ottobre 2004

Caro Padre,

premesso che ho visitato in modo casuale il suo sito, ho sentito subito l'impulso di scriverle. Non ho trovato (non avendo avuto molto tempo per ricercare nel sito) molto che mi parli personalmente di Lei e consentirmi di conoscerla per intraprendere una corrispondenza che mi possa chiarire qualche dubbio su alcuni episodi che mi sono capitati in passato.

Sono un ingegnere docente presso un istituto tecnico nel napoletano. Credo di aver sempre avuto una fede salda, anche se, per una serie di motivi, non riesco ad essere praticante in modo assiduo. La mia guida è stata, fin da ragazzo, San Francesco al quale si è affiancato in maniera decisa la figura di Padre Pio dal 1981 quando per la prima volta mi sono recato a S.Giovanni Rotondo.

Sono stato indegno testimone di un'esperienza soprannaturale, non certo per i miei meriti, che mi ha fatto vivere l'apparizione di Padre Pio per tutta la durata della Santa Messa. Ho avuto questo privilegio per più di un'ora ritenendo di aver avuto uno dei regali più belli della mia vita. Vorrei un aiuto a comprendere il significato e il messaggio racchiuso in quello che mi è capitato di vivere oltre vent'anni fa.

Un saluto da Renato


13 nov. 2004

Caro Renato,

L'ideale da raggiungere non è la pratica assidua della "religione", ma l'attuazione del Vangelo sia pure potenzialmente e cioè a livello "mentale".

Io pure sono stato segnato da un incontro con P. Pio e ho scritto su di lui un articolo che ti accludo.

Con stima e affetto,

p. Aldo

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FRATE FRANCESCO - Anno 76 - n° 4 - Aprile-Maggio 1999 - Pagg.16-23

"L'avventura di un povero CRISTIANO"

PADRE PIO FRA CRISTIANESIMO E RELIGIONE

"Risplenda la vostra luce" (non il vostro io)

Debbo, anzitutto, produrre la mia testimonianza, relativa all'incontro avvenuto con P. Pio, nel 1948, quando avevo 21 anni ed ero alla vigilia della mia professione religiosa. Durante il viaggio, in corriera, da Foggia a S. Giovanni Rotondo, ho toccato con mano, il fenomeno - diffuso in tutta la cristianità - che va sotto il nome di "miracolismo"; comune, peraltro , a tutte le religioni passate, presenti e future. Tre devote signore andavano dal "Padre" per chiedere ognuna un "miracolo" di specie diversa. La prima aveva perduto una collana di valore e andava da P. Pio perché glie la facesse ritrovare. La seconda era vittima, in casa, di certi "dispetti" diabolici e andava a chiedere al "Padre" l'acqua santa. La terza, aveva il bambino afflitto da una certa tosse cattiva e voleva toccare con il fazzoletto di P. Pio. Io, chierico religioso, in età disponibile alla chiamata di Cristo, volevo una conferma "oggettiva", un responso sicuro sull'autenticità della mia "vocazione" e anche questa era una forma di "miracolismo". L'incontro col Padre avvenne dopo cena - ricordo - mentre i confratelli erano in preghiera e in silenzio. Già questo non "rispetto" del regolamento mi sorprese in positivo. Io ero la "necessità" e per una persona ragionevole la necessità non ha legge. Per un santo, poi, l'uomo deve sempre avere la precedenza sul sabato. Gli dissi la motivazione vera del viaggio: sapere "cioè" se la mia "vocazione" era volontà di Dio nonostante fossi "figlio unico" e quindi con degli obblighi nei confronti dei miei genitori. Precisai che il "regolamento" del Collegio cui fui affidato, proibiva di accettare i "figli unici" e che i superiori fecero l'eccezione perché, in teoria potevo ancora avere dei fratelli. Padre Pio si concentrò qualche attimo; poi mi disse: "se le cose stanno in questo modo, sei totalmente libero" - faccio notare che i confessori dell'epoca insegnavano che non si poteva resistere alla chiamata di Dio per nessun motivo -; e poi aggiunse: "se decidi di proseguire avrai da soffrire". Poche altre parole di incoraggiamento a essere leale con me stesso e, infine, un invito: "Ci vediamo domani a messa". E fu quella mattina che, all'atto della Comunione, vidi non tanto i segni delle mani, quanto gli occhi di Padre Pio. Mi parvero gli occhi di un "puro di cuore", cui è consentito di vedere Dio. Mi parvero gli occhi di un'anima libera dalle suggestioni relative al sesso, al danaro, al potere. Fu per me - giovane di ventuno anni - il messaggio più sconvolgente della sua persona. Ho poi camminato con le mie gambe, tenendomi unito, come potevo, a quel Cristo cui avevo trovato unito Padre Pio.

