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L'esperanto cent'anni dopo
Superare l'etnocentrismo


Se dovessi mettere un esergo al mio intervento, utilizzerei queste parole di Sofocle nella citazione di Aulo Gellio: "Omnia tempus revelet" (ogni cosa è rivelata dal tempo), precisando che Aulo Gellio, a sua volta, cita il testo di un altro poeta sconosciuto il quale, più sottilmente, aveva corretto quella citazione con quest'altra: "Veritas filia temporis" (la verità è figlia del tempo) e cioè si rivela nel tempo, senza dipendere dal tempo. La verità, quindi, non sarebbe un prodotto del tempo, ma si manifesterebbe agli uomini per il tramite del tempo o nel tempo. La massima, com'è noto, fu intesa in senso equivoco nel Rinascimento.

Ebbene, l'esperanto, questa antica intuizione che Lazzaro Ludovico Zamenhof ha tradotto in espressione reale, è "filia temporis" nel senso inteso da Sofocle. E' una lingua nata cento anni or sono, ma trascende il tempo ed è solo in attesa di promuovere un salto di qualità all'interno della specie umana. In questo senso preciso è una "speranza" e come tale o si attua per intero o rischia di diventare "filia temporis" - misero e ingannevole parto del tempo - come tutte le altre lingue di cui ognuno di noi è figlio.

Non è vero che esistano lingue naturali - nemmeno i teisti più rigidi osano farlo credere -; esistono invece lingue artificiali che sono diventate naturali all'interno di un gruppo e hanno progressivamente smarrito il loro fine unico che è quello di rendere possibile la comunicazione diretta fra tutti gli uomini. In questo senso, l'esperanto non è una lingua fra le lingue, in gara per la propria affermazione; ma la soluzione del problema scandaloso della presenza del politeismo linguistico. E tuttavia, non mi rallegrerei se una nazione la adottasse come lingua ufficiale, perché, da capo, diventerebbe la lingua di un gruppo, si caricherebbe dei mille peccati dell'etnocentrismo e sarebbe poi difficile candidarla alla salvezza-liberazione di tutti i parlanti.

Agli amici esperantisti dico: "Continuate a costruirla come strumento nelle opere letterarie e scientifiche, ma non svendetela a chicchessia. Tenete alto il prezzo anche quando un continente - l'Europa, per esempio - dovesse decidersi a uscire dalla babele della incomprensione, per farsi promotore di unità a livello mondiale". O il tutto della soluzione o la speranza continua, in attesa che masse sempre più estese di esseri "pensanti" sentano la nausea della loro suprema contraddizione di "parlanti che non riescono a parlarsi" e decidano di richiedere per i loro figli l'insegnamento del solo esperanto accanto alla "lingua nazionale"; per dimostrare che credono nell'uomo "specie unica" e che la fede nella fratellanza si esprime anzitutto nella comunanza della parola.

Qui si spegne l'onda dei mio lungo esergo; il cui compito, peraltro, era quello di introdurmi nel vivo del tema. Tra le vie tentate dall'homo sapiens occidentale per superare le contraddizioni del cosiddetto etnocentrismo, citerò il famoso episodio degli Orazi e dei Curiazi. Nella versione di Tito Livio troviamo elementi storiografici tendenti a celebrare la via scelta - il duello e non la guerra - per appianare l'urto etnico-linguistico; ed elementi "spia" che presentano ancora viva la maledetta radice dell'orgoglio di gruppo.

Prima del duello si conclude tra Romani e Albani questo patto che costituisce la novità etnico-razionale dell'evento: "Il popolo, i cui cittadini riporteranno la vittoria, dominerà con buona pace sull'altro". Si dirà che un simile patto è possibile là dove esistono analoghe concezioni del mondo; ma è anche vero che per formularlo tra gruppi o etnie supposte diverse, occorre far coincidere gli ideali unitari con una forte tensione "religiosa", atteso che la religio sia, di diritto, il bonum della natura umana. Il giuramento del patto, infatti, è pronunciato davanti alle divinità indigene; quasi ad ammettere che almeno nella realtà coscienziale l'insegnamento religioso dei due gruppi è omogeneo su di un punto: "pacta sunt serranda". Poi i gemelli trigemini presero le armi.

