattamente lo stesso che l'attuale Stato Nazionale democratico svolge nei confronti dei cittadini. Il vantaggio immediato di questa metamorfosi sarà la pace e cioé lo svuotamento dei concetto di esercito.

[10] Come si vede, sono ancora in giro le tossine dell'Unam Sanctam; dove l'idea del dominio su tutto il mondo é di origine sacra. La protesta di Dante é passata invano e il polo imperiale diventa l'altro corno dei dilemma, utile per ridurre a sè le nuove scoperte.

[11] Il nuovo ordine mondiale che tutti dicono essere iniziato in occasione della "guerra dei Golfo" é cominciato con un grosso handicap. In pratica si é delegato un paese (una potenza) a fare da tutore al "diritto delle genti". Gli Stati Uniti hanno le mani libere e sarà difficile farli rientrare tra gli eguali. Essi sono convinti di essere il modello di Stato perfetto perchè democratici, multietnici, multietici, e via via. Ma la loro unità é data dal centralismo politico e linguistico di origine violenta. Tant'é che qualcuno già profetizza che anche in America scoppierà il conflitto fra sovranità e autodeterminazione. Ci saranno etnie che chiederanno l'autonomia politica e allora ci sarà di nuovo una guerra civile simile a quella di secessione. Per evitare che ciò avvenga bisogna affrettare l'unità politica dei genere umano e poi mettere in libertà le etnie e le religioni perchè formino aggregazioni di proprio gradimento, senza più vivere, o far vivere, con l'incubo dell'aggressione dell'altro. Ci sono poi nel mondo le ostilità viscerali contro l'America, un lupo che aggredisce ovunque é insidiata la sua ombra (egemonia); vuol essere il primo della classe; sprigiona sul pianeta la peste dei capitalismo, del consumismo, e via elencando -come ci sono le ostilità ragionate dei suoi pari. Per es., al Soviet Supremo del 26/8/1991 una deputata domanda a Gorbaciov: "Circa la politica estera perchè l'Unione Sovietica deve lasciarsi strumentalizzare per favorire l'affermazione dei prestigio americano?". A nostro giudizio tutte queste forme di ostilità esprimono - sia pure in maniera"turbata" - una giusta istanza, che é appunto la richiesta di un Governo mondiale sovranazionale. Il male consiste, invece, nel fatto che nessuna forza politica, culturale, religiosa, abbia apprezzato la novità, nè si sia messa all'opera perchè ciò che é iniziato imperfettamente venga perfezionato. Che cosa vediamo invece? Fame di armi in ogni angolo della terra. Gli stessi paesi ex comunisti vivono nel timore che gli alleati di ieri divengano nemici di domani. Stanno così riemergendo le vecchie rivalità nazionalistiche represse per quattro decenni e il mercato più agognato é l'armamento ad altissimo livello tecnologico dell'ex Germania orientale. L'Italia stessa - rigurgitante di pacifisti religiosi e laici - ha proclamato di avere l'aviazione della marina (apparecchi sulle navi a decollo verticale) così motivando: "Non per orgoglio nazionale ma per difendere gli interessi del Paese sul mare".

[12] Un altro presupposto del pensiero di De Vitoria - presupposto che troverà la sua esplosione in Herder - é il credere che la natura spinga a formare delle nazioni distinte secondo le differenze particolari dei popoli. Dio, insomma, avrebbe fatto i popoli, le religioni, le lingue, le etnie, le razze, così come Geppetto ha fatto Pinocchio.

[13] Kant pone tre articoli definitivi per la pace perpetua:

a) la costituzione civile di ogni Stato - deve essere repubblicana (la suggestione viene da Rousseau)
b) il diritto internazionale deve essere fondato su di un federalismo di liberi Stati (una cosa, infatti, é la lega della pace e un'altra cosa é il patto di pace. Il primo si propone di mettere fine allo stato di guerra, il secondo si propone solo di mettere fine a una guerra)
c) il diritto cosmopolitico deve essere limitato alle condizioni dell'universale ospitalità. L'ospitalità sarebbe il diritto di uno straniero, che arriva sul territorio altrui, di non essere trattato ostilmente. "Negli Stati civili - nota Kant - vige una condotta inospitale. Si rimane inorriditi nel vedere l'ingiustizia che essi commettono nel visitare terre e popoli stranieri, il che per essi significa conquistarli. L'America, le isole delle spezie, ecc., all'atto della loro scoperta erano per loro terre di nessuno, non tenendo essi in nessun conto gli Indigeni.

