








La
campana
suona ancora – i rintocchi del venerdì,
il venerdì più triste – che ci sia nella storia,
il venerdì più santo – che ci sia stato al mondo,
giorno della tragedia – della gran disperazione,
della grande incomprensione – d’un mondo che si rivolta
contro il suo creatore. – E tuo Figlio, tuo amore,
ha pagato per tutti – come se avesse torto.
Madre, tuo Figlio è morto! – Da sto pezzo di marmo
senza veder ti guarda, - gli occhi suoi sono spenti,
pare quasi ti dica – che più non può parlare.
Dorme sulle tue braccia – d’un sonno senza fine,
né più si sveglierà; - bianco come candela
di cera trasparente, - una candela spenta,
che alcuna fiamma o fuoco – potran mai riaccendere,
che alcun soffio d’amore – mai potrà far rinascere.
Madre, tuo figlio è morto! – Ti resta sol che piangerlo.
Il figlio che hai portato, - il sol ch’hai allevato,
il solo bimbo bello – che mai ci fosse al mondo,
con gran delicatezza – è stato poi staccato
di sopra a questa Croce – che domina severa
la cima del Calvario. – Te l’han reso,…ma morto!
Sospinti del rimorso – gli amici son tornati.
Dopo averlo tradito – e pure abbandonato,
senza muovere un dito, - in mano ai suoi nemici,
or che lo vedon morto – riprendono coraggio,
e voglion riparare – la gran vigliaccheria
d’averlo lasciato solo – a morir tutto nudo
in mezzo a due ladroni – sopra una dura croce,
senza uno straccio addosso, - sotto gli occhi di mamma.
In un lenzuolo nuovo – posano il Corpo Santo.
Le sante donne in pianto – gli fanno la toeletta
che deve farsi ai morti – prima di seppellirli.
Con l’olio e con la mirra – lavano le sue piaghe,
asciugano quel sangue – che ha versato per noi.
Giuseppe d’Arimatea – con quattro o cinque amici
depone con amore – il corpo martoriato
su pietra dura e fredda – della tomba di famiglia.
La notte scende presto, - tutti han premura e corrono,
per non dover far tardi – quella sera di Pasqua.
La pietra greve e tonda – che in angolo giaceva,
con sforzi e con sudore – fan rotolare in fretta
davanti alla porticina, - prima di rincasare.
È inutile celarlo, - giunti siamo alla fine:
fine d’una speranza, - fine d’un’illusione.
“Sempre avevam creduto, - sempre avevam sperato.
I poveri guariva, - in vita richiamava
persino i bimbi morti. – Veder faceva i ciechi,
il muto chiacchierava, - lo zoppo andava dritto,
il pane ci dava – fino che bastava,
ne mangiavano tutti – e ancora ne restava”.
Ormai tutto è finito. – Dietro a questa porta di pietra
lasciamo ogni speranza, - torniamocene a casa
con la rabbia nel cuore – ed il morale a terra.
Chi l’avrebbe mai detto, - che mai creder poteva,
che dopo tanti e bei – miracol ch’abbiam visti,
si sarebbe fatto ammazzare – senza aprire la bocca,
quasi come un agnello – portato al mattatoio.
Basta! Lasciamo stare. – La farsa è ormai finita;
anche se in fondo al cuore – la pena è assai sentita.
Ma, quando tutto pareva – finire, tutto incomincia.
La pietra vola vai, - riprende a batter la vita,
la morte ritorna a vivere, - ritorna la speranza
che ormai pareva spenta. – La tomba, ieri gelida,
s’è riempita di luce. – Il corpo che riposava
ha ripreso vita. – Madre, tuo Figlio vive!
Gesù nostra speranza – ha vinto anche la morte.
Torna a brillar la notte, - la paura è svanita,
il cuore batte più in fretta, - la vita non è finita.
Presto, asciuga le lacrime; - son diventate perle.
Strappa dal cuor le spade, - ché il Figlio tuo ti guarda.
Mamma, il tuo bel bambino, - quello che t’hanno ucciso,
per cui tanto piangesti, - la tomba ha spalancato,
e quale sol nascente – oggi è risuscitato!