12 gennaio 2007 18:27:54

Qualche giorno fa le cronache erano piene di notizie su Welby.

In famiglia sono nate, inevitabilmente delle discussioni con i figli. Da parte nostra (genitori) continuiamo a sostenere che nessuno ha diritto di togliersi la vita o di toglierla.

Nostro figlio maggiore però ci ha chiesto che differenza c'è fra quello che chiede Welby, coscientemente, e fra chi rifiuta il cosiddetto accanimento terapeutico. Secondo me, anche il voler a tutti i costi mantenere in vita Welby è un accanimento terapeutico. E perchè la Chiesa ha negato i funerali, quando anche il nostro parroco ha fatto i funerali a quello che si è ammazzato?
 
Grazie in anticipo,

Romano C.



12 gennaio 2007

Caro Signor Romano,

grazie per la mail cui mi permetto di rispondere - come redazione - sostituendomi a Padre Aldo impossibilitato a farlo in tempi stretti per perduranti problemi di salute.

In realtà il Padre è già intervenuto, seppure succintamente, sul tema, come potrà leggere nella rubrica POSTA e poi con una articolata intervista pubblicata il 29 dicembre 2006 a pag. III (edizione reggiana) de Il Resto del Carlino.

E' stato anche immesso nell'area blog a un commento che ritengo vada largamente condiviso e che la invito a leggere. Così non penso di essere considerato settario e pregiudiziale se mi permetto di aggiungere, a titolo personale, le poche note che seguono.

Per i funerali negati, ancora una volta bisogna riconoscere che la sintonìa in cui giornali e tv si sono ritrovati ha impedito l'approfondimento doveroso, anche se non facile da compiere, considerata la delicatezza del problema nella sua globalità. I funerali non furono negati, ma non si voleva che le esequie rappresentassero l'apoteosi di un orchestrato schema che con il caso Welby aveva ben poco a che fare. Dalle autorità ecclesiastiche venne chiesto che in chiesa non venissero effettuate riprese televisive, richiesta alla quale i familiari opposero il rifiuto (the show must go on...). Il problema, da umano, coscienziale e privato, era già da tempo diventato politico, dunque inquinato, e la Chiesa ha ritenuto - chi dice a torto, chi a ragione - di non prestarsi a fare da cassa di risonanza agli oltranzisti dell'eutanasìa.

Tra le varie posizioni emerse in quei giorni, desidero richiamare quella del cardinale Ersilio Tonini: La Chiesa è madre, e lo è con tutti. Purtroppo, però, in questo caso ha dovuto mostrarsi ferma: c'è stata una strumentalizzazione della sofferenza di quest'uomo e della sua morte, un can-can mediatico per dire ‘abbiamo ragione noi'. Non si poteva rispondere diversamente alla richiesta dei funerali religiosi.

A esprimere un parere diverso dai tantissimi che hanno criticato, spesso con livida asprezza, la scelta del "no" ai funerali religiosi, c'è - di contro - chi ha voluto sottolineare che condannare la Chiesa perché non capisce le esigenze dei malati terminali, per poi condurre campagne per l’eutanasia, sia solo ignobile ipocrisia. L’unico modo per aiutare ed alleviare le sofferenze estreme dei "malati senza speranza" sarebbe stato il non dare risalto alla vicenda, concluderla con discrezionalità, come avviene quotidianamente in ogni ospedale del mondo. Invece si è preferito costruire un martire, un esempio per tutti, un’occasione per concludere la "battaglia laica" da vincitori, senza curarsi troppo né della malattia, né del malato. La classe politica e l’opinione pubblica dovrebbero riflettere non tanto sull’eutanasia, quanto sulla vergogna dello sfruttamento mediatico di un caso drammatico.

Per concludere, riporto qui sotto una interessante riflessione tratta da www.santegidio.org/news/rassegna/2006/1220_004443_IT.htm.

Con viva cordialità.

la Redazione del sito degli Amici di p. Aldo Bergamaschi

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Spine da attaccare

In Italia c'è di norma desistenza teraupetica, non accanimento. IL CASO Welby non può far legge

In Italia il problema non è l’accanimento terapeutico, ma la desistenza terapeutica che fa mancare il necessario. Lo spiegherò meglio dopo qualche osservazione su come usiamo le parole. Diritto alla vita sì, e diritto di morire? La morte non può diventare un diritto. Perché non lo è: sole e luna sono differenti. Le parole possono creare mostri.

A scuola leggevamo con orrore che i guerrieri di Tebe erano il risultato di una selezione che iniziava da bambini: i deboli e i malformati venivano lasciati a morire sul Taigeto. Oggi questo non fa minimamente orrore. Si fa, in maniera pulita. I programmi di eutanasia nazisti suscitano ancora orrore, ma il dibattito di oggi, invece, no. Ciò che per Welby è insopportabile e “accanimento terapeutico”, il respiratore, è un intervento ordinario: per migliaia di malati è necessario, benedetto strumento per vivere e continuare a vivere, in condizioni identiche o anche peggiori. Occorre oggettività per definire quello che è accanimento terapeutico e quello che non lo è. L’elemento soggettivo non può cambiare natura alle cose. Welby è un uomo eccezionale, lucido, disperato, che chiede accesso al suicidio, a un suicidio assistito. Non è torturato a causa dei “valori”. E’ torturato dalla sua mente lucida che gli rende insopportabile quello che altri desiderano, e sono tanti. Per quanto non si piaccia, possiede facoltà invidiabili in altri più sani di lui. E’ una storia tragica.