Per Kant gli Stati devono passare - come già sono passati gli individui dalla barbarie alla società civile - dall'indipendenza alla federazione. Perchè, così come sono, l'uno accanto all'altro, sono esattamente come gli individui: in permanente minaccia di guerra. E tuttavia, lo Stato Nazionale resta un primum anche in Kant (non ne viene negata l'autonomia ma solo assicurato il diritto). - infatti arduo immaginare come e dove potrà collocarsi questa nuova "memoria" storica, il cui compito é quello di sopprimere gli eserciti per sostituirli con forze di polizia, volte al controllo della violenza privata.

A Kant, però, non sfugge il fatto che la fusione - la fusione e non la sola federazione - degli Stati, "é soprattutto impedita da due potenti cause: la molteplicità delle lingue, cioé, e la differenza delle religioni" [Cfr. La religione entro i limiti della sola ragione (1793)].

A titolo di completezza informativa ricordiamo che nel 1915 (ott.) il Card. Gasquet sostenne la necessità di creare una ¥Lega sacra degli Stati', incaricata di far rispettare i dettami dei diritto internazionale e di intervenire direttamente per la loro difesa e il loro rispetto, se violati. E ricordiamo anche che il sogno politico di De Maistre fu la "società delle nazioni" sotto la paternità dei Pontefice come rimedio ai mali d'Europa. Nella settima conversazione delle "Serate di Pietroburgo" (1809) il Senatore - di religione ortodossa - ripete un concetto Kantiano: "Se l'uomo é passato dallo stato di natura (nel senso volgare della frase) allo stato di civiltà o per deliberazione o per caso, perchè mai le nazioni non hanno avuto tanta accortezza o tanta fortuna quanto gli individui? (...) Perchè la ragionante Europa non ha tentato nulla di simile?" Il Conte (De Maistre) risponde: "Tentativi ce ne furono e anche ostinati, ma gli uomini non sapevano quello che facevano (...) e si sviarono. Presero una cosa per l'altra e tutto fallì, secondo le apparenze, per quella legge occulta e terribile che ha bisogno del sangue umano" , Da qui il successivo elogio della guerra che si conclude con questo riferimento mitologico: la bellezza di Elena non fu che un mezzo di cui gli Dei si servirono per rimettere alle prese i Greci e i Troiani e far colare il loro sangue onde diminuisse sulla terra l'iniquità degli uomini, divenuti troppo numerosi.

[14] Vedi quanto abbiano detto alla nota 1). Facciamo solo osservare come gli Stati attuali siano, appunto, un branco, fuori dallo Stato Planetario.

[15] In passato non era realistico pensare che le Nazioni Unite potessero avere i voti necessari in sede di Consiglio di Sicurezza per svolgere il ruolo effettivamente svolto nella "guerra dei Golfo". C'é chi auspica l'allargamento del numero dei membri permanenti in modo da riflettere la nuova distribuzione internazionale dei poteri". Tutto bene; ma il problema non é tanto di numero quanto di sostanza. O l'ONU governa la terra o si spegne; ma per governare la terra deve diventare il luogo in cui si annullano gli Stati Nazionali, sia pure potenti come gli Stati Uniti o l'Unione Sovietica o la Cina. E questo é il passo difficile da compiere, se prima non ci saranno preparazioni graduali e possibili; come, per es., l'introduzione di una lingua comune in tutte le scuole del mondo.

Qualcuno dice: "All'ONU unico gestore del mondo postguerra fredda si arriverà solo se sarà accettato il principio - che é poi nella Carta costitutiva - che fra i mezzi a disposizione per raggiungere l'obiettivo per il quale é stato creato - cioé la pace - ci deve essere talvolta, purtroppo, anche la guerra" Ma se il Governo Mondiale é come lo Stato nazionale a fronte delle "regioni" da cui si é formato, non ci sarà più bisogno di fare una guerra perchè gli eserciti "regionali" non ci saranno più. Saranno infatti sostituiti da un servizio di "Polizia Internazionale" per prevenire l'accensione delle violenze private o di gruppo.

