31 gennaio 2010 -
Omelia pronunciata il 30 gennaio 1983 - inedito
Non esiste
un Dio di Israele
Luca 4, 21-30
In quel tempo,
Gesù prese a dire nella sinagoga: Oggi
si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi.
Tutti gli rendevano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di
grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: Non è il figlio di Giuseppe?
Ma
egli rispose: Di certo voi mi
citerete il proverbio: Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a
Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria! Poi aggiunse: Nessun profeta è bene accetto in patria. Vi dico anche: c'erano molte vedove
in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e
sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di
esse fu mandato Elia, se non a una vedova in Zarèpta di Sidòne. C'erano molti lebbrosi in Israele al
tempo del profeta Elisèo, ma nessuno di loro fu risanato se non Naaman,
il Siro.
All'udire queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno; si
levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul
ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù
dal precipizio.
Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò.
Oggi abbiamo molta
carne al fuoco. Ho la tentazione di accennare alla
lettera di s. Paolo che è uno dei pezzi più importanti di tutto il
nuovo testamento. Vi metto solo una pulce nell'orecchio. Paolo dice: Se anche distribuissi tutte le mie
sostanze e dessi il mio corpo per essere bruciato, ma non avessi la
carità, niente mi giova. La sorpresa di questo discorso è: ma
noi non abbiamo sempre insegnato che la carità consiste nel dare agli
altri? Purtroppo, con sorpresa, devo dire che non è così. Perché Paolo
dice: se dessi tutti i miei averi ai poveri e poi non avessi la
carità..., e noi pensiamo che quella sia la carità.
Questo è un discorso di fondo radicale. Vuol dire che quello è un tipo
di carità che non ha nulla a che fare con l'amore cristiano. Ecco la
caritas, mentre l'agape cristiana è invece il massimo della giustizia.
Per cui, non ci dovrebbe essere nella comunità cristiana nessuno che
debba stendere la mano, e nessuno che debba dare agli altri le sue
sostanze, perché tutti ne dovremmo avere in modo tale da non dipendere
gli uni dagli altri in questa maniera.
Passiamo al passo evangelico, questo è uno dei cardini della visione
cristiana del mondo, dove Gesù si qualifica. La specificità di Gesù
consiste nel rompere il modello culturale di fondo e il modello
culturale di fondo, sarebbe la concezione di Dio. Cosa vuol dire un
modello culturale? Quando si scrive e quando si parla dobbiamo tenere
l'esattezza. In pochissime parole un modello culturale è la particolare
colorazione assunta da una esigenza universale nell'atto in cui questa
esigenza universale si concretizza in categoria storica. Esempio: tutti
gli uomini mangiano, tutti gli uomini bevono, tutti gli uomini
conoscono l’istituto del matrimonio, ma la maniera di attuare questi
principi universali, o queste categorie universali, vengono attuate in
maniera diversa a secondo dei luoghi. Non tutti al mondo bevono vino,
c'è chi beve birra, e chi altre bevande, non tutti al mondo mangiano il
pane. Mangiare, nelle singole regioni, nei singoli tempi e nei singoli
spazi, questa esigenza universale si concretizza, si colora in maniera
diversa. Se andiamo nelle cose più grandi stesso discorso, matrimonio,
istituzioni politiche e così via.
Ma il punto più delicato del modello culturale riguarda la esigenza
universale della credenza religiosa. Tutti gli uomini, diceva Plutarco,
hanno un tempio e un teatro. Ovunque tu andrai troverai sempre un
tempio e un teatro. Voi mi direte che oggi c'è una buona parte della
umanità che ha assunto l'ateismo come bandiera, non credo del tutto
naturalmente, questa è l'etichetta esterna.
Ora, se l'uomo è un essere religioso, la maniera di attuare questa
religiosità varia da meridiano a meridiano, da gruppo a gruppo, da
epoca a epoca, d'accordo? Ecco il punto, è Gesù Cristo che comincia a
divaricare dal gruppo in cui Egli si trova a vivere. Ed ecco il passo
che comincia a darvi la fisionomia del personaggio. Sarebbe
interessante esaminare passo per passo, ma andiamo al nucleo del
discorso.
Come mai questi suoi compaesani, dopo avere ascoltato il passo di
Isaia,
si guardavano soddisfatti, come a dire: ma questo giovanotto la sa
lunga, è un bravo ragazzo, ma poi, dopo pochi minuti, tutto si
capovolge e questi compaesani lo portano sulla collina vicina decisi a
buttarlo giù dal burrone, quindi a ucciderlo? Curiosità: come avrà
fatto Gesù a sottrarsi? Io che sono anti-miracolista, non posso pensare
che Egli si sia sottratto alle loro intenzioni con una specie di
miracolo. Immagino che i più fegatosi lo abbiano trascinato fin su, poi
a un certo momento, magari fossero stanchi, Lui si sia distaccato dal
gruppo e scappato via. Ma Egli
passando in mezzo a loro se ne andò; non dobbiamo pensare che
sia diventato invisibile alla maniera di Mandrake o di questi
personaggi che fanno la delizia dei nostri bambini sulle riviste a
fumetti. Lasciamo questo particolare e torniamo a noi.
Circa la guarigione di Naaman il Siro, da parte del profeta Eliseo e
circa l'invio di Elia alla vedova di Zarepta di Sidone, vogliamo
ricordare che tutto questo nel vecchio testamento, serve per dimostrare
che il vero Dio, il più potente, il vero Dio tra gli dei, è il Dio di
Israele. Per Gesù, invece, l’accettazione di questi due episodi serve
per dimostrare che non esiste un Dio di Israele nel senso da loro
inteso, quindi un Dio degli eserciti e così via, ma che Dio ama tutti
gli uomini, si occupa di tutti gli uomini senza distinzione razzista di
alcun genere. Voi capite, è un punto delicato, andare a toccare questo
modello culturale in un gruppo di uomini che lo hanno dentro al
cervello e dentro tutta l'anima come una ragione di vita, significa
naturalmente attirarseli addosso come delle vespe.
Gesù sottintende che la sua attività può avere un suo significato, può
svolgersi anche presso gli estranei, anzi, presso gli estranei così
intesi da loro, perché per Lui estranei non ne esistono, e
l'accoglienza sarà migliore che presso i compaesani. Dio allora, non
conosce né patrie, né vincoli di parentela, e a questo punto non è più
uno di loro. Egli è profeta, è più che profeta, è Dio stesso.
Vi faccio notare come ultima osservazione: Nessun profeta è ben accetto in patria,
non è che si dica: uno in patria non è profeta. No. Nessuno che sia
profeta in senso vero, cioè nessuno che parli secondo categorie
universali ed assolute, sarà mai accettato come tale in un gruppo che
invece ragiona secondo categorie particolari. Anzi, in un gruppo che
assolutizza il particolare, perché in questo caso il gruppo aveva
eretto Dio a manager, il proprio Dio manager di tutte le altre etnie,
quando invece Dio non vuole che ci siano etnie non vuole che ci siano
patrie, non vuole che ci siano gruppi, non vuole che ci siano
divisioni.
Omelia pronunciata il 30
gennaio 1983 - inedito