Vediamo, ora, tutto ciò che è - ed è accaduto attorno a - la sua persona. Premesso che la santità cristiana è da paragonare alla "presenzialità" dell'essere al pensiero - in senso attualistico - la presenza di Cristo alla coscienza produce, a sua volta, nel cristiano, la così detta "contemporaneità" al Cristo (l'espressione è di Kierkegaard). E nelle varie epoche storiche - in forza di questa presenzialità - vi sono i contemporanei di Cristo. Tra i quali vi sono i santi dichiarati tali dalla Chiesa e quelli sconosciuti. L'aspetto problematico è dato dal fatto che i veri "contemporanei" di Cristo sono assai rari. Citeremo per stare sul sicuro, s. Stefano, s. Francesco, s. Benedetto; perché gli altri non possono essere presentati come perfetti "testimoni" di Cristo in tutti i settori della vita umana, o, perlomeno orientati ad attuare il Vangelo, anziché a divulgare il cristianesimo così come era. Citiamo, a titolo di esempio, s. Tommaso. E' stato dichiarato "dottore" della Chiesa; ma in forza del suo "realismo moderato" trova nel Vangelo la legittimazione della "pena di morte" e della uccisione degli eretici. Vogliamo dire - in senso più generale - che i santi che si salvano dal pagare il "dazio" al proprio tempo sono molto pochi. Stavamo dicendo: la "presenzialità" di Cristo alla coscienza di Francesco produce "un alter Cristus"; la "presenzialità" di Cristo alla coscienza di Padre Pio produce una creatura immersa nel dolore eppure serena, una creatura capace di sopportare, in silenzio e in preghiera, la censure, i veti le calunnie; una creatura che si dedica al servizio del prossimo, in un settore delicato, come è quello dei drammi più profondi delle anime. Non a caso, attorno agli anni trenta, quando si stringe l'isolamento attorno alla sua persona, innalza una sola supplica: "Toglietemi tutto ma non l'Eucarestia". Una creatura sofferente che pensa alle sofferenze del prossimo e inventa la "Casa della Sofferenza". Una creatura, infine, capace di mettere la fedeltà alla coscienza prima dell'obbedienza. Punto, questo, che qualifica la sua santità; come avremo modo di dimostrare.

