Caro Padre Aldo,
mi è capitato tra le mani un bollettino parrocchiale che riportava questa preghiera fatta da un giovane ai funerali di un amico morto a causa di un incidente: "Grazie Signore per il dono di questo amico, anche se non siamo riusciti a capire perchè lo hai chiamato a Te".
Le chiedo, Padre: può Dio chiamare a Lui per mezzo di un incidente o di una malattia di cui spesso siamo corresponsabili se non colpevoli? E in nome della fede è giusto vedere che sia sempre per sua volontà?
Padre, cosa è per lei il destino? Perchè c'è chi ha un destino buono e chi no?
Grazie per le risposte ai miei interrogativi, sui quali come sempre, troverò aiuto e conforto per la mia vita quotidiana, ma soprattutto un modo sereno di ascoltare e rispondere a mia volta alle domande degli amici.
Ho gustato tanto la prima parte della omelia del 30 aprile riguardante la Risurrezione di Gesù. Che gioia pensare dopo la morte a questa nuova dimensione!
Grazie.
Cordiali saluti.
Gentile sig.ra Clite C.,
rispondo alla tua del luglio 2000. La preghiera del giovane da te citata ("Grazie Signore per il dono di questo amico, anche se non siamo riusciti a capire perchè lo hai chiamato a Te"), è dentro alla teologia del Vecchio Testamento ed è preghiera non cristiana. Il Dio di Gesù avrebbe potuto rispondere al giovane: "Io non chiamo nessuno a me (nel senso di far morire); chiamo, invece, tutti a trasmettere e a custodire, nel segno della razionalità, la propria vita e, soprattutto, a finalizzarla attimo per attimo; perchè nessuno conosce il giorno o l'ora o il modo del tramonto". A questa risposta immediata, faccio seguire, ora, un'argomentazione articolata che ho espresso in una mia opera (Quale Vocazione?) pubblicata presso la Libreria Editrice Fiorentina nel 1982, p.243 e ss.
E' così venuto il momento di affrontare il tema della ricerca scientifica come 'preghiera' comunitaria. Cominciamo col prendere qualche piccola rincorsa. Un giorno Tobi - racconta la Bibbia -, tornando a casa affaticato dalla sepoltura degli israeliti uccisi, si distese sotto il muro di un cortile e si addormentò. Mentre dormiva, da un nido di rondini (o di passeri) gli cadde sugli occhi dello sterco caldo, che lo rese cieco. Ecco un impatto 'doloroso' fra un teista (Tobi) e alcuni esseri del cosmo (rondini o passeri) creati da Dio. Ed ecco la spiegazione teologica di tale impatto: 'Il Signore permise che questa prova colpisse Tobi perchè le generazioni future avessero in lui un esempio di pazienza come quello del santo Giobbe'. Tobi è degno di menzione perchè di fronte a un evento 'doloroso', non mette in dubbio l'assistenza divina sull'uomo: in Dio, anzi, trova la sua pace. Ma non si può accettare la tesi che Dio abbia permesso quella prova a titolo esemplificativo. Quell'evento, semmai, deve insegnare agli altri (alle generazioni future) che non bisogna mai dormire supini sotto un muro in cui nidificano o possono nidificare le rondini o i passeri, senza almeno coprirsi gli occhi. In questo episodio la cecità di Tobi non è 'pensata' come 'castigo' (ognuno ricorda ciò che dice padre Cristoforo mostrando a Renzo don Rodrigo colpito dalla peste: 'può essere castigo, può essere misericordia') [1](279), bensì come 'esempio'. E tuttavia uno spurio coinvolgimento di Dio in eventi di questa specie rischia di far perdere al teista lo slancio euristico epistemologico; non solo relativamente all'incrociarsi di finalismi asimmetrici (l'occhio, per es., è fatto per vedere; lo sterco di rondine, forse, per fertilizzare la terra); ma anche relativamente alle imperfezioni della natura, come risulta, per es., nella cecità per nascita. Le rondini sono state create prima dell'uomo e l'uomo deve dare ad esse un 'nome', deve cioè scoprirne i finalismi, specie quelli che non concordano con i suoi. Il cosmo è anteriore - e forse sarà posteriore - all'uomo, dunque viaggia lungo una 'direttrice' non perfettamente concordata con quella dell'uomo. Gesù ha detto una parola chiave su questo problema: 'Dio fa piovere e sorgere il sole sui buoni e sui cattivi'; Dio veste i 'gigli', ma non l'uomo, perchè l'uomo è un essere intelligente e può vestirsi da sè. C'è di più: i ' finalismi ' della natura hanno un loro ritmo implacabile e non guardano in faccia a nessun tipo d'uomo; ma l'uomo - in ciò la sua origine divina - può guardare in faccia ('conoscere') le vie della natura. Il teista è proclive a pensare Dio come 'provvidenza' che opera dall'esterno degli eventi, mediante il miracolo. Forse sta qui il suo 'errore' teologico. Ma procediamo con cautela.
