11 settembre e oltre


LIBERTA’ E / O SICUREZZA ?



Solo Dio è libero e sicuro; gli uomini solo se nasceranno da Dio (K. O.)

Soltanto la Verità vi farà liberi e sicuri (K.O.)



A quanta Libertà siamo disposti a rinunciare per la nostra sicurezza? Risposta laconica: “A quella necessaria!” E quale è quella necessaria? È  questo l’oggetto della nostra ricerca.

L’esempio minimo e più evidente è il semaforo. Per avere la sicurezza (evitare i tamponamenti, ecc.), sacrifico una fetta della mia libertà di movimento. L’esempio massimo è lo zoo, che vedremo in chiusura. Resta l’interrogativo su ciò che è la libertà. Se la libertà è intesa come la più ampia possibilità di alternativa per le nostre scelte, siamo a una definizione di tipo utilitaristico che riflette, per esempio, la situazione in cui si trova colui che vuole scegliere cibo al supermercato, senza domandarsi come arriva a lui la merce e a quale prezzo.

La questione della sicurezza – sistemi di controllo posti in atto per prevenire eventi tipo l’11 settembre a New York – limiterebbe il numero di queste alternative. Per esempio, le file sarebbero più lunghe, certi cibi costerebbero di più o sparirebbero dal mercato e ciò a causa di inevitabili controlli sulla libertà. Se, invece, della libertà diamo una definizione dal contenuto morale – per es. agire per essere consci del proprio dovere nei vari campi della nostra esistenzialità (sesso, danaro, potere) – allora la contrapposizione libertà-sicurezza viene finalizzata alla realizzazione di uno stato di cose che permetta nel lungo periodo la convivenza fra gruppi ideologicamente e religiosamente contrapposti.

In versione più filosofica: se la libertà consiste nel fare ciò che si vuole o si desidera fare, momento per momento, in ogni settore dell’esistenza, allora siamo al caso di Dioniso, il dio che sgambetta per la foresta senza pedagogia e senza regole, salvo a incontrarsi con altri Dionisi, come Lui, e dover in quel punto elaborare un concetto di legge per non compromettere la sicurezza. Non a caso la legge è definita dai massimi giuristi con sole due parole: “ordinatio rationis” ossia “un ordine (o comando) della ragione”. A dichiarare che la libertà trova nella “ratio” più che il suo limite il suo degno orientamento. I filosofi esistenzialisti dicono che la libertà non è un assoluto, ma un medium, e cioè relazionata alla verità, come che sia individuata. Chi la vuol erigere in assoluto incorre in grossi dispiaceri, tra i quali il primo è la sicurezza. Si pensi a come Hobbes è arrivato a ipotizzare il Leviathan (Lupo grosso che tiene a bada i piccoli Lupi).

Perché si possa lavorare a un progetto comune sulla terra, si può prendere l’esempio che riguarda la convivenza dei singoli e degli Stati. Per quanto concerne i singoli, è stato un segno di civiltà l’aver portato le dispute davanti al giudice e la cosa non è stata vista come una limitazione della libertà, bensì come un suo orientamento. Se ciò è vero per il singolo, non si vede perché non debba essere vero per gli Stati o per le religioni o per le ideologie.

Per i singoli siamo a buon punto, anche se ci sono in giro troppi avvocati, troppi tribunali e troppe carceri. Per la disputa fra gli stati siamo quasi all’anno zero nonostante le indicazioni kantiane relative al federalismo. Per le dispute tra le religioni e le ideologie siamo a qualche balbettamento sul pluralismo e la tolleranza.

