ascolta il Cantico recitato da Raimondo Moncada:
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Francesco d’Assisi


1. La vita

Nasce sulla fine del 1181 (o all'inizio dei 1182) ad Assisi da Giovanna, detta “madonna pica” (Provenzale) e da Pietro di Bernardone, ricco proprietario e commerciante di panni. E’ battezzato Giovanni, ma il padre vuole che sia chiamato Francesco (“francese”). L'educazione familiare e ambientale è presentata, dal primo biografo Tommaso da Celano, ora a fosche tinte (Vita) ora con qualche elogio per la madre (Vita II). Il ragazzo studia un po' di latino presso la scuola parrocchiale di S. Giorgio, aggiunge elementi di poesia e musica, qualche nozione di “computo” e i racconti delle gesta cavalleresche. Conosce discretamente il francese, scrive ma non bene. Nella primavera del 1198, è forse tra gli assalitori del castello del filo-papale Corrado di Irslingen. Assisi passa all'Impero e nel novembre 1202 affronta la guelfa Perugia, ma è sconfitta a Collestrada. Francesco è fatto prigioniero. Resta in carcere per un anno e poi è liberato, in cattive condizioni fisiche, da un forte riscatto paterno.

Dopo una convalescenza di riflessione, nella primavera dei 1205 tenta la scalata alla gloria bellica di livello europeo e la scalata allo status sociale dei majores. Decide, infatti, di aggregarsi, in Puglia, al capo vittorioso delle armate pontificie Gualtiero di Brienne, potenziale condottiero della Crociata. Ma a Spoleto, una voce, in sogno, lo ferma ponendogli l'alternativa fra il servizio del Padrone (Dio) e il servizio del servo (Istituzione).

A Spoleto, insomma, riemergono, contestualmente alla caduta dell'etnocentrismo, l'universalismo cristiano e la salvezza per la fede. Francesco, infatti, “da Saulo diventa Paolo”, partecipa all'ultima festa con gli amici, bacia un lebbroso riconfermando a pieno titolo la fratellanza con gli emarginati “per causa teologica” e successivamente la voce del crocifisso di S. Damiano lo invita a restaurare la chiesa “in rovina”, quando l'Europa cristiana sta innalzando le sue bianche cattedrali.

Poco dopo entra in conflitto con il padre e con gesto clamoroso gli restituisce persino i vestiti. Presente alla scena, e in qualità di testimone, è il vescovo che lo copre col suo manto. Cadono così i legami familiari e si rinsaldano quelli col Padre nei cieli e con le creature sorelle. Dal 1205 al 1207 si consuma la pars destruens della sua conversione. Francesco è uno spirito in ricerca, fa lo sguattero, assiste gli ammalati, pratica la vita eremitica, restaura chiese abbandonate, si dichiara “araldo dei gran Ré”. Dal 1206 al 1209 è un laico che riconosce la voce del Pastore e tuttavia chiede permessi per svolgere una predicazione di tipo “morale”.

Nel 1209 (o 1208), l'ascolto del passo evangelico relativo alla missione degli apostoli (Mt. 10), presso la Porziuncola (S. Maria degli Angeli) dà origine alla pars construens della sua conversione. Francesco getta la veste eremitica, indossa una tunica a forma di croce, cammina a piedi nudi, annuncia la penitenza e la pace. I primi seguaci - tra i quali Bernardo da Quintavalle (un ricco), Pietro Cattani (un dottore in legge), Egidio (un contadino) - si coaugulano fuori dalle mura di Assisi, a Rivotorto, e nelle adiacenze della Porziuncola.

Nel 1210 Francesco decide di sottoporre alla Chiesa la sua nuova forma di vita. Si presenta a Innocenzo III solo per ottenere il lasciapassare e non per mettersi al suo servizio. Il papa lo incarica sì della predicazione “penitenziale”, ma approva la Regola soltanto a voce - e cioé con beneficio d'inventario -, dopo aver tentato di farlo entrare in una delle Regole già esistenti. La reticenza papale riguardava la scelta radicale della “povertà”; ma il card. Giovanni di S. Paolo fece notare che se la Regola di Francesco era al di sopra delle “possibilità umane” anche il Vangelo - a cui essa si ispirava - era senza destinatari. L'incontro romano si risolve in un compromesso: permesso orale di praticare la propria Regola, tonsura come segno formale di aggregazione al clero. Francesco non entrerà mai nella struttura ecclesiastica assoggettandosi a qualche, curriculum culturale per avere un “ordine sacro”.