Un giorno i Delii interrogarono l'oracolo sulla via da seguire per ottenere la liberazione dalla peste. Apollo ordinò di duplicare il volume dell'ara esistente nel suo tempio. Gli architetti, non sapendo come costruire un cubo di volume doppio di un altro, si rivolsero a Platone. Il filosofo rispose che il 'dio' non aveva bisogno di un altare dal volume duplicato; ma che voleva indurre i greci a non più trascurare lo studio delle matematiche e a considerare con maggiore attenzione la geometria. La peste non si vince 'pregando' in maniera fatua gli 'dèi', ma studiando. La vera 'preghiera' cioè non è il 'rito', ma lo studio. Per debellare la peste occorre spingere a fondo la conoscenza scientifica del cosmo, fino a scoprire ciò che è male e ciò che è bene per l'uomo. I Delii si sarebbero liberati da quel flagello non innalzando altari agli 'dèi', ma conoscendo, per così dire, la struttura 'geometrica' della materia in quanto partecipe delle idee eterne. Il teista vede Dio dietro le cose e si esalta osservando le 'bellezze' e le 'armonie' del creato. Poi ha delle sorprese come nel caso dei terremoti o delle epidemie o delle malformazioni. Allora introduce l'idea di 'castigo' o di 'premio' o di 'esempio'; mentre la sua fede in Dio dovrebbe anzitutto fargli intendere che non esiste felice concordismo fra sè e il cosmo e che bisogna far qualcosa di 'pratico' affinchè i finalismi umani perfetti (come per es. un corpo sano) non incontrino altri finalismi perfetti (come per es. i virus o i veleni), volti ad attuare disegni che ci sfuggono a motivo della nostra 'ignoranza'.
Per Lucrezio Caro l'uomo deve prendere coscienza della sua condizione di reietto, per ricercare in sè, nella propria ragione, l'unica possibile salvezza; e per liberarsi dal timore della morte e dell'ira divina, se è vero che il teista attribuisce agli 'dèi' il 'castigo' del male fisico. Vita e morte fanno parte di una eterna vicenda cosmica. Un 'dio' o gli 'dèi' non possono reggere con salda mano le redini possenti dell'infinito universo: anche il nostro mondo andrà in sfacelo, compresa la 'memoria' della nostra storia baldanzosa. Unico oggetto degno dello sforzo umano è la conoscenza delle leggi eterne da cui dipende la pace dello spirito. Nè il cosmo nè la storia sono regolati dalle divinità. Ciò che vediamo - la natura - è sufficiente per dirci che non siamo di fronte ad 'opera divina' e che non è fatta per l'uomo, tanti sono i difetti e le insidie. Tra le cause di infelicità troviamo il falso progresso, la proprietà, le armi, le mura, le deviazioni non necessarie della natura. E la religione? Vera e legittima è l'idea degli 'dèi', ingiustificato il terrore superstizioso che muove dalla considerazione di fenomeni atmosferici di cui si ignorano le cause fisiche. Ridicolo l'ammiraglio che chiede, pavidamente, pietà agli 'dèi'. Cicerone ricorda i prodigi che avevano preannunziato la congiura di Catilina, ma ciò è sfruttamento della religiosità popolare a fini politici.
