Pace a voi
Cristo e gli uomini
L’alba, il vespro, la notte, hanno sempre un loro capitolo nelle
avventure umane. Forse la narrativa occidentale deve molto alla cronaca
evangelica che sigla la Passione e la Risurrezione di Cristo. Nel
Vangelo la collocazione temporale e spaziale degli avvenimenti non ha
lo scopo di suggestionare la fantasia dei lettori o di polemizzare
contro qualcuno; ma di bloccare la fantasia sull'orlo dei fatti e di
raccontare il finale di una polemica che non è, né si
risolve, come le solite problemiche tra uomini e ideologie. Se polemica
c'è, non è nell'ordine delle rivendicazioni, ma
nell'ordine della salvezza. Non ci sono “vinti e vincitori”, vittorie e
sconfitte, ma testimoni e testimonianze. Cristo non opera in un
paesaggio astratto, né fuori del tempo, per testimoniare la
verità e per salvare gli erranti: entra nel folto del “nostro
tempo” e del “nostro spazio”. Se a qualcuno sembra strano che ci sia un
orario e un itinerario doloroso a scandire il passo di Colui che
è nell'ordine dell'Essere pensi che soltanto così,
sbriciolato nel nostro divenire - fatto di strade e di meridiane -
possiamo vederlo con gli occhi che misurano lo spazio e con la mente
che percepisce il tempo.
Si mise a tavola con i dodici “venuta la sera”. Tutti si
scandalizzeranno nella notte “questa notte”. Quando Giuda esce dal
cenacolo, dopo aver preso il boccone, “era notte”. Pietro
rinnegherà “prima che il gallo canti”. Il passaggio dalla casa
di Caifa al Pretorio avviene “di buon mattino”. Gli anziani del popolo,
convennero “come fu giorno”. Quando Gesù sale in croce è
“quasi l’ora sesta”. Si rimette nelle mani del Padre “verso l'ora
nona”. Maria Maddalena corre al sepolcro “alla prima luce”. I due di
Emmaus invitano il pellegrino a fermarsi perché “si fa sera e il
giorno già declina”. Gesù è sulla riva del lago
“venuto il mattino”. Consegna la sua pace “a vespro” del primo giorno
dopo, il sabato.
I personaggi da romanzo, hanno bisogno di essere introdotti in
un’ambiente minuziosamente descritto e preparato. Nessun romanziere
avrebbe perduto l'occasione per descrivere la fuga di Giuda avvolto
dalle tenebre o il sudore di sangue in un ambiente lunare drammatizzato
dal canto dell'usignolo. All'alba della risurrezione non sarebbe
mancato il canto degli uccelli e la descrizione dello stato d'animo
delle pie donne. La narrativa posteriore, e oggi la cinematografia, si
esaurirà su particolari che il Vangelo fissa soltanto per
onestà professionale. Quando l'alba e il vespro diventano
oggetto di racconto, siamo fuori della storia. Nessuna cronaca è
più essenziale e obiettiva del Vangelo. Niente, nella
storiografia umana, è più fotografato della passione e
della risurrezione di Cristo; eppure niente è più lirico
e più drammatico.
Forse è l'unico caso in cui il Vero, il Buono, il Bello sono in
congiunzione perfetta. Se un romanziere avesse potuto immaginare il
dramma finale del Cristo (che dramma finale non è) anzitutto non
avrebbe osato farlo morire con tanta evidenza per non rendere assurda
la Risurrezione; quanto poi a Cristo che entra a porte chiuse, ammesso
che un romanziere avesse potuto immaginare la scena, l’avrebbe
immancabilmente fatto entrare con un colpo di spalla. Il Signore invece
non rompe niente: né la sindone né la pietra del
sepolcro, né le porte sprangate. La materia non può
essere un ostacolo per chi l’ha creata. E se egli entra come una
vibrazione sonora non è forse la Parola che, uscita dal seno del
Padre, attraversa i cieli per posarsi nel nostro cuore di carne?
Se il modo di entrare è magnifico (senza rompere niente!) non
è meno magnifico il modo di presentarsi. Non dice che ha vinto,
non invita alla riscossa, non parla di pace, non predica la pace, non
augura la pace, dona la pace. Se mostra le mani bucate e il fianco
aperto non lo fa alla maniera del “miles gloriosus”; ma per
ammonire un incredulo. Quei fori sono documenti necessari, per chi non
crede, ma non certo sufficienti: infatti gli occhi e le mani vedono e
toccano la res significata, non la res significante. Donare la pace e
mostrare i fori è mostrare la condizione di acquisto della pace:
la sofferenza, non la violenza. Cristo non è pacifico
perché dona la pace; ma dona la pace appunto perché
è pacifico.
E la pace che Egli dona non è una pace qualsiasi, generica e
retorica; ma è la sua pace: unica e nuova nella storia. Non
è la pace col nemico ottenuta dopo la vittoria sul nemico; ma la
pace tra Dio e l'uomo ch'è il fondamento della nuova pace, di
quella conquistata attraverso la sofferenza e l'agonia e che non si
lascia smuovere neanche dal furbissimo mito della legittima difesa. Il
cristiano non si batte per fondare o per difendere la città
terrena posta nell'ordine del divenire e della irrimediabile
dissoluzione; ma si batte (accettando l'agonia e il martirio) per non
perdere la cittadinanza della nuova città, discoperta, dal
Cristo, che, posta com'è nell'ordine dell'essere,
racchiuderà entro le sue mura tutti i dispersi figli di Dio, al
di là di tutti gli stolti nazionalismi.
Cristo non è a servizio di nessuna civiltà; ma al
servizio dell'uomo incastrato in qualsiasi civiltà. Cristo ha le
sue vie libere al di là delle vie d'asfalto. Lui è la via
libera offerta agli uomini chiusi entro il garbuglio feticistico delle
tradizioni umane. Adesso che, Lui è entrato a porte chiuse e ha
consegnato come un dono la sua pace, tutti gli invasori umani, barbari
e no, possono sfondare anche le porte. Il credente non avrà
nulla da difendere se non la propria anima affinché non rimanga
soffocata dalla corrente di odio che imperversa lungo i viali spaziosi
delle piccole Gerusalemme terrene.
p. Aldo Bergamaschi
Da “Adesso”, rivista fondata da don
Primo Mazzolari, 1 maggio 1962