17 agosto 2008 - Omelia pronunciata il 18 agosto 2002


Comunanza, non pregiudizio




Matteo 15, 21-28


In quel tempo, partito di là, Gesù si diresse verso le parti di Tiro e Sidone. Ed ecco una donna cananea, che veniva da quelle regioni, si mise a gridare: Pietà di me, Signore, Figlio di Davide. Mia figlia è crudelmente tormentata da un demonio.

Ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora i discepoli gli si accostarono implorando: Esaudiscila, vedi come ci grida dietro.

Ma egli rispose: Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele.

Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui dicendo: Signore aiutami! Ed egli rispose: Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini.

E’ vero, Signore, disse la donna, ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni.

Allora Gesà le replicò: Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri.

E da quell’istante sua figlia fu guarita.


Che strano passo evangelico, vediamo di chiarire. Sono due le affermazioni che fanno problema. La prima riguarda il fine della sua missione, cito: Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele. Gesù non dice: della mia casa, perché la sua casa è il mondo, quindi, l’universalismo assoluto del Cristo che manda gli Apostoli  a tutte le nazioni, getta una luce su questa frase. Il compito impellente di Gesù - traduciamo così - e immediato è quello di cambiare la testa o i pensieri a coloro che credono di essere figli di Abramo e invece sono soltanto dei mistificatori.

Certo in un discorso molto violento con i farisei si arrivò proprio qui, dove Gesù disse: No, voi siete figli di satana e non di Dio, e quindi, dei sepolcri imbiancati. La sua rivoluzione guarda molto lontano e deve iniziare nel punto più contaminato di razzismo.

La seconda affermazione che crea problema, riguarda il giudizio su coloro che sono fuori dal popolo ebraico: Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini. La frase di Gesù va considerata sul piano dell’ironia, poi il dire cagnolini è una maniera per addolcire la situazione, perché in realtà i Cananei erano considerati dei cani. Ironica la frase e l’uso dei cagnolini è come quando rimprovero qualche giovane, invece di dargli dell’asino, gli dico: sei un asinello. Il diminutivo cambia il senso della frase, più che una offesa è una carezza. Si dice che i cananei furono distrutti per ordine di Dio, ecco perché erano successivamente chiamati cani.

Il tono ironico con cui Gesù ripete la catechesi dei rabbini fa capire alla donna che Lui non è di questo parere. Egli ripete la frase, come dire: bada però, che questa non è la mia opinione, come non la era quella della donna. Il suo pane - per stare alla immagine - sarà la vita per il mondo, poi dirà che ha altre pecore al di fuori del Suo ovile e non altri cani, o cagnolini. Gli slogan non vengono assunti da Gesù, ma non sono assunti neanche dalla donna cananea. Allora bisogna che il ragionamento venga concepito come una forma di incastro, la donna - considerata una donnetta qualsiasi - era invece molto intelligente, a mio modo di vedere. L’entrare in questo tipo di logica è simile al dialogo di Gesù parla con la Samaritana dove vengono fuori delle affermazioni che un po’ alla volta rivelano la sua  intelligenza, paragonabile a quella dei grandi filosofi dell’antichità.

Il ragionamento di Gesù è riferito e non accettato. É il ragionamento dei rabbini. La donna ammette il paragone con i cagnolini, però domestici e questo non ci toglie la comunanza con la mensa delle briciole. Ecco l’acume, la capacità intellettiva che riesce a entrare in sintonia con l’ironia di Gesù, ed esplicita finalmente tutto il discorso. Gesù stesso è costretto a crollare di fronte a questo tipo di ragionamento.

Gesù scopre l’anima cristiana della Cananea libera da tutti i pregiudizi razziali, perché non si sente diminuita di fronte ai pregiudizi dei giudei. Ella vede in Gesù Colui che è venuto a liberarci da tutti i nostri pregiudizi, e che può esaudire la sua preghiera, e non vede se stessa come una donna che cerca i favori di un santone o di un guaritore. Ecco perché all’inizio c’è una battuta d’arresto, poi si qualifica un’anima che ricerca la verità in assoluto e non dei favori immediati. La chiave di tutto è l’ironia con cui Gesù ripete quella frase: se non si fa questa lettura, in realtà non si riesce più a tirarsi fuori dall’interpretazione di questo passo.

Cercherò di portarvi un esempio per farvi capire la gravità di quello che è il pregiudizio, che sarebbe secondo la definizione di alcuni antropologi, un giudizio non verificato. I Greci consideravano i barbari sotto-uomini. È vero che la loro cultura ha piegato anche Roma, la quale è dovuta andare a scuola. Erano però convinti di avere la lingua perfetta, e quando sentivano parlare gli altri, si meravigliavano, così li chiamavano barbaroi che significa balbuzienti. Ecco dunque il giudizio.

Ora vi cito Plutarco e voglio ricordarvi che è il più letto e che ha il maggior numero di edizioni dopo la Bibbia. Plutarco racconta che gli Spartani, nelle maggiori feste religiose, costringevano gli Iloti (schiavi di Sparta) a ubriacarsi e poi li introducevano nei conviti per mostrare ai loro giovani che cosa volesse dire ubriacarsi. Poi diceva: Non reputiamo che questo tipo di correzione fatta con la perversione degli altri - sentite come ha la testa sul collo, è un platonico - non sia né molto umana né molto politica. Questo esempio dimostra come anche nell’antichità ci fosse qualcuno che aveva visto bene riguardo a questa invasione degli spiriti e dei pregiudizi razziali.

Vi ricordo che ancora nel 1500, quando l’Europa - e mi riferisco alla Spagna e al Portogallo - occupò le terre degli Indios, ci fu una discussione in Spagna, alla presenza di Carlo V Imperatore cattolico, con vari teologi alle sue spalle, per discutere se gli Indios avessero o no un’anima e se fossero da considerare uomini a tutti gli effetti. Ecco fin dove si può arrivare, e tutto ciò dopo il Vangelo! Il pregiudizio razziale è talmente profondo che divora la rivoluzione di Gesù e la riduce a religione. Non me lo tolgo più dalla testa, tutto questo è accaduto perché il cristianesimo è sceso al rango di religione.

Oggi ci chiediamo come fare a risolvere il problema di Israele con i Palestinesi, quando il cervello di tutti e due è imbottito di pregiudizi che hanno la loro radice nelle Scritture: gli uni nel Vecchio Testamento, gli altri nel Corano, e che hanno catturato tutti e due lo Stato. Vorrei avere presenti i politici. É quello Stato che rovina la fratellanza predicata da Gesù.

Due sono gli ostacoli alla unità del genere umano e alla caduta di tutti questi pregiudizi: le religioni - e il cristianesimo, nella misura in cui è caduto al rango di religione - e gli Stati Nazionali. Devo dirlo, attualmente abbiamo uno Stato che con evidenza è come l’Impero Romano, che tende a imporre tutti i suoi valori. Quindi, le due disgrazie che, ripeto, sono: da un lato le religioni, dall’altro lato gli Stati Nazionali sovrani.

Gesù è venuto a dire che dobbiamo amare il nostro prossimo come noi stessi e il primo ostacolo è lo Stato Nazionale. In questo passo evangelico c’è un momento di rottura di tutto questo tabù, ma soprattutto la rottura dell’anello più profondo che è quello del razzismo dovuto a fede religiosa.


Omelia pronunciata il 18 agosto 2002