Intervento di P. Aldo Bergamaschi al 4° Convegno Nazionale CiSCS (Centro dello Spettacolo e della Comunicazione Sociale - Roma) tenutosi al Monastero S. Croce in Bocca di Magra (SP) il 12-13 dicembre 1992

LA PEDAGOGIA NEL PASSAGGIO DALL'EPOCA DELLA PAROLA ALL'EPOCA DELL'IMMAGINE

Ringrazio Padre Taddei di avermi invitato a questo "simposio". Cercherò, nel breve tempo che mi è stato assegnato, di dirvi ciò che debbo dirvi, senza la pretesa di esaurire il tema. E cercherò, attraverso un linguaggio fatto di "immagini", di concetti, di simboli, di chiarire la posizione della Pedagogia nel "passaggio dall'epoca della parola all'epoca della immagine".

 

Vi faccio notare che un buon pedagogista - ma in questo caso dovrei dire un buon educatore - ha sempre guardato con "sospetto" qualsiasi medium. Per medium intendo tutto ciò che siamo costretti a mettere fra noi e la realtà per meglio possederla. Grande giorno quello in cui l'uomo ha inventato la ruota; ma anche nascita di un grande problema: l'ha, infatti, inventata per macinare il grano oppure per essere vittorioso in guerra? Da qui il "sospetto" del filosofo-pedagogista nei confronti del medium. E colui che ha inventato il linguaggio - escludendo che Dio abbia insegnato ai due biblici progenitori una lingua delineata - ha introdotto uno "strumento" o soltanto una "possibilità"? Se la parola è una costruzione dell'uomo, e quindi un prodotto dello spirito umano, il giorno in cui l'uomo ha "inventato" la parola ha introdotto nella storia un medium pericoloso. Con la parola può "esprimere" il suo pensiero, può tradirlo, deviarlo, occultarlo, utilizzarlo per finalità "diaboliche".

Per approfondire un attimo il discorso della definalizzazione vi citerò il caso del danaro. Credo che sia, il danaro, la più grande invenzione dell' Homo sapiens. Il giorno in cui abbiamo creato una divaricazione fra due realtà (il prodotto e il denaro), certo, abbiamo dato all'uomo la possibilità di scambiare cose lontane e diverse; ma abbiamo introdotto un medium molto pericoloso per i buoni rapporti tra capitale e lavoro.

Detto questo, riconfermo che noi pedagogisti abbiamo sempre guardato con "sospetto" le "parole" dell'uomo (se avessi tempo potrei dirvi, per es., il senso di una disputa famosa avvenuta a distanza fra il De Magistro di S. Tommaso e il De Magistro di S. Agostino. Ecco il quesito: "Vale più la parola "leone" o il leone in carne ed ossa? S. Agostino sosteneva che valeva più il leone in carne ed ossa; mentre S. Tommaso dirà che vale di più la parola "leone" perché è un prodotto dello spirito e contiene dato e problema. Senza il linguaggio la realtà non si svela appieno allo spirito) "sospetto" di cui vi darò delle esemplificazioni. Se poi - aggiungo - dalla parola passiamo all'immagine il sospetto aumenta anche se debbo dire che l'immagine è, a sua volta, l'ultima grande scoperta dell'Homo sapiens; diamo a Cesare ciò che è di Cesare e alla verità ciò che è della verità.

Vediamo, ora, quali erano - e quali sono - almeno due drammi legati al linguaggio. Anzitutto il "sofisma" e poi il "paradosso".

Prendiamo il "sofisma" (questo "fuori misura" della sapienza) e saggiamone il dissesto logico. Vi avverto che, in genere, il linguaggio di massa - e politico in ispecie - fluttua nelle insidie del "sofisma". Noto, di passaggio, che anche il Cristianesimo, nella misura in cui si è abbassato al rango di "religione" ha pagato - e paga - il suo buon tributo al "sofisma". Osserviamolo, dunque, nella sua forma classica. "I ladri vanno di notte" (ho evidenziato in grassetto le tre parole sulle quali deve andare la vostra attenzione); "Ma Socrate va di notte"; "Dunque Socrate è un ladro". Se io chiedo quale sia la caratura di verità contenuta in questa ultima proposizione mi si dirà subito che "non è possibile che Socrate sia un ladro". D'accordo e tuttavia dobbiamo mostrare il punto esatto in cui si annida l'involuzione del discorso o in cui avviene il rotacismo del medium (della parola cioè) che trasforma un filosofo in un ladro. Sì certo, "va di notte" Socrate e "vanno di notte" i ladri; ma il primo per discutere di filosofia, i secondi per rubare. L'espressione "andare di notte" ha, all'interno delle due proposizioni, un significato diverso. E questa diversità di significato crea il cosiddetto "quarto termine" (o virus del discorso). Ora, nell'uso quotidiano il quarto termine si spreca; soprattutto quando parliamo di pace, di giustizia, di solidarietà, di tolleranza e simili. Dio solo sa che cosa intendiamo dire con quelle parole.

