Tratto dal volume "Quale vocazione?", parte III - Pp. 217-224
Libreria Editrice Fiorentina, 1982

 

Nomadelfia, o dell'entusiasmo

 

In questo modo gli apostoli "del bene", non potendo disporre dì uomini "normali" per mostrare come si costruisce la città terrena, raccolgono "poveri e zoppi" senza nemmeno più preoccuparsi di controllare se hanno la "veste nuziale". E non riuscendo a far decollare il nucleo produttivo (o meglio: il Messaggio evangelico nel rapporto di lavoro) sono costretti a ricorrere all'offerta dei "buoni" (capitalisti); i quali cedono danaro "sporco" per alimentare i "bisogni" di chi non partecipa alla produzione.

A questo punto si è già un'appendice della società che si voleva riformare e si soccombe come modello universale "ripetibile". Non riuscendo a sanare il sistema nel suo polmone, si è condannati a fare gli eterni samaritani in un territorio etico che dà cittadinanza ai ladroni. Oppure si rischia di costruire delle microsocietà in cui riescono a realizzarsi soltanto alcuni tipi di uomini. Non ci resta che fare un nome: NOMADELFIA. E' una commovente testimonianza evangelica di amore al prossimo o è il modello di una società nuova?

Qualcuno la vede già distante nel tempo e afferma che "non era un progetto, un modello di società nuova, un esempio ripetibile (...) la cellula primigenia di una nuova istituzione". E ciò perché era guidata dalla "personalità paterna" del fondatore; ma soprattutto perché "si fondava sull'amore che non è una legge, non crea istituzioni, non è imitabile né trasformabile in collettivo". E ciò è ispirazione, dono esistenziale, grazia, può propagarsi, se mai, per contagio; non certo per ripetizione modulare(249). In questa concezione, a nostro avviso modernistica, dell'amore cristiano ci si domanda come esso possa sopravvivere laddove c'è legge, istituzione, scientificità, ripetibilità.

Se fossimo costretti a scegliere questo tipo di contrapposizione sceglieremmo Nomadelfia, ovviamente. Ma l'amore cristiano non è più una ispirazione, una magnifica efflorescenza della soggettività (come tale è riscontrabile in molti esemplari della specie umana) quando è chiamato ad attuarsi nel rapporto di lavoro, laddove sono le sorgenti della vita sociale. L'amore cristiano al prossimo o si mostra come "razionalizzazione" del rapporto lavoro-capitale, oppure è "soggettività" nazionalizzata da Mammona. Se l'amore cristiano verso il prossimo è inafferrabile soggettività è giusto credere "sia inutile, dopo duemila anni di cristianesimo, andare alla ricerca di una civiltà cristiana, che non può esistere". Una civiltà cristiana è esistita, ma appunto come istituzione, come legge, come collettivo; non era però l'attuazione dell'amore cristiano nel rapporto di lavoro (250). Se esiste una colpa dei cristiani essa consiste nell'aver progettato una "civiltà cristiana" senza aver progettato mai l'attuazione dell'amore cristiano nel rapporto di lavoro; laddove - precisiamo - inizia il mortale abbraccio non solo fra capitale e lavoro, ma anche fra razionalità e fede. In quell'abbraccio, infatti, si esce dal soggettivismo e tutto diventa ripetibile, imitabile, predicabile. Nomadelfia, invece, si presenterebbe come carità come utopia d'amore come un "farsi padre dei figli che sono nel bisogno"; ma tutto questo è vocabolario degno di un santo non di un riformatore.

