Da: Le "follie" pedagogiche del Natale", 1975

 

E' nato uno scocciatore

 

Gli angeli di Natale non hanno annunziato la felicità sulla terra,
ma la pace,
niente altro che la pace
degli uomini di buona volontà.
Tutto ciò che si può augurare
a coloro che si amano
è la pace nel mondo,
fosse pure nella sofferenza.
E questa pace non è possibile che con l'Amore
(L. Bloy)

 

"All'Antichità si concede il permesso di mescolare l'umano col divino per rendere più augusti i primordi dello Stato", ha scritto Tito Livio in apertura alla sua Storia di Roma.
Noi lo ringraziamo della strana quanto ambigua notizia; ma se certi puntelli possono addormentare la coscienza metafisica di un romano o di chiunque tende a identificare la propria storia patria con l'Assoluto, non possono che mortificare il respiro spirituale del cristiano. Il cristiano, infatti, non concede a nessuno e per nessun motivo il permesso di ricorrere all'arte del miscuglio, quando è in gioco il suo destino, storico e metastorico.

L'origine del cristianesimo è una storia assai diversa: è una novità che spacca, a qualsiasi livello, i recinti della immanenza e spalanca le sue finestre su qualsiasi chiusura di comodo.

Dio si fa uomo per salvare l'uomo, per tirarlo fuori dai limiti entro cui tende a circoscriverlo la storia; non per rendere più auguste le palizzate giuridiche che lo ospitano e lo massificano. In ogni caso, per il cristiano, non ha più senso parlare di commistione dell'umano col divino dopo il fatto dell'Incarnazione. Volendo considerare il mondo come una storia chiusa, a mò di sfera nei e dai suoi stessi valori, si potrebbe rappresentare la presenza della trascendenza, nella teologia ebraica, come una Legge rigidamente delineata ed eteronomicamente distesa sul cosmo e sulle istituzioni.

Con la venuta di Cristo bisogna pensare a un trivel. lamento della sfera perché Dio stesso si inserisce nelle nervature dell'umano, vi si cala e vi circola dentro. Adesso la immanenza non può più confortarsi come se nulla fosse accaduto: deve fare i conti con la novità che è sbarcata sul e dentro al suo territorio. Adesso la storia non può più erigersi in Assoluto e pretendere di inglobare tutti i valori. E da ora innanzi gli ostacoli a questa novità di origine trascendente, saranno, posti da tutte, quelle forme di storicismo, laico o religioso, che ponendosi come surrogati di salvezza non ne ipotizzano più la necessità e uccidono Cristo prima ancora che sia nato. Le coscienze soddisfatte della propria storia e della propria religione non sopportano novità di nessun tipo: "Venne nella sua Casa (il mondo) e i suoi non vollero riceverlo!".

Se la stoccata potesse arrivare a segno, diremmo che lo Stato Nazionale è la forma più elementare e rozza di convivenza, scelta dagli uomini per stare insieme in attesa della morte. E Tito Livio, tutto immerso nella identificazione fra Stato romano e storia umana, e quindi fra storia romana e verità, sta sprofondando nel più grottesco storicismo: "E se ad alcun popolo è bene concedere dì consacrare le origini proprie - egli dice - e di riferirle agli Dei, come autori di esse, il popolo romano ha una gloria guerresca tale che può ben permettersi di presentare soprattutto Marte come progenitore suo e come padre del suo fondatore, anche questo vanto le umane genti di buon grado accolgono tanto quanto ne accolgono l'mpero". Il popolo romano, nella coscienza di Tito Livio, è un quid massiccio la cui consistenza ontologica non può più essere discussa. E il progenitore e fondatore che si addice a un tale popolo è Marte, il Dio della guerra. E le "umane genti", concepite fuori dall'arca spaziale del popolo romano, così come si concepisce il non-essere fuori dall'essere, accolgono di buon grado il vanto e l'impero del popolo romano.

Il popolo cristiano, invece, non è un quid massiccio, risonante di scudi e di spade o circondato da mura come il popolo romano che si illuse di avere le sue radici nella trascendenza perché aveva attribuito la sua potenza storica a una divinità. Il popolo cristiano è in fieri, come un seme, perché ha riconosciuto che in un certo anno della cronaca del mondo è accaduto un fatto che coinvolge il destino di tutti gli uomini, non il destino di un solo popolo, opposto alle "umane genti". Il popolo cristiano è composto di uomini che hanno aderito a un fatto accaduto nella cronaca, par non essendo di pura cronaca e che si sono inseriti nella nuova storia ch'è storia di persone e non più di popoli e di imperi. E l'adesione e l'inserimento non sono adesione a un inserimento in un privilegio, ma adesione a un inserimento in un impegno. Ogni qualvolta la storiografia cristiana, suggestionata dalla storiografia classica, restringerà il senso della Chiesa e i connotati del popolo cristiano, rischierà di prospettare il cristianesimo come un privilegio da difendere anziché come un seme da spargere, una mensa da allargare, una salvezza di cui tutti possono godere.

