10 febbraio
2008 - Omelia
pronunciata il 3 marzo 1987
Non
di solo pane
Matteo 4, 1-11
In quel tempo, Gesù fu condotto dallo spirito nel deserto per essere
tentato dal diavolo. E dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta
notti ebbe fame.
Il tentatore
allora gli si accostò e gli disse: Se
sei figlio di Dio, di che questi sassi diventino pane. Ma egli
rispose: Sta
scritto non di solo pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola
che esce dalla bocca di Dio.
Allora il
diavolo lo condusse con se
nella città santa, lo depose sul pinnacolo del tempio e gli disse: Se
sei figlio di Dio, gettati giù perché sta scritto: Ai suoi angeli darà
ordine a tuo riguardo ed essi ti sorreggeranno con le loro mani, perché
non abbia a urtare contro un sasso il tuo piede. Gesù rispose: Sta
scritto anche non tentare il Signore Dio tuo.
Di nuovo il
diavolo lo
condusse con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del
mondo con la loro gloria e gli disse: Tutte
queste cose io le darò a
te se, prostrandoti mi adorerai. Ma Gesù gli
rispose: Vattene
Satana!
Sta scritto: Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto.
Allora il
diavolo lo lasciò ed ecco angeli gli si accostarono e lo
servivano.
Affrontiamo questo
passo evangelico. Avrete osservato che la
parola 'diavolo' é con la d minuscola, la parola 'satana' é
con la s minuscola. Cosa vuol dire? abbiamo
personalizzato un concetto che ci perseguita? Il disastro dell'Eden,
che viene raccontato nella prima lettura, é un disastro tale che
non
riusciamo a concepirlo se non come avente una causa che va al di là
della stessa natura umana.
E' successo che quando Dio comincia a fare l'inchiesta, si scarica
tutto
su quel povero serpente, come se il serpente, a sua volta, fosse un
personaggio, quando probabilmente si tratta della denuncia della
categoria del profondo, che poi con Freud avrà il nome di Es, di Io,
di Super-Io. Ecco allora che c'é qualcosa di unitario in noi dentro
una quantità di componenti, per cui un fatto di questo genere dobbiamo
attribuirlo a una entità superiore, alla quale abbiamo dato il nome di
'demonio'.
Questo 'demonio' é diventato il 'Diavolo' con la D maiuscola, é
diventato 'Satana' con la S maiuscola, ed ecco dove probabilmente é
nato
l'equivoco. Congeliamo qui il discorso, però vi avverto che ormai
appartengo alla categoria di quei piccoli o medi pensatori che non
credono più al demonio come persona. Voi direte che Gesù ne parla nel
Vangelo; sì, Gesù ne parla nel Vangelo
secondo le categorie dell'epoca, poi sarebbe da discutere se tutto
questo
non gli sia stato fatto dire, secondo quella forma, da coloro che hanno
costruito o che hanno allargato i fatti. Fermiamoci qui, certo ho le
mie buone ragioni per dirvi che non ci credo, ma questo non vuol dire
che non ci si debba credere.
Ora commenterò, sunteggiando, una delle più belle pagine della
letteratura cristiana del secolo XIX, che si trova in un romanzo,
che poi romanzo non è, non avendo raggiunto quel livello. Si tratta di Fabiola, di cui avrete sentito
parlare e che sarebbe da assiemare
con quell'altro più conosciuto Quo
Vadis?. Due romanzi che sono
riusciti a sollevarsi da una certa letteratura banale e hanno studiato
la struttura del primo cristianesimo, del cristianesimo all'epoca delle
persecuzioni. Fabiola avrebbe
come sottotitolo La
Chiesa delle Catacombe, scritto da un certo cardinale Wisemann
nel
1850.
Ho deciso di sunteggiarvi una pagina che probabilmente é la perla di
tutto il libro; voglio dimostrarvi come, utilizzando un autore, si può
procedere alla fondazione della morale e quindi liberarsi dalla
tentazione. Perché poi, in fondo, le
tentazioni di Gesù sono il paradigma della tentazione del cristiano in
ispecie, e di ogni uomo, vale a dire la nostra posizione di fronte alla
realtà.