Ripercorriamo, ora, al rallentatore la dinamica del duello così come è visto dall'occhio del gruppo vincitore. I sei duellanti si posero nel mezzo degli eserciti. Erano "liberi - annota Livio - da pensiero di pericolo presente, ma turbati da grande ansia". I sei, cioè, erano perfettamente coscienti di svolgere un ruolo fondante e irreversibile. Il primo assalto creò silenzio di tomba e si videro solo delle scintille serpeggiare tra le spade in movimento. Si passò, poi, al corpo a corpo e apparvero subito ferite e sangue. Bilancio: due Romani cadono l'uno sull'altro, ma i tre Albani sono feriti. Acclama l'esercito albano, mentre i Romani perdono ogni speranza. E tuttavia sono ansiosi per il solo Orazio circondato dai tre Curiazi. Era solo, ma illeso e quindi temibile contro i tre singolarmente presi. Per separarli e combatterli divisi si mise in fuga, pensando che lo avrebbero seguito con velocità inversamente proporzionale alla gravità delle ferite. Si voltò indietro e vide, infatti, i tre distanziati. Aggredì quello più vicino e, mentre l'esercito albano urlava agli altri due di correre in suo soccorso, lo uccise ed era già pronto al secondo assalto. Le grida dei Romani vanno alle stelle e anche il secondo Curiazio è trafitto. Restava il terzo con pari condizione di lotta, ma con impari forza. Dissanguato e sgomento si offre al nemico.

Il Romano sentenzia: "Due ne ho offerti ai Mani dei miei fratelli, offro il terzo alla causa di questa guerra, perché il Romano regni sull'Albano". Poi lo colpisce alla gola, lo atterra, lo spoglia. Questa ultima fase del duello non si presenta idealmente legata alla progettazione di tutta l'impresa. La storia sta divorando la verità. Il vincitore, anziché congelare il duello sul perdono al ferito, quasi a chiedere scusa della violenza usata per attuare un disegno "razionale", lascia esplodere la irrazionalità dell'Es collettivo. Anziché inneggiare al momento positivo della raggiunta unità, ripone l'accento sulla supremazia del Romano. Abbiamo, forse, qui la spiegazione dei perché quella esperienza non fu mai più ripetuta. L'orgoglio etnico preferisce venir distrutto in una guerra totale, anziché vivere unito e in pace, ma con il ricordo di un patto storiograficamente presentato come una disfatta.

Questo episodio ci porta nel cuore dei problema. Forse nemmeno il dottor Zamenhof aveva capito fino in fondo la gravità patologica dell'etnocentrismo. Anche se - vissuto in una città in cui si parlavano cinque lingue - si convinse che la diversità linguistica è la fonte primaria delle divisioni che esistono fra gli uomini. Essa, infatti, è effetto e causa insieme di un bubbone più profondo, alla cura del quale non ebbe la missione di applicarsi se non indirettamente. Egli visse nella certezza ottimistica della bontà oggettiva della sua "invenzione", ed era nel giusto; ma, ahimé, la lingua artificiale non è un oggetto come la ruota, che subito viene ricopiata o imitata da chiunque la vede, anche da un nemico. E' un bene in cui prevale il valore d'uso (strumento dell'affermazione di sé) sul valore etico (strumento di unità e di progresso della specie). Accettare una lingua artificiale internazionale significa avere a disposizione una "invenzione" superiore alla ruota; ma ciò implica una rinuncia che toglierebbe all'uomo l'ideale della conquista. Ideale che religione, politica, cultura, economia stanno coltivando negli spiriti per il tramite della scuola che tiene il lume, nel momento in cui crescono le richieste di "comprensione" e di "pace".

Alessandro Manzoni si era interrogato sul perché degli odii nazionali e aveva fornito la sua diagnosi. L'uomo tende a riferire tutto a se stesso e, anche quando entra in società con i suoi simili, prolunga soltanto l'amore di sé e lo estende a una società particolare, a quelli cioè con cui ha comuni interesse e orgoglio. E perché non estende il suo amore a tutti gli uomini? Gli sembra - e in ciò è il segno della sua miseria - che l'eccellenza propria cresca con il confronto; giacché, mediante il confronto può attuare l'abbassamento altrui. Ciò spiega un equivoco semantico. Quando l'uomo dice noi, dice sempre io. Per cui la parzialità relativa alla propria lingua o alla propria nazione è un'ingiustizia che non fa stupore; come non fa stupore il concetto stesso di nazione. L'amorpatrio, dunque, è sinonimo di amorproprio. E perché l'uomo cerca l'identità di gruppo? Per farvi esplodere la sua "volontà di potenza", rovesciandola contro un bersaglio qualificato e tentare cosi il dominio del tutto in un tempo senza tramonto. E' questo, credo, il serbatoio che alimenta lo spirito missionario di tutte le religioni e di tutte le ideologie. E il medium della conquista è la lingua nazionale (1).