Certo, se l'amore cristiano non si cala nella "razionalità" per riscattarla nelle sue carenze, fa perdere le dimensioni del tutto. Apre gli occhi sull'immediato (il prossimo che è nel bisogno) e li chiude sul sistema che crea il "bisognoso". Cristo, però, non si è lasciato trascinare dagli infelici (sociali); ma ha tentato la ekklesìa, volta soprattutto a sopprimere, nel suo seno, il seme che li produce. La ekkelesìa fondata da Gesù deve essere il locus in cui si risolvono i dualismi ereditati dal peccato d'origine, non il locus in cui si predica moderazione e dialogo alle parti in conflitto, specie se tra le parti vi sono dei credenti. E' una civetteria teologica il ripetere che la Chiesa non ha un sistema sociale da proporre quando, in re aeconomica, immerge i piedi e lo stomaco nell'assetto capitalistico del mondo, come tutti i mortali. E se tutti siamo figli di Mammona, indipendentemente dalle fedi e dalle ideologie, chi potrà indicarci la strada della salvezza quaggiù? Se la Chiesa non è la mediazione ontologica attraverso cui si arriva a salvare gli "infelici" prodotti dal sistema è giocoforza che sia istituzione caritativa, incapace di contribuire a risolvere le contraddizioni della vita sociale. Se inseguo uno per uno gli infelici, prodotti fuori dal mio territorio, non ho più tempo né volontà per costruire un modello di convivenza nuova nel mio territorio. E cosi creo ambiguità tra vero "infelice" e tipo d'uomo che è refrattario, per scelta volontaria, alla visione del mondo ipotizzata da Cristo.

Non a caso nella Nomadelfia Grossetana troviamo la seconda Costituzione del gruppo. "Associazione civile - vi si dice (251) - (i cui membri) operano insieme in solidale fraternità al fine di assicurare all'uomo lo stato evangelico dei liberi figli di Dio e di dedicarsi ad opere di bene a sollievo materiale e ad elevazione spirituale dell'umanità". I membri, inoltre, hanno "compiuti i 21 anni" (252) sono "cattolici" (233) e "non posseggono beni a qualsiasi titolo e di qualsiasi natura" (254). Si osservi il motivo che fa operare insieme in solidale fraternità i "Nomadelfi". Essi vogliono "assicurare all'uomo lo stato evangelico dei liberi figli di Dio". Come se tale "stato" - peraltro definito con ambigua espressione verbale - fosse una programmazione ipotecatrice della storia e non piuttosto un esito o un risultato consequenziale all'attuazione del comandamento dell'amore nei tre punti fondanti della convivenza planetaria. E cioè nel rapporto uomo-donna (matrimonio), nel rapporto economico fra uomo e uomo (lavoro), nel rapporto fra gruppi umani (pace). Meglio sarebbe mostrare agli uomini come i "liberi figli di Dio" sono capaci di attuare il Messaggio evangelico nel rapporto di lavoro, là dove nasce il capitalismo. Ma senza togliere ad essi né la proprietà né l'uso del danaro né la responsabilità della libertà. Se una legge toglie dalle mani dei singoli i beni da essi prodotti ha già creato un pericoloso diaframma tra lavoro e capitale. Finché esiste un "dubbio" - oltre la mia scelta esistenziale - che può trasformarsi in una "tentazione", non sono veramente né libero né lieto nella verità. L'Eden è autentico solo quando Adamo vince la tentazione di non considerarlo perfetto perché non esclude l'ipotesi di cibi migliori di quelli indicati da Dio. Se da parte dei singoli non c'è un lucido controllo del lavoro sul capitale e della fede sui bisogni, siamo alla Costituzione di Licurgo. Il quale, per scacciare le due peggiori pesti della repubblica, "opulenza e povertà", mette in comune e divide in parti eguali i beni immobili, sopprime la moneta d'oro e la sostituisce con quella di ferro pesantissima e di poco valore, introduce le cene dove i cibi sono uguali per tutti, ma lascia intatta la condizione degli Iloti; facendo così di Sparta un ghetto in cui esistono uomini valorosi ma non giusti. Solo quando i "liberi figli di Dio" hanno appianato il rapporto fra lavoro e capitale potranno via via allungare la mano a chi è ai margini del sistema non per colpa propria e accetta di entrare nella dimensione del nuovo modello. Per cui, accanto alla Nomadelfia dei "normali" potrà trovare spazio la Nomadelfia che, utilizzando capitale "pulito", potrà dedicarsi al momento "transeunte" del ricupero dei "lazzaroni", degli handicappati, dei drogati, per i quali occorre un tipo di dedizione che non comprometta la caduta del nuovo modello di società (255).

