Lavoro e Capitale fratelli nell'ovile

 

L'ovile è il tentativo di concretizzare - sia pure in maniera imperfetta - una utopia che il Vangelo ci propone da venti secoli. Dopo che il cristianesimo si è abbassato al rango di religione con la "conversione" di Costantino, sono nati via via Ordini religiosi per cristianizzare tutte le attività umane. Ma per cristianizzare l'attività fondamentale - il lavoro - la latitanza degli Ordini religiosi è pressoché totale.

Qualcuno dirà: "E san Benedetto?". Rispondiamo: "Sì certo, è uno dei pochi santi che si sono proposti di attuare il Vangelo in tutti i settori dell'esistenza e quindi anche nel lavoro ma, ben presto, il lavoro volto alla trasformazione della materia, divenne lavoro all'interno dei monasteri per combattere l'ozio. Fuori dal monastero c'erano i servi della gleba, eterodiretti. E san Francesco? E' l'altro santo che si è proposto di attuare il Vangelo e, infatti, ha ordinato ai suoi frati di lavorare ("E quelli che non sanno, imparino"). Ma poiché l'Ordine si è rapidamente clericalizzato, il "lavoro" si è trasformato in servizio pastorale nel corpo della Chiesa.

La cristianità riuscì a esorcizzare le presenza del "povero" mediante un avallo divino. Breve: il ricco e il povero cessano di essere uno scandalo poiché sono una struttura voluta da Dio. La teorizzazione di questa struttura risale all'anno 1600. Il Card. Roberto Bellarmino, in una omelia tenuta il 21 marzo in S. Maria in Via presso Roma, disse: "Dio vuole che ci siano fra gli uomini misericordia e pazienza [...] perché vi sia nel mondo la carità fraterna e l'uno abbia bisogno dell'altro". Per cui: ricco e povero sono due figure complementari alla perfezione cristiana.

Questo impianto "teologico" arriva fino alla Rivoluzione Francese. Qui avviene una decantazione che regala la libertà ai tre Stati, ma lascia ai margini il Quarto Stato (lavoro) e con esso la giustizia (eguaglianza, fratellanza). Poi la Rerum Novarum è incerta se il "salario familiare" è di giustizia o di carità. Poi la Rivoluzione d'Ottobre impone il capitalismo di Stato e lascia invariato il rapporto capitale-lavoro. Nei Diari di Primo Mazzolari troviamo pagine che mettono il dito sulla piaga (condizione del lavoratore) e così in don Milani troviamo l'aspirazione a incarnare la fede oltre l'architettura della parrocchia, ma non troviamo il riferimento ai lavoratori della vigna. Paolo VI aveva dichiarato che "Lavoro e religione sono due cose separate".

Nella mia predicazione - attorno agli anni 70 - questo tema era ricorrente e aveva colpito anche il Signor Fernando Simonazzi che ne aveva fatto un punto vitale di discussione tra gli stessi sindacati. Più o meno in questo stesso periodo, qualcuno aveva tentato la soluzione del rapporto capitale-lavoro in una località del Mugello chiamata "Il Forteto" . Un gruppo di uomini e donne - meno di una quarantina - rifiuta la logica del potere e del danaro e tenta di ricomporre le maglie distrutte della solidarietà comunitaria (vedi "La strada stretta, storia del Forteto" Nicola Casanova, il Mulino, Bologna, 2003).

Queste stesse istanze, volte alla salvezza della persona e della comunità, le riscontriamo nel movimento comunitario "Nuova Cana" promosso da Angela Volpini; la bambina che a Casanova Staffora (Oltrepò Pavese) vede la Madonna tra il '47 e il '56, si sposa nel 1971 e dal '78 all'87 privilegia "l'assemblea comunitaria, attraverso la quale si compiva un'approfondita ricerca delle esigenze e vocazioni dell'uomo e un confronto vicendevole. Si cercava poi una integrazione delle singole e originali vocazioni delle persone per il servizio e la costruzione della Comunità". (Cfr Angela Volpini, "La Madonna accanto a noi", Reverdito Edizioni, Trento, 1996).

Da parte mia, ho formalizzato il senso della Parabola dei Lavoratori della Vigna nel volume Logos e Parola che qui riassumo. Gli operai della Parabola - quelli che inscenano la mormorazione sulla parità dei salari - non si lamentano perché la paga è insufficiente a vivere dignitosamente e cioè "a misura d'uomo". Si lamentano, invece, perché è dato agli altri come a loro. Essi hanno il gusto borghese del dislivello economico: per star bene, bisogna che qualcuno stia peggio di loro.

