26 04 05
Caro Padre,
torno a chiedere una sua valutazione del "fenomeno" che il buddismo pare essere diventato nel nostro occidente, economicamente, tecnologicamente e socialmente così "avanzato"...
L'occasione mi e' data da uno scritto di Giovanni de Sio presente in questi giorni sul portale di cattolici.net. Accludo la breve riflessione e chiedo che lei, se lo riterrà opportuno, commenti tale documento e esprima una sua opinione di come il buddismo pare sappia "gratificare", piu' e meglio del Cristianesimo (istituzionale), molti "ricercatori" di valori e spiritualità autentiche.
Grazie per l'attenzione e cari saluti.
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Giovanni
BUDDISMO: UNA VIA FACILE di Giovanni De Sio
Delineiamo qualche breve riflessione sul fenomeno che credenze religiose collegate al buddismo abbiano avuto un certo successo in Occidente. Noterei innanzitutto che il Buddismo , fra le grandi religioni è l'unica che ha perso via via nei secoli la maggior parte delle aree di diffusioni (a vantaggio dell'induismo, dell'islam) e anche nelle aree di attuale diffusione ha perso molto del sua influenza. Va pure notato che attualmente un numero molto alto di buddisti passa al cristianesimo: il fenomeno è visibile in Cina, in Giappone, in Corea, nello Sri Lanka.
La versione poi più nota del buddismo in Occidente è quella più o meno legata al lamaismo del Tibet: questo però, fra tutti i molti rami del buddismo, è quello più collegato a pratiche superstiziose e primitive. Esso infatti in effetti è la fusione fra il buddismo e antiche credenze sciamaniche (religione "bon" del Tibet) e si è affermata in un paese remoto, isolato e arretrato. Basti pensare ai ''mulini di preghiera'': parole sacre scritte su strisce di carta, vengono introdotte nei cosiddetti ''mulini '' girati a mano o fatti ruotare meccanicamente dall'acqua, in base al concetto che mettere in movimento queste formule rende lo stesso servizio religioso che la loro pronuncia. Le sillabe sacre suonano '' Om Mani Padme Hum'' : si tratta solo di una formula magica senza alcun significato riconosciuto. Come mai credenze così primitive trovano seguito nel laico colto, scientifico, occidente? Come mai una religione che arretra anche nel proprio contesto culturale guadagna adepti in Occidente?
Riteniamo che la spiegazione vada ricercato nell'individualismo e nella suggestione della ricerca "facile". Infatti si tratta di una religiosità vaga, non ben definita, senza verità e doveri morali universalmente riconosciuti: quindi in effetti ogni fedele può costruirsi una propria religione a propria immagine e somiglianza, mettere questo che gli piace, escludere quell'altro che gli costerebbe fatica.
Di fronte all'imperante efficientismo e materialismo occidentale il buddismo evoca un mondo remoto e che proprio perchè sconosciuto può essere riempito dei propri sogni, delle nostalgie verso un mondo che poi non è mai esistito. Il cinema e la letteratura si sono impossessati di questo mondo per proiettarvi i propri miti: seguendo la suggestione del mass media i fedeli occidentali fanno altrettanto.
Non si nega tuttavia che in effetti l'anelito a un mondo migliore, a una spiritualità superiore,a un rifiuto dell'eccessivo consumismo, a una fratellanza universale sia genuino, profondo, sincero nei muovi adepti al buddismo. Crediamo però che in effetti queste esigenze sia ben più ampiamente e concretamente realizzabili nell'ambito del Cristianesimo e della Chiesa Cattolica in particolare : ma la via "buddista" appare spesso come la più facile.
6 6 2004
Caro Giovanni,
mi chiedi un commento allo scritto di Giovanni De Sio. Eccolo:
in linea di massima è un'ottima griglia di riflessione.
Aggiungo un particolare che riguarda la tua domanda. Il Buddismo
sa gratificare "più e meglio del Cristianesimo (istituzionale)
molti ricercatori di valori e spiritualità autentiche".