Se, infatti, a Nomadeifia manca, o è sempre in forse, la sufficienza economica perché è caduto l'equilibrio fra produzione e consumo, siamo già alla brutta copia della macrosocietà o alla casa di beneficenza. Chiariamo questo punto vitale. Quale è oggi il vero dramma delle piccole e medie aziende? Non la possibilità di assumere mano d'opera, ma la spada di Damocle della "non-licenziabilità". Il che per lo Stato vuol dire, "inflazione", ma per il privato può significare il fallimento e la disoccupazione di tutti i collaboratori aziendali. Certo, se la piccola e media azienda non controlla severamente l'apparato del lavoro diventa presto una casa di beneficenza. Perché? Sempre la stessa risposta: perché l'uomo non lavora per vocazione, ma per costrizione. Il lavoro non è mai stato un mezzo per costruire il mondo (oggi qualcuno teme sia diventato un mezzo per demolirlo); ma sempre un mezzo per guadagnar danaro. Ecco perché ciò per cui si lavora (avere danaro) è più interessante che il lavoro stesso. E così la "spiritualità del lavoro" di cui tanto si chiacchiera, non deve aiutare gli uomini ad avvicinarsi a Dio; ma ad amarsi fra di loro come Dio vuole, in quel rapporto. O i "liberi figli di Dio" risolvono questi problemi o l'uomo non vedrà mai lo stato evangelico.

Nella seconda Costituzione di Nomadelfia troviamo poi gli articoli relativi alla organizzazione della famiglia (una famiglia di famiglie) e all'assistenza e formazione "religiosa" affidata prima ai padri gesuiti poi ad altri. A questo punto Nomadelfia diventa un gruppo controllato dall'etica del vecchio mondo. Si moltiplicano gli elogi dell'autorità ecclesiastica alla persona del fondatore (morto). Qualcuno, ahimé, fa il paragone con la prima comunità di Gerusalemme (che scivolò proprio sulla buccia del lavoro). Ma tutti hanno l'aria di considerare Nomadelfia come una riserva di "idioti" non diversi dai tanti che lungo i secoli si sono dedicati eroicamente a lenire i dolori del prossimo. Il vero cristianesimo, però, si gioca altrove: nel vasto mondo dove il Grande Inquisitore è ministro di verità e di saggezza cosmica perché rivendica a sé il diritto di uccidere un Cristo che chiede, ingenuamente, di riavere voce in capitolo per ridare agli uomini l'ossigeno della libertà.

Ancora una volta, "Stato e Chiesa", hanno ricondotto le intemperanze dell'utopia dentro ai binari di una esperienza accettabile e bene ordinata. Qualche festa danzata, qualche tournée canora a beneficio dei terremotati, una variopinta liturgia comunitaria alla presenza della autorità civili e religiose; e poi, di nuovo, come una tribù indiana delle "riserve", i Nomadelfi tornano al ritmo ripetitivo di una vita quasi monastica, per inseguire l'antico traguardo della perfezione personale. Ebbene, ecco il nostro suggerimento.

Nomadelfia - per la quale abbiamo nutrito e nutriamo una particolare predilezione (256) - sarà l'alternativa all'assetto capitalistico della società quando il giovane o il cristiano che bussa alla sua porta non lo farà per sottrarsi, poniamo, alla concezione del lavoro praticata alla FIAT o alla GENERAL MOTORS o nei cantieri di Danzica o nei KOLCHOZ sovietici e per entrare in una specie di Arcadia dove in nome della salvezza personale e della carità al prossimo si organizza un tipo di convivenza che incentiva l'offerta e l'apostolato; ma per creare un modello di vita comunitaria in cui il lavoro è svolto in riga e mai in piramide. Se è vero che nessuna società può esistere senza produzione di beni essenziali e se è vero che nello stato attuale della nostra storia il lavoro produce il capitale finanziario che viaggia a ruota libera rispetto al lavoro da cui è generato (257), non ci sarà nessun inizio di società nuova (o cristiana) finché non si è santificato (258) il rapporto salariale" tra i partecipanti al progetto di trasformazione della materia.