L'episodio degli Orazi e dei Curiazi contiene, dunque, la vera giustificazione dell'esperanto. Come idea, anzitutto, per favorire la guarigione dall'etnocentrismo e per superare a maledizione di Babele (2) con il minimo incomodo possibile. Come proposta concreta, poi, in quanto si presenta con la bandierina della neutralità; non è invenzione di un gruppo, ma della mente umana; è pulita da ogni fantasma colonialistico; è accessibile alle classi più deprivate, perché fa uso del gradino basso e aiuta l'uomo a diventare persona nel minor tempo scolastico possibile.

Non dimentichiamo mai che noi siamo nella storia non in quanto uomini, ma in quanto italiani, francesi, inglesi, americani, russi, cinesi ecc., così come vi fu un tempo in cui i nostri antenati vi erano come greci o come barbari, come giudei o come gentili, come romani o come schiavi. Ciò spiega perché non esiste nemmeno il coraggio di decidersi per una lingua viva esistente. L'operazione implicherebbe se non un duello, almeno un referendum con relativa battaglia elettorale e, alla fine, si saprebbe che l'unità raggiunta è frutto di una vittoria e che ogni vittoria presuppone dei vinti, con tutte le conseguenze che il dualismo comporta.

E così si lascia andare la barca lungo il fiume della irrazionalità; si privilegia servilmente la lingua del più forte, o dei più forti, nella speranza di ricavarne qualche profitto di classe e, pur detestandola, si finge di apparire moderni ed evoluti, autoilludendosi di poter comunicare con tutti gli uomini. In questo clima ipocrita di occulta colonizzazione trasciniamo, ahimé, anche i bambini e introduciamo nelle elementari l'insegnamento di una lingua straniera (sic!). E in nome di un falso pluralismo - falso perché antidemocratico e antipedagogico - osiamo dire a Pierino: "Su, impara due, tre, quattro... dieci lingue per comunicare col tuo prossimo", nell'atto in cui sappiamo che ciò è possibile solo a livello di mostruosità. Anche facendo uso di dieci lingue non riusciremo mai a parlare con tutto il prossimo.
Qualche ingenuo credente ripropone il latino e dimentica che fu la lingua di un popolo prima e poi di una classe egemone, fino a fare da supporto alle disavventure del povero Renzo Tramaglino. Zamenhof non ha osato dire ciò che ho detto e si è limitato a escludere il latino perché è "terribilmente difficile" (3).

Non mi resta, a questo punto, che distribuire delle responsabilità. Fu Giovanni Goffredo Herder (1744-1803) il primo a respingere l'idea della unità della natura umana, distinguendo tipi di umanità che differivano per caratteristiche non solo fisiche, ma anche mentali. E questi tipi non hanno origine in differenti esperienze storiche, ma nella natura, che li distribuisce dando a ciascuno un carattere peculiare e immutabile. In ogni popolo agisce lo "spirito del popolo" (Volksgeist), che si esprime soprattutto nella poesia. E ogni popolo giunge all'umanità per una via tutta sua: "La storia dei popoli appare come una gara per ottenere la splendida corona della umanità e la dignità di uomo". E questa gara sarà poi pilotata dallo storicismo hegeliano - anche se Herder crede in una Provvidenza di tipo vichiano (4) - il quale assiste impassibile, e tuttavia plaudente, al divenire dello spirito che si configura nella storia come l'avvicendarsi della vita dei pesci nel mare; dove il più grosso divora i più piccoli. Herder, infatti, respinge il latino come lingua insidiatrice dello spirito del popolo tedesco in attesa che tale spirito vinca la gara per ottenere la corona dell'umanità.