[16] Non possiamo non richiamare, su questo tema, la domanda ironica di Rousseau relativa al "diritto dei primo occupante": "Quando Nunez Balbao, dalla riva, prendeva possesso del mare del Sud e di tutta l'America Meridionale in nome della Corona di Castiglia, bastava quest'atto per spodestarne tuffi gli abitanti ed escluderne tutti i principi del mondo?" (Contratto Sociale).

[17] L'art. 62 dei Sillabo condanna questa proposizione: Si deve proclamare e osservare il principio detto di <<non intervento>>

Il Papa contava sull'appoggio dei governo francese e delle nazioni cristiane, perchè lo aiutassero a respingere gli attacchi dei Piemontesi; ma l'inerzia fu generale. Gli alleati, sui quali aveva posto le sue speranze Pio IX, rifiutarono il loro servizio invocando il principio del non-intervento. In tale circostanza - notava il Papa - la loro inazione era colpevole e il principio sul quale si appoggiavano era funesto e pericoloso. Diceva: Si tratta della violenta spogliazione di un potere che é stato dato al Pontefice Romano per esercitare con piena libertà il suo ministero apostolico nella Chiesa tutta intera. Tale libertà deve sicuramente eccitare la sovrana sollecitudine di tutti i Prìncipi'. Come si vede, per difendere questo supposto Jus gentium era lecita la guerra.

[18] Il cristiano deve essere infedele allo Stato Nazionale nella misura in cui lo Stato Nazionale rende impossibile l'attuazione dei primo principio dei Messaggio evangelico e cioé l'amore indiscriminato al prossimo. Allo stesso modo il cristiano - come Socrate - é infedele alla "religione" della città - sia essa Gerusalemme o Roma - perchè Dio é un'altra cosa. E Gesù, infatti, non é fondatore di una nuova religione ma rivelatore di una novità esistenziale. Se il cristiano "per battesimo" si trova a diventare cristiano "per conversione", dentro a queste maglie storiche, che deve fare? Deve chiedere, di nuovo, la libertà di obbedire prima a Dio che agli uomini. Pur sapendo che la domanda contiene la revisione dei suoi rapporti con la Chiesa nella misura in cui questa si é trasformata in un "gruppo religioso" tra "gruppi religiosi" e con essi entra in lotta per appropriarsi la guida delle coscienze.

[19] Come si vede, l'attitudine a guardare la propria "bisaccia" é scomparsa. E l'uccisione di Atahualpa, ultimo re Inca? Ecco in sintesi il racconto che ci ha tramandato Francisco Lòpez de Gòmara nella sua Historia:

Atabalipa (A tahualpa), adiratissimo, rispose che non voleva affatto essere tributario, dato che era libero. Voleva sì essere amico dell'Imperatore, perchè questi doveva essere un gran signore, dato che mandava tanti armati per il mondo;ma non voleva affatto obbedire al Papa perchè costui donava quello che apparteneva ad altri. Per ciò che riguardava la religione, disse che la sua era motto buona, e che egli si trovava molto bene con essa: non voleva affatto e non gli conveniva mettere in discussione e in dubbio una cosa approvata ormai da lungo tempo. Diceva inoltre che Gesù Cristo era morto, ma che il sole e la luna non morivano affatto, e domandava al monaco come sapeva che il dio dei cristiani aveva creato il mondo. Frate Vincente gli rispose che lo diceva questo libro, e gli dette il suo breviario. A tabalipa lo prese, l'aprì, lo guardò da tutte le parti e lo sfogliò. E dicendo che dal libro non veniva una parola, lo buttò a terra. Frate Vincente raccolse il suo breviario e se ne andò verso Pizarro, gridando: "Ha gettato a terra i Vangeli. Vendetta, Cristiani! Addosso!"

