16 marzo
2008 - Omelia
pronunciata il 16 marzo 2002
Distruzione - Conversione
Matteo 26, 14-27,66
Allora uno di Dodici, chiamato Giuda Iscariota, andò dai sommi
sacerdoti e disse: Quanto mi volete
dare perché io ve lo consegni?
E
quelli gli fissarono trenta monete d’argento. Da quel momento cercava
l’occasione propizia per consegnarlo. (…) Da mezzogiorno fino alle tre
del pomeriggio si fece buio su tutta la terra.
Verso le tre, Gesù gridò
a gran voce: Elì, Eì, lemà sabactàn”,
che significa: Dio mio, Dio
mio, perché mi hai abbandonato?.
Udendo questo, alcuni presenti
dicevano: Costui chiama Elia.
E subito uno di loro corse a prendere
una spugna e, imbevutala di aceto, la fissò su una canna e così gli
dava da bere.
Gli altri dicevano: Lascia, vediamo
se viene Elia a
salvarlo!. E Gesù, emesso un altro grido, spirò.
La Passione di
S. Matteo offre due temi di riflessione: 1) Il caso di
Giuda; 2) Le parole di Gesù “Dio mio, Dio mio, perché mi hai
abbandonato?”
Per quanto riguarda Giuda, vi invito a riflettere: Giuda è deprecabile
non perché vende Gesù Cristo per trenta danari, la richiesta del danaro
è successiva. Per spiegare quale è stata la vera colpa, prenderò a
guida il filosofo Niezsche, - filosofo della morte di Gesù - che vedo
tornato di moda, e poiché oggi si celebra la giornata mondiale della
gioventù, vorrei rivolgere soprattutto ai giovani queste poche
note.
Zarathustra, il personaggio
del romanzo di Niezsche,
incontra Giuda in una valle desolata e
gli chiede: Come mai hai fatto
questo? Giuda diventa nervoso e
risponde: No, non potevo più
sopportare quegli occhi, quella voce,
quelle parole che andavano al fondo dell’anima e che conoscevano tutto
dell’uomo, vale a dire: non ho avuto alternative, o la mia
distruzione
o la conversione, e ciò significa - dobbiamo dirlo ai giovani e anche
agli adulti - la distruzione di quello che siamo, per diventare ciò
che dobbiamo essere. Ecco riassunta qui, tutta la filosofia
dell’occidente. Prosegue Giuda: Quegli
occhi, che mi penetravano nel
fondo dell’anima fino a rivoltarmi, quasi a dirmi che io ero un
diavolo, così come ero.
Dice Zarathustra: Qui è la tua
grandezza, finalmente ti sei liberato
da colui che ti impediva lo svolgimento del tuo io totale. Ecco
il
vero peccato di Giuda: quello di avere - è Nietzsche che lo sottolinea
-
amato infinitamente se stesso. Giovani, adulti, ecco il peccato, ed
ecco perché nella Passione di S. Matteo dobbiamo considerare questo
aspetto che ha portato al tradimento e alla uccisione di Dio, almeno
con il pensiero. Perché nei fatti, Dio non ti uccide, Dio ti salva.
Riguardo le parole di Gesù: Dio mio,
Dio mio, perché mi hai
abbandonato? ho dei dubbi che Gesù le abbia mai dette, perchè
oltre a
queste di Matteo, abbiamo quelle di S. Marco e di S. Luca che sono: Mio Dio nelle tue mani rimetto il mio
Spirito; qui sentite le parole
di un Dio, e non in quelle di S. Matteo.
Nessuna colpa a S. Matteo,
il quale avrà scritto a tavolino recuperando una frase di Isaia del
Vecchio Testamento, dove si presenta un Gesù eccessivamente sconsolato.
Questa interpretazione induce molti cristiani a incolpare Dio nelle
vicissitudini della vita.
Cercherò di chiarire ciò che Gesù
ha detto, anche nell’ipotesi che fosse quella di Matteo la versione
giusta. I tre evangelisti, dopo aver dato la loro versione diversa,
dicono: Gesù chinò il capo e spirò,
quindi le ultime parole sono
quelle che ogni evangelista riferisce. Però il Principio di non
Contraddizione ci dice che o sono false tutte e tre, o una, o forse
due, sono vere - perché le due possono coniugarsi benissimo fra loro,
ma questa di Matteo è certamente falsa. Nessun rancore nei confronti di
Matteo, perché era ebreo e ha recuperato, male, il Vecchio Testamento.
Facciamo l’ipotesi che della morte
di Gesù si abbia solo questo racconto, allora in ogni caso bisognerà
fare una lettura corretta. Dio mio,
Dio mio, perché mi hai
abbandonato?, quel perché in lingua italiana è un perché inquisitorio,
sarebbe una traduzione del cur
latino: come mai mi hai ridotto in
queste condizioni? In S. Girolamo vi è il testo latino perfetto,
che in
italiano è stato tradotto male; c’è un ut quid e non un cur. Allora traduciamo bene: Padre, per quale profondo motivo, per
quale
alto fine io sono ridotto in queste condizioni? Sottinteso: per
salvare
gli uomini perché Tu stesso hai detto che sei venuto al mondo per
testimoniare la Verità e per testimoniarla anche con il sangue. Ecco la
frase sbagliata della traduzione - che per me non è
di Gesù - ma volendola attribuire a Lui bisogna fare la traduzione
perfetta, e tutto torna: quella frase contiene un ut quid finalistico.
Il perché italiano ha due aspetti:
il perché finale e il perché originario; mangio perché ho fame, è un
perché causale; mangio perché voglio nutrirmi, è un perché finale. Nel
Vangelo di Matteo purtroppo si
è dato spessore, nella traduzione italiana, a un perché inquisitorio
che è puramente causale.