Il Padre non si lascia smuovere dalle mormorazioni di coloro che si rifanno al principio secondo cui è lecito fare tutto ciò che non è proibito dalla Legge, e sottolinea il contrasto fra il loro occhio malato e la sua bontà. Infatti, nel testo di Matteo, la polemica è piuttosto pesante e carica di ironia. "Non posso fare - dice il Padre, rivolgendosi al più convinto assertore dell'economia di mercato - del mio danaro quello che voglio?". L'argomento, tragicamente valido per chi ha una mentalità liberista, non è però assunto, ma solo usato dal Padre come argomento ad hominem. Il Padre, infatti, non fa ciò che vuole ma ciò che è giusto: "Andate anche voi nella mia vigna, vi darò quel che è giusto". Il Padre si comporta secondo l'etica della bontà; mentre l'incauto liberista segue l'etica dell'invidia (economia di mercato). La replica finale è senza rimandi: "O tu sei invidioso perché io sono buono?" cioè: "perché io faccio giustizia secondo il criterio della necessità?". Vi darò ciò che è necessario a vivere dignitosamente - secondo la tabella fissata dai primi - indipendentemente da ogni altro fattore che non sia la fedeltà al proprio compito, come si evince dalla Parabola dei Talenti.

Nella visione evangelica il fondatore del capitale naturale è Dio stesso, che ha creato la natura, appunto, con tutte le sue potenzialità (capitale finanziario) dietro stimolo del lavoro. Ma il modo di accedere al lavoro è di tipo piramidale mentre deve essere di tipo lineare (fatto in riga). Più analiticamente: attorno al progetto sul capitale naturale dato da Dio i cristiani devono disporsi in riga, ognuno con i suoi talenti, attuare il progetto (es. ottenere frumento dopo avere dissodato una collina) e dividere in parti uguali il capitale ottenuto.

Questa che mi sembra essere l'utopia (o meglio l'ideale) indicato dal Vangelo ai cristiani è stata illustrata e, oserei dire brevettata nel mio volume Quale Vocazione? (1982, Libreria Editrice Fiorentina con la stessa copertina delle Esperienze Pastorali di Don Milani).

Il volume si divide in tre parti. La prima parte si occupa della "dottrina e della storia" in tema di vocazione. La seconda parte passa in rassegna i vari movimenti "riformisti" all'interno della Chiesa. A chiusura di questa seconda parte ipotizzo la mia utopia in merito al rapporto capitale-lavoro, dando a essa un nome: Telergo e precisando: "Non un luogo che ha come fondamento o come fine (telos) il lavoro (ergon), perché sarebbe un lavoro anticristiano. Un luogo, invece, in cui si finalizza il lavoro o in cui il lavoro attua il suo fine, non solo generando ma pilotando il capitale. Ci sembra questa la sublime "fatica" che i cristiani debbono compiere nel mondo, perché ci sembra l'unica maniera di dare un contenuto tangibile al secondo comandamento e al comandamento che esprime il rapporto previsto da Cristo tra i credenti in Lui ("Amatevi come io ho amato voi", cioè "senza profitto").

Nella terza parte affronto la definizione di Lavoro data dai pensatori cattolici e dal Vaticano II, per arrivare a discutere "la parificazione dei salari". Fuori dall'ermeneutica cattolica, Rousseau è colui che arriva con la ragione a lambire il problema. "E quanto alla ricchezza - egli scrive nel Contratto Sociale - che nessun cittadino sia tanto ricco da poterne comperare un altro e nessuno sia tanto povero da essere costretto a vendersi". In nota Rousseau dà questo amaro precetto ai responsabili della cosa pubblica: "Se volete dunque dare stabilità allo Stato, riavvicinate per quanto è possibile i gradi estremi: non sopportate né opulenti né pezzenti".

Ebbene, una democrazia come la nostra, può sperare di ridurre il numero dei pezzenti; ma non degli opulenti, finché non troverà il coraggio di mettere in discussione il rapporto esistente da secoli fra capitale e lavoro. Su questo tema non esistono "radici cristiane" cui appellarsi. Non resta che il salto nel Vangelo ed è quanto hanno tentato, in Italia, e a nostra conoscenza i cristiani de Il Forteto di Nuova Cana, dell'Ovile.

Se il salto nel Vangelo è difficoltoso per chi è cristiano per battesimo, è assurdo per chi non è cristiano. A questi e a quelli, in ogni caso, consigliamo il salto in Platone; il quale ha visto - quattro secoli prima di Cristo - a quale condizione la società poteva evitare la rivoluzione infinita.