Ciò avviene a livello di affermazione generale e teorica dove il singolo può perfezionarsi all'infinito. Ciò che non vedo da nessuna parte è la realizzazione del brevetto di Gesù: "amatevi come io ho amato voi". E cioè: senza profitto nei tre settori fondanti dell'esistenza (sesso, danaro, potere). Più dettagliatamente: nel rapporto uomo-donna (matrimonio), nel rapporto uomo-uomo (lavoro), nel rapporto uomo-uomini (assetto politico).
La realizzazione di tale brevetto non si vede qui (in area cristiana) perché il Cristianesimo è caduto al rango di "religione". E' tuttavia possibile che chi si converte, per es., dal Buddismo al Cristianesimo di Gesù attui quel brevetto. Ma temo che anche i convertiti o simpatizzanti o simili, preferiscano aderire al Cristianesimo in quanto "religione" anziché al Cristianesimo in quanto novità esistenziale.
Padre Aldo Bergamaschi
7 6 2004
Concordo pienamente con la valutazione di padre Aldo.
Noterei però che in effetti andrebbe distinto il pensiero attribuito al Budda dal buddismo come movimento storico. In questo ultimo non è difficile rinvenire anche indicazioni ,talvolta molto dettagliate, sui rapporti sociali, politici e familiari che invece naturalmente sono assenti in una dottrina tutta tesa all'autoannullamento personale, dottrina nella quale si sostanziava l'insegnamento originale del Budda (o meglio attribuito al Budda).
Per quanto attiene al dualismo fra "religione" e "novità esistenziale", è altra interessante problematica che riguarda tutti i credi religiosi.
Giovanni De Sio Cesari (www.giovannidesio.it) giovannidesio@libero.it
Di seguito proponiamo la lettura di un contributo pubblicato sulla rivista Il Timone (n. 37, anno VI, novembre 2004, pp. 54-55) in cui si cerca di fare lo stato dell'attuale situazione del buddhismo in Occidente
Per molti è una moda. Personaggi dello spettacolo e dello sport lo abbracciano. E lo preferiscono al cristianesimo. Ma non lo conoscono veramente.
Secondo i dati raccolti dal CESNUR (www.cesnur.org), una stima aggiornata circa la presenza buddhista porta a quantificare il totale di aderenti ad organizzazioni buddhiste nel nostro Paese in 74.000 unità se si considerano i cittadini italiani e in circa 100.000 se si includono gli immigrati non cittadini. Tuttavia, risulta piuttosto evidente come l'influenza del buddhismo in Occidente e in Italia vada molto al di là della cerchia di chi aderisce formalmente ad un'organizzazione facendo dello stesso buddhismo, a tutti gli effetti, la sua fede «ufficiale».
In Occidente, già negli anni 1960 e 1970, grazie anche agli ambienti della controcultura hippie, si sviluppa a livello popolare un notevole interesse per lo zen (una fra le molte scuole buddhiste), seguito dal grande successo del buddhismo tibetano a partire dagli anni 1980. Questo successo passa anche per la letteratura e il cinema, dal Siddhartha (1922) di Hermann Hesse (1877-1962) a film come Piccolo Buddha, Sette anni in Tibet, Kundun.
Dunque, una buona parte dell'influenza del buddhismo in Occidente, si gioca al di fuori dell'appartenenza alle associazioni che raggruppano i fedeli buddhisti, e si concentrano nell'ambito di quella galassia del believing without belonging, per utilizzare un'espressione coniata dalla sociologa anglosassone Grace Davie, ovvero - nel caso del nostro Paese - il «credere senza appartenere» di quella metà della popolazione nazionale che si dichiara più o meno vagamente «religiosa» o «credente», ma non frequenta con regolarità nessuna religione organizzata. Appare evidente come, nella prospettiva della Nuova Evangelizzazione e della buona battaglia per la conquista delle anime alla Verità della Chiesa cattolica, questo popolo del «credo, a modo mio», composto nella stragrande maggioranza dei casi di battezzati e quindi - almeno - di «cattolici anagrafici», sia un obiettivo fondamentale, che rischia però di essere attratto da prospettive spirituali allettanti e diverse dal cattolicesimo, fra cui quella del buddhismo nella sua versione occidentale.