Tornato a Rivotorto cerca uno spazio per gestire la propria libertà e l'ottiene non dal vescovo, né dai canonici di S. Ruffino, ma dall'abate di S. Benedetto del Subasio, il quale gli concede l'uso della Porziuncola. Da questo momento inizia il progetto di attuazione della conformità a Cristo in tutte le espressioni della vita, senza polemizzare con la Chiesa. Ne1 1211 si imbarca per la Siria, allo scopo di aprire un dialogo di pace con coloro che sono fuori dei confini della cristianità: ma finisce sulle coste della Dalmazia e ritorna ad Ancona. Nel 1212 Chiara, una nobile giovane di Assisi, riveste l'abito religioso e Francesco la colloca a S. Damiano, quasi ad accendere il faro della versione femminile della sua interpretazione del Vangelo. Nel 1213, a S. Leo di Romagna, il conte Orlando di Chiusi è colpito dalle parole e dalla vita di questo strano predicatore itinerante e gli offre il monte della Verna. Francesco ne accetta l'uso ma non il possesso. Nel 1214 parte per il Marocco, ma una malattia lo fa ritornare.

Nel 1215 lo troviamo a Roma per neutralizzare i deliberata del Lateranense IV, volti a mettere in ordine la cristianità ripulendola, anzitutto, dai “liberi predicatori”. Il programma di Innocenzo III, infatti, prevede la Crociata contro i nemici esterni (i musulmani) e contro i nemici interni (gli eretici). Francesco teme che gli venga ritirata la concessione “orale” del 1210. Mentre, per es., S. Domenico entra in una Regola già approvata (S. Agostino) e si allinea col programma papale, Francesco insiste su di un solo programma: l'attuazione del Vangelo. Il famoso “sogno”, relativo al Laterano cadente, ha come Atlanti protagonisti i due santi, secondo due prospettive storiografiche diverse. Si tratta di sapere se la chiesa è in rovina rispetto a se stessa o se rispetto al Vangelo. Nel primo caso, servono, a tenerla su, le spalle di S. Domenico; nel secondo caso quelle di Francesco.

Nel 1216 (16 luglio) muore Innocenzo III, a Perugia, dove è eletto il successore Onorio III. Giacomo di Vitry parla dell'Ordine nuovo agli amici di Lotaringia e lo vede come un'alternativa alle riforme “burocratiche” promosse da chi è parte in causa. Nello stesso anno Francesco chiede la famosa indulgenza della Porziuncola come risposta allo spirito di crociata. Egli, infatti, vuole portare tutti - poveri compresi - in paradiso; senza che si debba far uso delle armi o del denaro. Nel Capitolo della Porziuncola (5 maggio 1217) viene decisa la prima missione d'oltr’Alpe e d'oltre mare per annunciare la penitenza e la pace. A Firenze, tuttavia, il card. Ugolino persuade Francesco a restare in Italia, anche perché oltr’Alpe esisteva un movimento ostile alla crociata interna ed esterna. E, infatti, Onorio III aveva chiamato alla crociata esterna la Toscana e la Lombardia, anche se nel 1218 assicura i vescovi circa la “cattolicità” dei frati minori.

Nel 1219, in occasione dei Capitolo della Pentecoste, l'istituzione e l'”intellighenzia” dell'Ordine tentano di far rientrare Francesco in una delle tre Regole classiche (S. Agostino, S. Benedetto, S. Bernardo), ma il suo rifiuto è netto: “Dio mi ha rivelato che io fossi un pazzo nel mondo”. Francesco cerca la propria identità tra le righe del Vangelo e organizza, per quei pericolosi disoccupati, nuove spedizioni in Germania, in Ungheria, in Spagna, in Marocco e lui stesso si imbarca per Acri e per Damiata verso il punto caldo in cui il cristianesimo si è trasformato in religio armata. Nell'autunno si reca, a suo rischio, dal sultano Melek-el-Kamel per mostrare ai “nemici di fede” una immagine pulita della propria verità. La crociata è un prodotto della religio, il Vangelo propone di mettere la vita per la salvezza dell'altro. Francesco tenta l'ordalia unilaterale, a proprio sfavore, per salvare Kamel dagli orrori della religio armata. Kamel si trova disarmato di fronte a questo monaco singolare che si rifiuta di fare il cappellano della crociata; ma in quanto capo di un gruppo non può “convertirsi”. Nel gennaio del 1220 cinque frati vengono uccisi in Marocco perché avevano animato una discussione rissosa e ingiuriosa per l'Islam. Francesco non ravvisa in quel sacrificio se non un martirio spurio.