Ma ascoltiamo, dello stesso Herder, un passo di Ancora una filosofia della storia per l'educazione dell'umanità. Egli sta parlando dell'Europa dei Lumi e non resiste alla tentazione di usare il sarcasmo:
Civiltà e costumi! - esclama - Quanto erano miserabili, quando ancora esistevano le nazioni e i caratteri nazionali: odio reciproco, ostilità contro gli estranei, attaccamento al proprio centro, pregiudizi tradizionali, legami con la zolla sulla quale siamo nati e nella quale marciremo, concezioni locali, ristretta cerchia d'idee: eterna barbarie dunque. Da noi invece, grazie a Dio, si è estinto ogni carattere nazionale, un vincolo d'amore ci stringe tutti, o piuttosto nessuno sente più il bisogno di amare il prossimo, pratichiamo con tutti, siamo dei tutto uguali gli uni agli altri. costumati, cortesi, felici. In verità, non abbiamo più né patria né nulla di nostro per cui vivere, ma siamo filantropi e cosmopoliti. Già tutti i reggitori d'Europa parlan francese e presto lo parlerà ognuno. E allora, o felicità! rinasce il secol d'oro, "tutto il mondo aveva allora una sola lingua! sarà un sol gregge ed un solo pastore!" Caratteri nazionali, dove siete voi mai?

Come si vede, Herder snobba la ricerca della unità per via illuministica; ma non ha una corretta alternativa da contrapporle. Egli si appella alla originarietà del politeismo etnico e antropologico, facendolo rifluire in un decreto della Provvidenza. Vede bene che l'unità linguistica è ottenuta per via egemonica; ma oppone ad essa il "carattere nazionale" che, a sua volta, è foriero di nuove egemonie. Mentre quel flusso perverso doveva spingerlo alla ricerca di una soluzione "razionale", già presente nel duello fra Orazi e Curiazi e giunta a maturazione nella proposta del dottor Zamenhof. Il quale, tuttavia, trovandosi a cavallo fra due secoli, sente la necessità di ripetere che non bisogna avere il timore che una lingua internazionale distrugga le lingue nazionali o le nazioni; anche se poi sussurra all'orecchio di Pedro: "E se ciò accadesse, sarebbe una sventura?".

Ricordiamo che nel 1790 i decreti della Rivoluzione vennero tradotti negli idiomi delle minoranze (basco, catalano, bretone, provenzale) e che i costituenti incoraggiarono l'uso di quelle "lingue". Ma dopo sei mesi ci fu un improvviso ravvedimento. "Il francese" si disse "diventerà la lingua universale, dato che è la lingua della libertà. Per il momento facciamolo diventare la lingua di tutti i francesi". Ecco ciò che allarma lo Herder, il quale, invece di denunciare la carica etnocentrica di quei decreti, in quanto ripetevano un delitto già perpetrato nel passato - delitto che consisteva nel cercare il bene della unità attraverso la via dell'imposizione egemonica - fa argine con strumenti egualmente pericolosi. Egli si pone in difensiva, ma in attesa di venire designato dalla Provvidenza per montare in sella alla storia e ritentare il dominio dei tutto.

Da questa tesi nefasta dello storicismo deriva l'incauto e famoso passo di Croce: Il falso concetto del linguaggio è evidente in tutti i vagheggiatosi e promotori di una lingua universale, dal Cartesio e dal Leibniz giù giù fino al dr. Zamenhof, inventore dell'Esperanto. Costoro avrebbero un falso concetto del linguaggio, perché fondamentalmente lo considerano uno strumento e non un valore in sé. Per Croce, invece, il linguaggio è la prima forma di attività dello spirito ed è alogico e in quanto alogico è soggettivo, individuale, irripetibile. La constatazione sarebbe banale, se non fosse un capitolo dello storicismo romantico, di origine herderiana. Croce non ha capito che una lingua universale non è un'insidia al dato della soggettività - quando sia una progettazione della ragione e della volontà - ma la sua unica salvezza.
L'uomo è un essere parlante, ma ha degli interlocutori di diritto e di fatto, i quali gli impongono il superamento della "soggettività". E la soggettività non ha la funzione primaria di esplicarsi in quanto tale, bensì di diventare ragione e universalità per salvarsi dalla contraddizione della incomunicabilità (5).

Solo il presupposto storicistico di marca romantica può fare dell'uomo un animale irripetibile più pericoloso dell'animale che abita la foresta; il quale almeno comunica direttamente con gli esemplari della propria specie.

