29 giugno 2008 - Omelia pronunciata il 13 giugno 2002 (s. Antonio)



Chi crederà sarà salvo




Marco 16, 15-20

In quel tempo, apparendo agli undici, Gesù disse loro: Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato.

E questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono. Nel mio nome scacceranno i demoni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano i serpenti e se berranno qualche veleno non recherà loro danno. Imporranno le mani ai malati e questi guariranno.

Il Signore Gesù dopo avere parlato con loro fu assunto in cielo e sedette alla destra di Dio.

Allora essi partirono e predicavano dappertutto mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che lo accompagnavano.



Non sarò così crudele da farvi il panegirico di s. Antonio, cominciando a dirvi dove è nato e quando è nato: oramai ne avete piene le orecchie. Farò un cosiddetto approfondimento sui contenuti della predicazione di quest’uomo. Tutti ne parliamo, dottore della Chiesa, ma  pochi hanno letto le sue opere e vedo che anche coloro che ne parlano mi danno l’impressione di non conoscere quale era lo stile del predicatore s. Antonio, che non è diverso da s. Francesco, ma è un suo seguace: mentre S. Francesco muore nel 1226 a 44 anni, s. Antonio muore a 36 anni, molto giovane, nel 1231, dopo s. Francesco.

Ora vi farò il sunto di due di quelle prediche famose, ma che nessuno legge; infine vi parlerò di quella che s. Antonio fece ai pesci a Rimini e vedremo tutte le allusioni e il significato di questo discorso che ho rivisto dai testi originali, per capire i contenuti metaforici (fare la predica ai pesci: ci deve essere sotto qualche grossa metafora).

Prima predica. Si riferisce a quel famoso passo evangelico in cui si parla del ricco Epulone che tutti i giorni si vestiva di bisso e alla cui porta c’era Lazzaro. Il tema è quello dei ricchi e dei poveri e vi faccio il sunto di questa predica per farvi capire come, nella coscienza popolare, questo Santo è entrato come una seconda religione, forse anche a tal punto da fare dimenticare Gesù Cristo.

Poi l’abbiamo trasformato nel santo dei miracoli e anche io - che sono antimiracolista - quando nella mia stanza perdo qualcosa, subito incomincio a dire una preghierina a s. Antonio e non ho mai fallito. Questa è una piccola confessione di incoerenza e credo che la pietà popolare viva anche di queste cose, benché non siano prettamente evangeliche.

Gesù parla di un tale ricco di cui non fa il nome ed ecco l’osservazione di s. Antonio: I ricchi non sono conosciuti da Dio, perché sono fuori dalla sua legge, invece i poveri, quelli sì che li conosce per nome e infatti, nel testo, si dice che il povero si chiamava Lazzaro. Quanti vestono di porpora, ossia di panno intinto nel sudore e nel sangue dei poveri, indossano questo vestito mediante il furto, mediante la rapina, mediante l’usura, mediante l’illecito guadagno. Voi capite che, quando la gente si sentiva dire queste cose, sapeva bene dove stavano i colpevoli. E subito nei confronti del Santo ci fu un feeling che resiste tutt’ora dopo tanti secoli.

Seconda predica. Un giorno gli capita di dover fare l’elogio funebre di un famoso avaro. Comincia così: Signori, ciascuno tiene il cuore insieme col suo tesoro, là dove hai il tuo tesoro hai anche il tuo cuore. Poi invita gli uditori a recarsi alla casa di questo signor avaro morto. Antonio fa aprire le casse in cui è racchiuso il danaro e fa smuovere i sacchetti delle monete. 1, 2, 3: ecco il cuore palpitante del defunto (miracolo di s. Antonio) i presenti vedono il cuore palpitante di quel povero disgraziato in mezzo ai sacchetti delle monete. Può essere questa la felicità del nostro cuore che - come dice s. Agostino - sarà sempre inquieto finché non riposerà in Te. Vedete l’uso dei passi famosi tradotti nella pratica quotidiana.

Infine la predica ai pesci. Antonio si trova a Rimini - dice il testo - infestata di eretici; a Rimini dominano gli Stati Pontifici, e gli eretici criticano la Chiesa istituzione. Anche s. Francesco ha una predica, non ai pesci, ma agli uccelli rapaci, perché a Roma la sua predicazione fu rifiutata; gli storici, infatti, dicevano che fosse più facile convincere un rapace a rinunciare a mangiare una capinera che convincere un romano a diventare cristiano. Terribile, la nomea di cui godeva Roma, il centro della cristianità...

Torniamo a Rimini; e lì dispute sulla scrittura senza concludere nulla. Allora s. Antonio decide di andare a parlare ai pesci, ecco la descrizione così come l’ho trovata nei testi e credo che addirittura questo episodio sia nei fioretti. S. Antonio si affaccia sul mare, ed ecco che i pesci si dispongono ad ascoltarlo secondo la dimensione: i pesci più piccoli lì proprio sulla riva, poi i più grandicelli dietro e così via. Pare che più o meno abbia detto loro: Vedete il buon Dio vi ha salvati dal diluvio (sono dentro all’acqua) poi voi avete salvato Giona (quel pesce famoso che ingoia Giona e poi lo rigurgita) e su su, poi alla fine con Gesù avete dato da mangiare a cinquemila persone. Ha ricordato loro il servizio dato, anche se, per fare questo, sono stati uccisi.

Gli eretici si convertono perché - badate che sto ricostruendo - fu questa una grande metafora. Infatti gli eretici credevano che i pesci grossi, che mangiavano i piccoli, fossero un errore nella creazione di Dio, e quindi il male storico avrebbe come origine una divinità cattiva. Secondo la letteratura dei Padri, noi uomini siamo nella storia, così come i pesci sono nel mare: i grandi mangiano i piccoli. Se si porta questo concetto nella storia, questa visione fu poi assunta anche da Hegel che, quando discorre della storia, è proprio convinto che questa sia modellata sulla natura. Non vi scandalizzate se nella storia c’è un Napoleone che muove guerra per conquista - quelli sono dei pesci grossi che mangiano i pesci piccoli - ciò che noi chiamiamo il conflitto tra le nazioni, tutt’ora in atto, e ciò che è accaduto dopo l’11 settembre, sono esattamente su questa linea. Noi siamo nella storia così come i pesci sono nell’acqua e questi furono presi come esempio di conflitto eterno.

Ma è una catena che sostiene il processo della vita. I bambini vedendo i documentari sugli animali, chiedono a papà e mamma come mai i leoni mangiano le gazzelle. Se non c’è una preparazione teologica, il bambino si scandalizza, è un problema gravissimo.

Concludiamo il discorso su s. Antonio. Noi uomini viviamo come i pesci, ma colpevolmente, noi che ci aggrediamo con guerre e frizioni che sono in ogni famiglia. Allora s. Antonio conclude così: Sono riuscito, mediante la mia predicazione, a fare convivere per un periodo di tempo questi pesci. Certo che, finita la predica, ognuno è tornato negli abissi del mare, dove è continuata la lotta per l’esistenza.

E per noi uomini? Siamo aggressivi nei confronti gli uni degli altri a livello di nazioni e a livello di popolo, esattamente come i pesci, però colpevolmente; perché? Ecco il colpo di coda: Gesù Cristo fa  con gli uomini quello che ha  fatto il Santo nei confronti dei pesci: il suo Messaggio può finalmente convincerci - non per una mezz’ora nel momento in cui veniamo a Messa, ma per tutta l’esistenza - a disporre fra di noi dei rapporti giusti e pacifici.



Omelia pronunciata il 13 giugno 2002