Nella primavera, o estate, dello stesso anno Francesco torna in Italia per fronteggiare una crisi di identità e di sviluppo che affligge l'Ordine. Sbarca a Venezia, si reca dal papa e ottiene il card. Ugolino come “protettore”. Francesco ha dei seguaci ma non dei discepoli e l'Istituzione lo riduce, lentamente, alle dimensioni di un prigioniero politico. Non è più la profezia che corregge l'Istituzione, ma l'Istituzione che guida la profezia. Nel settembre Francesco rinuncia al governo dell'Ordine perché un profeta non può trasformarsi in un legislatore, o in un carnefice. Onorio III impone, infatti, il noviziato per mettere ordine alla carenza di metànoia e l’ordine va verso l’imitazione delle antiche Regole monastiche.

Nel 1221 frate Elia è nominato vicario nel Capitolo delle “stuoie” e viene approvato il testo della Regola (non bollata); mentre Cesario da Spira guida una nuova spedizione in Germania di cui fanno parte Tommaso da Celano, il futuro biografo di Francesco, e Giordano da Giano che di quella spedizione scriverà la cronaca. Nello stesso anno Onorio III approva il Memoriale propositi ritenuto la prima Regola dell'Ordine dei Penitenti (più tardi detto Terz'Ordine). Nel 1222 Francesco continua la sua predicazione nell'Italia centro-meridionale. Nel 1223 si ritira a Fonte colombo con frate Leone e frate Bonizzo per redigere la nuova Regola, che sarà poi approvata il 29 nov. dallo stesso Onorio III. La prigionia politica di Francesco è definitiva. Il sistema diventa solido ma chiuso. Per coloro che infrangono la Regola non c'é più la rimessa in libertà, ma il carcere.

Il Natale celebrato a Greccio nello stesso anno, è sì la nascita del Presepe, ma è soprattutto il colpo di coda del profeta che tenta di riattingere, al di là della Istituzione, il Cristo in carne ed ossa, quasi a risvegliarlo da un lungo sonno. Nel 1224 Francesco si ritira sulla Verna per riprendere i contatti con l'Altissimo. E su quel monte avverte lo scoppio delle stimmate (14 sett.): una crocifissione interiorizzata, decretata da una cristianità che vuol rimuovere da sé la propria coscienza critica senza far uso della cicuta o del rogo.

Da questo momento Francesco percorre, su di un asino, le vie dell'Umbria e delle Marche, predicando i vizi e le virtù, la pena e la gloria. Nel 1225 è già un corpo martoriato che sprigiona ottimismo e letizia sovrannaturali. Al Cantico delle creature aggiunge la strofa del perdono, dopo aver riportato la pace tra il vescovo e il podestà. In questo stesso anno è ospite, a Rieti, della Corte papale che gli mette a disposizione l'oculista di palazzo. Francesco conosce il cauterio alle tempie e la terapia del collirio, ma si sente un privilegiato e lancia un grido: “Cominciamo fratelli a servire il Signore perché finora abbiamo fatto poco o nessun profitto”.

Nel 1226 è prima a Siena e poi a Cortona, dove, forse, scrive il Testamento che contiene, in linguaggio cifrato, e la sua fedeltà allo Spirito e le costrizioni della Istituzione. Nell'agosto frate Elia lo porta ad Assisi nel palazzo del vescovo, ma Francesco non si sente a casa sua e chiede di essere trasportato alla Porziuncola, dove muore nudo, sulla nuda terra, la sera del sabato 3 ottobre. Tra le parole del Transito troviamo la più preziosa delle perle: “lo ho fatto la mia parte la vostra ve la insegni Cristo”.