Aristocle è il vero nome di Platone, che fu così soprannominato perché aveva larghe le spalle e ben piantato il fisico. Di stirpe nobile, fece tuttavia l'esperienza della schiavitù e vide con occhio distaccato le miserie e le grandezze della natura umana. Uomo "religioso" sì, ma non fino al punto da abdicare all'uso della ragione; la cui luce - derivando direttamente dal Dio - gli sembrava superiore ad ogni istituzione religiosa costruita dagli uomini, sia pure a partire da qualche input "divino". Non volle, per es. nella sua Repubblica le opere di Omero - eccetto gli Inni - perché insegnano ai giovani disonestà di ogni specie, derivandole dall'etica dissoluta degli dei. E fece sapere ai Cretesi che il loro re si era comportato scorrettamente quando inventò racconti favolosi come il rapimento di Ganimede da parte di Giove, per rendere bene argomentata la propria omosessualità. Questo è il punto che avvicina la sua filosofia al Messaggio dì Cristo: la natura (umana), cosi com'è, non è perfetta ed ha bisogno di una integrazione che il sistema non può darle.

L'uomo che identifica i vizi con i bisogni, è perduto per il rinnovamento della polis. Può fare "politica", ma sarà proprio lui la causa prima delle ingiustizie che infettano per e ogni dove l'armonia virtuale della polis. Ecco un tratto del suo vangelo; "L'amore di sé, interpretato come giusta necessità di natura, è il più grande dei mali".

Ma il fiore sempre fresco dell'analisi platonica resta l'assetto socio-politico della polis. Finché essa resta un luogo di convivenza necessario, non si può vivere senza leggi. Non solo: non si può evitare l'indagine sulla sua vera radice e cioè sulla natura degli uomini che la costituiscono. E anzitutto: "Da dove viene l'uomo?" Platone non ha dubbi: l'uomo è un giocattolo costruito dagli Dei, anche se non si sa bene per quale fine. Quando diventa plurale (uomini) si carica di differenziazioni misteriose che provocano delle "disuguaglianze".

Come spiegarle? Sono di origine storica o metastorica? Rousseau dirà che sono di origine storica e tuttavia non tutte. Platone si trova davanti alla polis come di fronte a una pianta di fico, sulla quale nascono fichi uguali eppure diseguali. Ve ne sono alcuni dolcissimi, altri dolci e altri insipidi o acquosi. E' un dato di esperienza.

Diciamo subito che il cristianesimo reale si è rapidamente strutturato, seguendo questa triplice ripartizione (orantes, defensores, laboratores) e che il socialismo reale caduto nello stesso limite (partito guida, esercito, lavoratori). E' stato copiato Platone? No, è stato copiato l'aspetto fenomenico della sua "politica", la sua "teologia" non è stata capita. Da qui l'incauta accusa, da parte di molti intellettuali, di aver egli soffiato nel braciere dei tanti comunismi.

Il liberalismo eterno, invece, ha enfatizzato ciò che Platone conosceva benissimo, e cioè il concetto di meritocrazia che sfocia nel trionfo dell'economia di mercato, dove l'intreccio tra danaro prodotto dal lavoro e danaro prodotto dal danaro, è rebus senza soluzione razionale.

Ma torniamo un attimo al punto di partenza della ricerca platonica così come la troviamo nel Libro III della Repubblica. Bisogna, anzitutto, far credere ai cittadini che sono tutti "fratelli" anche se sono divisi in classi. E' questa la "nobile menzogna" raccomandata ai reggitori e cioè il mito dell'origine dell'umanità, sorta dalla terra e dai tre metalli (oro-governanti; argento-guerrieri; bronzo-agricoltori-artigiani). Agli analisti politici è sfuggito questo drammatico particolare: per Platone, la tripartizione della società in classi è una "nobile menzogna" della "religione".

Essa contiene una grande verità (l'origine divina dell'uomo) che, però, deve essere integrata, nella sua lettura ultima, dall'intervento della ragione, essa pure di origine divina. La ragione, infatti, ha il compito di portare il correttivo alla bugia necessaria; nel senso che tale bugia consacra l'ineguaglianza dopo aver affermato l'eguaglianza. Platone dichiara subito che dall'oro possono nascere bronzi e viceversa. Oggi diciamo: "Tutti hanno diritto allo studio", anche se sappiamo che non tutti hanno i talenti necessari. Il ricercatore Gardner parla di intelligenze multiple (ne elenca sette ma dice che sono più del doppio) per sostenere che tutti possono eccellere in qualche disciplina; ma ciò nonostante, non si elimina la piramide socio-economica, anzi la si esaspera.