Il fatto più singolare è quello di essersi trovato coinvolto nel fenomeno "eclatante" delle "stimmate". La gente crede alla sua santità non perché la conosca nella sua essenza, ma perché c'è di mezzo il fattore "stimmate". Vediamo di procedere con i piedi di piombo. Cominciamo col dire che a nostro giudizio, le "stimmate" non sono un segno "soprannaturale" - un miracolo per la gente - ma un frutto della sua santità o della sua adequazione (o meglio assimilazione) a Cristo. Nessuno pensa che le "stimmate" di Cristo siano un "miracolo". Fu, invece, miracolo il fatto che un Dio fatto uomo ci abbia amato fino a quel punto, e cioè senza profitto alcuno. Le stimmate di Padre Pio non sono un "miracolo" in senso volgare; provano, invece, il miracolo della sua santità; e cioè il grado di adesione di tutta la sua persona al Cristo sofferente. Potremmo dire che le stimmate sono una creazione poetica o, semplicemente, la poesia della donazione esistenziale di Padre Pio a Cristo; dovuta, crediamo, a una intensa e costante immedesimazione col modello. Come le stimmate di Cristo non sono un "prodotto" che viene dall'alto, ma dal basso; così le "stimmate" di P. Pio sono un prodotto della psiche sul soma, dietro la pressione di un amore che desidera la identificazione con la persona amata. Se conosciamo le "follie" dell'innamoramento umano, come cristiani non dovremmo stupirci dei "segni" che rivelano l'amore per Cristo. Come si vede, la nostra è una spiegazione che si inserisce - per superarli - tra miracolismo e isterismoNon diciamo - giova ripeterlo che siano un segno che viene dall'alto, come se si trattasse di un colpo di bacchetta magica (così è volgarmente inteso il miracolo) né diciamo che emanano da un puro movimento della psiche. Diciamo che sono un "segno" che emerge dall'incontro tra la psiche umana, purificata dalla metanoia, e il Cristo Logos e Persona insieme. S. Paolo, s. Francesco e P. Pio sono degli innamorati -in ciò il vero miracolo - che vivono con tale intensità l'unione con Cristo, da restarne segnati persino nella carne. Questa è una spiegazione che, a livello filosofico, ammette il minimo di "a priori", come nel caso della "conoscenza", spiegato da s. Tommaso senza ricorrere alla teoria agostiniana della "illuminazione"; ma fermandosi all'intelletto agente dato da Dio, quale luce bianca, capace però di costruirsi in proprio tutti i concetti e persino il linguaggio. Che le "stimmate" siano poi scomparse alcuni mesi - pare sei, secondo una testimonianza - prima della morte, ciò denota che, forse, la sua psiche ha subito un calo di tensione, dovuto all'età e alla stanchezza. Le "stimmate", dunque, sono legate alla sua santità personale. A quella santità che lo ha reso capace di tante sofferenze e di tante dedizioni. Ed è quanto non hanno capito i denigratori del rango alto della gerarchia ecclesiastica.

Il popolo cristiano - diciamolo chiaro - correva e corre a lui perché non ha fiducia nelle guide spirituali (fiducia perduta da molti secoli) e perché è figura carismatica, simile a quella di Sai Baba in India, dentro a una Istituzione in avaria, essendosi abbassata al rango di religione. La gente correva e corre a lui, anzitutto perché è un "povero in spirito" (e cioè un ricercatore di valori spirituali); poi perché la gente è alla ricerca - inconscia - di una soluzione minima a problemi che potranno risolversi con una vera "conversione" da parte di tutti (chierici e laici). E questo, per paradosso, è il limite di quella "religiosità" che è tenuta d'occhio dalle stesse autorità ecclesiastiche.

Al termine di tutta l'operazione resta solo la ricerca della perfezione personale variamente intesa dalle pecore e dai pastori. Il miracolismo tipico della religiosità - è, alla fine, il residuo del messaggio perduto e disatteso. Il cristiano - abilitato da cristo a fare "miracoli" - "farete cose più grandi delle mie - e cioè a presentare "novità", nei tre settori fondanti della società, e cioè nel sesso, nel danaro nel potere, aspetta il tutto da Dio o dai suoi prediletti, sotto forma di grazie personali. Quando, invece, se tutti i devoti di Padre Pio - e così dicasi di tutti i seguaci dei vari rinnovamenti operanti in Italia e nel mondo - facessero comunità -una catena di comunità cristiane- nel rapporto di lavoro, oltre ché superare il capitalismo nel suo punto vitale, mostrerebbero al mondo ciò che significa l' "amatevi come Io ho amato voi" posto da Cristo a fondamento della Fede. Così, invece, qualcuno è toccato da una voce, inondato da un profumo, galvanizzato da una grazia, scosso da un'apparizione; intensifica l'opus religionis per cui si vede la religione, ma non si vedono i cristiani. E le gerarchie soffrono, a loro volta, di frustrato paternalismo e ora cavalcano, ora criticano, la tigre della religiosità volgare (devozionismo) di cui sono diventate le infelici amministratrici.