E chi era Vincenzo Valverde? Ecco la voce della Enciclopedia Cattolica (italiana): Domenicano nel 1523, studiò a Valladolid alla scuola del De Vitoria. Nel 1529 seguì Pizarro nel Perù (in qualità di elemosiniere). Nel 1536 fu nominato primo vescovo di Cuzco e "protetor de los Indios". Consigliere di Pizarro, e non di rado con lui in opposizione, rivendicò il diritto alla libertà degli Indi, applicando gli insegnamenti del suo maestro. Fu ucciso dagli Indigeni mentre stava celebrando.

[20] Nascono così i protettorati e i paesi sotto mandato. Tale dottrina é postulata dall'esistenza della Società Universale che deve procurare il bene di tutti, facendo in modo che tutti rientrino esattamente nella categoria di persone che loro corrisponde nel concerto giuridico dell'universo. Tale dottrina ha sempre guidato la Spagna nella sua opera .civilizzatrice. Cos- si spiegano anche le varie predazioni di oro, di argento, e via elencando.

[21] Il caso degli "Zingari" é un caso che va affrontato almeno a livello europeo. Siamo di fronte a una visione del mondo che non vede il lavoro come fonte ordinaria di sussistenza ed eleva il nomadismo ad assoluto etico. La difficoltà consiste nel trovar loro un territorio in cui possano attuare liberamente la loro etica Iuxta propria principia. Da qui le forme ricorrenti di xenofobia, come é accaduto di recente in Boemia con l'istituzione abusiva degli "sceriffi antizingari".

[22] La storia della biologia é piena di episodi che accusano l'uso della disciplina per discriminare gli uomini sulla base di differenze biologiche. Tra le pretese razziste più notevoli abbiamo l'asserzione che il cervello dei tedeschi pesasse cento grammi di più di quello dei francesi. Non dimentichiamo, infatti, che la cultura tedesca ha vissuto la prima guerra mondiale come una guerra della Kultur (radicata nel popolo, antiilluminista, fatta di musica, di religione, di filosofia) contro la Zivilisation (civiltà superficiale, razionalista, fatta di progresso materiale, di fede nella bontà dell'uomo) di cui la Francia era stata la culla e ottimo esempio. Esistono, tuttavia, visioni biodeterministe secondo le quali singoli individui (umani), o intere razze, sono differenti su base innata per caratteristiche comportamentali (come, per es. aggressività, pulsione sessuale, tendenza al crimine, attitudine scolare per talune materie). Si tratta di una ideologia post darwiniana da cui occorre dissociarsi. In effetti é possibile distinguere i singoli, o raggrupparli in razze, grazie a caratteri morfologici quali il colore della pelle, l'altezza, la forma della testa, il tessuto adiposo. E' però vero che una più approfondita analisi genetica rivela poliformismi molto complessi ed evidenzia categorie di aggregazione molteplici, secondo le quali razze differenti per il colore della pelle si rivelano virtualmente identiche se classificate utilizzando parametri biologici diversi. Breve: la specie umana ci appare come un insieme piuttosto omogeneo, assai difficile da suddividere in razze distinte, come si usava fare solo pochi decenni or-sono (Queste note sono tratte da E. ALLEVA `Scienze biologiche e diritti dell'umanitð", in Pace, diritti dell'uomo, diritti dei popoli, anno li, n. 2,1988).

[23] Non a caso la stampa denuncia il fatto che nonostante i millenari contatti, mondo arabo e mondo occidentale continuano a non conoscersi. Diverso il linguaggio del corpo e l'uso di simboli specifici. Si cercano scienze per stabilire un ponte di comunicazione (come per es., la prossemica) mentre basterebbe introdurre una lingua comune neutrale in un mondo in cui "lingue"e "religioni" insidiano irreparabilmente l'eguaglianza originaria. Ciò resta vero anche per Giappone e Cina, i quali, non avendo una "religione" dai dogmi devastanti, verrebbero rapidamente omogeneizzati da una lingua comune neutrale. Ci fanno tenerezza i saggisti che si occupano di educazione interculturale (definita da taluni come una "buona educazione" per tutti gli scolari, immigrati compresi) quando si domandano, con angoscia, come la scuola possa efficacemente bloccare la discriminazione e il razzismo.