Non dimentichiamo che è di Kant l’idea di una Storia universale dal punto di vista cosmopolitico (1784). L’attuazione dello “scopo umano” (o del fine del genere umano) si compie attraverso l’antagonismo della “insocievole socievolezza”, ossia delle due attitudini fra loro contrastanti e insite nell’uomo: quella a socializzarsi e quella a individualizzarsi. Da ciò il più grave problema per la specie umana, quello di stabilire “una società civile la quale faccia valere universalmente il Diritto”. Il fine della natura consiste quindi nello stabilire una costituzione giusta, ove la libertà di uno trovi il suo limite solo nella legge che tutela la eguale libertà degli altri; problema che è il più difficile e il più lento da risolvere perché, da un lato l’uomo, per trovare un freno agli eccessi della sua libertà, ha bisogno di un padrone, dall’altro lato il padrone è anch’egli un uomo incline ad abusare della sua libertà.

Occorre, dunque, regolare con leggi i rapporti internazionali e il problema non può essere risolto che con la formazione di una federazione di Stati, nella quale ciascuno di essi sottostia a una legge che ne regoli la reciproca libertà. Del resto succederà ad essi (Stati) ciò che accade ai singoli. Il processo, o fine della natura sembra il seguente: l’uomo passa dalla barbarie alla società civile e gli Stati dalla indipendenza alla federazione. Questi temi vengono ripresi e chiariti da Kant nell’opera Per la pace perpetua (1795).

La costituzione legale della società è lo Stato. Suo primo compito è di assicurare la pace interna, che può essere data da un contratto sociale sorretto dalla forma repubblicana. Ma i popoli, in quanto Stati, stanno l’uno accanto all’altro come gli individui nello stato di natura e cioè in permanente minaccia di guerra. Al di sopra  della divisione degli Stati deve formarsi una federazione di popoli che invece di negare l’autonomia ne assicuri il diritto. Solo così la federazione viene a costituire una lega della pace, ben diversa dai trattati di pace; i quali pongono fine a una guerra, ma non allo stato di guerra. La pace perpetua deve essere il fine proposto a tutti i popoli nello svolgersi dei loro rapporti. Per cui il problema dei rapporti internazionali avrà una soluzione definitiva sul piano giuridico solo se avrà trovato la sua sistemazione sul piano etico. Come si vede, Kant fa ricorso a una razionalità insita nella “natura umana” che teologicamente trascende ogni possibilità teorica e pratica dello “spirito egoistico”. E se pure non si può accettare – dal punto di vista del filosofo stesso – perché ciò implicherebbe il concetto di creazione e, in ogni caso, una qualche idea di metafisica – bisogna ammettere che appartiene come principio attivo, alla immanenza.

Agli effetti pratici la via kantiana è uno sforzo della ragione per togliere, o spiegare, una contraddizione e cioè la conflittualità interna alla natura umana. Per completezza di analisi ricordiamo che Kant, in una famosa nota dell’opera “La religione nei limiti della ragione”, individua i tre ostacoli che rendono difficile l’unità del genere umano. E cioè: 1) la moltitudine delle lingue; 2) la moltitudine degli Stati; 3) la moltitudine delle religioni. Da parte sua Kant affronterà solo i problemi posti dai due ultimi ostacoli, approdando al federalismo da un lato e alla religione della ragione dall’altro.

Il problema della lingua era stato toccato dal grande pedagogista Amos Comenio un secolo prima. E tuttavia per riprendere il filo del nostro discorso, la difficoltà di coniugare libertà e sicurezza sta nello stabilire regole minime e nell’avere un organo giudicante che riscuota la  fiducia di tutti. Qui ci imbattiamo nel coagulo degli Stati Nazionali, nati come aggregazioni più o meno fortuite e, in ogni caso, verificando l’immagine cara a Hegel dei pesci nel mare; dove i pescicani e le balene sono il prodotto di una prolungata carneficina di pesci più piccoli.

E anche gli Stati Uniti (esempio positivo di federazione) hanno una guerra di secessione sulla loro strada; l’annullamento dei gruppi autoctoni. Oggi gli Stati Nazionali – piccoli o grandi che siano – sono dei contenitori di conflitti insanabili tra ideologie e religioni. E la lotta – violentissima – è per il potere. Anche là dove si attua la cosiddetta “democrazia” si tratta di una democrazia “imperfetta” perché siamo all’equilibrio instabile del 51% che è costretto a dettare l’etica al 49% mediante un braccio di ferro che avvelena sempre più la convivenza sociale.