In questa logica si spiega perché i grandi peccatori in tema di sesso, di danaro e di potere, ronzavano attorno a Padre Pio; cercavano un refrigerio nell'altalena mensile fra cadute e resurrezioni, senza mai raggiungere la conversione. Padre Pio, in questi casi, si trasformava in un sismografo che percepiva tutto ciò che si agitava nell'anima dei penitenti. Da qui l'alternarsi in lui delle parole dure, dei rifiuti e della lettura dei cuori. La sua santità "pubblica" esercitata nel confessionale è tutta qui. Creava nelle coscienze il travaglio della ricerca della perfezione, nella stagnazione della ritualità e del moralismo tipici di ogni "religione". Nella melma generale il "popolo cristiano" era ed è affascinato da un "povero in ispirito" che vive il Vangelo sulla propria pelle, senza predicarlo retoricamente. Anche quando sarà dichiarato santo, la gente continuerà a chiamarlo "padre Pio" e null'altro. Ciò spiega perché - in genere - l'alto clero fu reticente e cioè ostile ai "gruppi di preghiera". Erano, infatti, quei "gruppi" una sublime rivincita, a fronte delle condanne e delle calunnie. Preghiera, preghiera ("per coloro che vi perseguitano e calunniano"). Nel clero alto, poi, fermentava una specie di gelosia che chiameremo "del gerarchismo".

Non sono forse i vescovi "i pastori del gregge"? Sì, lo sono sul piano giuridico, ma non sempre sul piano ascetico. Da qui, ripetiamo, quel correre ai piedi di un "cristiano" che pur avendo l'unzione sacerdotale - carisma del tutto secondario per un francescano (visto che Francesco era un semplice laico, con una piccola tonsura che lo abilitava alla sola predicazione morale) - conforta, aiuta, rigenera, ma non ha in mano il pastorale, né in testa la mitra. Il popolo cristiano cercava e cerca in lui ciò che non trovava, né trova, nella ufficialità. Tutto questo era avvertito da certi settori delle più alte gerarchie, anche perché Padre Pio era il piccolo oceano in cui si riversavano i segreti delle disonestà morali del clero alto. Egli conosceva il livello ,di sporcizia presente dentro la chiesa reale. Tra le lettere a lui indirizzate ve ne erano di povere suore che, dalla terra di missione, chiedevano a Padre Pio come dovevano comportarsi con coloro che dovevano guidarle spiritualmente e invece le insidiavano. Ciò spiega, freudianamente, l'accusa di immoralità nei suoi confronti. Qualcuno l'ha definita "schiuma di cultura celibataria".

Accostiamoci, ora, alle strutture della sua santità personale. Per quanto riguarda il voto di castità (sesso ) è noto il carteggio con Cleonice. Abbiamo esaminato non solo il "linguaggio", ma lo "spirito" che sta dietro a quelle parole e crediamo di dover formalizzare così il nostro verdetto: può darsi che Cleonice fosse, spesso, nella tentazione di amare Padre Pio secondo le categorie dell'amore umano; può darsi che fosse innamorata di Padre Pio in maniera confusa nella sua psiche; ma siamo certi - di certezza psicologica - che Padre Pio non è entrato in alcun modo nel vortice del sesso per sé preso. Si è tenuto in una posizione trascendente - come Cristo con le donne convertite del Vangelo - e perciò salvifica per l'altra parte. Ciò spiega perché i peccatori di quel settore sentissero, per istinto, il grado di pulizia in cui si trovava il Padre e allungavano a lui la mano per essere aiutati a mantenere in equilibrio i finalismi inscritti dal Creatore nella costruzione della nostra specie.