Gli apostoli del bene e della devozione

Pensiamo con infinita tristezza a tutti gli "apostoli del bene" che hanno introdotto nel mondo cristiano le più ardite devozioni attorno alle parti del corpo di Cristo o agli strumenti della sua passione. Essi partivano dal presupposto che se tutti gli uomini, singolarmente presi, avessero amato il Signore nel modo da essi indicato, non solo avrebbero assicurato la loro salvezza eterna; ma anche il mondo sarebbe andato meglio. E questo presupposto era per loro una certezza perché pensavano che le strutture socio-economiche sottostanti ai rapporti inter-umani fossero volute da Dio e suggerite dalla "natura". Senza mai sospettare che erano state costruite dall'egoismo di gruppi, o classi di uomini, moderatamente interessati alle "devozioni religiose", ma purché non insidiassero la piramide sociale. Altro è predicare le "devozioni" concernenti il Cristo e altro è predicare Cristo e il suo Messaggio. Le devozioni pacificano i singoli, lasciando intatti i loro perversi rapporti; il Vangelo tende anzitutto a rinnovare quei rapporti.

Al cristianesimo "devozionale" sembra aver aderito anche Simone Weil che pure consideriamo la più grande pensatrice dei nostro secolo. "Un villaggio cristiano - ella dice (259) - è un paese in cui gli abitanti vanno a messa la domenica e proibiscono ai bambini di bestemmiare". E dimostra, poi, come la noia sia la lebbra delle campagne d'oggi: i contadini cercano danaro e piaceri consumistici e il lavoro è una preghiera solo a certe condizioni. Ai parroci di campagna ella propone di leggere i passi della vita contadina del Vangelo (e sono molti) e di fare della eucarestia il centro stesso della vita quotidiana, in tutti i luoghi in cui c'è vigna e grano. A suo giudizio "il cristianesimo potrà veramente impregnare profondamente la società solo se ogni categoria sociale avrà un legame specifico, unico, inimitabile con Cristo". I preti, a loro volta, dovrebbero avere una formazione specifica "adatta a ciascuna delle categorie sociali". Ne risulterebbe, alla fine, questo strano quadro antropologico: "I mendicanti sono legati a Cristo dalle parole "ho avuto fame", gli studenti e gli intellettuali di ogni specie dalle parole "lo sono la verità", gli insegnanti in quanto lui è "Maestro", i medici in quanto lui era guaritore (...), tutti coloro che invece sono subordinati sono legati a lui in quanto Egli ha assunto la forma di schiavo". In questo modo si santifica il mondo sociale così come esso è e in nome di un Cristo cui si è tolta la qualifica di "salvatore". Un Cristo bon à tout faire è un Cristo senza buona novella.

A Telergo si attua, invece, una teologia in cui il lavoro non è più una occasione alla perfezione o una fatica che è valorizzata dalla buona intenzione soggettiva; ma un compito cui è annessa una perfezione oggettiva e cioè il progresso dei mondo. A Telergo, prima che per perfezionare se stessi, si lavora per attuare un progetto. Il lavoro, quindi, vale non in forza di una intenzione "santa", ma in forza della sua "efficacia produttiva". Da qui il controllo sul capitale prodotto affinché nessuno vi faccia sopra calcoli di profitto "soggettivo", nel momento in cui la materia trasformata si trasforma in capitale finanziario. E questa ci sembra anche la strada della "socializza-zione del lavoro". Chenu ha precisato che "il lavoro non è semplice strumento tecnico, ma è un valore umano" e che la techne non è solo produzione, ma è svelamento dei segreti del cosmo (260). Telergo è in assoluto l'attuazione dell'amore cristiano o della ekklesìa, nel rapporto di lavoro e, anche quando fosse tolta la fame dal mondo, avrà una funzione educativa permanente. E tuttavia, a Telergo, il nuovo monaco, si dedica alla esplorazione scientifica del mondo non solo per aumentare la produzione o per perfezionarne i meccanismi (261); ma per aggredire gli altri mali che assediano l'uomo come, per es., le Malattie o le imperfezioni "naturali" inerenti al divenire dell'universo. Nell'ipotesi, insomma, che l'homo homini lupus si trasformasse in homo homini deus nel rapporto di lavoro, resterebbe da attuare il progetto di conquista di tutta la realtà creata, mediante un nuovo tipo di preghiera. Ma prima di esplorare questo aspetto "vocazionale" del monaco di Telergo, ci conceda il lettore un riferimento culturale di capitale importanza per la nostra ricerca.