Il popolo ateniese è immerso nelle tenebre della disperazione per l'infierire della peste. Ebbene - osserva Lucrezio - il male naturale, a cui non reca sollievo la medicina, dice quanto sia precario il progresso, se non è sostenuto dalla saggezza. Il terrore della morte fa esplodere tutti gli egoismi personali e riporta l'umanità verso la vita ferina. Solo l'equilibrio spirituale, fondato sulla conoscenza della natura, può portarci a una morte serena; e anche il dolore, non aggravato dall'errore e dalla follia, diviene tollerabile. La pars destruens della filosofia di Lucrezio, relativa alla religione naturale, può essere assunta - come fu assunta - dal pensiero cristiano. Ma il teista cristiano non può accettare la pars construens di quella filosofia, perchè chiude l'uomo, e tutto il cosmo, nel ciclo senza speranza dell'eterno ritorno.
Lucrezio non prevede la preghiera cristiana come fondamento della ricerca scientifica e come impegno congiunto di Dio e dell'uomo. Nella visione cristiana del mondo, infatti, Dio si fa uomo e comincia ad operare 'miracoli' non tanto per debellare il 'male fisico' - in sè inesistente - quanto per allarmare la nostra ignoranza e la nostra pigrizia. Egli intende cioè sospingerci verso una conoscenza rigorosa di tutti i finalismi esistenti, allo scopo di mantenerli ognuno nel proprio universo evolutivo. Non è cattiva in sè la zizzania; è male, invece, che essa venga seminata in mezzo al frumento. Non è cattivo in sè il frutto dell'albero proibito - esso deve seguire un finalismo indicatogli da Dio - ma è male che venga mangiato dall'uomo. Il 'male' si instaura, dunque, in un rapporto in cui si incrociano - spesso per ignoranza colpevole - finalismi eterogenei.
Per Lucrezio la conoscenza della natura dovrebbe convincere l'uomo - in ciò la saggezza - a non ribellarsi alle ferree leggi della materia. Il cristiano sa che non esistono leggi 'ferree' perchè sa che deve dominare e coltivare l'universo; e perchè sa clic la preghiera, intesa come conoscenza del pensiero di Dio innervato nelle cose o come richiesta di forza interiore per applicarsi a tale conoscenza, può debellare i mali che affliggono il suo corpo meraviglioso. Nelle Litanie dei santi si chiedeva, e si chiede ancora, a Dio la liberazione 'dalla peste, dalla fame, dalla guerra'. Come se tale liberazione potesse essere operata da Dio mediante un intervento di tipo estrinseco e 'miracoloso'. Forse ci conviene credere che quei tre 'mali' dipendono da noi, nel senso che non conosciamo a sufficienza il mondo dei virus, il significato del lavoro, la struttura della psiche. E ciò a causa di una descolarizzazione volontaria, essendo stato il primo peccato un rifiuto del magistero di Dio che invitava, appunto, l'uomo a distinguere fine da fine e a iniziare la conquista della creazione. Siamo dunque noi il locus in cui Dio interviene, vuoi per farci diventare più svegli, vuoi per spingerci alla ricerca mediante il dono dell'intelletto e della grazia. Il buon vescovo anglicano George Berkeley vedeva nella teoria della gravitazione di Newton - e quindi nel successo della nuova scienza - una seria competitrice della religione, anzi 'una prova della capacità dell'intelletto umano di scoprire, senza l'aiuto della rivelazione divina, i segreti del nostro mondo, la realtà nascosta dietro l'apparenza'. Il cattolico Giovanni Boccaccio diceva che la peste del 1348 fu dovuta 'o per operazione dei corpi superiori o per le nostre inique opere da giusta ira di Dio a nostra correzione'. Ebbene, no: la peste fu dovuta alla nostra ignoranza, alla poca conoscenza dell'opera di Dio (l'universo) e delle sue leggi. La peste infierì perchè nè i teisti, nè gli epicurei antiprovvidenzialisti, si applicarono alla conoscenza dei mondo visibile. Gli uni non vi si applicarono perchè sordi alla voce di Dio, gli altri perchè sostanzialmente fatalisti. Gli uni, infatti, si diedero a promuovere processioni e riti religiosi per sollecitare Dio a intervenire dall'esterno del sistema. Gli altri si ritirarono in un bel palazzo, in compagna, per raccontarsi novelle utili ad alleviare le pene degli 'infelici amanti'.