E lo sforzo della pedagogia - relativo alla educazione dei giovani e soprattutto dei bambini - consiste tutto nell'attrezzare la loro mente contro il virus del sofisma. Ecco perché noi educatori abbiamo una responsabilità primaria di fronte al passaggio dall'epoca della parola all'epoca dell'immagine. Mi pare che il Padre Taddei insegni - con una indovinatissima espressione - che "altro è la sedia e altro è l'immagine della sedia". Mi sembra questa una trappola geniale per catturare i virus che insidiano la corretta lettura dell'immagine.

Se il sofisma provoca una serie di aneurismi nel "discorso" (sia esso di parole o di immagini), il "paradosso" ne insidia la radice. Io lo espliciterò per intero. Sarà anche un modo per saggiare la vocazione "filosofica" di alcuni di voi. Riferisco lo schema del paradosso classico: "Epimenide, cretese (nato a Creta, ma tutt'altro che cretino! Epimenide, infatti è il primo e più raffinato contestatore della storia antica. Aristotele lo qualifica come "profeta del passato" e non, come si dice di solito, "sul futuro". Epimenide, infatti fu colui che contestò l'Omphalos, e cioè l'esistenza dell'ombelico del mondo nel santuario di Delfo); Epimenide cretese - dunque - dice che tutti i cretesi sono bugiardi; ma Epimenide è cretese, dunque lui pure è bugiardo. Allora non è vero che tutti i cretesi sono bugiardi. Ma, se non è vero che tutti i cretesi sono bugiardi, è vero ciò che dice Epimenide; ma, lui stesso è cretese... Breve: i cretesi sono o non sono bugiardi? Voi non potrete mai stabilirlo mediante il solo strumento del linguaggio; sia perché - parafrasando l'assioma di Padre Taddei - "altro è il pensiero di Epimenide sui cretesi e altro sono i cretesi", sia perché il linguaggio, in questo caso, si è trasformato in una fortezza (in un mondo artificiale) chiusa al mondo reale. Per sapere se i cretesi sono bugiardi non possiamo interrogare il "sistema linguaggio" (perché in grado di far accedere direttamente ad un'unica realtà: il pensiero di Epimenide relativamente ai cretesi); ma dobbiamo uscire da esso e accertare la verità per altre vie (per esempio esaminando i fatti).