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Forse non a caso una moltitudine di angeli disarmati solfeggia l'inno della pace, dentro ai confini dello Stato romano che della pace era il simbolo e il difensore. Gli angeli sono degli esseri innocui e delicati; ma le parole che uno di essi sta scandendo ad alcuni pastori, senza mettere piede sul suolo dello Stato, nascondono una carica rivoluzionaria che i giuristi di Tiberio Cesare avrebbero potuto denunciare come "offensiva" e "poco rispettosa" del Principe.

Toto orbe in pace composito! Strana ironia degli storiografi. Cristo aspettò, la pace dell'impero romano per nascere o nacque perché gli uomini non si adagiassero su quel tipo di pace?
Ecco un rompicapo per i cultori della conoscenza storica.

Abbiamo l'impressione che questo Bambino, apparentemente innocuo, cui gli angeli fanno la serenata, sia una scintilla che si introduce nelle fessure della solida immanenza per farne saltare la durezza, un raggio di luce, che penetra nell'opacità della terra per illuminare i prigionieri della caverna di Platone, un pizzico di lievito che si inserisce nella pasta della natura umana per avviarla verso il suo completo sviluppo antropologico, una strada scavata nel deserto per utilizzare l'inutile, una nuova parola fatta circolare nel discorso umano per educarlo al dialogo, un nuovo fuoco dentro alle coscienze per unirle senza massificarle.

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Forse non sarebbe molto difficile dimostrare che Stato e Pace due concetti in radicale antitesi e che, perciò, tendono a un dialettico assorbimento. Perché "beati i pacifici" e cioè "gli uomini di buona volontà"? Perché costoro potrebbero aiutare l'umanità, dal di dentro, a superare il concetto di Stato di cui fino ad oggi ha fatto uso.

Il cristianesimo tende, fondamentalmente, non soltanto a battezzare ma anche a debellare le conseguenze del peccato originale. Chiunque si chiude e si arrocca nel concetto di "patria" o di Stato nazionale non può essere, un uomo di "buona volontà" perché rende ardua la nascita di Cristo nella storia e pone dei gravi ostacoli al germogliare degli effetti sociali della Redenzione.
Tra i fini che la Chiesa dove perseguire, v'è quello di "accentrare tutta l'umanità... in Cristo" e di "promuovere la pace universale". (Cf. Lumen Gentium, 28)

Ora, nessun Stato ha mai avuto ed ha fini di questo livello da programmare. La nascita di Cristo in questo senso è uno stimolo per la Chiesa, un monito per gli Stati.

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Ciò che allarma nel racconto di S. Luca è il momento della chiusura al nuovo arrivato. Anche i pastori, che qualcuno immaginava più ingenui, hanno un momento di tensione e forse non hanno torto: chi è costretto, per vivere, a far "la guardia di notte al gregge" deve tenere l'occhio aperto, il bastone sotto mano e la diffidenza nel cuore. Chi è questo bambino che entra nel mondo senza emettere gemiti ed è annunciato da un fascio di luce e da voci angeliche?

Certi scenari li sopportiamo dai narratori di favole; ma qui tutto è in regola con la geografia e con la cronologia, qui tutto procede come se si trattasse di una storia vera: i Vangeli non parlano del fascino della neve, del rigore del freddo, del bue che rumina e dell'asino che allunga le orecchie, forse per bloccare ogni tentativo di evasione verso la leggenda.

Se badiamo al come siamo venuti nel mondo, facciamo presto a catalogarci: o attraverso il sangue o attraverso la volontà della carne o attraverso la volontà dell'uomo. Sono queste le tre strade possibili a chi è inserito nella immanenza; ma qui a Bethelem, d'un tratto, la storia sta facendo il suo. salto qualitativo perché è presente uno che pur scaturendo dall'immanenza non è dall'immanenza prodotto né circoscritto. Ha forse qui la sua origine, la diffidenza dei pastori?

Un angelo si premura di dissipare, subito, ogni equivoco: "Non temete!". Il nuovo arrivato non ha bisogno di niente, se ci venisse il, sospetto che Egli si aggiunga alla schiera dei predatori dell'uomo. Non viene da una tribù vicina, neanche da una diversa civiltà; viene dal di fuori della storia tutta, dal di fuori gnoseologico e spaziale: è un dono fatto alla storia e alla conoscenza dell'uomo. Conviene deporre la diffidenza e raccogliere le parole che accompagnano il "dono": "Io vi annuncio una grande allegrezza che sarà di tutto il popolo (...) è nato il Salvatore (...) pace agli uomini di buona volontà". Nessuna rivoluzione sociale e tutta la rivoluzione cosmica!