2. Il Pensiero

Il pensiero di questo strano “idiota”, che si estranea dagli affari pubblici per rientrarvi in modo salvifico, non è espresso per concetti ma per gesti. Se avesse teorizzato la sua prassi sarebbe il più temibile degli eretici. Francesco rilancia nella cristianità la imitazione di Cristo e l'attuazione dei Suo Messaggio dopo averlo “udito” in diretta - senza mediazioni storiche o linguistiche - per via intuitivo-volontaristica. Il fatalismo della religiosità medioevale fu scosso da questo strano predicatore che, senza proclamare con puntigliosa insistenza il Vangelo, lo rievoca fra le righe di un comportamento coerente, come una speranza di possibile ribaltamento istituzionale.

Francesco fa rivivere Cristo nei cuori dove era morto e lo fa rivivere senza la mediazione della predicazione dogmatica e del carisma sacramentale. Non fu sacerdote e neanche diacono e se fu “chierico” lo fu honoris causa. Francesco rilancia la salvezza per la fede, nel senso che riaggancia tutta l'etica al “fuori sistema” (l'Altissimo). La chiesa storica è rispettata ma non è presa come fonte primaria della morale pratica. Francesco è un figlio “vedente” nato da madre  “non vedente”; ama la sua genitrice terrena, ma non può seguirla in tutto ciò che essa comanda.

Leggendo il Testamento si ha una strana impressione: l'altissimo, mediante il Cristo, è il suo rivelatore e lo sollecita a uscire da tutto quel “mondo” e, pur dandogli fede nel sacerdozio istituzionale, lo pone in una zona intermedia, per ritentare, mediante il suo nudo approccio al Vangelo, la divaricazione fra storia e verità. Francesco che chiede alla Chiesa - gelosa custode del Vangelo - il permesso di praticare il Vangelo inventa la più sublime delle ironie. Non a caso, mentre Innocenzo III si autoproclama Vicario di Cristo, Francesco sarà chiamato Alter Christus. Egli vede nella storia il luogo della fratellanza da costruire col martirio e non con la crociata o col rogo.

Il Cantico contiene il momento teologico della sua “castità cosmica” che consiste nel vedere il mondo con i propri occhi sì, ma soprattutto col pensiero di Dio, per mettersi al riparo da letture ora freudiane ora leopardiane di tutta la realtà. L'incontro col lupo di Gubbio non è opera di pura mediazione giuridica, contiene le lettura cristiana del “conflitto sociale”. Francesco non riconduce uno sbandato nella città dei galantuomini; ma dopo aver purificato l'etica di due “delinquenze” - mettendola a confronto con la Buona Novella - ne rende possibile la convivenza dentro a una città “rinnovata”. La pace francescana non si ottiene con una vittoria o con una resa, ma con una convergenza di metànoie. In questa luce va letto anche il tentato dialogo di Francesco con l'Islam.

Lo sposalizio con madonna povertà - un modo inconfondibile di far l'ultimo - rappresenta il vertice della teologia sociale di Francesco. La sua povertà non si identifica con la povertà dei “poveri storici”, né la sua “mendicità” è dovuta a emarginazione sociale. L'una e l'altra sono insieme scelta e progetto, relazionate al guadagno dell'anno zero della testimonianza evangelica, per costruire una ecclesia in cui il chierico non detenga classisticamente, e in nome della fede, la sicurezza economica. La povertà di Francesco rappresenta la rottura dello schema medioevale della società tripartita e in quanto è figlia di metànoia non metterà sul conto di un “diritto sacro” la mensa del Signore, perché è posteriore al lavoro e significa il consenso della condenda fraternitas christianorum.

Breve: la povertà francescana è un volontario e personale limite al consumo dopo aver distribuito, seguendo la legge dei vasi comunicanti, il prodotto del lavoro o capitale finanziario. Il principio sovrano che Francesco deriva dal Vangelo è questo: ciò che abbiamo non è nostro, lo abbiamo soltanto in prestito e fino a quando non troviamo uno più bisognoso di noi. Francesco è l'unico santo della chiesa cattolica che esclude l'uso del denaro, dentro alla propria fraternità. In ciò egli scavalca lo stesso Vangelo perché il rinnovamento da lui proposto non doveva avere aggancio alcuno con Mammona. E tuttavia non rifiuta né l'uso della Porziuncola né quello della Verna, a significare che l'uso della proprietà - e quindi la sua funzione sociale - è coessenziale allo sviluppo della persona e deve essere esteso a tutti.

