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25 luglio 2010 - Omelia pronunciata il 29 luglio 2001


Un Dio al nostro servizio?



Luca 11, 1-13

Un giorno Gesù si trovava in un luogo a pregare e quando ebbe finito uno dei discepoli gli disse: Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli.

Ed egli disse loro: “Quando pregate, dite:

Padre sia santificato il tuo nome,
venga il  tuo regno;
dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano,
e perdonaci i nostri peccati,
perché anche noi perdoniamo ad ogni nostro debitore,
e non ci indurre in tentazione

Poi aggiunse: Se uno di voi ha un amico e va da lui a mezzanotte a dirgli: Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da mettergli davanti; e se quelli dall’interno gli risponde: non m’importunare, la porta è già chiusa e i miei  bambini sono a letto con me, non posso alzarmi per darteli; vi dico che, se anche non si alzerà a darglieli per amicizia, si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono almeno per la sua insistenza. Ebbene io vi dico: Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché che chiede ottiene, chi cerca trova, e a che bussa sarà aperto. Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà al posto del pesce una serpe? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare queste cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono!



Il testo è di San Luca e come storico non ho molta fiducia il lui. Mi era venuta la tentazione di chiudere il passo evangelico a metà, perché in questa chiusura c’è qualcosa che non funziona, paragonare Dio a uno che ti dà le cose perché in fondo tu gli dai fastidio, se non per amicizia. Non voglio farvi la predica su questo, ma ho qualche dubbio sulla autenticità di questo passo. Diciamo che si riscatta proprio con l’ultima parola dove si dice: Quanto più il Padre Vostro Celeste darà lo Spirito Santo a coloro che lo richiedono, qui ci siamo, perché la preghiera di domanda viene tutta esclusa, ed è qui che inizio il mio discorso.

Non dobbiamo credere che la preghiera sia una qualifica dei cristiani, i pagani pregavano più di noi, i musulmani, oggi pregano più di noi, ma per queste preghiere Gesù ha una parola tremenda, non fate come i pagani, i quali moltiplicano le parole. Al rovescio di ciò che dice nella seconda parte, come se Dio fosse sordo... Dio sa già quello di cui avete bisogno... ed ecco allora la preghiera di Gesù, Padre Nostro.

Gesù non prega mai con i discepoli. Ho condotto gite pellegrinaggio, a quelli che vengono con me lo sanno, dico in partenza: Nel nome del Signore, Dio ci assista ecc.  Preghiere non ne faccio, rosari non ne dico, perché anch’io sono preso da queste parole di Gesù.  Non moltiplicate le parole, Gesù non prega mai insieme con i suoi discepoli, eccetto nell’ultima cena, dove c’è tutta una cerimonia particolare, dove siamo di fronte a un testamento.

Qui i discepoli gli dicono: Insegnaci a pregare! Ma come 'insegnaci a pregare'? Gli apostoli erano degli Ebrei, e quindi le preghiere che dicevano, tutti le sapevano, certo sentivano che c’era qualcosa che non funzionava, sentivano una insoddisfazione in quel tipo di preghiera. Dovrei scagliarmi contro le preghiere del Vecchio Testamento, cosa che noi sacerdoti e religiosi diciamo mediante l’ufficio, non vi dico la mia opinione, è ovvio che le leggo con una chiave totalmente rovesciata rispetto a quello che è il significato del testo.

Vi porterò la chiarificazione e la prenderò da Socrate, un cervello che io ritengo il più pulito di tutta la storia della filosofia, lui si pone il problema della preghiera quattrocento anni prima di Cristo. Un giorno con il suo amico Alcibiade, una specie di Giuda nei confronti di Socrate, un uomo lanciato in politica che ha fatto poi dei disastri. Un giorno questo capitano Alcibiade dice a Socrate: Vogliamo andare al tempio di Diana a pregare? Socrate risponde: Va bene, andiamo. Arrivano al tempio e Alcibiade dice: Cosa dobbiamo dire? Socrate risponde: Non lo so, proprio non lo so, però so quello che non si deve dire e adesso te lo dimostro, mettiamoci a sedere e vediamo lo spettacolo.