Posto che il buddhismo in quanto tale è e rimane una fra le grandi tradizioni religiose dell'umanità a cui la Chiesa cattolica guarda con rispetto (cfr. il n. 2 della Dichiarazione del Concilio Vaticano II Nostra Aetate sulle relazioni della Chiesa con le religioni non-cristiane, datata 28 ottobre 1965) e con cui intraprende il dialogo interreligioso, occorre però rilevare che alcune idee circa il buddhismo diffuse all'interno del mondo di chi «crede senza appartenere» corrispondono a visioni poco realistiche rispetto alla vera essenza del buddhismo storico e delle sue attuali incarnazioni in vari filoni e scuole saldamente radicate alla loro tradizione originaria. Di seguito, ci limitiamo ad esporre schematicamente alcuni «punti critici» che riguardano tale visione, spesso non adeguata, del buddhismo in Occidente.
a) Una delle idee notevolmente diffuse all'interno della
galassia del believing without belonging e alternativa
alla visione cristiana dell'uomo, imperniata quest'ultima sulla
prospettiva escatologica della resurrezione e della vita eterna
a cui la creatura umana - per i meriti di Gesù Cristo -
è destinata, è costituita dalla dottrina della reincarnazione
per cui, dopo la morte, l'anima transita da un corpo a un altro
o da una forma di esistenza ad un'altra. Se da un lato l'idea
reincarnazionista indica l'interesse dei nostri contemporanei
- pur confusi - per il destino della persona e per la vita dopo
la morte e, come tale, richiama la pastorale cattolica alla necessità
di fornire risposte chiare su «che cosa c'è dopo
la morte», dall'altro va notato che il buddhismo (e, peraltro,
pure l'induismo) in ultima analisi auspica il superamento e l'uscita
dell'uomo dalla ruota della vita e della morte (samsara) attraverso
il cammino delle «quattro nobili verità», vero
perno dell'antropologia buddhista. Secondo esse, passando per
la constatazione che
(1) la vita è sofferenza (dukka) e
(2) la causa della sofferenza è l'azione (karma); si ammette
(3) l'esistenza uno stato al di là della sofferenza cui
si accede eliminando la sua causa ultima, l'ignoranza, questo
stato è chiamato nirvana (uno stato di vita ultraterrena
al di là della sofferenza e della morte, si tratta di uno
stato di quiete consistente nell'eliminazione di ogni realtà
concreta in quanto transitoria e dolorosa, sulla sua natura esistono
peraltro controversie fra le varie scuole); per giungere, infine,
alla convinzione per cui
(4) è possibile superare l'ignoranza attraverso l'etica,
la meditazione e la saggezza. Risulta piuttosto evidente come
la dottrina della reincarnazione tipica delle scuole buddhiste
tradizionali sia molto diversa dalla visione edulcorata diffusa
in Occidente sulla scia delle interpretazioni di sedicenti esperti
e mass-media, che pare piuttosto ricalcare la formula del «Ritenta
e sarai più fortunato» di molti concorsi a premi.
Sic stantibus rebus, viene da pensare che, prima di abbracciare spiritualità di bassa lega ed esotiche dottrine, che oltretutto rappresentano solo la versione occidentale e non veritiera di antiche e radicate credenze orientali, il «popolo del credere senza appartenere» dovrebbe innanzitutto imparare a conoscere e valorizzare il patrimonio dottrinale della Chiesa cattolica circa la salvezza e il destino ultraterreno dell'uomo.