L'obbedienza totale allo Spirito è la terza specificità di questo santo che non fu compreso dalla ratio illuministica. Francesco, infatti, ha valicato e la tradizione e la ragione di ogni magistero storico. Nella Lettera a tutti gli abitanti della terra, dice che il vero cristiano non obbedisce a nessuna autorità eteronoma (“ad altro”) in ciò che fosse delitto o peccato; quasi a stigmatizzare in anticipo il caso di Guido da Montefeltro di cui parla Dante. Francesco è l'unico santo che prevede la disobbedienza in nome della Regola e dell'anima e cioé di due norme che hanno come autore il “fuori sistema”, cui bisogna ubbidire prima che agli uomini.

L'ottimismo esistenziale e la filosofia della rivoluzione perpetua di Francesco si riassumono, invece, nel Dettato della perfetta letizia. Il primum della vita cristiana non è la ricerca della felicità, ma l'attuazione del Regno (o gloria di Dio), quale che ne sia il costo. La tristezza consiste nel fatto che storicamente non è ancora nata una ecclesia in cui si annulla colui che fa soffrire l'altro in nome dei proprio egoismo (o della propria affermazione). In questo caso la sofferenza, oltreché essere figlia di classismo, rischia di diventare un fine e quindi di non avere sbocco alcuno nella salvezza. La perfetta letizia, infatti, non risiede nel freddo pungente dei ghiaccioli fioriti sull'orlo della tonaca o nei colpi di bastone vibrati da un portinaio demotivato; ma piuttosto nella soddisfazione esistenziale di essere a piombo con l'architettura del Regno. La perfetta letizia, insomma, è una pazienza che ridà il possesso della propria anima quando c'é in giro il gusto borghese del bivacco e quando aumentano i cacciatori di felicità perché diminuiscono i ricercatori di verità.

Più unico che raro é, infine, il rapporto di Francesco con la morte. Nell'aderenza a Cristo-Vita egli scopre che la morte, in quanto fatto “intelligibile”, può essere ridotta al rango di sorella, come l'acqua, il vento, il fuoco; di cui ci si serve per vivere. Il futuro del mondo non risiede, forse, nella nostra capacità di ridurre la materia in energia? Ecco la novità “poetica” di Francesco: la morte corporale è assunta come un bene di famiglia. Il “questa notte morrai” è una schifosa sassata per lo stolto, ma per Francesco non esistono rabbiosi dualismi manichei. Egli assume la morte come assume il mostacciolo di dama Jacopa o la foglia di prezzemolo di frate Egidio, ora per profumarsi la bocca, ora per trasformare gli elementi naturali in vita. Ecco perché, disteso sulla nuda terra, ingaggia due fratelli che gli mettano in versi il Vangelo.


3. La istanze pedagogiche

Francesco è una persona-simbolo che ha pochissimi agganci culturali con la propria epoca e celebra, quindi, in maniera unica, il distacco del dover essere sull'essere. Egli programma in assoluto la propria libertà spirituale, senza venature giansenistiche  Non pone cioé l'altro come punto di riferimento della propria perfezione, ma soltanto il Padre nei cieli. Non si propone di essere migliore degli altri, secondo il concetto meritocratico della civiltà occidentale, ma di attuare ciò che Dio gli ha rivelato. Si veste di saio e non beve acqua abbastanza per dissetarsi, ma non disprezza coloro che indossano “vesti colorate” o mangiano “cibi delicati”. Gli aspetti ascetici della sua spiritualità sono comunque strumentali e mai coltivati per se stessi. Si oppone a una Regola scritta in cui si dica che non si deve mangiar carne, perché una simile esclusione è contro il Vangelo e rappresenta una discriminazione manichea e farisaica sulla realtà creata.

Se il corpo è definito “frate asino” è sempre un fratello e mai il peccato. Nel capitolo delle stuoie Francesco farà deporre sul piano erboso di S. Maria degli Angeli un “grande monticello” di cilizi perché non voleva che si creasse confusione alcuna tra penitenza fisica e metànoia o disponibilità totale. Il cilizio può essere indossato dal ben pasciuto beccafico o anche dal fachiro fantasioso; mentre il controllo costante della grazia sulla natura non ammette facili attestati di santità. Geniale fu la metodologia da lui seguita per liberarsi dalla tentazione del sesso (o della carne). In un primo momento segue la tradizione e si arrotola, come S. Benedetto, in un letto di spine; ma poi si accorge che le spine colpiscono la tentazione nelle sue conseguenze e non nella causa. Costruisce, allora, i famosi fantocci di neve - che tanto diedero sui nervi a Voltaire - e con essi dialoga a viso aperto, partendo dalle zone dell'inconscio per risalire di perché in perché fino al pensiero di Dio che regge non solo la definizione, ma anche i finalismi di tutta la realtà. E d'altronde Cristo stesso si libera dalle tre famose tentazioni citando a Satana il vero pensiero di Dio. In questo modo, la castità che lo pone di fronte a S. Chiara, nell'agàpe di S. Maria degli Angeli - agàpe che placò la generale curiosità degli abitanti di Assisi e di Betona nella scoperta di due anime avvolte dal fuoco della contemplazione - sarà praticata propter Regnum e cioé per costruirlo più che per andarvi.