Bisogna “inventare” un modo in cui la democrazia possa dirsi “compiuta”; in cui cioè si verifichi la libera determinazione dei “gruppi umani” al di là degli Stati Nazionali sovrani. Con una immagine “fisica” si potrebbe dire: spacchiamo le ampolle degli Stati Nazionali – che contengono olio, aceto, mercurio, e acidi vari – e mettiamo in libertà il loro contenuto perché nasca una nuova aggregazione di elementi omogenei e volontariamente sceltisi per attuare liberamente e in sicurezza la loro visione del mondo.

Questa è la nostra utopia cui daremo un volto più preciso citando anzitutto altri tipi di utopie. Qualcuno, infatti, afferma: sembra necessario accettare – nel breve periodo – la limitazione della libertà che deriva dalle misure di sicurezza (per esempio, far la fila agli aeroporti). Ma, nel lungo periodo, bisogna attuare studi e iniziative di composizione delle ideologie; le quali devono trovare spazio nel loro interno per l’accettazione del principi della non-violenza. Se la cosa si gestisce con un progetto si possono anticipare gli scontri, se si gestisce caso per caso – come si è fatto fino ad oggi – saremo sempre fuori da una crisi e dentro a un’altra e solo accidentalmente si può pervenire alla composizione.

Il progetto può diventare comune solo se tutte le ideologie fanno il primo e più fondamentale passo; cioè accettano almeno l’unico principio per il quale la convivenza pacifica è migliore della sopraffazione del gruppo “altro”. Visto il percorso storico della specie, e considerata la psiche dell’uomo in sé preso, tale progetto potrà attuarsi – a nostro giudizio – solo dentro all’unico Stato Planetario; per il semplice motivo che dovendo essere governati, gli Stati Nazionali attuali, dai rapporti di forza fra ideologie e religioni, il conflitto diventa intrascendibile.

Qualcuno insiste nella proposta: i rappresentanti accreditati delle ideologie devono quindi accettare formalmente questo davanti al mondo è rimanervi coerenti. I rappresentanti accreditati delle ideologie e – aggiungiamo – delle religioni, accettano formalmente il principio, ma accettandolo dentro al guscio dello Stato Nazionale sovrano, non possono non aspirare ad essere maggioranza per dettare l’etica alla minoranza.

Il modello sono gli Stati Uniti, oggi in crisi di identità. Qualcuno infatti – ci riferiamo ai tre saggi di R. P. Wolff, B. Moore jr, H. Marcuse, Critica alla tolleranza  Einaudi 1968 – aveva già visto con chiarezza i termini del problema. Se il pluralismo è giustificato dalla funzione indispensabile del gruppo, per la formazione della personalità o per l’armonico sviluppo dell’individuo, è anche vero che, il legame che unisce l’individuo al suo gruppo primario rappresenta un pericolo per la tolleranza e la fratellanza. Indebolire quei legami? Ma senza quei legami l’uomo non può vivere. Si andrebbe verso l’uomo-massa? Il problema consiste nel sapere se quei legami sono liberi o imposti (per es. battesimo, circoncisione e simili, lingua). E tutto ciò spiegherebbe perché Rousseau toglie a Emilio la radice addirittura della famiglia.

Vediamo più analiticamente l’analisi di R. P. Wolff. “Se gli uomini possono essere portati a credere che per la società è un bene contenere al suo interno molte fedi, razze, modi di vita, allora si potranno avere le conseguenze benefiche del pluralismo senza i malanni del pregiudizio e delle lotte civili”. Ebbene, l’11 settembre 2001 ha messo fine a questa credenza. E del resto lo stesso Wolff si era chiesto se pluralismo e tolleranza “costituiscono un ideale di società democratica che può ancora essere difeso”. O se “non rappresentino oramai altro che un semplice strumento di analisi per descrivere l’America contemporanea”.