Se questi sono i drammi possibili all'interno del linguaggio e per i quali rischiamo di smarrire la realtà; vi citerò, adesso, quello che potremmo chiamare il "tormento gnoseologico" della filosofia occidentale. Mi riferisco al "Cogito ergo sum" di Cartesio. Lo sconvolgimento che quell'affermazione ha portato negli spiriti riguarda esattamente il linguaggio; nel punto in cui avviene il distacco tra il pensiero e l'essere. Cerchiamo, anche qui, di puntualizzare in due minuti il problema. E' ovvio che io mi rivolgo a delle persone che sono in possesso di taluni riferimenti culturali; per cui mi è sufficiente citare l'estremizzazione del principio cartesiano nella versione di Giovanni Gentile per, portarvi d'un tratto nel cuore del problema. Gentile, infatti prendeva una penna in mano e sussurrava alla scolaresca: "Questa penna esiste solo nell'atto in cui io la penso" (da qui il suo "attualismo". Vediamo, ora, il meccanismo dell'affermazione cartesiana. Preciso che questo è il terzo momento del dramma di noi pedagogisti-educatori. Da qui il nostro sospetto nei confronti della parola. Per quanto riguarda le immagini le cose andranno ancora peggio, ed ecco perché siete qui per premunirvi contro l'attacco e l'insidia delle immagini; perché l'attacco dell'immagine rischia di diminuire o depauperare la mia capacità di definire il reale. Spero, dunque, di essere didatticamente abbastanza efficiente per potervi spiegare questo nodo centrale della filosofia occidentale che è il "Cogito" di Cartesio. Che cosa doveva dire Cartesio per non perdere l'essere? Doveva dire: "Cogito ergo aliquid est" (penso, dunque c'è qualcosa). L'errore dell'enunciato - di cui dobbiamo ringraziare in ogni caso Cartesio - ci ha resi almeno eruditi sul fatto che non dobbiamo accettare la realtà come se fosse a noi dualisticamente presente. Questo Ë vero - la psicologa che mi ha preceduto vi ha messi sull'avviso - la partecipazione dell'io alla definizione della realtà è più pesante di quanto non si possa immaginare. Per cui se io dico "Cogito ergo aliquid est" ho salvato la presenza dell'essere al pensiero. Se, invece, dico: "Cogito ergo sum" retrocedo sul mio io e affido al mio io la responsabilità della fondazione dell'essere. Si è parlato di un ponte da gettare fra il pensiero e l'essere che è "fuori" di noi; ma se dico: "Cogito ergo sum" ho smarrito l'essere e l'ho perduto per sempre. Perché Cartesio si affida al "Cogito"? Per liberarsi dagli "errori dei sensi". Io vedo un bastone nell'acqua, lo vedo spezzato. E' in atto un "errore dei sensi". Non devo dire: "io vedo un legno spezzato"; ma: "io vedo una superficie colorata" o espressione simile. Così pure, non devo affermare: "quella è una torre quadrata" (e magari è rotonda) ma devo semplicemente dire: "io vedo un oggetto colorato". Niente altro, Solo così sono sicuro che il pensiero morde sempre sull'essere.

Questo errore cartesiano, che riguarda il problema gnoseologico, e cioè il problema della conoscenza (di ciò che è "fuori" di noi), si è esteso a tutti i rami del sapere e ha raggiunto anche la teologia; e quindi a maggior ragione, il mondo delle immagini. Enuncio l'errore con parole tecniche: "Il mezzo con cui si conosce è superiore alla cosa da conoscere". Porterò un esempio che sia chiaro per tutti. Noi abbiamo l'occhio. L'occhio è fatto per vedere (con buona pace dei behavioristi). Se è fatto per vedere è un medium; un medium in quo, oppure quo cognoscimus rem (è un mezzo nel quale o con il quale vediamo la realtà). Ma noi vediamo la realtà, non il mezzo con cui la vediamo (cioè l'occhio).


Adesso immaginiamo che l'occhio, invece di essere quel bravo servitore che è, cominci a impermalosirsi per il fatto di non essere debitamente riverito ed esiga di essere visto direttamente lui e si assuma la responsabilità di definirci la realtà fuori di lui.

I teologi che hanno applicato questo principio alla conoscenza della rivelazione hanno rischiato una definizione dualistica della Chiesa. Se la Chiesa si trasforma in un medium quod, compromette la sua funzione salvifica. Diventa una struttura religiosa che detta le leggi e stabilisce i valori dicendo di attingerli da Dio stesso. Se invece è un medium in quo o quo cognoscimus Veritatem, allora noi conosciamo direttamente la Verità - in questo caso il Messaggio evangelico - e tutto si rimette in ordine. Lo scempiocompiuto da Cartesio è stato esattamente questo: aver detto che l'oggetto della conoscenza, l'idea, è un medium quod (un oggetto che conosciamo). Vediamo di chiarire ulteriormente.

Cartesio dice: "noi conosciamo direttamente l'idea di questa matita, poi, da questa idea, passiamo alla matita stessa". Ma questo è impossibile, perché una volta che noi abbiamo perduto l'essere - in questo caso la matita - non possiamo ricuperarla mai più passando attraverso l'io e la matita sarà sempre una modificazione del nostro io. Da qui l'attualismo gentiliano per il quale - vi dicevo - questa matita esiste solo nell'atto in cui io la penso. Ora, se la parola diventa un medium quo crea distacchi abissali tra noi e la realtà.