In una deliziosa mattina d'ottobre, la padrona Fabiola, figlia del
proconsole Fabio, la schiava Sira - la schiava é cristiana la padrona
é pagana - adagiate vicino ad una fonte stanno leggendo alcuni libri,
quando Fabiola, annoiata, prende dalla sua borsa un manoscritto appena
uscito, diremmo oggi, dai torchi della tipografia. Lo presenta alla
schiava e la prega di leggerlo. La schiava, Sira, cristiana, esamina il
titolo, scorre le prime righe, depone il libro e obbietta
coscienzialmente. Noi oggi diremmo: fa obiezione di coscienza.
Mia buona signora - dice - non chiedetemi la lettura di questo libro,
non conviene a me leggerlo né a voi udirlo. Posizione netta.
Fabiola é
sorpresa: perché? Per la prima volta sente dire che vi é un limite
anche
nelle letture. Vi rendete conto? Vi é un limite anche nell'uso del
pensiero. Questa é la sorpresa, mai nessuno autore classico aveva posto
il problema, vale a dire un problema morale, su questo tema.
Come? anche la proibizione di leggere? Certo, brutto il giorno in cui
la Chiesa ha fatto il libro dell'indice. Non confondiamo le cose. Ed é
qui dove poi c'é la contestazione alla istituzione, che crediamo sia
quella che debba stabilire il bene o il male. Qui una
schiava mette l'alt in nome di un principio e attinge alla coscienza,
via le legislazioni. In verità, a quali principi di virtù si poteva
appoggiare la condanna
di un'opera che si riproduceva con la penna e con tutti gli altri
strumenti artistici. In nome di che cosa, si poteva dunque mettere la
condanna a una lettura?
Il sistema educativo ormai aveva
condizionato le coscienze in modo tale che la distinzione tra il
bene e il male era caduta. Così come in una tribù di cannibali é caduta
la distinzione tra l'uccidere un uomo e il rispettare la sua vita. Dico
questo, perché é la concezione del mondo e della educazione: occorre
sapere fino a che punto la società ha il diritto di intromettersi nella
educazione della psiche e nella educazione morale degli individui, e
soprattutto nei bambini: questo è il punto da discutere.
Fabiola, sempre più sconvolta, obbietta: E che male può mai fare
questo libro? sì, d’accordo, racconta certe azioni, ma non ci induce a
commetterle. Vedete? Non ci induce a commetterle, e si diverte
leggendo
il racconto delle azioni altrui. Il dialogo é messo in bocca a
personaggi di duemila anni or sono o poco meno, ma sono i medesimi di
sempre.
La schiava obbietta: Di questi
orrori vorreste voi rendervi
colpevole? No, dice
Fabiola. Vedete la maschera? Ebbene,
continua la
schiava, leggendole, “La vostra mente
si riempie di quelle immagini
erotiche criminose, e siccome vi divertono, il vostro pensiero vi si
ferma sopra con piacere. Sì,
risponde Fabiola, e con ciò?
Vedete, siamo alle piccole svolte; badate che vi ho sunteggiato il
tutto, andiamo cercando i passaggi del pensiero. Quelle immagini sono
costruite con una certa intenzione, e quindi contengono un pensiero
colpevole.
Wiseman ha fatto dire a una schiava parole un po' grosse, per cui
si sente la mano pesante del romanziere. Anche Manzoni mette dei grossi
concetti in bocca a due personaggi illetterati, ma si dice che c'é un
equilibrio per cui sembra proprio che siano i pensieri anche di Renzo e
Lucia. Qui una schiava aveva capito perfettamente quale era
l’insegnamento del Signore. Fabiola continua: Come é possibile? per
essere colpevoli bisogna aver commesso una colpa, e perché ci sia la
colpa ci vuole un atto. Qualcuno dirà che questa concezione era
del mondo antico. No, vi dimostrerò che purtroppo é una categoria
ancora viva; tutto ciò che
passa dentro al nostro spirito, al nostro pensiero in una seconda
mentalità comune, non ha assolutamente bisogno del bene o del male.
Quindi il male sarebbe soltanto quello che produce sangue e dove ci
scappa il morto. Ma dove non c'é il morto, per noi, non facciamo né
bene né male.
Prosegue la schiava: E’ vero, nobile
signora, ma anche lo spirito non
ha forse come il corpo i suoi atti? e quale é l'atto dello spirito
dell'anima se non il pensiero? Spero di avervi trasmesso tutto.
La
passione che merita un omicidio é l'azione di un tutto invisibile, vale
a dire di una potenza invisibile che é lo spirito, e il colpo che
compie l'omicidio; quello non é altro che l'atto meccanico del corpo,
ben diverso dall'atto dello spirito.