Ecco la presa di distanza da questo ideale: “La democrazia pluralista con la sua virtù, la tolleranza, costituisce lo stadio più alto di sviluppo politico del capitalismo industriale (…). Il pluralismo è umano, benevolo, accomodante e assai più sensibile ai mali delle ingiustizie sociali, di quanto non lo fossero sia il liberalismo egoistico, sia il conservatorismo tradizionalistico dai quali è emerso.

Ma il pluralismo è fatalmente cieco di fronte ai mali che affliggono l’intero corpo sociale e come teoria della società esso diverge l’attenzione proprio da quelle revisioni sociali radicali che potrebbero essere necessarie per rimediare a quei mali (…). Dobbiamo abbandonare l’immagine della società come un campo di battaglia di gruppi contrapposti e formulare un ideale di società più elevato della mera accettazione di interessi opposti e di costumi diversi. V’è bisogno di una nuova concezione della comunità sociale al di là del pluralismo e della tolleranza”.

La nuova concezione della comunità sociale, al di là del pluralismo e della tolleranza è, per noi, la divisione delle etiche operata e assistita dallo Stato Planetario a sua volta emerso sulle ceneri “metastoriche” degli Stati Nazionali Sovrani. Solo in un simile assetto, un Bin Laden potrà attuare la sua etica con quelli che la condividono senza imporla con la violenza a quelli che non la condividono. Nel mondo così come siamo, non ci sono alternative né per lui, né per la reazione vuoi dell’America, vuoi dell’Europa sia pure unita, vuoi delle tre o quattro grandi potenze costituite, comunque, in Stati Nazionali egualmente corrosi dal pluralismo e dalla tolleranza.

Precisiamo che la nostra  divisione delle etiche non ha nulla a che fare con la devolution dei piccoli leader di provincia che sta infettando soprattutto la vecchia Europa. Il male non sta nel volersi separare, ma nel volerlo fare in concorrenza con lo Stato Nazionale Sovrano. Ciò significa, in termini logici, aspirare a diventare ciò che si detesta e a moltiplicare la confusione etico-sociale. In termini di iniziative, le aree di intervento potrebbero essere le seguenti:

1) Promuovere l’introduzione nelle scuole di tutto il mondo, di una Lingua internazionale (per es. l’Esperanto) accanto alla  Lingua nazionale per cancellare definitivamente ogni volontà di colonialismo culturale, per escludere in radice la maturazione di qualsiasi privilegio dovuto all’asimmetria linguistica, per realizzare le premesse di una comunicazione universale diretta, per ricuperare tempo scolastico prezioso e investirlo nell’apprendimento del nuovo “sapere tecnologico” (contenuti) anziché sciuparlo per acquisire vecchi segni (strumenti) di comunicazione settoriale, per riportare la percentuale mondiale dei dislessici nell’area di un handicap superabile, per liberare le “minoranze linguistiche” dal terrore storico dei vicini più forti, dando loro l’opportunità di far rifluire  - e quindi di salvare – nel tranquillo oceano dell’unità, il loro specifico patrimonio culturale, per esorcizzare la “maledizione” di Babele, e riprendere la pacifica occupazione del “Cielo”. Questo salto di qualità si può ottenere a costo zero e da subito con un solo atto di “buona volontà”. Citeremo due soli linguisti di fama mondiale: Il mondo giunto al suo presente grado di sviluppo materiale (…) ha bisogno di una lingua internazionale più di qualsiasi altra cosa (ad eccezione di una sincera volontà di pace) (M. Pei). In questo momento una lingua mondiale ha per l’umanità maggior importanza di qualsiasi progetto meccanico (Lewis Mumford).

2) Promuovere – da parte dell’ONU – un referendum “pro federalismo”. Se sono riusciti 50 Stati a federarsi nel 1789 non si vede perché non sia possibile la federazione di 200 Stati. L’unità avverrebbe per libera determinazione e non per conquista (come nel subconscio dei grandi stati attuali).

