Orazione funebre al dott. Elio Bevilacqua
( Cappella Arcispedale S.M. Nuova di R.E. 23-07-2003 ore 9.30 )

 

Il mio è un debito di riconoscenza nei confronti del dott. Bevilacqua, perché ci fu un momento in cui la mia predicazione fu sottoposta a giudizio e qualcuno mi accusò di togliere la fede a chi l'aveva. Accusa molto grave, ma ebbi la consolazione proprio in quei giorni di sentirmi dire dal dott. Bevilacqua che lui ascoltando le mie prediche aveva ritrovato la pienezza della fede.
Vi confesso che questo fu per me un attestato di garanzia, perché veniva da una persona colta, che viveva le problematiche della fede e nelle mie parole aveva trovato la soluzione dei problemi che lo agitavano.

Da quel giorno, ebbero inizio colloqui personali, di cui voglio rendervi partecipi anche perché non c'è violazione alcuna di segreto professionale, nel senso che egli non era sotto il vincolo della confessione, né io ero sotto quel medesimo vincolo, per cui, le confidenze e i problemi che egli mi espose in privato è il più bel elogio che si possa fare della sua persona.
Ecco il primo problema: quello dell'esistenza di Dio. Il dott. Bevilacqua rimase colpito dalla mia matrice greca nel porre il problema di Dio.

A tutti è noto come Socrate 400 anni prima della nascita di Cristo, ai suoi discepoli mostrava la mano e diceva: "No, non c'è nessuno al mondo che potrà convincermi che questa mano è opera di caso, no, dietro c'è una intelligenza. Io voglio orientare la mia esistenza tenendo presente questa intelligenza che è più grande, che è infinita rispetto a noi". Il dott. Bevilacqua rimase colpito da questa argomentazione che nei secoli verrà svolta come principio di causalità, ma che non è così efficace come questo tipo di risposta.

L'unica obbiezione che mi fece era questa: Se la mia mano è perfetta come si spiegano i così detti handicap nell'ipotesi che dietro alla mano ci sia la perfezione divina? Io risposi: il fatto che ci sia l'handicap nella natura umana è dovuto a una responsabilità del logos umano - uso la parola di Socrate - che è andato attorno alla perfezione divina e ha creato le problematiche entro cui noi siamo coinvolti.

L'handicap ci colpisce per il 5% ed allora il discorso che ho fatto al Dott. Bevilacqua, - che qui non riporto - riguarda essenzialmente le donne, che debbono trasmettere la vita quindi si deve andare in quel senso e lì trovare la soluzione. Dopo aver toccato questo punto delicato della perfezione delle cose umane con radice divina, sono passato all'altra spiegazione cioè: al tentativo di spiegare la realtà che tocchiamo e vediamo, con la realtà stessa: ecco allora la questione dei finalismi.

Al dott. Bevilacqua, a questo punto ho portato un'argomentazione che ha scosso anche me e che ha messo in difficoltà coloro che negano i finalismi esterni di tutta la realtà. L'autore che cito, è morto, e si chiamava: Kurt Godel, il quale nel 1932 aveva elaborato un "teorema scientifico" che tradotto in linguaggio filosofico e quindi capibile, dice questo: " Non esiste sistema umano conosciuto che sia in grado di giustificare sé stesso." Di tutti i sistemi conosciuti; una sedia, un banco, è impossibile trovare la spiegazione del sistema in sé stesso, per trovarlo dobbiamo uscire dal sistema e cercarlo in un altro. Questo per me è sufficiente, è molto più del principio di causalità; è una prova scientifica che tutto ciò che vediamo, tutto ciò che tocchiamo, non ha la spiegazione in sé stesso, ma deve uscire da se stesso e trovarla in qualcun'altro.

Mi ricordo che il dott. Bevilacqua, mi diede la mano e mi disse: adesso finalmente ho capito.
Avrei altri due o tre colloqui da riferivi relativamente al discorso della fede, ma voglio citarvene uno che lo coinvolge e che credo abbia cambiato lo stile della sua esistenza, da quanto mi dicono i figli e da coloro che erano vicini a lui. Il problema era quello dei finalismi. Larga parte della filosofia moderna si appella a questo principio: "Non sappiamo in realtà qual è il senso delle cose", traduco: non sappiamo in realtà qual è il fine esterno di tutte le cose, abbiamo però la nozione precisa di ciò che è il fine interno di ogni cosa.

Facciamo un esempio: prendo un piccolo seme di rosa e mi domando qual è il fine di questo seme? Il fine di questo seme, nessuno al mondo lo nega e di diventare rosa. Ora passiamo alla domanda più impegnativa: qual è il fine della rosa? Se qualcuno vuole darmi la risposta corro subito a scriverla a caratteri d'oro, perché nemmeno io sono in grado di dare una risposta a lume di ragione, se non citandovi il sistema di Kurt Godel.

Qual è il fine della rosa? L'unico che ha osato dare una risposta è San Francesco, il quale disse che il fine della rosa e dei fiori è quello di allietare la nostra esistenza. Dio li ha fatti unicamente per allietare la nostra esistenza perché noi ci ricordassimo di Lui. Ora al posto della rosa mettiamo noi, qual è il fine del seme che ti ha messo al mondo, dicevo al dott. Bevilaqua? Quel seme, l'incontro di papà e di mamma, quello è orientato a te, ma tu ora come la rosa a cosa sei orientato, qual è il fine della tua esistenza?