I voti, insomma, non sono strumentali alla salvezza della propria anima lassù; ma alla costruzione del Regno quaggiù. Francesco è illuminista in quanto supera la tradizione – “Non voglio che mi nominiate altre Regole, né quella di Agostino, né quella di Bernardo, né quella di Benedetto” -; ma è cristiano in quanto la supera in nome del Logos. Se la chiesa cresce su se stessa, Francesco intende crescere su Cristo e con ciò dichiara che il magistero della chiesa storica non è mai sostitutivo di quello di Cristo, relativamente all'educazione del cristiano. Egli, infatti, vuol vivere secondo la forma del santo Vangelo e non secondo quella di santa romana chiesa. Se fra le due forme ci fosse adeguazione non ci sarebbe bisogno di riforme e non ci sarebbero in giro eretici, ma soltanto persecutori.

Il dissidio autorità-libertà è svuotato nell'atto in cui Francesco sceglie di obbedire alla verità. All'insorgente gerarchismo dell'epoca egli oppone, infatti, la libertà dello spirito: “Dinanzi a Dio - diceva - non c'é distinzione di persone e il Ministro Generale dell'ordine, che è lo Spirito Santo, discende egualmente sul povero e sul semplice”. Nella Prima Regola, i membri tra di loro non hanno il diritto di esercitare alcun potere o dominio. Tutti debbono sentirsi operai della stessa vigna, senza rapporti piramidali. Non a caso viene citato il passo dell'Ultima Cena: “I prìncipi delle nazioni le signoreggiano”, per concludere che “ciò non deve accadere tra i frati”. Un potere esercitato tra fratelli che si uniscono per praticare il Vangelo è privo di senso. I frati devono servirsi e ubbidirsi a vicenda, del resto qualcuno sarà tentato di utilizzare l'obbedienza come arma di dominio. Nella visione di Francesco, occorre diventare “servi e sudditi ad ogni creatura umana per amor di Dio”; nessuno quindi deve farsi chiamare priore. La stessa predicazione deve essere più servizio che parole e la testimonianza deve prevalere sempre sul potere direzionale; perché il cristianesimo si pratica e non si predica agli altri, in posizione dualistica. Francesco ordina ai Ministri e ai Predicatori di lavorare come tutti gli altri perché non diventino, da capo, una classe privilegiata.

Il capolavoro socio-pedagogico della uguaglianza francescana, all'interno della fraternitas, è il legame madre-figlio praticato a turno: io contemplo tu mi nutri, io ti nutro tu contempli. Ognuno, infatti, riceverà la mercede non secondo l'autorità, ma secondo il lavoro svolto. La fraternità di Francesco aveva come fondamento la metànoia ed era di tipo volontaristico. Coloro che mostravano comportamenti pratici e teorici opposti all'ideale scelto dovevano essere rimessi in libertà (“Vai per la tua strada frate mosca”); ma con la Regola Bollata (1223) si chiudono le porte d'uscita, per ordine del “Signor Papa”. La professione religiosa diventa un “battesimo di appartenenza” e il controllo istituzionale si trasforma in coercizione e, spesso, in rapporto mafioso. La fraternità, allora, diventa gruppo storico consueto che costringe alla convivenza buoni e cattivi e deve fronteggiare la delinquenza col castigo. E la prima delinquenza è la detrazione. Francesco non può rimettere in libertà le “cimici”, deve rivolgersi al suo Vicario Pietro Cattani e pregarlo di consegnarle nelle mani del “pugile di Firenze” (frà Giovanni). Da qui la programmazione del carcere per la delinquenza giuridica e per quella ideologica.