Per quanto riguarda il voto di povertà e di obbedienza (danaro e potere) diciamo subito che mani e cuore di Padre Pio erano puliti. Quella Casa della Sofferenza è l'attuazione dell'amore al prossimo, secondo l'idicazione evangelica, da parte di un ' povero ' che riesce a trasformare il danaro sporco in danaro pulito, senza ricavarne profitto alcuno. Su questo tema è noto il principio di Francesco: "ciò che ricevo non è mio, ma di chi è più bisognoso di me". Poiché la gente si fidava di lui, dovette chiedere il permesso di "maneggiare danaro" come si dice in gergo. Non occorre dire che se - in questo settore - qualcosa è sfuggito a Padre Pio, la colpa è esclusivamente di alcuni suoi "superiori" molto abili - e in ciò poco francescani - nel "pilotare le offerte".

Ma veniamo, ora, al punto caldo della nostra tesi, che è quello di dimostrare in che cosa consista veramente la santità di Padre Pio e descrivere il solo episodio che - a nostro giudizio - merita gli altari. E' noto quali furono, sul piano della morale sociale, gli effetti del "Caso Giuffrè", o, del così detto "Banchiere di Dio". Costui conosceva l'arte di far crescere il danaro sul danaro a colpi di cifre raddoppiate nel giro di pochi mesi. Tutto ciò ingolosì una quantità di "sante persone" che, però, chiusero gli occhi sul modo della crescita del danaro (non era frutto di lavoro onesto) e tutto giustificarono a fin di bene. Ed ecco l'episodio, siglato anni sessanta circa. Arriva da Roma a San Giovanni Rotondo un esponente di primo piano dell'Ordine Cappuccino per convincere Padre Pio a permettere di prelevare le offerte della Casa della Sofferenza e metterle nelle mani "miracolose" del Banchiere di Dio. Sono dunque presenti in una saletta del Convento l'esponente di primo piano dell'Ordine, il padre Guardiano, il padre Vicario e il padre Pio in qualità di "discreto" (consigliere) della Comunità. Dopo aver fatto capire ai tre interlocutori - ma soprattutto a Padre Pio - che era volontà di Roma e dell'Ordine e che, quindi, c'era una richiesta di obbedienza, l'esponente di primo piano, avanza la proposta galeotta. Dopo qualche istante di silenzio Padre Pio si alza, raggiunge la porta e si licenzia con queste parole: "Queste cose non si fanno, le proibisce il Vangelo, san Francesco, la coscienza".

Da quel momento nacque la tenebrosa idea di mettergli i microfoni non nel confessionale - come si dice spesso - ma nel salottino dei ricevimenti e, forse, anche nella sua cella. E tutta l'operazione per prenderlo in castagna, sul tema dell'obbedienza, mentre dialogava con i suoi devoti. Questo episodio, ripetiamo, vale da solo la santità del personaggio; perché fu, ed è, la correzione di un altro noto episodio dantesco di cui fu vittima Guido da Montefeltro - prima capitano di ventura poi frate minore - che il Papa, in nome della obbedienza, aveva convinto a rivelargli la tecnica per occupare Palestrina, dandogli la soluzione in anticipo. Questo è il più grande peccato dell'autorità: usare il potere per corrompere le coscienze, rapinando il magistero a Cristo, che deve restare l'unico vero Pastore del gregge.

Questi i cardini della santità, che verranno tuttavia dimenticati nel loro significato, quando sarà "santificato". Ci sono, poi, le così dette "idee personali" di Padre Pio, relative alla situazione storica in cui si è trovato a vivere. Queste idee possono anche essere criticate, ma non incidono sul nucleo forte della sua santità.