C’è il diritto a vivere, a vivere bene. E’ negato a miliardi di esseri umani, per cui non si manifesta e non si fa lobby. Ma non può esserci mai il “diritto di morire”. Anche se si può voler morire. Anche se ci si toglie la vita. Accade agli adolescenti, agli adulti sani, agli anziani, ai malati. Ma non per questo c’è una legge che dice che è bene farlo. Lo si può desiderare per sofferenze fisiche, affettive, psicologiche, morali. O presunte tali. Il risultato è lo stesso: a tanti la morte sembra una soluzione, perché quel vivere appare, in quella stagione della vita, insopportabile. Il dolore fisico, affettivo, è un terreno ambivalente. Per alcuni diventa un tempo di prova e maturare una umanità più profonda, per altri no. Per uno studente l’interrogazione andata male è niente e per un altro può essere il fallimento definitivo. La malattia per alcuni diventa solitudine, disperazione, voglia di “non essere più di peso”, e per altri è invece il terreno in cui si sperimenta la profondità dell’umano, proprio quando non fanno più velo il successo, la forza, o i ruoli sociali.

Non c’è il “diritto” di morire. Può esserci voglia di morire, ma è un’altra cosa. Abbiamo tutti diritto a una vita degna. E’ negato a miliardi di esseri umani. Per motivi futili o gravi tanti possono desiderare di morire. E’ una grande domanda sulla nostra società, che smarrisce troppo quello per cui vale la pena vivere. L’eutanasia, sulla base di un malessere soggettivo, è però una scorciatoia per società malate, a volte troppo materiali, ingiuste o superficiali per dare buoni motivi per vivere. E’ grave utilizzare un caso estremo per creare il “diritto di morire”. La differenza la fa, alla fine, il diverso peso mediatico di un caso estremo o dell’altro, in una spettacolarizzazione semplificatrice.

Ho conosciuto giovani e anziani, che sono arrivati a stare peggio di Welby, che comunicavano solo con gli occhi, con una mano, una tastiera, un dito. Erano stati sani e a volte desideravano morire. Eppure, accompagnati affettuosamente, pur dipendenti da un sondino, hanno ritrovato, anche nella totale non autosufficienza, una profondità e un’intensità affettiva nemmeno immaginabili prima. Queste persone – e neppure i loro amici e parenti - avrebbero scambiato mai gli ultimi mesi dolorosi ma così intensi e ricchi della loro vita con gli anni della “gran vita” di prima.

Ma si può desiderare di morire. Indro Montanelli, avrebbe voluto staccata la “spina” nel caso di perdita di lucidità. Altri pensano lo stesso, che quando la mente non funziona più come prima sarebbe meglio morire. Ma Welby non ha questo problema. Pensa e comunica come pochi, più di altri. Non perde coscienza. Ne ha “troppa”. Ritengo che il desiderio soggettivo di morire non debba ispirare una nuova legge, o si rompe il diaframma che distingue morte e vita.

Nella nostra società di accanimento terapeutico ce n’è proprio pochino. Migliaia di anziani ogni giorno vengono già lasciati senza le terapie necessarie per vivere. Tanti non vengono rianimati se non c’è un’abbondante speranza di riabilitazione, se non c’è un’insistenza formidabile delle famiglie. 150 mila malati terminali in Italia hanno bisogno di terapia intensiva e cure palliative, e le strutture esistenti bastano per un terzo. Bisogna liberare i letti e si scelgono i più giovani. Scelte drammatiche, che avvengono ogni giorno. In Italia c’è di norma desistenza terapeutica e non accanimento. Si fa mancare il necessario, e arriva la morte naturale, ma prima del tempo. Molti medici si dicono che è il male minore. L’accanimento terapeutico è un’esercitazione mentale di scuola, per casi estremi. E non c’entra nemmeno con Welby, la cui vicenda è usata come un grimaldello istituzionale, nella confusione delle parole, con sostegno di media. La legge sull’eutanasia rischia drammaticamente di togliere un argine già fragile verso una eutanasia sociale.

Abbiamo il dovere di accompagnare, di ripetere all’infinito, con le parole e con la nostra vita, che quel nostro caro è per noi è insostituibile. Anche se non gli bastasse. Terapia del dolore e terapia dell’amore. Garantire sostegno, cure palliative, amore, professionalità, anche quando non possiamo tutto. Abbiamo diritto a combattere il dolore quando malati. Abbiamo il dovere della pietà e della compassione. Ma non siamo onnipotenti. E capiamo poco del mistero della vita. Ecco perché dobbiamo distinguere bene tra diritto di vivere e desiderio di morire.

Mario Marazziti