Tutto ciò è in contraddizione con i principi pedagogici di Francesco e ci fa sospettare che il Testamento, almeno nella seconda parte, sia il documento di un prigioniero politico. Su questa linea troviamo strana anche la sublimazione della necessità come appare nella Lettera al Capitolo generale e nella Lettera a un Ministro. Questa ultima ha impressionato l'Auerbach, che l'ha definita uno dei capolavori del realismo di tutti i tempi. Certo, in assoluto, gli asserti realistici di Francesco - per es. questo: “Non volere che per tuo vantaggio (gli altri) diventino cristiani migliori” - sono sublimi; ma se riferiti alla fraternità da lui voluta, ne accusano il fallimento.

Per quanto attiene al rapporto con il nemico ideologico (l'Islam) Francesco rifiuta il concetto di guerra santa. E la famosa ordalia che egli offre all'Islam per provare da che parte sta la vera religione, è la risposta all'ordalia chiesta - ma non proposta - da Maometto ai cristiani di Najran, a Medina il 15 gennaio 631 per conoscere la verità sulla persona di Cristo. Dentro all'errore del tempo Francesco erra in perfetta purezza di cuore e perviene così a ipotizzare una forma obliqua di martirio. Successivamente capirà che è lecito testimoniare la propria fede a costo della vita, ma che non è lecito gettarsi tra le fiamme per dimostrarla vera.

Per quanto attiene al rapporto con l'altro nella convivenza sociale Francesco vede la giustizia come una forma suprema di trasparenza. L'altro deve conoscere ciò che produco, ciò che guadagno e ciò che consumo. Chi nasconde qualcosa al prossimo - o produce denaro col denaro - è già ladro e oppressore. Per questo, un giorno, dopo aver mangiato carne di pollo per ricetta medica, ordina a un confratello di legarlo con una fune al collo, di trascinarlo come un malfattore per le vie di Assisi, e di gridare ai passanti: “Ecco un ghiottone che si è impinguato di carne di gallina, mangiata a vostra insaputa”.

Esistono nella civiltà cristiana due specie di santità, una che tenta in assoluto l'attuazione del messaggio e ad esso educa gli uomini, e un'altra che è l'espressione più alta di un'epoca. Francesco è uno di quei rari santi che incarnano la prima specie e ripropongono, quindi, il fuoco prometeico portato da Cristo per far crescere qualitativamente la specie umana. Francesco, più che un santo della chiesa cattolica è un santo che mostra quale deve essere la perfezione dei membri della chiesa per essere su misura di Cristo e per risolvere le contraddizioni esistenti nel cristianesimo reale e nell'ancor più problematica natura umana.

Padre Aldo Bergamaschi


ascolta il Cantico recitato da Raimondo Moncada: -------------- scheda biografica di Moncada


CANTICO DELLE CREATURE

Altissimu, onnipotente bon Signore,
Tue so' le laude, la gloria e l'honore et onne benedictione.
Ad Te solo, Altissimo, se konfano,
et nullu homo ène dignu te mentovare.

Laudato sie, mi' Signore cum tucte le Tue creature,
spetialmente messor lo frate Sole,
lo qual è iorno, et allumini noi per lui.
Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:
de Te, Altissimo, porta significatione.

Laudato si', mi Signore, per sora Luna e le stelle:
in celu l'ài formate clarite et pretiose et belle.

Laudato si', mi' Signore, per frate Vento
et per aere et nubilo et sereno et onne tempo,
per lo quale, a le Tue creature dài sustentamento.

Laudato si', mi Signore, per sor'Acqua.
la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.

Laudato si', mi Signore, per frate Focu,
per lo quale ennallumini la nocte:
ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte.

Laudato si', mi Signore, per sora nostra matre Terra,
la quale ne sustenta et governa,
et produce diversi fructi con coloriti fior et herba.

Laudato si', mi Signore, per quelli che perdonano per lo Tuo amore
et sostengono infrmitate et tribulatione.
Beati quelli ke 'l sosterranno in pace,
ka da Te, Altissimo, sirano incoronati.

Laudato s' mi Signore, per sora nostra Morte corporale,
da la quale nullu homo vivente pò skappare:
guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali;
beati quelli ke trovarà ne le Tue sanctissime voluntati,
ka la morte secunda no 'l farrà male.

Laudate et benedicete mi Signore et rengratiate
e serviateli cum grande humilitate.
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