3 agosto
2008 - Omelia
pronunciata il 4 agosto 2002
Eppure
si muore di fame
Matteo
14, 13-21
In quel tempo, quando udì della morte di Giovanni Battista,
Gesù partì su una barca e si ritirò in disparte in un luogo deserto.
Ma la folla, saputolo, lo seguì a piedi dalle città. Egli, sceso dalla
barca, vide una grande folla e sentì compassione per loro e guarì i
loro malati. Sul far della sera, gli si accostarono i discepoli e gli
dissero: Il luogo è deserto ed è
ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da
mangiare.
Ma Gesù rispose: Non occorre che
vadano; date loro voi stessi da mangiare. Gli risposero: Non abbiamo che cinque pani e due pesci!
Ed egli disse: Portatemeli qua.
E dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull'erba, prese i cinque
pani e i due pesci e, alzati gli occhi al cielo, pronunziò la
benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli e i discepoli li
distribuirono alla folla.
Tutti mangiarono e furono saziati; e portarono via dodici ceste piene
di pezzi avanzati. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila
uomini, senza contare le donne e i bambini.
La prima riflessione
sarebbe quella di vedere se l'attenzione va
portata su questo miracolo - in quanto miracolo inteso volgarmente,
cioè come colpo di bacchetta magica in cui Gesù prende i pani e i pesci
e li moltiplica - o se il miracolo, invece, non sia di ordine
pedagogico, perché accade un fenomeno strano: finalmente abbiamo una
divisione equa del cibo, e anche la distribuzione avviene in una forma
strumentale.
Avete mai osservato come gli animali accedano al cibo? Quando mi
trovavo in vacanza in montagna, notavo che le pecore con i loro
agnelli appena svezzati, mangiavano tutte direttamente l'erba, l'erba
data da Dio. Ognuno fa per sé, il cibo loro non dipende da nessun altro
della categoria, l'agnello mangia la stessa erba della madre e non
dipende dalla madre, perché l'erba è creata da Dio e loro la mangiano
direttamente.
Noi abbiamo ancora due o tre punti in cui siamo indipendenti: l'aria
che non dipende ancora da nessuno, ognuno respira quella di cui ha
bisogno; la luce del sole è ancora uguale per tutti, non dipende da
nessuno; già l'acqua comincia a dipendere da qualcuno.
Il discorso precedente riguarda gli erbivori, ma se passiamo ai
carnivori, già le cose cambiano. Guardiamo un gruppo di leoni, dove,
dopo aver catturato la preda, il primo a mangiare è il signor leone,
poi la signora leonessa, poi i cuccioli. Lì esiste già una gerarchia in
cui l'accesso al cibo dipende da qualcuno e non è autonomo.
Vi invito al passaggio più brutale: e noi? Come avviene il nostro
accesso al pane? Se il buon Dio l'avesse dato come l'aria, invece no!
C'è, ma dipende dal lavoro e per produrre questo pane abbiamo la
piramide sociale, ecco il dramma di tutti i nostri drammi. Signor Papa,
signori Vescovi, signori Preti è inutile che andiate in giro a
proclamare i rinnovamenti a destra e a sinistra sul piano dello
Spirito, voi dovete dirci che cosa Gesù ci insegna per quanto riguarda
il rapporto di lavoro, punto e basta.
Prendiamo l’esempio dell'America Latina, tutta cattolica e credente in
Dio, eppure sono luoghi in cui si muore di fame. E così l'Africa, piena
di tribù religiose di tutte le specie, eppure si muore di fame. In
genere diciamo: poca voglia di lavorare, è vero sotto un certo profilo,
ma il vero problema è il rapporto di lavoro e lo dicevo a uno di questi
sacerdoti missionari in Brasile: ma per favore, cosa andate predicando?
La Chiesa qui in occidente in genere ha dei poderi e dei possedimenti,
allora, poiché i Vescovi predicano che i contadini sono oppressi dai
latifondisti, con i soldi della Chiesa comperate questi terreni e
dateli ai contadini da lavorare secondo i criteri evangelici. Non
avremmo più degli schiavi che muoiono di fame con i loro poveri
figli. Questo dovete fare voi che avete in mano la Verità, e dite di
credere in Gesù Cristo.
La consuetudine di fare dei pranzi, era costume degli Imperatori Romani
e anche Erode, nel suo onomastico, faceva un pranzo per tutti i poveri
e passava cinque portate. Erode però, li guardava dalla finestra, ma
non andava con loro a mangiare e li trattava come cani, purché
obbedissero. Intanto i poverini si prendevano quella piccola gioia di
un giorno e poi ricominciava la catena della schiavitù.
Nell'ipotesi che Gesù abbia fatto quel miracolo, moltiplica solo pane e
pesce (l'acqua ci sarà stata nei dintorni), quindi il puro essenziale
per uscire dalla fame e dal bisogno.
Alcuni ricercatori antropologi, i quali vanno a scovare dei gruppi
umani in Amazzonia, hanno scoperto che una tribù aveva come cibo
fondamentale una pianta che produceva frutti più o meno simili a una
mela. Questi frutti erano ricevuti dalla tribù solo durante la stagione
dei venti che li facevano cadere ed essi potevano mangiarli. Se
non c'era il vento, morivano di fame. Nella natura umana c'è anche
questo, siamo quindi peggio degli animali. Ci vuol tanto ad
arrampicarsi sull'albero e prenderli? No, un tabù che avevano nella
testa: il frutto si mangia solo se il vento lo butta giù.
Ora un altro raccontino che prendo dalle ricerche sulla psicologia
degli animali. Gli psicologi hanno fatto delle ricerche per capire i
loro comportamenti, per scoprire se in loro c'è qualche progresso,
ricerche molto interessanti sempre per misurare il livello di
intelligenza degli animali, nostri fratellini.
Hanno messo in gabbia tre topolini, dentro c'è un piccolo congegno
mediante il quale, se il topo con la zampina preme una levetta scende
il cibo. Dopo un po’ di tempo i topi capiscono che, per mangiare, si
manda giù quella levetta, senonché, invece di fare cadere il bocconcino
di cibo vicino alla levetta, mediante un tubetto hanno distanziato la
caduta del bocconcino. Dopo avere scoperto il congegno, i tre topolini
sono fermi e aspettano che uno di loro vada a premere la levetta. Chi
preme la levetta non mangia il cibo, ma lo prendono gli altri che si
mettono in posizione. Si muore di fame? Finalmente uno dei tre ha un
colpo di genio, si avvicina alla levetta la aziona tre volte
rapidamente, poi corre anch'esso e riesce a mangiare il terzo boccone.
Bisogna agire in quel modo per poter sfamare se stesso e gli altri.
Conclusione: solo uno compie questa opera più volte al giorno - i topi
hanno bisogno di mangiare spesso - gli altri due: uno lo fa una volta
su dieci, l'altro mai. Riflettiamo se non sia questa la nostra
condizione: il cibo c'è, ma il modo di distribuirlo no.
Nel Padre Nostro c'è un punto in cui si recita: Dacci oggi il nostro pane quotidiano.
Io lo interpreto così: Gesù, buon Dio, continua a far sì che la terra
produca l'erba e che le mucche continuino a produrre il latte per i
bambini, per i vecchi, per tutti. Non crediamo che Dio ci metta in
bocca il pezzo di pane, ma che continui a rendere la terra produttiva,
il resto dipende da noi. Dipende se vogliamo essere i tre topolini
della gabbia in cui è raffigurata la nostra condizione umana, o se
vogliamo essere uomini cristiani.
Omelia
pronunciata il 4 agosto 2002