La teoria della "salvezza per la fede" e non "per le opere" è la risposta che lo "stato nascente" dà alla carcassa del vecchio sistema. Gesù non è l'enunciatore rigoroso di questa teoria, ma è colui che la fonda. L'enunciatore rigoroso è S. Paolo. Non sono le opere suggerite da un sistema etico-religioso a rendere un uomo degno di salvezza, ma la sua fede in Colui che supera tutti i sistemi. In questo senso S. Paolo oppone la Fede alle opere della Legge. Ciò che conta è essere nuova creatura e non facchino curvo sotto il peso dell'osservanza dei mille precetti della Legge. La nuova creatura, infatti, se è veramente tale - se crede in Colui che trascende tutti i sistemi - compirà anche opere nuove e cioè opere inedite rispetto a quelle conosciute. L'etica deve essere la conseguenza non la causa della bontà. Ebbene, Lutero ha messo la pratica dei voti monastici sul conto delle opere inutili per la salvezza, in quanto sono opere inventate dal sistema e comunque volte al raggiungimento di una impossibile perfezione. Lutero credeva di dover praticare lo stato religioso per raggiungere la "salvezza eterna". In ciò, forse, l'equivoco che lo portò a gettare l'acqua col bambino. Prendiamo, per es., S. Francesco: non ha praticato i tre voti per assicurarsi la salvezza eterna; ma per rendersi disponibile alla costruzione del Regno (262). Da qui le novità inedite della sua etica conturbante. L'equivoco sul significato della vocazione religiosa ha provocato in Lutero la teoria dello "stato nascente"; ma chi ha continuato a credere nei tre voti, pur rendendosi disponibile al sistema o al rilancio della Chiesa-Istituzione, come nel caso della Controriforma, ha forse mostrato al mondo una qualche novità evangelica a livello sociale?

A titolo di verifica ascoltiamo le argomentazioni portate da una contemporanea di Lutero - l'abbadessa Charitas Pirkheimer, clarissa a Norimberga - per respingere le insinuazioni del movimento luterano. "Siamo accusate - ella scrive nel 1524 - di confidare nelle nostre proprie opere e di non aspettare la nostra salvezza che dal loro appoggio. Pertanto noi affermiamo qui che, grazie a Dio, siamo ben lungi dall'ignorare (...) che mediante le sole opere nessun uomo, come dice S. Paolo, potrebbe essere giustificato, ma solo per la fede in Gesù Cristo (...). Sappiamo altresì che non dobbiamo attribuire le nostre buone azioni ai nostri sforzi personali; e quando per nostro mezzo viene compiuto un atto lodevole non ignoriamo che il merito ci può essere attribuito perché ogni bene procede unicamente da Dio (). Tutta la nostra gloria risiede solo in Cristo crocifisso e umiliato, che ci ha ordinato di prendere la sua croce e di seguirlo. Perciò ci consideriamo obbligati di dominare in noi il vecchio Adamo e di sottomettere il corpo allo spirito con la mortificazione; e per fare questo, troviamo maggiori facilità e occasioni nella vita religiosa, che nel Mondo" (263). Come si vede l'abbadessa Charitas parte da un presupposto: Cristo crocifisso e umiliato ha ordinato di prendere la sua croce (sic!) e di seguirlo. Se si assume questo ordine come fine della vita cristiana allora si può pensare di poterlo eseguire più facilmente in convento che nel mondo. In questo modo, però, il fine della vita religiosa non è la costruzione del Regno, ma la perfezione personale, attuata seguendo un codice che programma la sottomissione del corpo allo spirito nel crivello della mortificazione. Ora, se il fine della vita cristiana consiste nel dominare in noi il vecchio Adamo e nel sottomettere il corpo allo spirito con la mortificazione, non è vero che, per fare tutto questo, si trovino maggiori facilità e occasioni nella vita religiosa che nel mondo. A meno che della mortificazione esterna non si voglia fare una professione a se stante; nel qual caso si privilegerebbero le opere rispetto alla Fede. Se, invece, il fine della vita religiosa - ripetiamo - consiste nel rendersi disponibili alla costruzione dei Regno, seguendo Cristo che ha sanato il peccato e i suoi effetti in tutto l'arco dell'umano, allora ha un senso la pratica dei voti perché quei voti sono potenzialmente delle inedite novità esistenziali nell'ordine sociale (264).