Platone, dunque, conosce la radice della cosiddetta "meritocrazia"- come lo conosce anche il Vangelo (parabola dei talenti) - ma la sottopone al controllo della ragione. Ed ecco, puntuale, l'analisi sociologica: "L'eguaglianza fra ineguali - per es. fra valenti e incapaci - diviene ineguaglianza se non c'è un criterio di giusto limite". E' vero, "l'uguaglianza genera, la concordia"; ma quale tipo di uguaglianza può ottenere quel risultato? Per es, nel distribuire le cariche si può ricorrere al sorteggio ma non è questa l'ottima eguaglianza perché mortifica le competenze. Ve n'è un'altra che solo Zeus sa discernere. Essa consiste nel "dare di più a ciò che vale di più, meno a ciò che vale meno". Dare, dunque, a ciascuno ciò che gli spetta secondo il suo valore reale "questa è la giustizia in politica che noi dobbiamo osservare; dobbiamo lasciare il minimo campo all'eguaglianza che sì fonda sulla sorte. Ed eccoci giunti allo schema della polis: dobbiamo suddividere i cittadini in quattro classi "sulla base dell'entità del patrimonio, chiamandoli primi, secondi, terzi, quarti, o con qualche altra denominazione".

Non fu questo lo schema della polis cristiana contro cui insorse la Rivoluzione Francese? Non dimentichiamolo: nobili, clero, terzo stato, quarto stato. Platone fu strumentalizzato; il Messaggio di Cristo ridotto al rango di religione. Ammesso che questo sia il livello massimo di giustizia raggiungibile nei "gruppi umani" guidati dalla "religione", ecco come la "ragione", secondo Platone, deve accomodare le cose mediante le leggi.

Se lo Stato vuole preservarsi dalla più grave malattia che è quella "discordia" permanente di cui la "rivolta" è un capitolo latente e ricorrente, deve guardarsi "da una troppa dura miseria di una parte dei suoi cittadini, come dall'eccessiva ricchezza". Il Legislatore (e cioè la ragione) deve porre un limite sia all'una che all'altra. E Platone quantifica senza equivoci, per uscire dal circolo vizioso delle note belle parole : "Chi più ha deve dare a chi meno ha". Il limite della povertà sia il censo che "risulta dalla prima distribuzione sorteggiata". Per cui c'è un minimo vitale che nessun governo oserà mai diminuire.

Per coloro, poi, che detestano l'appiattimento delle fortune (comunismo imposto con la forza), si possono sì allentare le briglie della libertà, ma con una precauzione: fissata la famosa misura minima "il Legislatore permetterà che sia raddoppiata, triplicata e anche quadruplicata, ma non di più". Questo è il socialismo liberale di Platone.

Vogliamo, adesso, attualizzarne la diagnosi e la proposta? Se un contadino, che si sporca le mani con la terra, e un metalmeccanico che impegna i muscoli per trasformare la materia in "bisogni" universalmente coltivati, guadagnano, poniamo, un milione e cinquecento mila lire al mese, chi nella polis svolge un compito di servizio di più alto merito (appartiene alla classe aurea) non dovrà guadagnare (non dovrà ricevere stipendi d'oro) più di sei milioni (un milione e mezzo per quattro) e cioè non dovrà ricevere "stipendi d'oro". Dentro a questo dislivello ci stanno i professori universitari ma non più i medici, per es. che tendono a trarre "profitto" dalle miserie umane; mentre la loro professione, insieme con quella dei professori appunto, costituisce l'unico vero servizio necessario per la buona salute fisica e spirituale di ogni gruppo umano organizzato.

Che dire poi delle categorie dei magistrati, dei politici, dei servizi amministrativi facenti parte della struttura dello Stato? Per quanto riguarda i giudici, Platone avanza questa sola riflessione: "E i cittadini non potranno di certo essere concordi dove sono molte le cause in tribunale e molte le ingiustizie commesse a carico di altri. Breve: la discordia è profonda dove sono molte le cause in tribunale e dove si invoca l'aumento del numero dei giudici. E delle categorie manageriali e dei militari, che cosa dobbiamo pensare? Platone è lapidario : "E' impossibile essere insieme ricco e onesto, nei limiti della nozione volgare di ricchezza".