 

A titolo di esempio citerò il caso dell'annunciatore sportivo Nicolò Carosio. Ricordate? (mi rivolgo a quelli della mia età). Ebbene, quell'annunciatore vi faceva vedere, per il tramite della parola, delle "realtà" che non esistevano. A Roma si svolgeva una grande manifestazione sportiva. "Ecco - proclamava Carosio - in questo momento entra il Capo del Governo accompagnato dalla sua consorte". La consorte non c'era, ma doveva esserci nella opinione di coloro che ascoltavano. E così il buon Carosio doveva intervenire sulla "parola" per far quadrare la realtà con la concezione della realtà degli spettatori.

L'impennata più clamorosa fu il caso della rottura della rete. Carosio gridava: "Meazza, Piola,... ecco un calcio di Piola sfonda la rete". E noi ragazzini a crederci. Da qui la nascita di una leggenda da una figura retorica. In questo modo, migliaia di persone, ascoltando la radio, dipendevano unicamente dalle parole di un annunciatore e quelle parole erano potenzialmente "altre" dalla realtà e quindi creatrici di un mondo diverso da quello reale.

Ho ancora un paio di cose da sottolineare per venire sempre più strettamente al nostro tema. Vi dicevo dello scempio nel rapporto fra pensiero e parola e fra parola e realtà. Vi citerò, ora, come promesso, l'esempio del danaro per mostrarvi come la nostra civiltà sia ormai immersa in questa tragedia dei media. I mezzi si sostituisono al fine o diventano il fine o un altro fine. Troverete la mia analisi, se non nella forma, almeno nei concetti, nella Politica di Aristotele; il quale aveva già visto chiaro nel problema "danaro". Riconfermo: il danaro è la più grande invenzione dell'Homo sapiens, perché ci da la possibilità di scambiare cose lontane e diverse. Senonché, per ottenere questo risultato, abbiamo dovuto sganciare la realtà "danaro" dalla realtà che sta sotto al danaro (una pecora, del sale, dell'orzo); abbiamo dovuto sostituire queste "cose" con un simbolo (oro, argento, metallo, banconote). Questi simboli li abbiamo fatti diventare "cose". E facendoli diventare "cose" operiamo poi su di esse come se fossero appunto realtà. Da qui la Banca, che diventa il luogo in cui il danaro cresce sul danaro, mentre il danaro dovrebbe essere frutto di lavoro. E operando sul danaro come se fosse una "cosa", siamo arrivati all'epilessia dell'attuale economia mondiale.

 

Debbo notare che nemmeno Cristo se la prende col danaro in sé, anche se dirà con parole più pesanti delle mie, che esso oscilla nel continuo pericolo di trasformarsi in un medium quod, come a dire in una divinità (Mammona). Per inciso dico che l'unico santo della Chiesa Cattolica che ha rifiutato il danaro - e non sto qui a spiegarvi il perché - è San Francesco d'Assisi. Io - come del resto San Francesco - non ce l'ho col danaro perché, ripeto, ritengo che sia la più grande invenzione dell'Homo sapiens. E tuttavia affermo che tutte le invenzioni fluttuano - come vi dicevo all'inizio - nel continuo pericolo di trasformarsi in un medium quod.
Per illustrarvi compiutamente questo concetto mi riferirò a un contesto culturalmente noto e cioè alla posizione del Nilo dentro all'economia dell'Egitto. Questo fiume era la prosperità e la vita per tutto il paese. Il limo che si depositava dopo il ritiro delle acque diede origine alla geometria mediante la quale, stagione per stagione, si ridisegnava la mappa dei possessi. Immaginiamo ora - come del resto è accaduto - che il logos umano dica: "Perché non facciamo una diga che, disciplinando l'abbondanza stagionale delle acque le faccia diventare utili per tutto l'anno? Concetto grandioso, come si vede. Ma facciamo, ora, l'ipotesi che questa diga venga costruita. Nasce subito un problema: questa diga - anzi l'acqua che è dentro a questa diga - è ancora acqua "raccolta" o come tale non esiste? Attenzione a quello che vi dico, perché siamo all'analoga analisi fatta sul danaro. Il danaro è un simbolo non è una cosa. Mi direte: "ma l'acqua della diga è una cosa". Vi rispondo: "quell'acqua la vediamo come una cosa (come bacino statico fine a se stesso); ma tale non è.