La crisi degli Ordini contemplativi dipende dal quanto essi si sentono più o meno coscientemente vicini o lontani dalle motivazioni date alla vita religiosa dall'abbadessa Charitas Pirkheimer. Recentemente Sergio Zavoli ha pubblicato una lettera di Suor Maria Teresa di Gesù, scritta da Spello il 18 settembre 1969 in seguito alla sua uscita dal Carmelo per rilanciare l'ora et labora. In quella lettera si dice tra l'altro: "Vorrei chiarirle un aspetto di grande importanza, cioè quel che intendo per il rapporto "contemplazione-lavoro"; lo spirito contemplativo non deve e non può escludere l'essenzialità che il lavoro rappresenta per ogni vita umana (...). Sia ben chiaro che chi è stato gratuitamente chiamato da Dio ad uno stato di privilegio spirituale, non per questo deve credersi esente dagli obblighi che la vita a tutti impone " (265). Ecco un segnale che porta a Telergo!


Note

(249) I giudizi tra virgolette su Nomadeifia sono del giornalista Geno Pampaloni, e si possono leggere su Il Giornale nuovo dei 29 nov. 1980 nella "lettera al padre di Nomadelfia" giunto al suo ottantesimo compleanno. Geno Pampaloni si riferisce a due suoi articoli scritti nel lontano 1952, quando già aveva capito ciò che Nomadelfia non era e ciò che era. Da qui l'importanza di questa "lettera". Don Zeno Saltini morirà poche settimane dopo, nel gennaio 1981.

(250) Per il giovane Hegel gli insegnamenti morali di Gesù - per es. l'invito a vendere tutti i beni e a darli ai poveri - possono ispirare la condotta dei singoli, non la vita di un popolo. A suo avviso il cristianesimo per diventare religione di un popolo, da religione privata che era, si è snaturato. Cristo sceglie dodici apostoli che debbono abbandonare ogni legame con la famiglia e lo Stato e legarsi a Lui. Socrate, invece, ebbe discepoli di ogni tipo e li lasciò alla famiglia, al loro lavoro ­ "ognuno rimaneva ciò che era" - e fra essi ci furono generali, politici, eroi di ogni specie, "non eroi nel martirio e nella sofferenza, ma nell'azione e nella vita". Certo, o si guadagna il tutto nella ekklesìa dove l'invito a vendere i beni ha un significato salvifico e strumentale come prime passo verso la disciplina dei rapporti economici oppure "ognuno rimane ciò che era" e il cristianesimo diventa una nuova "religione" che si disinteressa formalmente dell'assetto mondano, ma perché si è collocata dalla parte del paniere delle provviste.

(251) Per la documentazione cf. nella Civiltà Cattolica del 21 marzo 1981 l'art. di Dornenico Mondrone "Don Zeno Saltini e "l'utopia" di Nomadelfia". Qui notiamo soltanto che la seconda Costituzione di Nomadelfia porta il contributo dei proff. A. Raselli, A. C. Jemolo e di membri delle sacre Congregazioni. Quando entrano in scena i giuristi siamo alla "nazionalizzazione", e quindi all'inserimento, dei movimenti.

