1 giugno
2008 - Omelia
pronunciata il 4 giugno 1978 tratta da
"Andate e mostrate, Anno A", pp. 161-165
Somnium Scipionis
Matteo 7, 21-27
Non chiunque mi
dice Signore,
Signore entrerà
nel regno dei cieli, ma
colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli.
Molti mi diranno
in quel giorno: Signore,
Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo
nome e cacciato demòni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo
nome? Io
però dichiarerò loro: Non
vi ho mai conosciuti; allontanatevi
da me, voi operatori di iniquità.
Perciò chiunque
ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è
simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia.
Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si
abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata
sopra la roccia.
Chiunque ascolta
queste mie parole e non le mette in
pratica, è simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla
sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si
abbatterono su quella casa, ed essa cadde, e la sua rovina fu grande.
Qualcuno dice
che il pregiudizio illuministico sulla religione continua a resistere.
Cosa è questo pregiudizio illuministico? Molti uomini di cultura si
mostrano reticenti - anzi, piuttosto freddi - nei confronti di termini
come religione, religioso; qualcuno oramai ha perfino orrore della
parola cristiano, perché quando si dice cristiano, si dice religioso;
quando si dice religioso, si dice qualche cosa di pasticciato, come se
si trattasse di realtà ambigue.
Come rispondono
ufficialmente i cattolici a questa posizione illuministica, nei
confronti della religione? Signore
Signore,
ma chi grida Signore
Signore?
L'uomo religioso, non certamente l'uomo pagano. Il cristiano che grida Signore
Signore,
lo griderà quando va in processione, ma è da chiedersi se quando va in
processione, è più un cristiano o pagano. Non è certo il vero cristiano
che grida
Signore Signore, perché il vero
cristiano oramai sa che cosa deve fare: la volontà del Padre. Ed è
questo il punto difficile da conseguire.
La intellighentia cristiana risponde
a questa posizione illuministica, dice: “guardate il risveglio,
l'ascesa alla tribuna internazionale dei popoli religiosi dell'Asia e
dell'Africa”. Dunque, il solletico alla religiosità verrebbe da questi
popoli, che, nella concezione di questi cattolici, sarebbero la
dimostrazione della religiosità della natura umana: l'Africa da una
parte e l'Asia dall'altra. Poi ci sarebbero le richieste spirituali dei
giovani, che mettiamo un po’ tra parentesi, perché anche qui ci sarebbe
un lungo discorso da fare. Sì, certo, troviamo anche dei giovani che
hanno abbandonato il vecchio cristianesimo tradizionale, se ne sono
andati ad ascoltare la saggezza di un guru indiano, qualcuno è passato
in Africa ad ascoltare gli stregoni. Ha impegnato, poniamo, venti anni
laggiù in Asia o in Africa, mentre alcuni pare si siano stancati a loro
volta dopo tre o quattro mesi.
Io non dico
loro di tornare al vecchio cristianesimo di una volta, perché oramai
siamo tutti nella medesima serie, vale a dire sono tutte religioni allo
stesso modo, per le quali Gesù dirà: non
chi dice Signore Signore... Questa
invocazione la sentite dire dall'Africa all'Asia all'Europa, in tutte
le parti del mondo, ma questo non è essere cristiani. Dunque, l'uomo
occidentale deve confrontarsi con le grandi religioni che stanno alla
base della cultura dei popoli.
A questo punto
entra in scena il segretariato per le religioni non cristiane, il quale
vi dice che la Chiesa Cattolica ha fatto una specie di inchiesta nei
confronti di queste religioni, perché una volta si diceva che erano
tutte nell'errore, mentre adesso si dice che hanno delle ricchezze che
Dio avrebbe dato alle genti.
Ma certo: le
ricchezze, Dio le ha date all'uomo, non c'è dubbio che a tutti noi ha
dato un cervello, ci ha dato indubbiamente delle possibilità umane
altissime. Il problema è di vedere chi è in grado di dimostrare
che Dio agisce in queste creature. Allora, dicevo, il motivo per cui
questo segretariato ha fatto una specie di interrogazione a queste
culture, diciamo religiose (islamica, buddista, induista e così via), è
perché si voleva conoscere il loro parere su alcuni grossi problemi che
assillano l'uomo di oggi:
l.