Credo di aver, cosi, giustificato teoreticamente l'esperanto. Dopo aver fatto nome e cognome di coloro che sono colpevoli di ritardarne l'adozione, metto a sigillo della mia denuncia le pagine conclusive di Humana conditio, l'ultima opera di Norbert Elias. Egli racconta una parabola al popolo tedesco. Un gruppo di uomini - dice - abitava un grande palazzo. In occasione di una guerra il palazzo venne incendiato. Coloro che lo avevano abitato dovettero, da allora, vivere in ripari di tende. I vecchi dicevano che le tende erano solo un domicilio provvisorio e che bisognava aspettare l'opportunità di ricostruire il palazzo. E intanto si abitava nelle tende. I giovani diventarono vecchi, ma la nuova generazione chiese ai vecchi: "Perché dobbiamo vivere nelle tende? Al loro posto possiamo costruirci una nuova casa" - "No - dissero i vecchi - se ci costruiamo qui una nuova casa modesta, perdere- mo l'occasione di ricostruire il nostro bello e antico palazzo". E così si continuò a vivere in tenda, e così continuava l'attesa.

Ebbene - raccomanda Elias - usciamo da questo imbuto. Di fatto la Repubblica Federale Tedesca è uno Stato nazionale con una sua tradizione e una sua identità. Congeliamo certe aspirazioni e dedichiamoci a una serie di compiti che è difficile affrontare fintanto che si vive in tale Repubblica come se si fosse in un accampamento provvisorio. Le cose da fare, infatti, non mancano. C'è da consolidare l'economia, c'è da tener saldo il pluripartitismo - non è un ideale, d'accordo, ma è un passo avanti rispetto a Weimar, che venne definita dai nazionaltedeschi una "bettola di chiacchiere". C'è da superare il passato, da valorizzare la creatività individuale, e c'è da sviluppare la componente umanitaria nei confronti dei gruppi umani diversi. E' leggenda vessatoria - insiste Elias - pensare che gli Stati militarmente più potenti debbano essere al vertice dell'umanità anche in campo non militare. Questo pericolo è grave soprattutto nel caso di quei molti Stati europei che un tempo sono stati potenze egemoniche e militari di primo piano. Tutti i paesi europei, infatti, vivono all'ombra del loro passato. Ebbene, essi pure debbono costruirsi una nuova casa. Tutti hanno un passato da superare, perché hanno la sensazione di essere una nazione decaduta sul piano mondiale. Questi paesi si possono elencare: Italia, Olanda, Spagna, Portogallo, Svezia e, ora, Francia, Inghilterra, Germania. Non è necessario dimenticare il passato e neppure evitare il compito del suo superamento, se si volge lo sguardo con determinazione al futuro. Deve rafforzarsi la consapevolezza che sia nato un nuovo Stato tedesco, lo Stato umano, i cui membri sono in grado di collegare un sentimento di comune appartenenza con il senso di appartenere alla Comunità degli Stati europei. In questa consapevolezza, a chi ci ricorderà il tempo di Hitler, risponderemo: "Hitler? Sì, certo, queste cose sono successe; ma oggi siamo diversi".

Ciò che Elias dice è frutto di un lucido pragmatismo o frutto di conversione? D'accordo, occorre abbandonare l'idea della egemonia politica e familiarizzarsi con l'idea di appartenere alla Comunità degli Stati europei. Occorre semmai primeggiare in tutti i settori della vita sociale, dall'arte alla scienza. Ma tutto ciò in attesa di riprendere la palma della egemonia ora tenuta dalle due superpotenze? Ebbene, per svuotare il mito etnocentrico, per dare un contenuto alla convinzione di cui parla Elias, bisogna fare sì passi concreti verso l'unità politica; ma anzitutto bisogna fare passi concreti verso l'unità linguistica, se è vero che tutto il passato si concentra e fermenta nella lingua. Occorre perseguire un fine di diritto, non fare di necessità virtù; occorre cercare una unità che azzeri tutti i dualismi portatori di conflitto. Tutti abbiamo un passato da superare, ma facciamo attenzione a non sbagliare la via dei futuro ripetendo gli errori dei passato.

Qui si innesta la forza e la genialità dell'idea di Zamenhof; che è poi l'idea centrale del Messaggio di Cristo: chi vuol salvare la propria vita deve perderla e deve perderla a causa del Logos.