(252) Dall'Apologia degli ebrei, opera di Filone andata perduta, Eusebio di Cesarea ha tratto notizie assai interessanti su gli Esseni. Eccone alcune: "Tra gli Esseni non vi sono fanciulli, né adolescenti, né giovani, poiché il carattere di questa età è incostante e portato verso la novità a motivo della mancanza di maturità". Il danaro non è quindi tolto perché è in mano a persone mature: "Ognuno di loro allorché riceve il salario per tutte queste attività (diversi mestieri) lo rimette a un'unica persona (...) presso di loro è comune non solo la mensa, ma anche il vestiario () se qualcuno si ammala è curato a spese della comunità". Da questo testo sembra che nessun Esseno prendesse moglie perché la donna è vista come un elemento destabilizzante della vita comunitaria: "La donna - si dice - pone ogni cura a servirsi di parole ingannevoli e di maschere, come gli attori (...) qualora poi nascano dei figli, gonfia d'orgoglio (...) si serve della violenza per compiere atti ognuno dei quali è contrario al bene della vita comunitaria (...) il marito, incatenato dai filtri di sua moglie (...) non è più la stessa persona per gli altri e inconsciamente diventa un altro uomo, uno schiavo anziché un uomo libero" (Cf. I manoscritti di Qumran, UTET 197 1, p. 55 e ss.) Da questi testi si capirà che il vero dramma non consiste tanto nell'organizzare un gruppo di adulti attinti dalla metànoia, quanto nell'educare i figli che nascono dal gruppo.

(253) Qualcuno dice: "E'impensabile che tutto possa o debba essere fatto da una sola comunità umana, quella cattolica". Certo certo, prima che il cattolicesimo esistesse e fuori di esso si facevano e si fanno tante cose belle e brutte. Noi crediamo che una comunità di cattolici potrebbe intanto "andare a cominciare a fare" ciò che nessuna comunità umana ha mai fatto: risolvere il rapporto lavoro-capitale senza letta di classe (comunque gestita) e presentarlo agli altri come contributo alla soluzione del conflitto sociale. Nomadelfia non sbaglia se convoca i "cattolici", ma semmai se non offre un modello "ripetibile" di soluzione. Breve: la comunità cattolica, se esiste, faccia ciò che le ha comandato il suo fondatore ("amatevi... ") nel rapporto di lavoro. Per il resto vada pure a spasso coi demonio, a ballare con i poligami, a pregare con gli animisti, a scuola con gli atei, a far la pipì con gli omossessuali; ma, di grazia, in fabbrica con chi andranno i cattolici? Col capitale o col lavoro? Ovunque andranno cesseranno di essere cattolici, perché sono in conflitto tra di loro e così la comunità umana è ulteriormente dilacerata. Solo il capitalismo non va con nessuno perché sa ciò che vuole. E questo è genio. Il genio, infatti, non cerca alleanze, crea e fa fare salti qualitativi alla comunità umana.

(254) Il riscontro di Geno Pampaloni fu puntuale: a Nomadelfia "tutto era messo in comune e non circolava danaro". Scelta sublime, ripetiamo, già fatta, anche se in altro modo, da S. Francesco per scuotere la Chiesa medioevale tutta crivellata dalla piramide socio-economica e per rendere credibile la predicazione del Vangelo. Anche Gesù manda i discepoli in missione senza danari, ma poi quando si forma la ekklesìa occorre fare i conti col danaro, affinché sia di origine "pulita".

(255) se il cattolico sì occupa dei tossicodipendenti lo fa per sottrarli alla "perdizione2 della persona in sé presa. Ridare a un uomo la sua carta di identità non è conquistare al cattolicesimo, ma attuare il primo principio del cattolicesimo (che è l'amore a Dio e al prossimo). Quindi, apostolato cattolico e recupero dei drogati non sono la stessa cosa, né devono esserlo. Il cattolico non deve mai dimenticare che il drogato prima di essere un "bisognoso", è uno che attua una visione del mondo che spesso rifiuta il cattolicesimo.

(256) Ripetiamo qui quanto abbiamo già detto. Ci siamo proposti di scegliere sempre la verità quando la verità è in alternativa con l'amicizia. Nessuno potrà contestarci questa linea di condotta, anche se potremmo sbagliarci nel definire la verità. Ecco perché l'assoluta libertà con cui giudichiamo movimenti e istituzioni non oscura in nulla l'ammirazione che nutriamo per l'eroismo delle persone che pagano di propria tasca il progetto scelto.

257) Il mito di Edipo qui non si risolve con la uccisione dei padre, ma con la sua riduzione in schiavitù;

(258) Santificare significa risolvere le contraddizioni che l'oggetto contiene, non perfezionare i soggetti lasciandoli, o mantenendoli, in un rapporto "contraddittorio" tra di loro e con l'oggetto.