3) Promuovere subito - dopo il referendum – la ridivisione delle etiche e delle religioni perché la democrazia sia finalmente compiuta (e cioè attuata la libera determinazione dei gruppi).

4) Essere ben consci che lo Stato Planetario così ottenuto non è la gigantografia dell’attuale Stato Nazionale Sovrano; ma l’arbitro che controlla le singole libertà (sciolte dal contenitore Nazionale) affinché non si facciano del male (per es. rinuncino ad ogni forma di etnocentrismo); ma si impegnino a dimostrare ognuna le possibilità positive della propria visione del mondo.
Se c’è un gruppo umano che crede – sia pure per qualche input religioso – nella poligamia e vuole coperto il capo e il corpo delle donne e queste scelgono liberamente tale condizione, nulla da obiettare. Il male comincia quando tale gruppo umano – galvanizzato da qualche input sacro – si dà da fare per imporre tale etica con la violenza ad altri gruppi di persone vive o morte (talebanesimo). Questo è il primo orrore che sarà cancellato dalla storia con l’emergere dello Stato Planetario.

Riassumendo, potremmo formalizzare così il discorso: Per ogni 11 settembre due gruppi di reazioni:
- quella della razionalità che riflette le suddette considerazioni;
- quella della sicurezza che riflette il comportamento del governo degli Stati Uniti e cioè bollare il “criminale” come espressione del male; rafforzare l’apparato bellico e sognare una crociata definitiva contro il bastardo Filisteo; soffiare sul patriottismo dimenticando la globalità e cioè il tutto del problema; omologare, infine, all’impresa terroristica la violenza usata dai Palestinesi per rivendicare il diritto a un proprio stato.

Tutto ineccepibile secondo la logica del mondo diviso in Stati Nazionali Sovrani; alcuni dei quali credono di avere le radici in una predilezione divina; ma secondo la logica della globalità da noi configurata Ebrei e Palestinesi, Baschi e Spagnoli, Italiani e altoatesini, Protestanti e Cattolici nell’Ulster, Francesi e Corsi e via via tutti gli altri casi simili potranno scegliersi – sia pure con qualche inevitabile litigio giuridico – il luogo di convivenza autonoma, controllati solo dallo Stato Planetario da noi descritto, mediante un corpo di polizia internazionale e dovrebbero additarsi a vergogna pubblica tutti i tentativi di innalzare muri e barriere fisiche.

Facciamo notare, en passant, che i casi più “piccoli” – ma pur sempre emblematici – come l’uccisione del prof. Biagi da parte di un terrorista senza etichetta, non avranno più senso nel quadro mondiale da noi ipotizzato. Per cui l’assetto definitivo potrebbe configurarsi – per salvare libertà e sicurezza come uno zoo di “animali razionali” dove, sotto il controllo di un direttore democraticamente costituito (l’Intellighentia di cui l’ONU o Consiglio di Sicurezza è proletticamente il simbolo) convivono pacificamente leoni e gazzelle, lupi e pecore.
Se, infatti, la gazzella vuol essere sicura deve scegliere mentalmente lo zoo oppure mettere qualche altro diaframma tra sé e la libertà. E questo resta vero per il leone e per l’elefante che vogliono morire di vecchiaia.

Vorremmo chiudere con un omaggio a Platone citando il famoso climax delle Leggi, perché riassume nella maniera più profonda e profetica la nostra analisi: Noi non diamo buoi al governo dei buoi, né capre alle capre. Poniamo noi stessi a loro padroni, noi che di loro siamo per stirpe migliori. E il Dio che ci amava fece lo stesso e, prepose a noi quella stirpe che era migliore di noi, le divinità minori (o demoni). Esse di noi presero cura senza molta fatica per loro e senza peso per noi e ci portarono la pace e il pudore e il buon governo e una larga giustizia e le stirpi degli uomini rendevano tranquille e felici. Parla anche oggi questo mito e dice che per tutti gli Stati cui non conduce un Dio ma un mortale, non c’è scampo ai mali e alla faticosa pena.

Padre Aldo Bergamaschi, marzo  2003



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