E resta da fare una precisazione. Qualora riuscissimo a liberare l'uomo da tutte le malattie, dovremmo comunque fare sempre qualcosa per rendere stabile la conquista. E così si riproporrebbe ciò che, forse, è già accaduto. Se l'uomo non avrà ottenuto una concomitante vittoria 'spirituale' su se stesso, si ripresenterebbe alla sua attenzione un precetto divino: 'Questo potete mangiare, questo no'. E se qualcuno cominciasse a disubbidire, saremmo da capo. Questa ipotesi, di carattere deduttivo, rende assai probabile la tesi che attribuisce al 'peccato' la introduzione del male nel mondo. La disobbedienza è una deviazione dai finalismi e Dio, in questo genere di libere scelte, non conosce l'intervento 'miracolistico' dall'esterno delle cose. Dio sembra conoscere soltanto il miracolo estrinseco dell'invio di un Redentore che tenta congiuntamente la guarigione del 'peccato' (perturbazione dello spirito) e degli effetti del peccato (perturbazione dei finalismi). Con paradossale ironia si potrebbe dire che la morte è già stata sconfitta da Cristo risorto, mentre a noi resta il compito di sconfiggere gli effetti temporali del peccato. Il post mortem è in buone mani, il di qua è nelle nostre mani e cioè nel nous (intelletto) e nella meta-nous (metànoia).
E se il cristiano ricorre alla preghiera intesa come 'linguaggio dell'anima', lo fa appunto per tenersi unito - in ogni tempo storico - a chi trascende la storia e gli dà la speranza-certezza di non essere candidato al nulla. La saggezza predicata da Lucrezio insegna a stringere i denti con dignità di fronte all'ineluttabile corso della natura, in attesa che il processo spontaneo della evoluzione ordini le cose al meglio [2](288). La preghiera cristiana allunga la mano a Colui che può sottrarci al regno della sofferenza, sia insegnandoci, come singoli a impiegare quella ancora esistente, sia stimolandoci, come comunità, ad applicarci allo studio e alla ricerca scientifica, per conoscere sempre meglio i confini esistenti fra i nostri finalismi e quelli di tutta la realtà che ci circonda. La Fede può rendere il credente 'superiore' alla sua malattia; ma per combattere la malattia, più che 'contemplare' Dio occorre ubbidire ai suoi comandi. Il cristiano andrà molto cauto nel ripetere a chi è nel laccio della malattia: 'Nella tua sventura Dio ti ama'. Forse potrà dirgli: 'Questo male non corrisponde al Suo disegno d'amore'. Ma non gli dirà: 'Vedi nella tua malattia una prova'. Gli dirà, invece, con maggiore sicurezza: 'La tua malattia è una carenza dovuta alla nostra ignoranza dell'opera di Dio e alla nostra generale stoltezza tutta volta al godimento delle cose prima che alla loro conoscenza. Dio ha già fatto la sua parte, prima dandoci il logos e poi mandandoci il Logos; in ciò il Suo amore per noi. Se non siamo ancora vittoriosi sulla malattia, tu che sei un soccombente, mantieniti almeno unito a Lui per trovare la forza di tenerti al di sopra della sofferenza, nella serenità dell'anima'. E a chi è più maturo si potrebbe dire: 'Offri la tua sofferenza a Colui che ha sofferto liberamente, perchè solleciti i credenti in Lui a esplorare i finalismi dell'universo tutto e a ubbidire a un disegno d'amore che conosce il miracolo della conversione alla preghiera come ricerca scientifica e non il miracolo della bacchetta magica che sospende le leggi della natura'
Nella visione stoica l'uomo ideale - se mai apparisse direbbe: 'Sia fatta la tua volontà'; e andrebbe incontro alle intenzioni del Destino con gioia. Ma il saggio stoico pensava che la peste fosse una volontà divina, il cristiano no. Il 'fiat voluntas Tua' di Cristo non riguarda la sopportazione di una malattia - sarebbe adeguamento già previsto dalla teologia stoica - bensì l'accettazione di sacrifici da compiere per attuare la redenzione dell'uomo. Gesù, infatti, è crocifisso; non è disfatto dalla peste o dal cancro. Gesù soffre e muore per attuare un disegno; noi, morendo di malattìa, soffriamo a causa di un limite di cui siamo gli autori e da cui non siamo ancora stati capaci di liberarci.
