10 agosto
2008 - Omelia
pronunciata l'11 agosto 2002
Al
bene non si fa l'abitudine
Matteo 14,
22-33
Dopo che la folla si fu saziata, subito Gesù ordinò ai discepoli di
salire sulla barca e di precederlo sull’altra sponda, mentre egli
avrebbe congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, solo, a
pregare.
Venuta la sera,
egli se ne stava ancora solo lassù. La barca intanto distava già
qualche miglio da terra ed era agitata dalle onde, a causa del vento
contrario.Verso la fine della notte egli venne verso di loro
camminando sul mare.
I discepoli vedendolo camminare sul mare furono
turbati e dissero: E’ un fantasma
e si misero a gridare dalla paura.
Ma subito Gesù parlò loro: Coraggio,
sono io, non abbiate paura. Pietro gli disse: Signore, se sei
tu, comanda che io venga da te sulle
acque. Ed egli disse: Vieni!
Pietro, scendendo dalla barca, si mise
a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma per la violenza del
vento, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: Signore,
salvami!
E subito Gesù stese la mano, lo afferrò e gli disse: Uomo
di poca fede, perché hai dubitato?
Appena saliti sulla barca, il
vento cessò. Quelli che erano sulla barca gli si prostrarono davanti,
esclamando: Tu sei veramente il
Figlio di Dio!
Tempo fa mi è
capitato di avere una discussione con un rabbino, il
quale decantava i miracoli di Mosè: il passaggio del mar Rosso, due
sponde come due muraglie... Gli chiesi: Ma tu veramente credi che il
racconto corrisponda alla verità? Convintissimo, rispose: Io ho
qualche dubbio e lo confermano le ricerche di alcuni esegeti che ci
dicono che in quel luogo le acque erano basse, c’era possibilità di
alta marea, quindi il racconto sarebbe una celebrazione eccessiva di un
episodio che aveva del miracoloso per il solo fatto che gli Ebrei
fossero riusciti a passare in mezzo al mare.
Allora io maliziosamente
domandai: Ai miracoli di Gesù credi?
citandogli questo episodio del
Vangelo dove troviamo una descrizione molto precisa e circostanziata.
Il rabbino mi disse: No, non credo a
questo miracolo, perché non è
nella Bibbia, ma nel Nuovo Testamento e quindi fuori dalle mie
certezze. Ripresi dicendogli: È
inutile discutere, ammetto che tu
possa non accettare la divinità di Cristo, ma ti dirò che faccio la
lettura di questo passo evangelico, tale e quale come faccio la lettura
del V. T. a proposito del quale tu giuri su tutti i particolari.
Il problema è di capire quale è il significato profondo di questo
racconto che viene qualificato come miracolo e che vorrebbe adombrare
qualche altra verità che cercherò di dirvi. Questo episodio di
Pietro che affonda nelle acque è forse la descrizione di un concetto?
C’è una favola di La Fontaine che ha come titolo La volpe e la cicogna.
La volpe invita la cicogna a pranzo e le dà il cibo in un piatto molto
largo dove la cicogna con il becco lungo non riesce a prendere nulla e
se ne torna a casa digiuna, mentre la volpe si mangia tutto. La cicogna
ricambia la cortesia e invita la volpe a pranzo, senonché le serve il
pranzo dentro a un vaso profondo, raggiungibile solo con un becco
lungo, ma non con il muso della volpe la quale, se ne torna a casa a
digiuno. La morale della favola è questa: Chi la fa l’aspetti.
Ho l’impressione che l’Evangelista parta indubbiamente da qualcosa che
è accaduto, però ecco la lezione: nulla di oggettivamente salvifico
esiste. Se il miracolo fosse stato concepito come una trasformazione
delle acque in terra ferma, tutto sarebbe andato a meraviglia, ma per
operazioni che richiedono la novità evangelica - conversione - non si
può mai prescindere dal soggetto. I Sacramenti, per esempio, ci è
stato insegnato che operano
per se stessi
miracolosamente (ex opera
operato). Ci sono molti cattolici i quali vedono male il fatto
di dare l’Ostia in mano; credo che la CEI obbligherà a fare la
comunione sotto le due specie, così, se si intinge l’Ostia nel vino,
bisogna darla direttamente in bocca. Si dice che qualcuno la trasporti
per riti satanici; queste cose mi vengono raccontate, non ho
esperienza, ma potrebbe essere anche vero che la motivazione per cui si
è
arrivati a questa soluzione sia per i molti abusi.
La Grazia non è totalmente gratuita, non è vero che l’Eucarestia operi
ex opera operato, perché nel
fedele nasce l’idea del miracolismo, come
se l’Ostia fosse una specie di talismano o idolo. Ci deve essere invece
la predisposizione dell’individuo.
