27 luglio
2008 - Omelia
pronunciata il 28 luglio 2002
La
contemplazione non ha rimandi
Matteo 13,
44-52
In quel tempo, Gesù disse alla folla: Il
regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo; un uomo lo
trova e lo nasconde di nuovo, poi va, pieno di gioia, vende tutti i
suoi averi e compra quel campo.
Il regno dei cieli è simile a un
mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di
grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra.
Il regno dei cieli è simile anche a
una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è
piena, i pescatori la tirano a riva e poi, sedutisi, raccolgono i pesci
buoni nei canestri e buttano via i cattivi.
Così sarà alla fine del mondo.
Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno
nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti.
Avete capito tutte queste cose?
Gli risposero: Sì.
Ed egli disse loro: Per questo ogni
scriba divenuto discepolo del regno dei cieli è simile a un padrone di
casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche.
Ci
sono alcuni che definiscono la mia predicazione
difficile, complicata, articolata, e mi chiedono di essere semplice
come il Vangelo. Vorrei rispondere loro: per favore, ditemi se queste
tre parabole o tutto il passo evangelico è così semplice come pensate
voi, o se invece questo passo non nasconde delle problematiche
complicate.
La prima parabola dice: il regno dei
cieli è paragonato a un tesoro nascosto in un campo. Quando
insegnavo ai ragazzi, a volte, davo questo tema: cosa faresti se tu
trovassi un tesoro? Dio solo sa quello che noi faremmo se trovassimo un
tesoro. Sappiamo come vengono utilizzati i danari da quelli che vincono
alle lotterie o simili.
Si dice nella parabola: chi trova il
tesoro, vende tutto e se lo tiene. È da supporre che se lo
tenga, perché, se anche lui cade nell'errore nostro di avere trovato il
tesoro e utilizzarlo ancora per altre conquiste, allora la parabola non
regge. Questa è interessante perché il tesoro non serve per essere
a sua volta venduto, ma per essere posseduto, poiché riassume tutti i
valori e non può essere strumento e mezzo per avere qualcosa d'altro.
Questo è il primo concetto che vorrei veicolarvi.
Il grande Aristotele
fa questo ragionamento sulla questione della
contemplazione. Egli dice: Dobbiamo
cercare una attività che sia valida per se stessa,
senza
rimando alcuno e cita un esempio molto sobrio. Dice: noi facciamo la guerra per stare in
pace; noi lavoriamo per riposarci. Bisogna che troviamo una
attività che sia tale da non avere questi rimandi. Poi aggiunge: Qual'è la
parte migliore di noi? La parte migliore di noi è l'intelletto, e
l'attività specifica dell'intelletto è la contemplazione,
perché non ha
rimandi di alcun genere. Si contempla e tutto finisce
lì, dove
si trova la soluzione di ogni problema.
Tutto questo ragionamento è
sottinteso in questa prima parabola del Signore. Per quanto riguarda la
seconda parabola la perla del mercante, trovata
la perla, vale la pena di vendere tutto, ma è da sottintendere che egli
se la tiene, perché si identifica con i valori che egli cercava. Se
noi, invece di chiudere la catena dei rimandi e delle
strumentalizzazioni, come accade per il mercante di perle, cessiamo di
essere cristiani e cominciamo a fare dei calcoli sul Regno dopo averlo
ridotto a religione, si strumentalizza anche quella perla e in essa non
vi è più il luogo dove si verificano i valori. Vi cito l'esempio
più nobile, la frase la conoscete anche voi, mi pare che sia di Enrico
IV: Parigi val bene una Messa.
Mi sento dire, in modo particolare dalle donne che hanno paura
dell'inferno, quindi cercano di fare il bene. Oppure altri, che sono la
maggioranza, mi dicono che fanno determinate azioni per andare in
paradiso. Penserete che io squalifichi un fine, certo, ed è proprio qui
dove porterò la mia attenzione del discorso. Quindi si compiono queste
azioni per delle motivazioni spurie; evitare l'inferno oppure andare in
paradiso.
Andiamo al terzo paragone della parabola: Il regno dei cieli è simile
a una rete gettata nel mare. Vi faccio notare che nel mare non
ci
sono dei pesci buoni o cattivi nel senso morale, i pesci del mare sono
tutti buoni, soltanto che ci sono quelli commestibili e quelli no.
Nel secolo scorso fu istituita l'opera della S. Vincenzo de’ Paoli, che
si occupava e tutt'ora si occupa dei poveri. Il fondatore è stato
Federico
Ozanam, cristiano nella santità. La sua congregazione si era
sparsa in tutta la Francia e anche nelle altre cristianità. I
rappresentanti dello stato francese si accorsero di avere una
congregazione che aveva l'aria di essere uno stato dentro allo stato, e
il governo intervenne dicendo: Il
vostro scopo è quello di soccorrere
i poveri e dunque ognuno operi nel luogo in cui i poveri ci sono, senza
estendere a tutta la Francia e al mondo cattolico la istituzione.
La
stampa religiosa replicò al governo: Noi
abbiamo sì cura dei poveri,
ma questo non è lo scopo della istituzione; il nostro scopo è di
santificare e di lucrare le indulgenze, accordate dalla S. Sede a chi
cura i poveri, seguendo gli statuti della congregazione.
Un funzionario governativo, discutendo con un dignitario della
istituzione caritativa, disse: Voi,
così, fate il bene non per amore
del bene o per amore dei poveri, ma lo fate nell'interesse della vostra
salvezza personale. Replicò il dignitario: È esattamente così.
Ancora il funzionario governativo: Sicché
voi avete cura dei poveri
non per amore verso di essi, ma perché ciò vi produce delle indulgenze
le quali vi danno il paradiso. Così anche questo esercizio vale
solo
come mezzo e quindi non è l'amore per il prossimo.
Noi qui, alla porta del convento, diamo da mangiare ai poveri, ma non
dovete credere che io sia convinto di fare una grande opera cristiana.
Ho la coscienza che questa è un'opera transitoria, perché quei poveri,
se la società fosse cristiana, non ci dovrebbero essere. Ringrazio
coloro che mi danno le offerte per potere fare questo, ma non credo di
essere, per questo, un cristiano, lo faccio per amore loro, e non certo
per qualificare la mia perfezione o per andare in paradiso.
S. Teresa la piccola morì giovane. Un giorno era a letto malata
ed una anziana suora che l'assisteva a un certo momento le disse: Beata voi che, con tutte le vostre
preghiere, vi siete fatta dei
meriti e andrete in paradiso. La Santa rispose: Se io avessi fatto
questo per andare in paradiso, sarei la donna più disperata del mondo,
sorella: io tutto questo l'ho fatto per amore, non l'ho fatto per
ottenere qualcosa, ma per amore, perché è valido per se stesso e, se
Dio vorrà darci il paradiso, sarà una conseguenza. Dio ci chiede
di
trasformare la nostra esistenza qui in terra.
Infine, le parole di Ozanam, cito: La
carità ai poveri ha come suo fine
autentico la perfezione dei vincenziani. No, fratello Ozanam,
forse
volevi dire che la perfezione del cristiano è l'attuazione del duplice
comandamento: Ama Dio e il prossimo;
e l'altro punto di riferimento: Amatevi
come io ho amato voi. Allora, in questo caso, si passa
attraverso l'amore del prossimo che sarebbe la perfezione cristiana. Se
così è inteso, siamo d'accordo e ci rimettiamo in ordine con il passo
evangelico; altrimenti no.
Omelia
pronunciata il 28 luglio 2002