Chiudo con un primo piano tratto da Levana di J. P. Richter. Se ci fosse concesso di contemplare "il primo bambino sopra la terra, ci apparirebbe come un meraviglioso angelo straniero che, ignaro della nostra lingua, ci fissa senza parole, con uno sguardo penetrante e celestemente puro, come un Bambino Gesù di Raffaello". E cosa finirebbe per chiederci? Oso immaginarlo: "Mamma, papà, perché mi contaminate l'anima con una lingua che non mi permette di parlare e di giocare con tutti i bambini del mondo?". Genitori che mi ascoltate, il dottor Zamenhof, con la sua invenzione, vi ha dato la possibilità di rispondere a questa muta domanda dei vostri figli. Con la giusta risposta diventerete efficaci costruttori di pace!

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Note

(1) S. Agostino nel De civitate Dei - (L. XIX, c. VII) - ha visto, almeno in chiave fenomenica, il rapporto esistente fra etnocentrismo e monolinguismo imposto. Ascoltiamo il passo famoso: "Anzitutto, nel mondo, c'è la diversità delle lingue, che rende l'uomo straniero all'uomo. Supponiamo, ad esempio, che due uomini, ognuno dei quali ignori la lingua dell'altro, si incontrino e, per una qualche necessità, siano obbligati a viaggiare insieme: degli animali-muti, fossero anche di diversa specie, vivrebbero più facilmente in società che quei due, ancorchésiano uomini l'uno e l'altro. Se infatti non è possibile comunicarsi i propri sentimenti, a causa della lingua diversa, la sola uguaglianza della natura non basta a riunire gli uomini in società; e ciò è talmente vero, che l'uomo preferisce la compagnia del suo cane a quella di un uomo straniero.
Ecco perché la città dominatrice del mondo, per conservare la pace tra i suoi sudditi, non solo impose le sue leggi ai popoli vinti, ma anche la sua lingua, e prescrisse che non solo non mancassero, ma abbondassero gli interpreti. Ciò è vero. Ma quante e quali guerre, quanta strage di uomini, quanto sangue si è sparso per ottenere quei risultato? E quando cessarono quelle sventure, se ne dovettero subire le dolorose conseguenze".
E' pur vero che Roma, conquistatrice della Grecia, ne accettò la lingua; ma i Greci, eccetto rare eccezioni, non vollero apprendere il latino. E così i Latini, dopo essersi impadroniti della cultura greca, abbandonarono progressivamente la lingua dei Greci. Non a caso le Pandette di Giustiniano furono pubblicate a Costantinopoli in latino.

(2) Babele è una "sciagura" attuale, che viene spiegata dalla Bibbia mediante il rimando a un intervento divino, avvenuto nel passato. E Dio, in verità, non confonde il "pensiero", ma solo il "linguaggio"; per ricordare all'uomo che la lingua unica è uno strumento incalcolabile di "progresso", qualora il pensiero sia purificato dalle spinte definalizzanti dell'Hubris.

(3) Si dice che lo studio delle lingue classiche, l'interesse filologico, il perfezionamento delle lingue volgari e la fioritura estetica dei Rinascimento sono i primi passi della "rivoluzione" che trasforma radicalmente i costumi e i modelli di vita europei. Sul piano descrittivo i conti tornano. Ma, se è vero che l'Impero romano rappresenta il vertice dell'etnocentrismo di marca europea, è anche vero che con la sua caduta cessa l'unità imposta e si spegne progressivamente il dominio di un gruppo.
Nel giro di pochi secoli l'atomizzazione istituzionale è quasi totale: ogni borgo ha le sue mura, il suo campanile, la sua lingua (o meglio, dialetto). Il latino è la lingua del palazzo e, in definitiva, di una classe. Dopo Carlo Magno si torna allo statu quo ante. Da capo, i piccoli gruppi ritentano la scalata alla egemonia: comuni, principati, signorie, monarchie, Stati nazionali, con i loro eserciti, la loro lingua, la loro religione. Nel 1806 Napoleone mette fine al Sacro Romano Impero e l'etnocentrismo diventa una malattia cronica dei voraci Stati nazionali; i quali tentano a livelli sempre più estesi - si pensi, per es., alle ultime due guerre mondiali - la conquista del tutto. E, per via più sofisticata, quei medesimi Stati hanno praticato il colonialismo e stanno praticando l'espansione ideologica per imporre la propria verità a tutto il pianeta. La ragione socratica ha intuito questo movimento perverso della natura umana e per mettere un rimedio al conflitto politico ha escogitato il federalismo; mentre per mettere un rimedio alla incomprensione, che determina la voglia di dominare gli spiriti, ha inventato - con Zamenhof - una lingua che, in forza della sua neutralità, può diventare universale per conversione e non per imposizione.