(259) Cf. Simone Weil, L'amore di Dio, Borla, s.d.. Il prevalere della componente ascetica nella ricerca della Weil ha diminuito in lei il senso critico sulla totalità del discorso cristiano. A Telergo si potranno utilizzare le bellissime pagine di Condizione operaia relative al lavoro fisico rapportato alla passione di Cristo - la Sua immagine, per es., paragonata ad una bilancia nell'inno del venerdì santo potrebbe essere una inesauribile ispirazione per coloro che portano pesi, maneggiano leve e sono la sera stanchi per la pesantezza della materia - ma perché a Telergo è caduta la piramide (che contiene nel suo seno i crocefissi e i crocefissosi). M. Weber ha scritto: "Il popolo lavora solo se è povero e sino a che rimane povero". Ciò dimostra che siamo in un sistema in cui è necessario che vi siano i poveri affinché ci sia lavoro. Ecco spiegato il concetto di "piramide".

(260) Citiamo dall'art. "Per una teologia del lavoro" di Marie Dominique Chenu, apparso su Vita e Pensiero, ottobre 1981, p. 45 e ss.. L'art. contiene la sintesi delle ricerche dell'autore sulla teologia dei lavoro; ma abbiamo incontrato un passaggio che non ci convince pienamente. "Non si tratta - dice Chenu - di "conquistare a Cristo la classe operaia, bensì di far nascere la Chiesa nel mondo del lavoro, secondo le strutture e il dinamismo di questo mondo (così si è espresso il colloquio europeo di pastorale operaia, Roma ottobre 1972). I cristiani delle ACLI non sono il settore operaio di un mondo cristiano, bensì l'ala cristiana del mondo operaio. E analogo discorso si deve fare per gli altri movimenti della Chiesa" (ivi, p. 52). Si potrebbe osservare ironicamente che la classe operaia è già stata conquistata a Cristo fin dall'epoca di Costantino. Si tratta quindi di una operazione fallimentare. Adesso si dice che bisogna "far nascere la Chiesa nel mondo del lavoro, secondo le strutture e il dinamismo di questo mondo". Ma anche qui, di quale Chiesa si parla? Se di quella ipotizzata da Cristo allora occorre diventare "fratelli" non nel mondo del lavoro, ma nel "rapporto di lavoro" secondo il dinamismo inedito dell'amatevi come lo ho amato voi. E che vuol dire che le ACLI sono "l'ala cristiana del mondo operaio"? Se non sono la soluzione cristiana del rapporto lavoro-capitale, sono soltanto le parti di un sistema, un'ala appunto, mentre dovrebbero essere la luce, il sale, il lievito. Così dicasi degli altri movimenti di Chiesa. O sciolgono il nodo fatidico del dualismo capitale-lavoro nel "rapporto di lavoro" o restano gruppi che consumano "religione" senza presentare nessuna "novità".

(261) Si pensi, per es., al lavoro silenzioso degli scienziati agrari per ottenere raccolti e sicurezza per l'avvenire. Si pensi alla tecnica genetica dell'incrocio o all'introduzione dell'azoto come fertilizzante la cui industria sembra "totalmente legata al genere umano, da doverne seguire tutti i suoi sviluppi e tutte le sue in- cognite per soddisfare le necessità delle future generazioni" (Dino Maveri).

(262) Come si sia strutturata la vita monastica anche dopo S. Francesco tutti sappiamo. "Si apprezza e si ricerca una vita pia e cristiana solo nelle leggi esteriori - dirà Lutero Alla nobiltà cristiana -, nelle opere e negli atti. Da tutto ciò altro non risulta che fariseisino e rovina delle anime". Da qui l'idea di eliminare gli "enti inutili" (Ordini religiosi) perché non producevano né perfezione personale né crescita del Regno, ma solo ingombro "burocratico" all'interno di una Chiesa già fatta sistema.

(263) Cf. J. Janssen. L'Allemagne et la Réforme, vol. 11, p. 375.

(264) Partendo da questi presupposti qualcuno ha pensato di non rendere "definitivi" i voti. A Telergo, comunque, l'ingaggio può essere temporaneo.

(265) Cf. Sergio Zavoli, Socialista di Dio, Mondadori 1981 (premio Bancarella), p. 278 e ss..