Ammettiamo che arrivi lì un cervello imprenditoriale e che dica: "come è bella questa diga e quest'acqua tutta qui raccolta è una possibilità immensa. Io qui ci faccio un bar e poi ci metto dei canotti a noleggio e poi delle barchette da diporto" Costui ha trasformato quell'acqua in danaro e vi opera sopra come se fosse una realtà a sé stante. Ma un giorno qualcuno, giù a valle, dà un ordine via telefono: "Liberate l'acqua per le zone a, b, c,". Il cervello dell'imprenditore si offusca: "Ma quale acqua chiedete? Qui ne abbiamo bisogno per le barchette e per i bagnanti". Ed ora a noi. Dove si annida l'equivoco? Nel fatto che quell'acqua era per sé (e deve essere) acqua corrente e quindi non è da considerarsi un lago su cui si possano fare i calcoli che si fanno sui laghi per sé esistenti. ÝQuesto Ë il dramma in cui puÚ cadere il pensiero e il linguaggio, anzi ogni forma di linguaggio, che, non potendo porvi rimedio, puÚ diventare a sua volta fonte di errore.

Prima di passare alla conclusione voglio insistere su di un riferimento tipico del vostro campo di indagine. Osserviamo ciò che accade con gli annunciatori televisivi.

Primo esempio. Una volta si andava al circo per vedere il livello di perfezione raggiunto dall'uomo nell'uso del suo corpo e il circo era bello per se stesso. Tu sapevi che c'erano gli acrobati, gli elefanti, i leoni e infine i pagliacci. Tu prendevi gusto a questi eventi che erano annunciati sobriamente da un semplice altoparlante (medium quo). Adesso, per attirare l'attenzione dello spettatore si introducono elementi fuorvianti che a me (forse perché sono anziano) danno un fastidio enorme. Fra una prestazione e l'altra vengono fuori delle soubrettes - per altro senza divisa classica - che, dopo aver definalizzato il loro ruolo, dicono e fanno cose estranee alla logica del circo. Il medium quo rischia di diventare un medium quod e mi defrauda della realtà cui sono interessato.

Secondo esempio. Guardate che cosa accade alle annunciatrici televisive. In teoria sono lì per darvi la notizia. Che poi siano carine o meno è un elemento estetico di secondaria importanza. Ma quando si assiste allo sforzo di attirare l'attenzione su di sé in quanto donna e in modo tale da farvi perdere il senso del messaggio annunciato (mi è capitato di assistere a una trasmissione insieme con un giovane che continuava a dire: "Oh che bella acconciatura, oh che orecchini, oh che strano vestito". Quando gli ho chiesto se avesse udito il messaggio mi rispose che non aveva capito nulla) allora cade il rapporto fini-mezzo e la comprensione tra gli esseri umani diventa sempre più problematica.

A questo punto avrei dovuto parlarvi dei cosiddetti "valori" laddove si gioca, nel profondo, il rapporto fine-mezzo; ma per ragioni di tempo mi limiterò a qualche cenno. Ho partecipato personalmente a molte tavole rotonde con il fior fiore della filosofia italiana. Una volta si discuteva sulla gerarchia dei valori adesso si discute se esistono o no e si conclude in questo modo: "I valori non si impongono, si pongono". La mia domanda è la seguente: "rubare è male? E se sì perché è male?". Mi si risponde che si tratta di una disposizione del diritto positivo. Replico: "e allora che senso hanno le carceri se esse sono la punizione di una infrazione di cui non sappiamo se sia bene o male?". Personalmente sono turbato dal fatto che tutto tenda a diventare medium quod togliendoci la possibilità di accedere, in tutti i settori del sapere, all'orizzonte della verità[1].

