14 febbraio 2010 -
Omelia pronunciata l' 11 febbraio 1980 - inedito
Giustizia quaggiù, non salvezza lassù
Matteo 6, 17 . 20-26
In quel tempo, Gesù, disceso con i Dodici, si fermò in un luogo
pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di
gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di
Sidòne.
Alzati gli occhi verso i suoi discepoli, Gesù diceva: Beati voi
poveri, perché vostro è il regno di Dio. Beati voi che ora avete fame,
perché sarete saziati. Beati voi che ora piangete, perché riderete.
Beati voi quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al
bando e v’insulteranno e respingeranno il vostro nome come scellerato,
a causa del Figlio dell’uomo.
Rallegratevi in quel giorno ed esultate,
perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nei cieli. Allo stesso
modo infatti facevano i loro padri con i profeti.
Ma guai a voi, ricchi, perché avete
già la vostra consolazione. Guai a
voi che ora siete sazi, perché avrete fame. Guai a voi che ora ridete,
perché sarete afflitti e piangerete.
Guai quando tutti gli uomini
diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con
i falsi profeti.
Mentre leggevo il
testo di S. Matteo stava dentro di me
manifestandosi
una specie di polemica con la devastazione interpretativa che abbiamo
fatto di queste beatitudini. Il punto che mi meraviglia è che non c'é
mai un riferimento al
cosiddetto povero storico. Beati i
poveri in spirito: questa
specificazione è tremenda. Gesù parla di ricercatori dello spirito, non
poveri come li intendiamo noi, non quelli, guai a noi se fossero beati.
Vedete che non viene mai fuori l'accenno a quella che é la cosiddetta
miseria storica, perché quella non può essere mai una beatitudine.
Chiudiamo rapidamente il discorso perché é molto infuocato e molto
polemico.
La Chiesa continua a canonizzare alcuni dei suoi figli presentandoli
come esempi di vita cristiana. Voi mi direte: ma lei ha qualcosa da
obbiettare a questo? No, tutto giusto, ma lasciamo sospeso un
momentino il discorso perché vedremo in chiusura come bisognerà poi
voltare la pagina. Il mondo laico invece si domanda come si può
essere santi senza credere in Dio. Non è possibile essere santi se non
si crede in Dio. Eppure dobbiamo domandarci perché il mondo laico, o
diciamo chi é fuori dall'orbita cristiana, ostinatamente cerca invece
di trovare una santità che non abbia nulla a che fare con Dio.
Farò l' esame, di un autore, morto da un decennio credo, per capire che
concezione egli ha della santità. Un autore conosciuto, si chiama
Camus,
l'autore de La Peste. Molti
di voi avranno letto quel romanzo,
se romanzo si può dire, e avranno anche letto altre opere di questo
autore che é sulla scena della modernità. Camus si applica al problema
più importante della coscienza moderna, come vivere con un orientamento
e con integrità in un mondo senza Dio, in un mondo cioè dal quale si é
tolto Dio. Perché questa preoccupazione? Perché ciò che va oltre questo
mondo é tradimento di questo mondo. Voi sentite la vecchia obbiezione:
il credente si occupa dell'altro mondo e abbandona questo. Perché chi
crede in Dio non riesce a risolvere i problemi di questo mondo? Ecco la
domanda e anche la risposta. Camus si orienta su quella ricerca: perché
coloro che credono in Dio non
riescono a risolvere i problemi di questo mondo. Adesso abbiamo
capito per lo meno l'impostazione del discorso. Santità sì, ma
finalizzata alla giustizia qui e non alla salvezza lassù. Ecco il
problema che travaglia la coscienza di queste persone.
Vediamo come risolve questo dramma Camus, in un suo romanzo dal titolo
I Giusti, dove troviamo un
certo Calaviev, rivoluzionario russo del
1905, che uccide il Granduca Sergio, poi accetta di morire perché sa
che il suo gesto, pure necessario alla Russia, ha infranto la
solidarietà e così si riunisce alla sua vittima e ai suoi
fratelli. Secondo Camus, la solidarietà, per essere tale, deve essere
universale. Universale vuol dire che vi deve attingere anche il
cattivo, e fin qui siamo in area cristiana. Per questo egli indica la
via della morte all'uomo che ha derogato alla solidarietà con
l'omicidio. Per cui per evitare di fare dell'omicidio un sistema, Camus
comincia a rifiutare il concetto di rivoluzione sovietica.
Già qui i sui amici non videro chiaro in lui, dissero che non era di
sinistra, ma egli si rende conto che per evitare di fare dell'omicidio
un sistema e di cadere nel nichilismo, per affermare il valore in nome
del quale ha agito, l'uomo in rivolta non può che dare la propria vita
in cambio della vita che é stato costretto a togliere alla comunità
degli uomini. Ecco lo schema etico-teologico di Camus per sanare il
contesto sociale:
per fare la giustizia bisogna togliere la vita a qualcuno. Sentite le
istanze della lotta di classe: occorre dare la propria vita per
dimostrare che si é agito per necessità e non per interesse proprio.