Ma Gesù dice anche come stanno le cose. Dopo la 'caduta' [3](289) l'uomo è un reietto di fatto non di diritto; perchè Dio comincia a chiamarlo prima mediante il logos e la profezia, poi mediante il Logos fatto carne. Il teista ama pensare Dio come l'Onnipotente che opera nella storia a colpi di miracoli 'mitologici', ora mettendo in fuga, ora distruggendo, ora ordinando di distruggere i suoi nemici atei o non abbastanza teisti come lui. Dio, invece, è all'opera da sempre per unire gli uomini e per canalizzare i loro progetti di conquista in direzione 'cosmo'. Ogni 'religione' che in un qualche punto della sua storia presenta un 'Dio con noi' alla testa di un esercito è una religione deviata. E la natura - dentro alla quale è compreso anche l'Eden - non è in gratuito concordismo con l'uomo, a motivo di un disegno originario, crediamo, e non a motivo di una caduta.
Per l'uomo, invece, fu uno shock accettare l'idea che la natura era molto più antica di lui. Non dimentichiamo che fino al sec. XVII vi era perfetta coincidenza fra storia della terra, dell'umanità e dell'universo. L'uomo nel disegno creativo pare chiamato, tuttavia, a essere ordinatore di finalismi. Il teista è colui che si assume il compito di dare un senso 'divino' all'universo [4](290). Gesù è all'opera, appunto, per far emergere il 'Regno'. Egli, per es., non oppone alle 'malattie' la preghiera di domanda ma il 'miracolo' e interviene, così, nel profondo della materia per correggerla nelle sue 'carenze'.
I 'miracoli' sono utilizzati dagli evangelisti per far risaltare la potenza divina di Cristo oppure rappresentano una indicazione pedagogica, una specie di addestramento, a insistere in quella direzione? La 'religio' ama porsi come 'mediazione' tra Dio e il dolore umano, facendo leva sulle possibilità statistiche dei 'miracolo'; mentre la vera 'mediazione' è la conoscenza del disegno di Dio, mediante la preghiera eretta a 'ricerca scientifica'.
E' venuto il momento di misurarci con il passo di Giovanni, 9; relativo alla guarigione del "cieco nato". 'Nè lui ha peccato, nè i suoi genitori - risponde Gesù -, ma è così perchè siano manifestate in lui le opere di Dio'. Gesù rifiuta la tesi dei discepoli che faceva derivare la cecità da peccati commessi dall'individuo nel seno materno o dai suoi genitori. Se la cecità fosse un "castigo", allora bisognerebbe trovare un "colpevole". Nè è pensabile che Dio - come appare dalla lettura del racconto - abbia fatto nascere cieco quell'individuo per manifestare in lui - a titolo di cavia - la sua opera "miracolosa". Bisognerà, invece, impostare diversamente il problema. Le cose stanno così a motivo di un perchè causale (perturbazione di finalismi) cui bisogna 'fare la guardia '. Da qui lo spazio per un perchè finale che manifesti l'opera di Dio. La quale "opera" non consiste nel far nascere uno cieco allo scopo di dargli la vista, ma nel guarire una cecità dovuta a una natura carente e quindi evolutivamente perfettibile mediante la presenza congiunta del logos umano [5](293) e del Logos divino. I "miracoli" di Cristo -ripetiamo hanno il valore di un addestramento didattico. Ebbene si immagini quante "malattie" - e quindi quanti malati potrebbe guarire un Ordine religioso che si dedicasse, per fede, alla ricerca scientifica. Sarebbe questo un miracolo superiore a tutti quelli fatti da Cristo perchè renderebbe possibili quelli che Cristo stesso ha previsto per i suoi discepoli. Il vero"miracolo" dell'uomo spirituale consiste nell'applicarsi allo studio dell'opera di Dio per farvi esplodere ciò che in essa vi è di divino. Il vero pensiero di Dio, forse, è