Niente di cruento e la valorizzazione di tutto il sangue da Abele a Zaccaria! Nessun progresso e la condizione di tutti i progressi! Niente di straordinario e tutta la novità! Nessun grido di guerra e tutte le conquiste in marcia! Nessuna abolizione del dolore e tuttavia la pace nell'impiego del dolore! Nessuna falce, ma la cote che affila tutte le falci! Se "l'allegrezza sarà di tutto il popolo" ciò vuol dire che dopo la sua venuta il monopolio della felicità o il tentativo di, monopolizzare la verità è un crimine, come sono un crimine certe giustizie e certi benessere circoscritti e sigillati.

E chi parla, nel testo di Luca, non è uno storico che sta celebrando i fasti del suo popolo, ma un angelo che guarda la terra da un punto di vista più obiettivo. Se, poi, è nato il Salvatore, non è nato il Liberatore. I liberatori e le liberazioni liberano dai presunti malvagi; il Salvatore libera dal male da cui sono colpiti anche i buoni. Con il Salvatore non ha inizio la storia di un popolo, ma la nuova storia di tutto il genere umano. Quando ogni popolo ha la sua storia, i malvagi possono esserne collocati fuori e possono essere arbitrariamente localizzati a oriente o a occidente; ma quando tutto il genere umano è implicato in una sola storia, viene anche dichiarato che il male non ha più una sua collocazione spaziale perché è, in potenza, dentro al cuore di ogni uomo.

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E' noto come Federico Il Hohenstaufen abbia derivato la sua opera politica dalla coscienza di essere un Messia scelto da Dio per compiere una certa opera di salvezza e per portare una nuova epoca di pace e di giustizia. In una lettera scritta alla sua città natale, Jesi nelle Marche, si esprime così: "Tu Bethelem città delle Marche, non sei la più piccola fra i principati della nostra stirpe, poiché da te è nato il Dux, il Principe dell'Impero Romano, che dominerà il tuo popolo e lo difenderà (...). Sollevati, dunque, o prima madre e getta il giogo Straniero!". L'accostamento di Jesi con Bethelem è poco meno che blasfemo. In questa prospettiva storiografica il concetto di Cristo Salvatore è totalmente smarrito e barbaramente deturpato.

Colui che deve venire, infatti, non è il Principe della Pace, ma l'imperatore del mondo tutto impegnato a liberare la Marca e il Ducato di Spoleto dal dominio papale! Hegel, è pure noto, scrive a trentasei anni la Fenomenologia dello spirito e comincia a sentirsi "individuo universale". Avverte di essere in un tempo di gestazione. Dopo aver paragonato la nascita del bimbo a un "salto qualitativo che interrompe bruscamente la continuità della crescita soltanto quantitativa, annota i segni che anticipano l'anno uno del mondo. "Quello sbriciolamento continuo che non altera affatto la fisionomia del tutto, - egli dice - è bruscamente interrotto dal sorgere del sole che, in un lampo, disegna, con un sol tratto, la forma del nuovo mondo".

Il sole è Napoleone, - l'idea del mondo a cavallo, - ma è anche lui, Hegel, in possesso della chiave della realtà tutta. Così Tito Livio - attraverso un processo storiografico che potremmo seguire come gli anelli di una catena - sfocia nella massiccia teoresi di Hegel, il quale opera non più la identificazione fra popolo romano e storia tutta, fra gli Hobenstaufen e la giustizia ma fra tutta la realtà (storia del filo d'erba e storia dell'Idea incarnantesi via via in popoli e individui) e la Verità.
E così il Natale di Cristo è pienamente nullificato.

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Se a Bethelem la pace è annunciata agli "uomini di buona volontà", vuol dire che la strada della pace non è la semplice volontà ma la buona volontà. Anche il momento volontaristico della ricerca deve essere succes- sivamente arricchito e bonificato se non si vuole che la pace sia sempre figlia dello sterminio, della prepotenza, della paura o di un ipocrito equilibrio di forze intolleranti.

Chi non crede alle serenate degli angeli e spera molto negli esperimenti nucleari per assicurarsi la pace, non può avere che uno slogan nel cuore: Delenda Carthago! Se lo slogan rimane dentro al pensiero e vi circola soltanto come "ente di ragione" ciò è dovuto al fatto che "Dio è con noi".

Certi discorsi, dopo la Sua venuta, hanno ripiegato, a poco a poco, verso la zona dell'inconscio. Non sappiamo se saranno riassorbiti e sublimati o se, a lungo repressi, si trasformeranno, per reazione, in un boato cosmico.

La storia potrà anche essere peggiore, dopo la Sua venuta; ma ciò che conta è che la storia, con la Sua venuta, abbia un giudice. Quel Bimbo metterà a nudo i pensieri segreti dei cuori: i delitti contro l'uomo cominceranno ad essere rivelati come delitti che arrivano fino al cuore del Padre.