Pietro camminava sulle acque dietro il comando di Gesù il quale non ha
comandato alle molecole del suo corpo, ma al suo cervello. Fino a
quando Pietro è unito al comando di Cristo interiormente sta in piedi,
ma, appena c’è questo dubbio, crolla. Si potrebbe dire che s. Pietro sa
nuotare, è pescatore, eppure deve gridare aiuto e viene sollevato. Da
qui l’importanza di quella che noi chiamiamo la Grazia. Gesù comanda,
ma alla volontà, non alle molecole del corpo, e qui comincia la
responsabilizzazione di colui che crede. La fede non è gratuita
totalmente, occorre gestirla. Al bene non si fa l’abitudine; si fa
l’abitudine al male, al bene no. Il bene è come l’aereo che sta su
fintanto che c’è benzina, quando cessa il carburante, quell’aereo non
sta su per abitudine; deve inesorabilmente cadere.
Il primo dubbio di Pietro è sulla identità di Cristo: Se sei tu..? C’è stato un atto di
fede iniziale, ma ha dubbi sulla
identità di Gesù. Il secondo, è la possibilità di camminare sulle acque
dopo l’ordine
ricevuto. La vita di ogni cristiano è un’altalena tra fede e incertezza.
Di Pelagio vi ho già parlato, però voglio approfondire. Il suo peccato
è quello di eliminare la presenza di Gesù nelle opere di bene che il
Vangelo comanda. Gesù ci dice che dobbiamo amare il nostro prossimo, e
i tre punti dolenti li sapete: sesso, danaro e potere, la natura umana
non ha le capacità per attuare questa verità. Non posso parlarne oggi,
ma è il grande dibattito di Rousseau il quale diceva che non esiste il
peccato, ma esiste soltanto l'errore. Scrive l’Emilio che è un
trattato sulla natura umana.
È vero che Gesù ci comanda delle cose che non si possono fare
senza l’aiuto della Grazia, sarebbe come dire che un aereo può superare
il muro del suono a condizione che invece della benzina metta un altro
tipo di carburante. Questo è quanto ci dice in fondo il cristianesimo.
Facciamo attenzione, perché, se non c’è questo carburante, non
riusciamo a raggiungere quelle velocità.
Pelagio aveva denunciato l’errore, che è anche il nostro, vedendo delle
chiese piene di gente a fare la comunione; poi, fuori dalla chiesa
tutto ricominciava come prima, anzi peggio: Questi cristiani - diceva
- hanno confuso il valore dell’Eucarestia e La vanno a ricevere come un
talismano che opera per se stesso la presenza fisica di Gesù. Bisogna
che noi facciamo leva sulla onorabilità dell’individuo, per cui Gesù
potrà essere un buon esempio, ma non la forza vitale per potere
ottenere quelle opere.
Ancora Pelagio: Puoi essere buono
per un secondo? Poi ribadisce: Se
uno può essere buono per un secondo, non vedo perché non debba essere
buono per due, per quattro e così via. Pensateci: tu uomo puoi
essere
fedele a tua moglie per un secondo nell’unione del matrimonio
cattolico? Io ci sono passato per questo errore, mi accorgo che nemmeno
per un
secondo posso essere buono, ho parlato di voi nel matrimonio, ma io ho
fatto i miei voti e, se non ho la Grazia di Dio, non li osservo neanche
per un secondo, almeno col pensiero, per cui ho bisogno della presenza
di Gesù come fondamento della fede.
Ora mi rivolgo ai giovani e a coloro che hanno bisogno delle ricerche
mentali per dirvi come Pelagio sia arrivato ad affermare queste cose.
Il suo
errore però è la concezione del tempo: concepisce il tempo come una
serie di zollette di zucchero, tutte uguali, cioè una ripetizione della
medesima frazione moltiplicata per l’infinito. Non è così, il tempo è
una realtà dinamica, è una insidia. Se torniamo all’Eden, compare
all’ora tale il serpente che suggerisce a Eva... Se il tempo fosse una
ripetizione identica dei singoli istanti, non ci sarebbe mai la
rottura;
chi fa il bene lo fa sempre.
Chiudo con un episodio che prendo dalla vita di s. Bernardo, un abate
che aveva sotto di sè monaci, contadini, servi della gleba... Un giorno
regalano al convento un cavallo; Bernardo sfida un suo contadino
dicendogli: Se sei capace di dire
una Ave Maria senza distrarti, ti
regalo il cavallo. Il contadino chiude gli occhi, inizia a
pregare, ma
dopo tre secondi li riapre e dice: Signor
abate, il cavallo, me lo dà
così o anche con i finimenti? Non riesce per tre secondi a
restare
fedele al concetto di preghiera; il pensiero del cavallo regalato aveva
creato un disastro all’interno del suo cervello, ed è quello che accade
anche a noi quando chiediamo le grazie: non pensiamo a Dio, ma pensiamo
alle grazie che Dio ci dovrà dare. Così tutto il castello crolla e
siamo ancora da capo con la pura natura umana.
Omelia
pronunciata l'11 agosto 2002