21 gennaio 2004
Caro Padre Aldo Bergamaschi,
Premetto che sono molto ignorante in materia e non solo, ma comunque ho letto sul suo sito della sua interessante idea dell'inferno, e a questo proposito mi sono posto una domanda che probabilmente molti si sono posti.
Come può un padre essere felice, diciamo in paradiso, sapendo che uno dei suoi figli carnali (io sono padre di quattro figli) e all'inferno? Sia che si tratti di un luogo o del nulla, è probabilmente uno stato in cui non regna nè amore nè felicità. Un padre normale desidera il bene per i propri figli; come farà Dio Amore (Padre di tutti) a districarsi da questo problema?
Certo Dio non obbliga nessuno all'Amore, ma è cosi alto il rischio dato dalla libertà che forse - come mi sembra alcuni dicono - ci sarà un'altra possibilità di scelta dopo la vita (senza l'influenza della debolezza umana). Giocarsi tutto in questa breve vita: gioia eterna, o pena, o nulla eterno, non e un po' sproporzionato? Forse chi non si sforza di amare sulla terra non lo farà neppure dopo, o chi non accetta (o meglio contesta) il dono della vita e quindi della morte (l'altro ladrone?) non accetterà mai l'Amore e contesterà in eterno il Creatore della vita?
Un ultimo pensiero: premesso che solo Dio conosce il cuore dell'uomo e la giustizia e la misericordia sono sue, il ricco epulone si accorge di stare male solo quando è all'inferno (come il giovane ricco nella difficoltà), ma straordinariamente è proprio lì che scopre un'attenzione verso i sui fratelli che forse non aveva mai sperimentato durante la sua vita. C'è forse una possibilità di sperimentare l'amore disinteressato all'inferno (al ricco non era stata data nessuna possibilità, perché darsi pena per avvisare altri?). E Lazzaro, se fosse nato nel casato del ricco, come si sarebbe comportato?
Probabilmente non ho capito molto, e non Le chiedo neanche di perder tempo per una risposta. Con simpatia
Stefano Pignedoli
Un paio di osservazioni per Stefano Pignedoli
E' vero che in questa vita (breve) ci giochiamo l'eternità. Questo spiega la venuta di Cristo nel mondo (la sua passione) e la sua urgenza nel ricercare la pecorella smarrita. Il Padre ci ama e il suo amore consiste nel mandare il Figlio a dirci che il tempo della misericordia ha un termine.
Il capitolo 25° di Matteo è uno scenario preoccupante ed è per i gentili, per coloro che non credono in Cristo; i quali non saranno condannati perché non hanno creduto in Lui, ma perché non hanno amato il prossimo.
La lezione vale anche per i cristiani i quali hanno trasformato il Cristianesimo (novità esistenziale) in una religione, incapace di salvare la storia come tutte le altre religioni. C'è la corsa al numero (egemonia); ma nulle sono le soluzioni dei problemi della convivenza.
Cordialmente
P. Aldo