Il tempio, più o meno come il nostro: gli altari, la Madonna, San Giuseppe, Sant’Antonio e così via. Nel tempio di Diana c’erano più o meno tutte le divinità greche: l’altare di Giove, di Mercurio, di Venere e così via. Ecco arrivare i dissoluti sessualmente e pregano Venere: Venere, dammi la forza per potere condurre a termine le mie imprese amorose. Arrivano i ladri, che si rivolgono a Mercurio, dio dei ladri perché era molto veloce e faceva sparire le cose sotto gli occhi senza che uno se ne accorgesse; costoro dicono:  Mercurio, dammi la forza per condurre a termine le mie imprese. Socrate, continuava a  guardare Alcibiade. Arrivano coloro che coltivavano i fiori e dicono: Giove mandaci il sole, perché noi abbiamo bisogno di sole. Arrivano poi gli ortolani e dicono: Giove mandaci la pioggia, perché noi abbiamo bisogno di pioggia. Socrate continuava a guardare Alcibiade. Arrivano i ricchi, i quali pregavano Giano Bifronte perché custodisse le porte contro i ladri.

Socrate a questo punto domanda: Ma Dio chi deve ascoltare, in mezzo a questa babele di richieste contraddittorie? Come se ognuno di noi appartenesse a un pianeta diverso. Socrate allora si alza e Alcibiade lo segue e lungo il viaggio ecco la frase che si riallaccia al Vangelo, che si trova in un’opera di Platone dal titolo Alcibiade secondo. Socrate è convinto che l’uomo non è capace di pregare, non sa quello che deve chiedere perché il suo egoismo ha talmente gonfiato l’io, per cui ha distrutto anche Dio, o per lo meno lo ha strumentalizzato alle sue voglie, ecco la frase: Dobbiamo aspettare Uno che ci insegni a pregare. Tutti i commentatori dicono che la mente di Socrate aveva capito che soltanto Dio poteva venire a insegnarci che cosa dovevamo dire.

Ora con questa premessa rileggete il Padre Nostro, ditemi se c’è un comma in cui vi sia una preghiera di domanda: ce n’è uno o due, ma al plurale. Guai se avesse detto: dammi il mio pane quotidiano, sentite tutto il liberismo, mentre dice invece: dacci il nostro pane quotidiano. Io lo traduco e lo penso così: Signore continua a far sì che la terra produca l’erba, che le mucche continuino a mangiare l’erba e a produrre il latte per i bambini e per i vecchi; ecco il significato di questo pane, non dobbiamo pensare al nostro egoismo di avere un Dio al nostro servizio. L’unico punto in cui c’è una domanda questa è sempre al plurale, perché deve riguardare tutti e non il singolo.

Il Padre Nostro allora diventa la preghiera autentica, quella che ognuno di noi deve avere dentro alla zucca quando prega. Io devo essere tranquillo vicino al mio collega quando prega, perché sono sicuro che lui non sarà lì a chiedere delle cose che sono nocive per me, perché se recita il Padre Nostro sono coinvolto anch’io e i benefici della sua preghiera sono anche i miei.

L’altra cosa che dovevo spiegare: Non ci indurre in tentazione, qui è tenuta la traduzione vecchia. La traduzione è sbagliata, l’hanno scoperto una ventina di anni fa, perché la manuense ha sbagliato, invece di dire: non permettere che siamo indotti da qualcuno in tentazione, dice: non ci indurre in tentazione, l'amanuense si è lasciato prendere per analogia e ha usato la seconda persona. Se volete tenere la spiegazione dobbiamo lasciare a Dio l’autorità del collaudatore, collaudare una macchina non è sfasciare una macchina, quando Dio dice ad Adamo ed Eva non mangiate questo..., sarebbe una tentazione, letta in un certo modo, sarebbe invece un collaudo. Tertulliano diceva che quella traduzione va fatta.

Vediamo un po’ se il mio cristianesimo è autentico, proviamo: ecco una malattia, muore mio figlio, muore mio marito, o voi lo prendete come un collaudo, diversamente rischiate di andare nella disperazione perché pensate che questa sia una tentazione o un’opera di Dio. Alcuni discorsi li ho lasciati a metà, ma voi siete intelligenti e rifletterete su quello che ho detto. Tutte le preghiere che non rientrano nei sette canoni del Padre Nostro sono nefaste.



Omelia pronunciata il 29 luglio 2001