Quale è il significato della vita individuale. Antico problema è già il
colore della nostra pelle.
2. Quale è il modello di organizzazione sociale che preferibilmente
dobbiamo scegliere.
3. Che cosa ne pensate della esplosione demografica.
4. Che cosa ne pensate degli squilibri internazionali.
5. Quale è l'ideale dell'uomo su questa terra.
6. Che cosa vi attendete dopo la morte.
Bene, queste risposte sono apparse su di un bollettino che sono andato
a rivedere. A parte alcune risposte che possono far piacere, come
questa: in genere tutte le religioni sono contro l'aborto, e così via,
bisognerebbe vedere la motivazione profonda, se è per un motivo
ideologico, o se è per l'affermazione del proprio gruppo, il quale,
naturalmente ha bisogno di individui nuovi.
Il cristianesimo, per la verità, più che di produrre degli uomini, è
preoccupato di renderli creature nuove, perché su questa Terra ci
moltiplichiamo, e se restiamo degli animali, si moltiplica l'animalità.
Ecco: il cristianesimo tenta di far diventare l'uomo, da animale che è,
almeno uomo, angelo se è possibile.
Quando avremo messo nella testa degli uomini questa prima
preoccupazione, anche tutti i problemi dell'aborto saranno secondari,
tanto è vero che non sono neanche discorsi cristiani, volendone parlare
con tutta sincerità. Certo, il fatto tragico è il dovere subire degli
scacchi legislativi su questa posizione. I cattolici, che - ahimè
- magari sono stati mandati al governo, per tenere viva una
legislazione, che a parere di tutti dovrebbe essere in sintonia con la
visione cristiana del mondo, di questa visione non sono riusciti a
costruire quasi nulla, e la cosa grave è che anche il cristiano
aderisca a questo tipo di struttura, ma il discorso diventerebbe ancora
più serio.
Dunque, quale è questa risposta delle religioni alle domande che
abbiamo fatto prima? Prima risposta: esiste un modo, un tipo di
promozione umana che non è anzitutto di ordine materiale ed economico.
Cioè l'uomo sente che questi aspetti non sono il tutto, né della sua
persona, né sono il tutto di una realtà che egli avvista al di fuori di
sé. Ci sarebbe nell'uomo una corrente spiritualistica per cui, ed ecco
il punto, anche il milionario, preso in un momento di commozione, vi
dirà che tutto passa in questo mondo, vi dirà che il danaro non è
tutto, vi dirà che c'è qualcosa al di là di questo danaro, ma ahimè, se
voi chiedete al miliardario di lasciare, non dico tutti i suoi
miliardi, ma una sola parte, probabilmente non darà neanche una lira in
nome di questa affermazione: e cioè che tutto è vanità quaggiù.
Allora vuol dire che c'è qualcosa che non funziona in questa
dichiarazione, questo equivoco è nato circa duecento anni prima di Gesù
Cristo. Avrete udito parlare del Somnium
Scipionis parte di un magnifico libro. Si tratta di un sogno di
un condottiero, Scipione l'Emiliano, colui che aveva distrutto
Cartagine. Siamo nell'anno 129 a.C.; a Roma c'era stata qualche anno
prima la famosa rivoluzione dei Gracchi. Per la prima volta due giovani
tribuni - la madre era Cornelia, se ricordate - questi due giovani
avevano visto che la grandezza di Roma era basata sulla schiavitù,
sull'abuso che alcune classi facevano di altre classi e avevano
proposto la divisone equa delle terre.
La vicenda ve lo dico come antefatto: si svolge in una villa vicino a
Roma, la villa degli Scipioni, questo grande capitano, l'Emiliano, è
venuto a riposarsi durante le ferie romane insieme con alcuni amici.
Siamo d'inverno, in un praticello sorge il sole ad illuminare quel
momento oscuro dell'inverno. Il loro discorso verte sui fenomeni
celesti, ce n'è sempre da discorrere, ma uno dei presenti, un certo
Lelio, richiama gli amici alle cose terrene. Quali sono le cose
terrene? Le cose terrene sono quelle di oggi, vale a dire lo Stato
democratico italiano, le lotte politiche avevano lasciato i lividi,
perché i due fratelli erano stati spazzati fuori... ricordate i due
fratelli Gracchi? Ma avevano lasciati i lividi nelle coscienze, avevano
cioè aperto un problema: come deve essere governato uno Stato, quale è
lo Stato più giusto? Dunque - 129 a.C. - siamo alle medesime. Scipione
risponde che, a suo avviso, il modello di Stato si ha nella istituzione
romana, da Romolo fino alla repubblica. Oggi diremmo: lo Stato italiano
nasce dalla resistenza, quello è lo stato democratico italiano.