A titolo di chiusura, porterò una esemplificazione riassuntiva di tutto ciò che ho detto e non ho detto. Talete è il primo pensatore organico che incontriamo nella storia della filosofia occidentale. Si dice che a furia di guardar per aria mise il piede in fallo e cadde in un pozzo. Talete, invece nella versione di Aristotele - è la persona più intelligente della civiltà occidentale. Non cadde in un pozzo per eccessiva astrattezza (o distrazione) ma andava di giorno dentro ai pozzi per poter vedere le stelle e studiarne i moti. Talete cioè ricercava la verità nel reale e quindi anche nel mondo umano. Fu lui a scoprire la terribile legge del monopolio. Aristotele dice che questo filosofo, proprio in forza dei suoi studi "astronomici", aveva scoperto che sarebbe cessata la carestia per siccità. Gli ulivi dell'Attica avrebbero prodotto abbondanti frutti. Poiché tutti vendevano i frantoi, Talete li comperò a prezzo stracciato e al momento del raccolto si trovò padrone dei mezzi di produzione. Il prezzo dell'olio dipendeva, ora, da lui. Ma Talete convocò tutti i suoi critici e disse loro: "Signori, io sono un filosofo, cerco la sapienza e non il danaro. Le cose da conoscere sono ancora molte, prendetevi i vostri frantoi, prendetevi il vostro olio e lasciatemi libero di cercare la verità". Aristotele chiude l'episodio con una osservazione sarcastica: "molti dicono che la filosofia non serve a nulla, ma se il filosofo volesse potrebbe adoperarla per dominare gli uomini. Il suo compito però non è quello di usare la sua intelligenza per ingannare il prossimo ma per illuminarlo". Dobbiamo dire che gli uomini, in generale, difficilmente si lasciano illuminare. Infatti se i critici di Talete fossero stati intelligenti e disponibili alla verità avrebbero dovuto dire al filosofo: "Talete, finalmente abbiamo capito a chi spetta il servizio del potere. Noi ti lasciamo in gestione tutti i frantoi, perché tu sei un uomo che ricerca la verità e la giustizia e non la ricchezza e il dominio. Siamo certi che il prezzo dell'olio non avrý come fine il tuo profitto, ma il bene di tutti" Talete ha fatto la sua parte, i suoi critici sono mancati all'appello della sua sapienza. Il vero filosofo, come Socrate, non può offrire se stesso per governare gli altri, se gli altri, invece di essere uomini sono ancora animali in evoluzione. Per il vero filosofo le parole non nascondono mai il pensiero, i simboli non diventano mai cose, le immagini non alienano mai l'uomo dalla verità per portarlo dentro a nuovi mondi di perdizione e di inganno. Grazie dell'attenzione.

Aldo Bergamaschi

 



[1] Vi dirÚ brevemente il traguardo a cui sono arrivato:

       Che la specie umana Ë unica;

       Che gli Stati Nazionali Sovrani sono un sopruso perpetrato ai danni dell'uomo e che, quindi, occorre costruire un Governo mondiale unico cui spetterý, per definizione, il compito di farsi carico delle aree a rischio di fame;

       Che le lingue sono - oggi soprattutto - un sopruso sul diritto ad averne una comune, allo scopo di intenderci diret‚tamente senza intermediari di alcun genere e di favorire l'omogeneizzazione delle visioni del mondo. Se non si procederý all'insegnamento di una lingua comune in tutte le scuole del mondo, ogni convivenza multietnica sarý giý di per sÈ fonte di pericolosi conflitti in‚teriori;

       Che le religioni sono esse pure un sopruso perchÈ hanno innestato su di un "bisogno" spirituale dell'uomo delle realizzazioni contraddittorie di tale bisogno. Questa Ë la riflessione che le religioni debbono fare; mentre il cri‚stianesimo - che originaria‚mente religione non Ë - deve ritrovare se stesso, ripetiamo, come catalizzatore (anima mundi) che provoca o promuove la "reazione" (unitý del genere umano) senza parteciparvi come parte, con dise‚gno egemonico. Non Ë infatti lui - o il suo modello - che deve trionfare; ma la veritý (fratellanza) di cui Ë porta‚tore originario.

       Siamo, infine, per la divisione delle etiche perchÈ (...) esse attuino la loro visione del mondo in pace, senza lasciarsi prende‚re dal furore "apostolico" di voler imporre il loro modello agli altri, mediante conquista o pressione egemonica di qualsiasi spe‚cie. Se in mezzo a queste etiche ve ne sarý una che riuscirý a presentare il brevetto-mo‚dello di una convivenza "felice", gli altri potranno giudicare, sperimentalmente, dove sta di casa la veritý. (C.f. BERGAMASCHI, in Fu solo una predica?, a cura di S. Spreafico, GESP, 1992, pp. 190 e 203 in nota).