(4) Il provvidenzialista Vico dice che, mentre gli uomini - pur essendo per natura socievoli - tendono, dopo il peccato, alla loro privata utilità, Dio li conduce a vivere insieme con giustizia. Ma poi, questo Dio, è all'opera per formare le grandi monarchie "ne' lor costumi umanissime" (sic!). Infine, questo Dio, conosce anche dei rimedi contro le monarchie corrotte. Per es., il dominio straniero; perché è giusto che i popoli corrotti vadano soggetti a nazioni che li conquistino con le armi, affinché resti vero che deve comandare chi per natura è migliore. Come si vede la Provvidenza di Vico non interviene per promuovere, poniamo, l'unità dei genere umano, ma il dominio del più forte. Esattamente come accade in natura e cioè nel mare e nella foresta.
No, l'uomo non si è unito in monarchie - contro la sua natura individualistica - perché spintovi dalla Provvidenza, ma perché ha fallito la sua vocazione all'unità in tutti i settori dell'esistenza. La sua natura contiene sì la vocazione alla conquista, ma del cosmo e dei suoi misteri, non della storia e degli uomini. Ora, per la conquista pacifica dei cosmo serve una lingua universale; per la conquista, invece, della storia serve molto bene la disparità linguistica; giacché la presenza di un "barbaro" - non a caso per un Greco chi non parlava greco era un "balbuziente" (etimologia di barbaro) - fa cadere gli scrupoli sulla moralità di tutte le violenze, dal colonialismo, all'annessione, alla guerra.

(5)Prendiamo il caso della cosiddetta identità linguistica. Un nido arriva nel Veneto - o, viceversa, un veneto arriva in Sardegna -; i casi sono due. O è un orgoglioso e mantiene il suo "accento" oppure è un pragmatico e dice: "Be', io sono nel Veneto (o in Sardegna), mi adeguo al gruppo". Ebbene, costui erra in tutti e due i casi, perché perpetua la maledizione di Babele e consacra il razzismo che l'accompagna. Dovrebbe, invece, dire: "lo rinuncio alla mia identità culturale - che è di pura origine storica e quindi dalle radici oscure - e voglio assumere una identità, molto prossima a quella originaria, che mi rende uguale a tutti gli altri parlanti (nella fattispecie a tutti gli Italiani). Io studierò la retta pronuncia italiana, che travalica la Sardegna, il Veneto e tutte le altre regioni d'Italia, e mi renderò abilitato al dialogo diretto e fraterno con il diverso, senza provocare rifiuto, rabbia, razzismo". Colui, infatti, che legge e parla seguendo le regole (artificiali) della ortoepia, non è uno che impone all'altro la sua "pronuncia", ma è uno che ha rinunciato alla sua pronuncia regionale o locale ed è entrato in una forma di universalismo in cui è subito possibile la comprensione, la fratellanza, la pace. Chi non fa questa "rinuncia" non può rivendicare la sua "specificità", perché affermerebbe soltanto la sua animalità egocentrica e la imporrebbe, come puzzo, agli altri. E' inutile che egli dica: "Parlo come mi ha insegnato mia madre". Non si tratta di un rimando all'originario, ma al culturale della propria caverna. Nel consiglio comunale di Santhià (Vercelli) si è aperta recentemente la "battaglia dei dialetti". Un. consigliere della lista "autonomista" pretendeva di esprimersi in dialetto piemontese con una traduzione simultanea in italiano. Un suo collega, di fronte al fatto che tale assurda richiesta era stata accettata dal Sindaco, ha fatto presente che, essendo egli calabrese, avrebbe, allora, pronunciato il suo intervento in dialetto calabrese appunto, dato che il sessanta per cento dei cittadini di Santhià sono di origine calabrese o siciliana. Come si vede, la voglia di dialetto è una "cupa voglia" e denota che facciamo fatica a riconoscerci uguali e che la fratellanza è un vestito stretto per i furori dell'etnocentrismo. (Il caso di Santhià si può vedere sul Corriere della Sera del 30/12187, p. 11, a firma di Giovanni Russo).


28 Novembre 1987 - Fondazione Cini di Venezia