Poi nel terzo libro, un certo ospite, di nome Filo, sostiene una tesi
strana, la tesi che era sostenuta da quel Carneade di cui parla il
Manzoni (ricordate don Abbondio? Carneade,
e chi era costui?). Questo filosofo dice che, senza ingiustizia,
non si possono governare le repubbliche. Tesi tremenda, perché pare che
una repubblica debba essere fondata sul ricco e sul povero, e allora è
impossibile che una repubblica possa gestirsi senza ingiustizia.
Vale a dire: per avere uno Stato ci vuole un dualismo, come per avere
un motore ci vuole un pistone che vada su e giù, cioè ci vuole, in
tutte le situazioni, un momento di positività e uno di negatività;
quindi, diceva il buon Carneade, senza ingiustizia è assolutamente
impossibile mantenere e gestire una repubblica. Direi che la nostra ne
è una prova, anzi direi che tutti i giorni abbiamo una riprova che una
repubblica non si può gestire senza ingiustizie. Ma Scipione,
naturalmente, colpito nel vivo, dice che la giustizia è assolutamente
indispensabile alla vita dello Stato. Non v'è dubbio, perché bisognerà
che ci intendiamo sul concetto di giustizia, se per giustizia si
intende che la rivoluzione dei Gracchi deve essere insabbiata, allora
questo tipo di giustizia deve reggere la repubblica romana.
A questo punto, cioè nel sesto libro, prima del sogno, ecco che si
parla dell'aldilà, della religione, della utilità del culto divino
(badate, siamo nel 129 a.C.); poi, sotto la finzione di un sogno, un
sogno meraviglioso che scosse anche S. Agostino e che pare che ne abbia
determinato il primo passo verso la conversione, ecco la dottrina della
immortalità dell'anima, della beatitudine eterna, riservata a coloro
che hanno meritato della patria e non a coloro che hanno operato la
giustizia, che hanno attuato la volontà del Padre che sta nei cieli. Ma
i Gracchi, che volevano la giustizia, non hanno bene meritato della
patria, dunque nel regno dei cieli concepito nel sogno di Scipione loro
non andranno.
Ecco allora l'antefatto nella sua peculiarità, cioè l'antefatto che
spinge Scipione a raccontare il sogno che egli aveva avuto in Africa, e
che poi aveva tenuto sempre nascosto. L'avo, il famoso Scipione
l'Africano, gli parla della beatitudine che attende nell'altra vita i
reggitori degli Stati. Lassù, in questa beatitudine, chi ci andrà? Ci
andranno coloro che hanno osservato i doveri verso Dio, verso i
congiunti, verso la patria. E verso il prossimo? Ahimè, tutto viene
escluso.
Nel suo sogno, l'Emiliano, dall'alto della beatitudine celeste, rivolge lo sguardo
giù verso la Terra, ma l'avo dice: non guardare giù in basso, ma guarda
su in alto, nelle sfere celesti, dove esiste la sublimazione delle cose
terrene. Il Cielo, dunque, è stimolo alla vita politica così come è, e
non appare per nulla, in questa concezione del sogno di Scipione, il
concetto di conversione. Condottieri, pensatori, governatori,
giureconsulti, amministratori della giustizia, nelle passioni intense
della patria, tutti coloro che si sono messi a servizio o vantaggio e a
difesa della gloria di Roma, hanno un posto lassù, nel regno della
beatitudine.
E la giustizia,
l'eguaglianza, l'amore? Vedete che tutto ciò è escluso dalle persone
che hanno l'aria di essere le più religiose del mondo, perché con
questo passo del sogno persino sant'Agostino ha cominciato a
convertirsi, ma probabilmente non aveva capito che questa era pura
religiosità, vale a dire una proiezione di questo mondo nell'altro,
fatto a immagine di questo mondo. Nulla di più pericoloso che concepire
la religione come una continuazione o un prolungamento ideale di ciò
che siamo.