Il Natale di S. Francesco a Greccio


S. Francesco a Greccio, si pone davanti alla mangiatoia, “predica” al popolo e parla della “nascita, del Re povero”. Ciò poteva essere motivo di ambigua “consolazione” per i poveri storici; ma i “ricchi” apparivano, ahimè, assai lontani dal “modello” che avrebbe dovuto fondare i valori comuni. Il Celano (Vita I, 84) non accenna all’imprimatur di Roma e presenta un Francesco che ricorre all’aiuto di Giovanni Velita, pregandolo di fare preparativi perché vuole “rappresentare il Bambino nato a Betlemme” e vederne con gli occhi i disagi e i limiti. Dunque non si tratta di un semplice “ricordo”, ma di una “esperienza”. V’è sì un rito, ma è del tutto strumentale e per nulla fine a se stesso. E anzi un vigoroso espediente per far uscire le coscienze dalle secche dei “riti”. I ceri e le fiaccole, che danno a quella notte il sapore di un’aurora boreale, sono forse pagate dal “convertito” Giovanni; ma il nodo del discorso si riassume nella celebrazione - o meglio, nella riscoperta - della “semplicità”, della “povertà”, della “umiltà” evangeliche: le tre virtù azzerate dalla cristianità medioevale, anche nella celebrazione del Natale.

Greccio, per Francesco è Betlem; il passato più che rivivere nel presente si coniuga col presente perché è un continuum dell’eterno. Betlem non è un “luogo” scoperto in fondo a una retrocessione storica, ma un o spazio dell’anima in rivolta. Qui emerge la posizione di Francesco che tenta di rimettere l’accento sulla fede per sottrarsi, e per sottrarre Greccio francescana, all’inganno collettivo delle opere. Nessuna festività cristiana deve diventare un “rito” che giustifica lo statu quo; ma ogni indicazione evangelica deve trasformarsi in un “progetto” che crea, eo ipso, novità sociali. E questa era la “malattia mortale” che stava minando la comunità di Greccio: riforma “religiosa” in espansione, ma smarrimento del Cristo.

Per S. Bonaventura, Francesco è “levita di Cristo” e, per questo, canta il Vangelo; ma, ahimè, non è “levita” della Istituzione ed esorta soltanto. Per il Celano (Vita 1, 86), Francesco si presentò con i paramenti sacri “perché era levita” honoris causa. A giudizio di S. Bonaventura la “sceneggiata” è utile per “fomentare la devozione”. Francesco, infatti, nella visione di Giovanni Velita stringeva con le braccia il Bambino e “sembrava” destarlo dal sonno. Francesco, insomma, ridesta “la fede di Cristo” nei cuori intorpiditi, mentre il fieno della mangiatoia fa “guarire” gli animali (miracolismo). Per il Celano, invece, Francesco si avvicina al Bambino - privo di vita - e lo desta da una specie di “sonno profondo”. Per merito del Santo, infatti, il fanciullo Gesù veniva risuscitato nei cuori di molti che l’avevano dimenticato.

E il ricordo di Lui rimaneva, così, impresso profondamente nella memoria. La polemica si fa pesante nei confronti della “civiltà cristiana”. Francesco è il geniale Champollion che evoca dall’abisso dei secoli il vagito dei muti geroglifici sparsi lungo la valle del Nilo. Il tempo si era come fermato a Betlem, o poco più in là, anche perché certi Magi, deponendo quell’oro davanti al Bambino, avevano cominciato a insidiarne la carta di identità. Francesco non ridesta “la fede di Cristo” - intesa come cultura religiosa di un’epoca -, ma ridesta il Bambino - Dio-con-noi - che dà origine alla fede e quindi a nuove opere.

Francesco sta disincantando anche il movimento che gli vegeta attorno in posizione equivoca. Essere cristiani nati a Betlem non significa raffinare o perfezionare i mezzi - l’opus religionis, il sabato, le osservanze - ma riattingere il fine (fede) e riprendere a ruotare attorno a Cristo. “In Cristo paideia” avevano detto i più illuminati cristiani del secondo secolo e intendevano dire che l’educazione deve ruotare, appunto, attorno a una Persona. Solo così potrà avvenire il salto di qualità, o il passaggio rivoluzionario, dalla “religio” alla “vita” dai “riti” ai “rapporti”.

Quando Cristo dorme, o è morto nelle coscienze, o viene celebrato come simbolo del proprio ethos, siamo all’ignoranza di origine platonica: il non-ricordo è mancanza di sapere-intenzionalità. Breve: o il progresso cristiano si attua mediante la presa di contatto con l’originario, oppure la chiesa cresce sulla chiesa e il “religioso” sul “religioso”, così come il letame cresce su se stesso nell’area isolata del letamaio, O tutte le nostre scelte “storiche” si rifanno all’archetipo, oppure diventano un epifenomeno del “corso del mondo”, perché abbiamo perduto il senso della contraddizione esistente tra noi e la Verità: mentre vediamo bene - troppo e fanaticamente bene - quella esistente tra la nostra “verità” e quella altrui. L’ermeneutica più raffinata e l’esegesi più sottile sono i grimaldelli del lupo che non vuole rinunciare a mangiare le pecore.

Si può allora intuire - ripetiamo - il colpo di coda di Francesco a Greccio: i frati e i loro seguaci, avevano già ridotto la sua grande scelta a schema rituale: preghiere di gruppo, ritiri zuccherati, chiacchiere bibliche, erano vissuti come fenomeni isolati, staccati dalla vita reale. Ed eravamo ad un capitolo della “psicologia infantile”. Se un confessore dei nostri giorni, a un fanciullo cristiano che gli racconta di aver disubbidito alla mamma, di aver detto bugie e parolacce, picchiato il fratellino, litigato con gli amici, studiato poco, domandasse: “E le tue preghiere le dici?”, si sentirebbe rispondere: “Sì sì, le dico”. Il confessore, allora, replicherà: “Mi raccomando di dirle un po’ meglio, le tue preghiere”, mentre dovrebbe spiegargli che la preghiera cristiana non è un’azione tra azioni, ma un’azione invisibile che trascende e corregge tutte le azioni visibili fino a caricarle di una “qualità” che naturalmente non hanno. Se la preghiera non è concepita in questo modo, è destinata a corrompere l’uomo e a precludergli per sempre la “conversione”. Non a caso le “religioni” che più favoriscono e predicano la fedeltà ai riti e alle liturgie sono portatrici di fanatismo e di odio razziale.

La vera colpa del cristianesimo è consistita, e consiste, nell’essersi abbassato e nell’abbassarsi al rango di “religione”, ciò vuol dire aspirare ad essere impunemente lupi, porci e leoni, dopo aver praticato dei riti liturgici ben guidati e recitati. Francesco non si rivolge più a dei “frati minori” divenuti tali per metànoia, ma a degli “animali religiosi” che hanno bisogno di sentirsi ripetere che se il corpo “vuol mangiare comodamente” deve anche pregare a ore fisse.

Il colpo di coda del Presepe è volto a riconquistare la fède oltre le opere, perché le opere -quelle opere - si erano tutte ritualizzate o identificate con le nuove “liturgie fratesche”. Le “opere” - viene a dire Francesco - potranno ridiventare “novità” solo se avranno come loro radice il Bambino di Betlem, il Dio-con-noi. Il Presepe di Greccio non è, dunque, la consacrazione di una nuova devozione; ma il tentativo di liberare gli spiriti da tutte le “devozioni” e di renderli idonei alle trasformazioni richieste dal Vangelo.

p. Aldo Bergamaschi

Scritto nel marzo 1986