Pasqua nell'arte



La Pietà è il capolavoro che Michelangelo scolpì nel 1498-99, all'età di 22 anni, per una cappella della Basilica di San Pietro, ed èl'unica opera firmata in modo visibile dall'artista.

Vasari racconta nelle “Vite dei più eccellenti pittori et scultori da Cimabue insino a' tempi nostri” che un giorno Michelangelo sentì alcuni intenditori d'arte che lodavano la sua opera attribuendola, però, allo scultore Cristoforo Solari, detto il Gobbo, all'epoca abbastanza noto.

Michelangelo si sarebbe allora indispettito e, tornato di notte nella Basilica, scolpì sul nastro che orna la veste della Vergine "Michel. Agelus. Bonarotus. Florent. Faciebat.". Tale firma pose fine alle false attribuzioni e rivelò al mondo il giovane artista di cui un cardinale francese ambasciatore a Roma aveva intuito il grande genio, assegnandogli tale incarico.

Il tema di Cristo morto adagiato in grembo alla Madonna deriva dall'arte gotica del nord Europa. La perfezione di ogni particolare è assoluta; da qualsiasi angolazione la si osservi si ha la sensazione di una composizione vivente e non imprigionata nel marmo. Un assoluto equilibrio di bellezza fisica e spirituale: la Vergine tiene in grembo Cristo morto come se fosse un bambino che dorme ed è giovane come nel momento della Sua nascita.

In seguito all'attentato di un folle nel giorno della Pentecoste del 1972, che danneggiò il naso, l'occhio e il braccio della Vergine, e al delicatissimo restauro, la Pietà non può più essere ammirata in tutta la sua completezza. Oggi è protetta da misure di sicurezza eccezionali che di fatto tengono i visitatori a una distanza di 6 metri dal gruppo marmoreo.

Queste splendide fotografie in bianco e nero sono state scattate nel 1964 quando la Pietà fu temporaneamente trasferita a New York in occasione dell'Esposizione Universale. Esse rivelano particolari difficili da ammirare come la riga sulla fronte della Vergine a rappresentare la presenza del velo, il suo sguardo dolcissimo e l'abbandono del volto di Cristo, ora sofferente, ora sereno, ora sorridente impossibile da ammirare nella statua per la sua posizione reclinata.



La Pietà di Michelagelo nasce su un blocco di marmo scelto personalmente nelle cave di Carrara, dove l'artista rappresenta le figure isolate della Vergine Maria che tiene in grembo il corpo di Cristo appena deposto dalla croce, secondo un'iconografia che, in quel periodo, aveva trovato largo consenso al di là delle Alpi.

Alta 1.74 cm, la Pietà di Michelangelo presenta forti particolari anatomici e nelle finiture dei panneggi, con effetti di traslucido accentuati dal modo in cui la luce sembra carezzare le superfici marmoree.

Una delle cose che maggiormente sorprende nella scultura è l'aspetto estremamente giovanile che l'artista volle dare al volto della Vergine Maria; questa scelta, vivamente criticata dai contemporanei, trova giustificazione nel carattere astratto della composizione.

Nelle intenzioni dello scultore, la Madonna rappresenta probabilmente l'intera umanità e come tale, usando le parole della "Divina Commedia" di Dante, ella è "Vergine Madre, figlia di tuo figlio".

Dalla figura del Cristo sono assenti i segni della Passione, Michelangelo, infatti, non persegue la rappresentazione oggettiva della morte ma manifesta la propria visione religiosa nel volto abbandonato e tuttavia sereno del Figlio a testimonianza della comunione fra uomo e Dio sancita con il sacrificio del Salvatore.

Si racconta che Michelangelo, non solito a firmare le proprie opere, dopo aver casualmente sentito alcuni visitatori lombardi dire che la Pietà era opera di Gobbo di Milano, sia entrato la notte stessa nella Basilica di San Pietro, ed abbia inciso sull'opera la scritta: "Angelus Bonarotus Florentinus Faciebat".

La scultura fu collocata nel 1499 d.C. nella Cappella di Santa Petronilla in San Pietro, dove rimase fino al 1517 d.C. quando venne spostata nella Sacrestia vecchia.