[24] Le religioni, paradossalmente, hanno una responsabilità specifica ovunque si verifica il rifiuto dell'altro. Ecco, perchè, allo stato attuale della nostra maturità antropologica, bisognerebbe che esse optassero per una convivenza separata (gli Ebrei non chiesero agli Egiziani la libertà di adorare in autonomia, nel deserto, il loro Dio?). Solo, in questo modo, crediamo, si potrà avere "tolleranza". Come si vede, sono ancora in giro i fantasmi del cuius regio eius et religio della "pace di Augusta", se diventano sempre più frequenti i casi di xenofobia e di razzismo.

[25] Ecco, per es., dal punto di vista del nostro discorso, una deludente iniziativa di tipo "religioso". Le donne Maya, riunite in un incontro delle donne indie guatemalteche, hanno sollecitato il Ministro dell'istruzione a fare di "Popul Vuh" - il libro sacro dei Maya - oggetto di studio nelle scuole superiori del Guatemala. Le donne hanno anche fatto una mozione affinchè il loro congresso nazionale dichiari il 1992 come "anno nazionale dei diritti dei popolo indio" e che "Popul Vuh" e la dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, siano tradotti nelle lingue e nei dialetti maya moderni". (Cfr. ADISTA, 10-11 12 ottobre 1991).

[26] I cristiani, in realtà, non dovrebbero avere bisogno di "governi politici"- eccezion fatta per quello planetario unico - perch» ovunque c'é ecclesia - quella prevista da Cristo - ci dovrebbe essere un gruppo di persone che si amano secondo il livello evangelico e hanno, conseguentemente, risolto il problema globale della convivenza.

[27] Il teologo Hans Kung parla di un "Progetto per un'etica mondiale" o etica ecumenica (Rizzoli 1991) per ottenere la "pace mondiale". In questo senso chiede il sacrificio alle singole coscienze per arrivare a un ethos fondamentale di "alcuni valori, norme, ideali e fini vincolanti e unificanti". Kung denuncia i tentativi reazionari e restauratori in corso come quelli dei Papa che vuole "rievangelizzare l'Europa" (quasi che ci sia stato un tempo in cui l'Europa era evangelizzata). Etica comune, quindi, ed ecumenismo perchè non c'é pace mondiale senza pace religiosa e non c'é pace religiosa senza dialogo religioso" 'Ciò che ci trova consenzienti é il discorso sulla mondialità; ciò che non ci trova dei tutto consenzienti é il metodo proposto per arrivarvi, specie nel settore delicato dell'etica. La ricerca di un ethos fondamentale é una via già percorsa da Rousseau e da Kant con la proposta della "religione naturale" e della "religione razionale". L'operazione sarebbe possibile se le religioni non fossero convinte - fideisticamente - di avere una origine extraumana (Rivelazioni, Libri, Incarnazioni, Profeti). Ma, anche se riuscissimo a unificare le etiche e lasciassimo vivere lo Stato Nazionale sovrano, avremmo sempre gli eserciti (L'Europa cristiana aveva etica e religione unificate, eppure non seppe vivere in pace). Per quanto riguarda la richiesta di sacrificio alle coscienze singole, ci sembra questa la via già percorsa da Gesù Cristo. Egli, infatti, come abbiamo spiegato, ha dichiarato la crisis delle religioni, perchè sono esse - insieme con lo Stato Nazionale e le lingue - che mettono il blocco alla fratellanza. Noi siamo per uno Stato mondiale unico, costruito sul prosciugamento degli Stati nazionali; siamo per una lingua comune (in ciò il sacrificio richiesto alle singolo coscienze) e siamo, infine, per la divisione delle etiche perchè - come abbiamo spiegato con insistenza - esse attuino la loro visione dei mondo in pace, senza lasciarsi prendere dal furore "apostolico" di voler imporre il loro modello agli altri, mediante conquista o pressione egemonica di qualsiasi specie. Se in mezzo a queste etiche ve ne sarà una che riuscirà a presentare il brevetto - modello di una convivenza "felice", gli altri potranno giudicare, sperimentalmente, dove sta di casa la verità. E tuttavia se l'appello di K¸ng riuscirà a convincere le religioni a mettersi attorno a un tavolo, con la disposizione a fare qualche sacrificio per trovare l'etica ecumenica, noi saremo seduti a quel tavolo alle prime luci dell'alba.