Qui è il punto, siamo impegnati direttamente noi a dare questo fine, ecco l'importanza della venuta di Gesù al mondo, il quale ci ha insegnato quale deve essere il fine della nostra esistenza e insieme con Lui lo dobbiamo progettare. Quanto questi pensieri operassero in lui, lo potranno dire i figli, che in parte me lo hanno già detto.
In lui in realtà era avvenuto un rivolgimento tale per cui si potrebbe parlare di una conversione totale alla verità.

Mi ricordo, che negli ultimi colloqui - l'ultimo risale circa a un mese fa - quando gli ho riscontrato un trascendimento di tutte le piccole miserie umane. I processi, le polemiche sono state viste da lui con l'occhio del sopranaturale, ed ecco perché via via che la malattia avanzava si raffinava in lui il sentimento cristiano.

Termino raccontandovi la polemica più drammatica, il problema che lo affliggeva maggiormente. Un giorno, mi disse: Padre, lei crede all'inferno, al diavolo ecc.? Ho detto a lui il mio pensiero, lo riferisco qui, badate bene di prenderlo come una mia opinione. Si dica pure che è quello che penso io di questo problema, cercando di metterlo d'accordo da un lato con il pensiero (ragione) e dall'altro lato con la Scrittura. Questa è l'afflizione, d'accordo, la morte non mi fa paura, è il dopo, mi disse. Dopo che cosa c'è? Ho citato Gesù "..questa notte morirai, di chi saranno queste cose? Ti sarà chiesto il perché della tua esistenza".

Dunque per Gesù non esiste la morte se non come strumento. Dopo la morte siamo vivi, vivi perché dobbiamo rispondere della nostra esistenza. Mentre dicevo queste parole il dott. Bevilaqua apriva bene gli occhi, vedevo quanto fosse la commozione, in quanto eravamo arrivati al punto delicato; quel giudizio sulla nostra esistenza, Dio dovrà darlo a vivi e non a morti. Allora lui mi disse: se quella esistenza non avrà raggiunto il quorum minimo - lo zoccolo minimo per potere definire un uomo - quell'uomo andrà all'inferno. No, peggio risposi, ed ecco la mia tesi: chi sbaglia l'esistenza non andrà all'inferno; andrà nel "nulla".

I teologi mi dicono che nel Vangelo c'è scritto: chi sbaglia l'esistenza andrà all'inferno, la mia replica è quella che vi ho detto prima; e colpì molto il dott. Bevilacqua. Io non posso accettare dal punto di vista del pensiero una coesistenza eterna tra Dio e l'inferno, inferno inteso come luogo, e Demonio inteso come persona. Avete capito la forza dell'argomento, anche alcuni teologi a cui ne ho parlato sono rimasti e hanno detto: "ciò è vero".

Ma la questione del ritorno nel "nulla" l'ha emettono loro quando dicono che la creazione è un trarre le cose dal nulla, dal nulla di sé stesse e dal nulla del loro fondamento. Ora, quando uno sbaglia l'esistenza (dicono gli atei: quando siamo morti tutto è finito), altro è andare nel nulla perché si è sbagliata l'esistenza, altro è andare nel tutto perché l'esistenza è stata condotta secondo quei parametri. Questa è una mia opinione ­ gli ho detto - e credo che sia la tesi contenuta nei Vangeli. Questo pensiero il Dottor Bevilacqua l'ha fatto suo.

Lui continuava a dirmi che nei Vangeli ci sono i passi riferiti all'inferno e che si andrà nel fuoco eterno. A questo punto gli ho citato il caso Galileo. Galileo infatti diceva "Per me la terra gira", il cardinale Bellarmino continuava a dire, con il dito puntato sulle scritture "La terra sta ferma". Galileo, dopo essersi un po' spazientito, risponde "Cardinale, probabilmente abbiamo sbagliato nell'interpretazione delle scritture", e aveva perfettamente ragione.

Allora io dico: se non è possibile concepire con la mente una convivenza eterna tra Dio e l'Inferno (inteso come luogo) oppure con il Demonio (inteso come figura anti-Dio) è perché la ragione non lo potrà mai accettare. Bisognerà andare a rivedere come dovranno essere interpretati i passi dei Vangeli. Tutti quei passi visti uno a uno ci danno lo spunto per affermare che l'Inferno non è quel luogo, quelle fiamme, ma è la riduzione al "nulla". Vi confesso che questa riduzione mi spaventa molto di più dell'inferno stesso.

Ecco quanto aveva concordato con me il dott. Bevilacqua. Questo per ridare forza al significato della propria esistenza, che egli aveva raffinato soprattutto negli ultimi anni e di cui sentirò il racconto più specifico dalla voce stessa dei figli. Questo più che un elogio funebre, è un debito di riconoscenza a una persona che si è occupata della verità prima che della giustizia e ha cercato di attuare la giustizia poi, tenendo presente sempre la verità del Vangelo.


>>> V. anche i richiami sul Resto del Carlino