racchiuso nel 'libro dei mondo' da Lui creato; mentre nelle Scritture - e non in tutte - c'è solo un abbozzo di codice etico. Un fatto sembra tuttavia certo: Dio ha prima creato e poi parlato. Siamo, dunque, imperfetti nell'ordine fisico e nell'ordine morale. Occorre intraprendere un'opera dì bonifica che morda sulle due imperfezioni. Attenzione! Appartiene alle imperfezioni della natura anche l'unione fisica dell'uomo e della donna; perchè rischia di mescolare finalismi eterogenei come nel caso, per es., della talassemia o anemia mediterranea. La coppia deve sapere come stanno le cose e diffidare di, un "amore cieco". E' meglio rinunciare a una unione foriera di sicure imperfezioni fisiche, anzichè cedere all'istinto della "bellezza" e poi progettare la soppressione del "mongoloide". Illudersi che Dio possa mettere rimedio, con un miracolo (di tipo estrinseco), alle nostre irrazionalità, è aver frainteso il Messaggio!
La cura degli infermi "comandata" da Gesù non deve essere soltanto un atto di amore al prossimo che soffre; ma soprattutto una lotta contro il male che affligge il prossimo. Il Gesùto di Francesco che bacia il lebbroso è indubbiamente la dichiarazione più vera dell'amore cristiano verso il prossimo emarginato anche dalla polis cristiana; ma rappresenta soltanto fi primo passo della "novità" cristiana. Io amo " qualitativamente " il lebbroso solo quando mi domando da dove viene, o che cosa è, la lebbra. Soltanto allora potrò cominciare a liberare il mio prossimo da una schiavit che coinvolge anche me.
Gesù "sgrida" la febbre oltre che assistere il febbricitante e alla donna "curva" dice: 'Sei libera dalla tua infermità'. Ama sì, certo, il prossimo il missionario che assiste eroicamente i lebbrosi fino a contrarne il morbo, ma il monaco di Telergo preferisce amare i lebbrosi intraprendendo lo studio scientifico del virus della lebbra per tenerlo lontano da tutti gli uomini fratelli. Bisogna sì assistere l'ammalato; ma è più urgente, forse, sgridare la malattia (294). Insistiamo: è buona cosa assistere i colpiti da "malaria" nell'agro romano; come è buona cosa, forse, pregare i loro santi protettori o dare benedizioni ai pagliericci; ma il culmine dell'amore cristiano consiste nell'identificare e nello "sgridare" l'Anopheles Maculipennis come fece, appunto, Gian Battista Grassi nel 1898. Si dirà: 'Allo scienziato non interessa tanto il prossimo, quanto la sua gloriosa carriera'. D'accordo, ma se i carpentieri dell'epoca di Noè costruiscono per danaro e per gloria, Noè lavora per costruire l'Arca! Di tutti i bambini morti nei secoli passati, prima dei tre anni, non possiamo dire: 'E' stata volontà di Dio'. Dobbiamo piuttosto dire: 'Illusione concordistica sullo status della natura', oppure: 'Concezione fatalistica di Dio e delle Scritture!'
Due notazioni finali:
1) Quando vado in treno, o in aereo, non prego mai il buon Dio perchè mi faccia tornare a casa sano e salvo; lo prego, invece, per dichiararGli la mia volontà di servirlo - stando unito a Lui - quale che sia l'esito del mio viaggio; ben sapendo che tale esito dipende da intelligenze finite e fallibili.
2) Attenzione a quella parola 'Destino'. Qualcuno ha detto che è 'Dio' in incognito. E' un residuo di teologia vetero-testamentaria, e cioè credere che dietro a ogni evento ci sia la mano diretta di Dio, con esclusione delle cause seconde - o, se ammesse, ammesse sotto la diretta direzione di Dio. Chiedersi poi se esiste un destino buono a fronte di uno cattivo, è come chiedersi perchè qualcuno è Caino e qualcuno Abele. I due sono tali non certo perchè Dio li ha fatti così.