L'unico "errore del tempo" di cui abbiamo notizia è contenuto in questo episodio riferitoci da persona di fede sicura. Essendo morta una ragazza in seguito a incidente, il padre di costei - assiduo frequentatore di San Giovanni Rotondo, -annuncia il fatto doloroso a Padre Pio aggiungendo che la ragazza era fidanzata a un comunista. Il Padre gli avrebbe risposto: "meglio morta che sposa a un comunista". Siamo, di fronte al così detto "errore del tempo". L'espressione la troviamo nell'ultima pagina del capitolo XXII Promessi Sposi, dove il Manzoni si pronuncia sulla "santità" del Card. Federigo. Pur essendo uno specchio di virtù, sul piano personale, aveva in testa "opinioni che al giorno d'oggi parrebbero a ognuno piuttosto strane che malfondate; dico anche a coloro che avrebbero una gran voglia di trovarle giuste. Chi lo volesse difendere in questo, ci sarebbe quella scusa così corrente e ricevuta, ch'erano errori del suo tempo, piuttosto che suoi". Questo errore del suo tempo era, infatti, diffuso, all'epoca, in tutto il clero, tolta qualche rara eccezione - come quella di don Primo Mazzolari che nel 1949 sull'ADESSO del 31 Gennaio chiosò in questo modo il Decreto del Sant'Uffizio: "La condanna dottrinale del comunismo marxista non tocca il problema dei nostri rapporti con i comunisti"; da cui lo slogan "combatto il comunismo, amo i comunisti". Errore del tempo di Padre Pio e suo concediamo; ma in ogni caso, molto meno grave di quello o di quelli di cui fu vittima il "dottore della Chiesa" S. Tommaso.

A parziale equilibrio dell'errore del tempo di Padre Pio citiamo un documento che abbiamo rintracciato, in questi giorni, presso l'archivio della "Fondazione Mazzolari" di Bozzolo. Un signore, di cui citiamo in sigla il nome (A. G.) scrive due lettere a don Primo Mazzolari da San Giovanni Rotondo. Nella prima - datata 12 Dicembre 1957 - dice: "Carissimo don Primo, sono ancora quaggiù per un paio di giorni e, come promesso () ho voluto ieri sera, nel tempo dell'Ave Maria parlare di lei al nostro caro Padre Pio; il quale le "manda la più ampia benedizione e prega il Signore che la remuneri largamente per la Carità che Ella usa". E nel dirmi ciò era commosso (...). Nella seconda lettera datata San Giovanni Rotondo, li 27/6/58 - dice: "Sono al termine di un breve soggiorno quaggiù e in questa occasione ho voluto ancora ricordarla al nostro caro Padre Pio; accennando naturalmente alla missione non facile del sacerdote in ambiente alquanto ostico! Egli la benedice ampiamente e "non si sgomenti per gli eventi, che il Signore vede nel cuore e nelle intenzioni, premia i buoni per i loro sacrifici, le loro opere li assiste e li illumina".

La santità personale e la santità sociale non possono che dare fastidio all'autorità, se essa stessa non è vissuta, come vuole il Vangelo, con spirito di servizio. I veri santi e i profeti, devono bere il calice della sofferenza, per diventare utili al corpo malato della Chiesa.

Per quanto riguarda, infine, la storia come "lotta contro il tempo" non giuriamo su ciò che sarà fra cento o duecento anni dei pellegrinaggi, delle devozioni, dei santini. Noi Cappuccini abbiamo già avuto un esempio nella vicenda di Padre Francesco da Bagnone, predicatore famoso in tutta Europa, morto a Parma il 4 Aprile 1692 in concetto di santità. Operava guarigioni con una sua benedizione miracolosa "largamente diffusa in tutta Europa e impressa in copie innumerevoli". Oggi chi lo conosce? Il miracolismo sarà, forse, gestito da qualche altra figura carismatica; la santità di Padre Pio, invece, resterà nella memoria di quei cristiani insoddisfatti del proprio tempo, che aspirano a una testimonianza evangelica della Fede. Allora lo stigmatizzato non sarà un esemplare da strumentalizzare ma soltanto da imitare.

Aldo Bergamaschi