Durante la carestia del I921-1922, Lenin confiscò gli oggetti del culto a favore degli affamati, ma trovò una forte resistenza da parte del clero. Scrisse, allora, una lettera confidenziale ai membri del Politburo: "Più saranno - spiegava - i rappresentanti della borghesia reazionaria e del clero che riusciremo a fucilare, meglio sarà. E' venuto il momento di dare a quella gente una lezione che le toglierà per diverse decine d'anni il gusto dell'opposizione". Una simile tentazione non esiste forse più nel cervello dei politici di sinistra: anziché pensare al fucile pensano, però, alle tasse da imporre democraticamente.

Ma il loro vero limite consiste nel fatto che non si avvedono - come non se ne avvedono i politici di destra - che loro stessi sono dentro alla classe che, nello Stato, "sfrutta" un'altra classe. Non è forse questa una delle parole più fulgide della diagnosi marxiana? Ma solo Platone ha indicato il modo di fare la rivoluzione senza spargere sangue. Non fucili ma leggi, fatte da legislatori puliti e trasparenti. Ci rendiamo conto: chi è statalista per formazione ha la tendenza inconscia a privilegiare l'iscritto al partito (guida) applicandogli i gradi della responsabilità sul petto e la prebenda nel portafoglio; aspira si a dare il lavoro a tutti, ma in piramide. Per cui trasforma i servizi pubblici, di cui, poniamo, è titolare, in un "salarificio" (in una fabbrica di salari elevati, ben oltre il numero quattro!), magari distribuendo leve di comando ai sindacalisti stanchi di retorica di piazza.

E' così che i servizi sociali non arrivano all'utente se non in forma degradata ed è in questo modo che il lavoro non ci sarà mai per tutti (intendiamo il lavoro dell'uomo libero). Il sistema sovietico - di recente memoria - era sbagliato non perché si fosse privilegiato il pubblico sul privato; ma perché il capo, o capetto, operava nel pubblico con mentalità privatistica. Chi comandava, operava sul bene pubblico così come il capitalista classico opera sul privato. Chi comanda, insomma, deve stare mille volte meglio di chi ubbidisce o lavora. Questo è vero per le religioni (tutte) e per i sistemi politici (conosciuti). Fa eccezione Platone, e dovrebbe far eccezione il cristianesimo del Messaggio già da tempo volatilizzatosi in religione.

"La sinistra fa politica di destra" grida il povero tapino che porta il peso delle ingiustizie sociali. E quale sarebbe la politica di destra fatta dalla sinistra?"' Aumentare le macchine ai privati, permettere paghe miliardarie ai giocatori e simili". II Presidente della Repubblica a sua volta, si sveglia come da un sonno dogmatico e dice, serio serio: "Quando le cose non vanno bene, io ho il dovere di parlare". E invita - con le parole appunto - il Governo a combattere il male dei mali (la disoccupazione). Ma ciò equivale a invitare il Governo a diventare socialista in senso forte! E poi, come si fa a dare lavoro a tutti dopo aver santificato l'economia di mercato? Reintroducendo qualche forma di schiavitù (pensa forse qualcuno)?

Ancora: parti sociali e governo si riuniscono per discutere il Welfare, ma ognuno difende il proprio particolare a colpi di maggioranze trasversali. Le leggi devono essere fatte dal Parlamento ma anche questi è fatto di parti sociali, con i piedi nel bagnato. Come si fa a dare lavoro a tutti quando il capitale disponibile è tutto divorato dalla classe dirigente? Platone stimola la vostra ragione; non propone la rivoluzione leniniana, ma vi suggerisce il modo per evitarla. Occorre riportare gli estremi del reddito al numero quattro. Neanche i Sindacati contestano il dislivello dei salari oltre quel numero, perché devono proteggere tutte le categorie, compresa la loro. Infatti, il parlamento, con il loro permesso, potrà emettere qualche "leggina" per dare lavoro "utile" ai giovani; ma si aggiungerà un altro misero scalino alla già troppo squilibrata piramide salariale. Come uscire dalle sabbie mobili? Si vis me flere et primum tibi flendum est, diceva quel borghesuccio di Orazio.

Prima sfrondate le vostre buste-paga e le portate al livello indicato da sant'Aristocle (Platone) e poi potrete, per legge, colpire la meritocrazia e il capitale privato impazziti. Ma per i cristiani la lezione di Platone è un incentivo a risolvere il problema del rapporto capitale-lavoro saltando nel Vangelo.

Su, coraggio, amici dell'Ovile o del Forteto o della Nuova Cana. La fratellanza è anzitutto un clima dello spirito che vede per ogni dove il suggerimento dell'unico Padrone (o Pastore) per il quale il capitale deve stare sempre al guinzaglio del lavoro.