b) Un secondo e ultimo aspetto del buddhismo che vale la pena di richiamare è legato al luccichio di flash e al clamore mass-mediatico che si crea intorno alla figura di Tenzin Gyatso, il XIV Dalai Lama, di cui sono testimonianza anche le sue visite in Italia. Per quanto i paralleli con il Papa cattolico risalgano già a missionari seicenteschi e siano duri a morire, il Dalai Lama, nonostante il suo più ampio potere politico (sopravvissuto all'invasione cinese e all'esilio dei tibetani dalla loro terra), non è propriamente il leader religioso di tutto il buddhismo né tanto meno di tutto il buddhismo tibetano, ma del «sistema» geluk. Tuttavia, tutte le scuole buddhiste ne hanno grande rispetto e lo stesso Dalai Lama è emerso come il principale ambasciatore del buddhismo, non solo tibetano, nel mondo. In questa situazione, egli mantiene la delicata posizione di chi deve cercare da una parte di non perdere il contatto con le peculiari e millenarie tradizioni tibetane, dall'altra di presentare la religione buddhista in una forma «modernista» accettabile agli occidentali. In un editoriale comparso sull'Avvenire del 25 ottobre 2003, Lucetta Scaraffia si sofferma su un'affermazione dello stesso Dalai Lama, il quale è intervenuto per invitare gli europei di matrice cristiana a non convertirsi al buddhismo, evidenziando il fatto che l'esito di questa conversione è spesso fallimentare. Se, a fronte di quanto sopra abbiamo accennato, potremmo essere grati al Dalai Lama per la sua affermazione, non possiamo mancare di notare come lo stesso - probabilmente - ceda talvolta alla tentazione modernista, in ciò affiancato da altri esponenti del buddhismo tibetano come Lama Gangchen Tulku Rinpoche, fondatore e ispiratore di vari centri anche in Italia. Ne è prova un recente testo scritto a quattro mani da Tenzin Gyatso con lo psicologo Daniel Goleman (Emozioni distruttive).
Liberarsi dai tre veleni della mente: rabbia, desiderio e illusione, Mondadori [Milano] 2003), autore di bestseller internazionali, fondatore della teoria dell'«intelligenza emotiva» e formatore di manager, imprenditori e dirigenti, il cui pensiero, per la verità, ricalca teorie vicine a quelle sostenute dagli ambienti della programmazione neurolinguistica e comunque catalogabili con l'etichetta di Next Age. L'apertura del Dalai Lama verso le «moderne» teorie psico-spirituali del mondo occidentale che emerge dal succitato volume finisce senza dubbio per aprire un ampio capitolo, per qualche verso problematico, circa l'identità che il buddhismo sta assumendo sulla scena religiosa e sociale in Occidente, talora presentandosi come appendice vagamente spirituale accanto a tecniche più o meno scientifiche che in qualche modo finiscono semplicemente per dimostrare il valore non religioso ma prettamente psicologico dell'accostamento buddhista alla realtà. C'è però qualcosa di più: lo sforzo di occidentalizzare il buddhismo trasforma certamente lo stesso in una moda spirituale fra le più allettanti e popolari e così il Dalai Lama si trova sempre più spesso chiamato a presenziare in salotti mondani e ad affiancarsi a VIP che nella religione di cui Tenzin Gyatso è un importante esponente non vedono molto di più che una moda, una filosofia e uno stile di vita destinato a semplicemente a dare pace, salute e serenità interiore, calma e rilassatezza. A questo accostamento, tutto lustrini e cocktail, sembra adattarsi perfettamente un'espressione coniata qualche anno fa da Massimo Introvigne, quella di «buddhismo-champagne», ovvero della religione di chi appare più impegnato a soddisfare il proprio narcisismo umano e spirituale piuttosto che a trovare la vera risposta ai perché della sua vita. Risposta che per il cattolico trova naturalmente solo in Gesù Cristo,Via, Verità e Vita (cfr. Giovanni 14,6).
Andrea Menegotto
Bibliografia:
Donald S. Lopez Jr., Il buddhismo tibetano, Elledici, Leumann
(Torino) 2003.
- Massimo Introvigne, Buon viaggio Dalai Lama, disponibile sul
sito del CESNUR - http://www.cesnur.org/testi/dalai_02.htm
- Andrea Menegotto, Scoop: il buddhismo è un fenomeno occidentale,
in il Domenicale, anno 3, numero 1, 3 gennaio 2004, disponibile
sul sito del CESNUR - http://www.cesnur.org/2004/menegotto_domenicale.htm