Dal 1749 d.C. l'opera occupa l'attuale collocazione ed ha abbandonato la Basilica di San Pietro solo per essere ospitata nell'Esposizione Universale di New York dal 1962 al 1964























La campana suona ancora – i rintocchi del venerdì,
il venerdì più triste – che ci sia nella storia,
il venerdì più santo – che ci sia stato al mondo,
giorno della tragedia – della gran disperazione,
della grande incomprensione – d’un mondo che si rivolta
contro il suo creatore. – E tuo Figlio, tuo amore,
ha pagato per tutti – come se avesse torto.

Madre, tuo Figlio è morto! – Da sto pezzo di marmo
senza veder ti guarda, - gli occhi suoi sono spenti,
pare quasi ti dica – che più non può parlare.
Dorme sulle tue braccia – d’un sonno senza fine,
né più si sveglierà; - bianco come candela
di cera trasparente, - una candela spenta,
che alcuna fiamma o fuoco – potran mai riaccendere,
che alcun soffio d’amore – mai potrà far rinascere.

Madre, tuo figlio è morto! – Ti resta sol che piangerlo.
Il figlio che hai portato, - il sol ch’hai allevato,
il solo bimbo bello – che mai ci fosse al mondo,
con gran delicatezza – è stato poi staccato
di sopra a questa Croce – che domina severa
la cima del Calvario. – Te l’han reso,…ma morto!

Sospinti del rimorso – gli amici son tornati.
Dopo averlo tradito – e pure abbandonato,
senza muovere un dito, - in mano ai suoi nemici,
or che lo vedon morto – riprendono coraggio,
e voglion riparare – la gran vigliaccheria
d’averlo lasciato solo – a morir tutto nudo
in mezzo a due ladroni – sopra una dura croce,
senza uno straccio addosso, - sotto gli occhi di mamma.

In un lenzuolo nuovo – posano il Corpo Santo.
Le sante donne in pianto – gli fanno la toeletta
che deve farsi ai morti – prima di seppellirli.
Con l’olio e con la mirra – lavano le sue piaghe,
asciugano quel sangue – che ha versato per noi.
Giuseppe d’Arimatea – con quattro o cinque amici
depone con amore – il corpo martoriato
su pietra dura e fredda – della tomba di famiglia.

La notte scende presto, - tutti han premura e corrono,
per non dover far tardi – quella sera di Pasqua.
La pietra greve e tonda – che in angolo giaceva,
con sforzi e con sudore – fan rotolare in fretta
davanti alla porticina, - prima di rincasare.

È inutile celarlo, - giunti siamo alla fine:
fine d’una speranza, - fine d’un’illusione.
“Sempre avevam creduto, - sempre avevam sperato.
I poveri guariva, - in vita richiamava
persino i bimbi morti. – Veder faceva i ciechi,
il muto chiacchierava, - lo zoppo andava dritto,
il pane ci dava – fino che bastava,
ne mangiavano tutti – e ancora ne restava”.
Ormai tutto è finito. – Dietro a questa porta di pietra
lasciamo ogni speranza, - torniamocene a casa
con la rabbia nel cuore – ed il morale a terra.

Chi l’avrebbe mai detto, - che mai creder poteva,
che dopo tanti e bei – miracol ch’abbiam visti,
si sarebbe fatto ammazzare – senza aprire la bocca,
quasi come un agnello – portato al mattatoio.
Basta! Lasciamo stare. – La farsa è ormai finita;
anche se in fondo al cuore – la pena è assai sentita.

Ma, quando tutto pareva – finire, tutto incomincia.
La pietra vola vai, - riprende a batter la vita,
la morte ritorna a vivere, - ritorna la speranza
che ormai pareva spenta. – La tomba, ieri gelida,
s’è riempita di luce. – Il corpo che riposava
ha ripreso vita. – Madre, tuo Figlio vive!
Gesù nostra speranza – ha vinto anche la morte.

Torna a brillar la notte, - la paura è svanita,
il cuore batte più in fretta, - la vita non è finita.
Presto, asciuga le lacrime; - son diventate perle.
Strappa dal cuor le spade, - ché il Figlio tuo ti guarda.
Mamma, il tuo bel bambino, - quello che t’hanno ucciso,
per cui tanto piangesti, - la tomba ha spalancato,
e quale sol nascente – oggi è risuscitato!