E tuttavia debbo onestamente ammettere che - su questo tema - mi turba il passo di Giovanni, 17,12, in cui - relativamente a Giuda - si dice: 'Nessuno di loro è andato perduto, tranne il figlio della perdizione, perchè si adempisse la Scrittura. Perchè Giuda non risulti l'eroe di un copione scritto in Cielo, bisognerà tradurre il passo in quest'altro modo: 'Nessuno di loro è andato perduto, tranne colui che ha voluto perdersi, come è detto nella Scrittura'. Oppure bisogna ammettere che le parole non sono di Gesù, ma dell'evangelista.
[1] (279) Cf. I Promessi sposi, c. XXXV. Si veda anche il discorso del p. Felice nel Lazzaretto (c. XXXVI). Il cappuccino invita a benedire il Signore nella 'giustizia', nella 'misericordia', nella 'morte', nella 'salute', nella 'scelta' dei rimasti. E perchè la scelta? per avere 'un piccolo popolo corretto dall'afflizione e infervorato dalla gratitudine'; insomma per spingere a una maggiore carità verso il prossimo. Tutte programmazioni che, forse, non appartengono a Dio, ma alla nostra concezione di Dio.
[2] (288) Epicuro, e quindi Lucrezio, miravano a liberare l'uomo dal terrore degli Dei. Il quale uomo tendeva a pensare Dio come un essere che manda castighi. Essi vogliono presentare il mondo costruito su basi scientifiche, in modo da scoraggiare i fatui sentimentalismi dell'uomo "religioso". Per il teista autentico Dio è un sicuro alleato perchè è il promotore della liberazione dell'uomo. Per gli epicurei gli Dei non facevano nulla, tranne che dare spettacolo di una felicità ideale. La loro occupazione - nella parodia di Cicerone - consisteva nel ripetersi l'un l'altro: 'Come sono felice'.
[3] (289) Anche nella visione evoluzionistica dei mondo, Cristo è sempre "salvatore". Dirà Teilhard: 'E perchè - dato che non è stato per cancellare un peccato originale - Cristo avrebbe dovuto incarnarsi per farci fare questo salto qualitativo? Perchè l'evoluzione non è finita'. Egli ricorda poi 'quella prodigiosa operazione biologica che è l'Incarnazione'. E, infine, afferma che 'il male non è entrato nel mondo: vi è sempre stato, tessuto insieme con il bene della stoffa dell'universo, emergendo pian piano nel corso della evoluzione. Il Cristo risorto ha definitivamente vinto il male'. Nella visione scotista - lo ricordiamo - Cristo si sarebbe incarnato indipendentemente dalla "caduta" e allora sarebbe venuto non come salvatore "sofferente", ma come celebratore glorioso dell'umanità.
[4] (290) Gesù dichiara che ci sarà "una fine" dei mondo, una perturbazione cosmica definitiva, di cui, i credenti in Lui, debbono prendere coscienza per comportarsi in maniera adulta. Ciò dimostra - almeno indirettamente - che c'è 'un fine' dell'universo fisico diverso da quello dell'uomo. Ma se è vero che tutto si sfascerà è anche vero che ciò accadrà per dare origine a nuove perfezioni ('nuove terre e nuovi cieli'). Anche l'albero che si trasforma in mobile si annulla come albero, ma non come legno. E così il legno che si trasforma in fiamma, si annulla come legno ma non come energia. Ogni essere inferiore ricerca il suo "essere" in un essere superiore che lo riassume e lo celebra. Questa visione teologica dei mondo giustifica il pressante invito di Gesù a trafficare i talenti e a compiere "miracoli" di ogni specie per perfezionarci e per perfezionare.
[5] (293) 'La scienza dice che la nascita del mondo è stata ed è tuttora un processo di sviluppo in cui, anche mediante il lavoro dell'uomo, si liberano e si evolvono le forze che Dio fin dall'inizio ha posto nella creazione' (Cf. Libertà e legge di GIJS BOUWMAN, Bompiani, 1970, p. 39).