Nella concezione di Camus, Stalin certamente avrebbe dovuto uccidere
tanti milioni di persone, ma poi per dimostrare che la sua causa era
pura e che egli aveva agito per necessità, per dare alla Russia la
giustizia, avrebbe dovuto suicidarsi, cosa che non é accaduta. Allora,
é possibile lottare per la giustizia senza che un giorno o l'altro
venga sacrificato al proprio io tutta la realtà, o senza che il proprio
io diventi il criterio di azione?
Ecco allora l'impostazione del discorso: é possibile essere un santo
senza Dio? La giustizia si potrebbe vedere nella visione di Camus
uccidendo tutti quelli che la inceppano. Per esempio uccidendo tutti
coloro che in Italia fanno dei traffici illeciti, di più tutti coloro
che nell'anagrafe tributaria hanno un reddito personale superiore a
tante cifre. É crudele tutto questo, ma pure nella mentalità di molte
persone, questa é la concezione sociale. Certo il mondo va male, perché
c'é qualcuno che lo fa andare male, su questo non vi é dubbio.
Dunque Camus si orienta per questa scelta, l'uomo qui é intelligente,
voi lo vedete, da un lato capisce che la santità ci deve essere, ma
senza Dio perché la santità del credente in Dio non riesce a fare la
giustizia a livello comunitario. Dobbiamo alzar le mani e dire,
purtroppo é così. Quindi si esaurisce tutta questa santità nella
soggettività e nell'agire dentro al quadro del sistema, di onestà
personale é pieno il mondo fuori e dentro il cristianesimo, ma l'onestà
collettiva non esiste da nessuna parte. Ecco perché Gesù non é venuto a
sollecitare i singoli per salvarli, ma é venuto a sollecitare i
singoli per fondare l'ecclesia, perché soltanto l'unione fra i credenti
può risolvere il problema della giustizia.
Ma attenzione, non l'unione mistica, non l'unione nella preghiera, ma
l'unione là dove si gioca la giustizia, perché di sodalizi di credenti
é pieno il mondo a tutti i livelli, a livelli di confraternite
religiose, di associazioni politiche o semipolitiche: ma là dove si
risolve il rapporto fra capitale e lavoro, e mi scuso se lo ripeto per
l'ennesima volta, là non vedo nessuno, là non esistono ancora delle
unioni fra credenti. Allora in questa situazione non resta che la
santità personale, la
quale però non basta, Gesù, precisiamo, non propone la uccisione dei
cattivi, sa che ci sono, sa che sono la causa della ingiustizia nel
mondo, ma Egli propone la unità dei “buoni”. Questa é tutta la
scoperta, questo é l'uovo di Colombo, di tutto il messaggio cristiano,
cioè: una unità che risolva il rapporto primario dell'esistenza, perché
tutte le altre unità, ripeto, sono ambigue, già esistono nel mondo, non
c’era bisogno che Gesù venisse al mondo.
Gesù, non ne dubito, sarà stato un bravo falegname, ha lavorato per
vent’anni, avrà fatto pezzi richiesti con il minimo di spesa senza
rubare un centesimo ai suoi clienti, ma quella onestà era soltanto
singola ed era inserita in un mondo profondamente ingiusto, era
inserita dentro il mondo capitalistico. Ad un certo momento lascia quel
tipo di lavoro da singolo e fonda la ecclesia, luogo ideale e pratico
in cui i credenti, unendosi fra loro nel rapporto di lavoro, si amano
come Gesù ha amato i suoi. E questo in tutti i settori dell'esistenza,
compreso quello primario.
Adesso capisco, caduta la ecclesia e formatasi la cosiddetta civiltà
cristiana, non resta che celebrare le virtù dei singoli perché la
istituzione é intoccabile. Volete che vi faccia un esempio? Prendiamo
San Vincenzo
de Paoli, certamente il santo della carità noto a tutti
noi. Quest'uomo si occupa dei poveri di Parigi, poveri prodotti dal
sistema, poi addirittura va nelle galere, non solo nelle galere in
senso proprio, ma anche in quelle che una volta erano galere nelle navi
con dentro gli schiavi. Pare che un giorno ne abbia visto cadere uno
sotto il peso del remo e san Vincenzo de Paoli lo abbia sostituito.
Voi direte che di fronte a lui noi siamo dei vermi, una persona
che ha questo coraggio indubbiamente va messo sull'altare. Ma nei
secoli successivi ecco l'interpretazione: S.Vincenzo de Paoli si é
fatto santo aiutando gli schiavi, ma non ha detto una parola contro il
sistema che produceva quella schiavitù. Voleva dire che non agiva per
fare capire che mettere degli schiavi dentro alle galere, farli remare
in quel modo, era una cosa cattiva. Dunque questi signori rispettavano
la santità personale e dalla santità personale deducevano che era cosa
buona la istituzione che sosteneva questo apparato.
Gesù non dice mai ai suoi discepoli imitate questo o quest’altro, fa
l’elogio nel testo evangelico di Giovanni Battista, ma non però per
imitarlo. E allora voltiamo pagina, Gesù dice: Siate perfetti come il Padre che
sta nei cieli. Da qui - e termino - le beatitudini sono un
alfabeto col
quale i cristiani debbono ancora scrivere i poemi più belli del
cristianesimo.
Omelia pronunciata l'11 febbraio
1980 - inedito