Cosa ne pensava p. Aldo Bergamaschi del contrasto radicale fra
le due parabole raccontate da Gesù: quella dei talenti e
quella degli operai mandati nella vigna?
Lo spirito della prima, infatti, potrebbe ispirare
tranquillamente il Manifesto del Capitalismo, del mercato, della
competizione: a chi ha già tutto sarà dato ancora
di più, e a chi ha poco, sarà tolto anche il poco
che ha.
Lo spirito della seconda, invece, si adatterebbe benissimo
all’utopia socialista: a tutti il necessario, la condivisione
dei frutti dei talenti.
Credo che Dio sia buono ma non onnipotente; che la creazione
sia ancora in atto; che noi siamo le mani di Dio per costruire
il mondo, nella logica degli operai della vigna: il necessario e
la gioia a tutti. L’amore di Dio non è meritocratico, ma
gratuito come quello del figliuol prodigo.
A.M.
Da quello che abbiamo ascoltato e letto di p. Bergamaschi,
riscontriamo la convinzione che le due parabole si completino.
Proviamo a riassumere dai suoi numerosi scritti.
Gesù conosceva bene la natura della condizione umana e con
le due parabole le ha evidenziate, anche se separate, proprio come
è la nostra condizione. Forse non ci sono state spiegate a
sufficienza dalla Dottrina
sociale della Chiesa, dove essa è latitante (don
Mazzolari), e per ragioni di convenienza, si adegua a tutti i
sistemi, e così facendo non si supera mai l’“essere”
naturale, bisognoso di Logos divino.
Nella parabola dei lavoratori
della vigna, i lavoratori presi a ore diverse, hanno alla
fine della giornata avuto la medesima paga. Gli ultimi non erano
dei fannulloni, ma erano in attesa di essere invitati al lavoro, i
fannulloni semmai, vengono considerati nella parabola “dei
talenti”, ecco l’aggancio delle due parabole.
Il Padrone giusto -
parabola della vigna - dà a ciascuno la stessa paga,
cioè il necessario per vivere a misura d’uomo. Si fa
cioè giustizia secondo il criterio della
necessità. Gli operai della prima ora, che ricevono
la medesima paga degli ultimi, non si lamentano perché la
paga è insufficiente, ma perché è dato agli
altri come a loro. Essi hanno il gusto borghese del dislivello, e
per star bene hanno bisogno che qualcuno stia peggio di loro.
Nella parabola dei talenti, quello che ha poco, e gli sarà tolto anche il poco che ha,
è colui che dice al Signore: so che sei un uomo duro…, non vuole credere in
Lui, e per questo non raggiungerà mai lo zoccolo minimo,
cioè il proprio “essere uomo”, di fronte al giudizio di
Dio. È proprio dall’attuazione e dalla messa in atto dei
talenti ricevuti, che si producono i frutti per una giustizia fra
tutti, perché tutti daranno tutto a tutti.
Altrimenti avremmo la disparità sociale e morale,
l’isolamento dei meno dotati come voluto da Dio. Ed è
proprio perché Gesù-Dio non è meritocratico
che pronuncia la parabola dei talenti, considerata la creazione
imperfetta. È vero che i talenti non sono equamente
distribuiti, infatti, anche Aristotele negava l’attributo di
creatore a Dio, gli concedeva solo il merito del “moto”, essendo
la creazione imperfetta, non voleva imputare a Dio la colpa delle
tante sofferenze umane. É vero allora che la creazione
è ancora in atto.
Quindi, il problema si risolve pensando ad una Creazione come Evoluzione,
affidando il compito all’uomo di perfezionare la natura umana,
tramite il pensiero-logos-umano, con l’adesione all’invito del
Creatore concretizzato dal Messaggio cristiano: “Logos” (Parola di
Dio). Per questo Gesù è venuto, ed in questo senso
è Salvatore.
Il cristiano deve proporre una terza via (p. Bergamaschi la vedeva
in “Telergo” un sistema in cui la produzione del capitale, viene
sottratto al dominio di Mammona, cioè alla logica del
profitto economico) in modo da non scomodare il capitalismo (che
è in ciascuno di noi) o il socialismo (progetto umano
falsificabile, teorema di Kurt Gödel: Non esiste sistema umano conosciuto
che sia in grado di giustificare se stesso), ma
l’attuazione del Suo Messaggio per conversione, capace di produrre
la ecclesia.
Speriamo di avere chiarito con il pensiero di p. Bargamaschi,
rendendo anche giustizia alle due parabole. In questo periodo si
sente parlare di “partito di cattolici”, se tali sono – e sono
sempre stati in maggior numero a governare nella Repubblica
italiana – dovrebbero tenerefinalmente conto delle due parabole di Gesù, visto
la grande necessità di giustizia.