Ma chi comanda l'azione -
replica la schiava - chi ubbidisce,
o chi ha
la responsabilità del risultato? Alta filosofia, non si
esita a
far
dire a una schiava parole che soltanto Socrate potrebbe costruire. La
tesi é semplice, chiunque capisce il messaggio cristiano eo ipso,
diventa un genio, cioè eo ipso
diventa un filosofo. Intendiamoci, non é
che la schiava fosse priva di elementi, voglio dire che un analfabeta,
probabilmente, non riuscirebbe ad esprimersi, ma appena ci sia un
piccolo patrimonio di base, immediatamente si diventa filosofi, capaci
appunto di costruire anche ragionamenti di questa specie.
Capisco - dice Fabiola - ma vi é una difficoltà ancora, vi é una
certa
responsabilità degli atti interni, non meno di quelli esterni - ha già
capito - ma dinnanzi a chi noi ne saremmo responsabili? Qui é il
gioco delle due intelligenze. Ed é vero: davanti a chi ne saremo
noi responsabili? Se al
pensiero
succede l'opera, capisco come i due agenti debbono riguardarne anche la
società, avere agganci con la società e con le leggi; se avviene
soltanto l'atto interno, davanti a chi saremmo responsabili, chi lo
vede? Chi può essere colui che di diritto può giudicarlo, quindi
chiamarlo a sindacato? La schiava risponde con la più bella semplicità
del mondo: Dio.
Fabiola si stupisce e ritiene che Sira sia entrata nel campo delle
superstizioni, e dice: Tu hai tanta
fede in Giove, in Giunone,
in Minerva ? (i tre nomi più venerati) Credi che abbiano costoro a
che fare coi nostri personali interessi? No - specifica Sira -
non
parlo di dei e di dee, parlo di un Dio unico e onnipotente.
Fabiola aveva capito dunque che la schiava apparteneva a
qualche religione, il nome é Dio, risponde la schiava, ma il nome non
esprime né la natura, né l’origine né gli attributi. Anche qui vedete,
alta filosofia. Fabiola diventa curiosa, vuol sapere
natura, origine, attributi di Dio. Sira risponde con molta semplicità,
la sua natura é semplice come la luce che ovunque penetra e si espande.
Concetto meraviglioso, sentite Sira: Questo
Dio fu prima di ogni
principio e sarà quando tutte le altre cose non ci saranno più. La sua
essenza sono, la potenza, la sapienza, la bontà, e la giustizia, e le
sue perfezioni sono infinite coma la sua natura, Egli solo può creare,
conservare, distruggere. Il trattato é completo, e ancora c'é da
meravigliarsi
che una schiava riesca a dire tutte queste cose.
Ma Fabiola a questo punto chiede a Sira - siamo a un altro passaggio - Credi che questo ente, che tu mi dipingi
con tali accenti, possa
occuparsi e sorvegliare continuamente, non soltanto le nostre opere, ma
persino i nostri segreti pensieri, i pensieri di tutti gli uomini?
Sira risponde: Signora non é questa
una occupazione, la luce non fa
alcuna fatica a illuminare tutte le cose, é nella sua natura stessa.
Sono vicino a una fontana, io vedo il fondo di quella fontana perché
attraverso l'acqua, il raggio di sole porta la sua luce. A
questo punto, abbiamo già fatto un altro passaggio: questo Dio
guarda, osserva e controlla anche i pensieri. Fabiola é turbata
all'idea che non si può mai essere soli; turbata dall'idea che non si
può essere arbitri del bene e del male, non un desiderio, non un
pensiero può restare nascosto, e totalmente proprio, senza doverne
rendere conto a nessuno. Questa é un'altra novità che sconvolge
Fabiola, pensiero terribile essere dominati da uno sguardo a cui nulla
sfugge, la tortura di una inesorabile sorveglianza.
Certo, qui la nostra Fabiola é adulta e ha capito dove arriva il
colpo, quale segno raggiunge. Autonomia etica non ne
esiste, andate a rivedere ciò che dice Eva: Dio ci ha detto... Come? Dio ha
detto, allora tu accetti solo perché Dio ti ha detto? Dio ti
ha detto, perché hai scoperto la dinamica di una situazione
pericolosa in cui c' distinzione tra bene e male, e allora Dio
in questo deve essere un ideale, quando invece ahimé, resta un padrone.
Da
qui il tentativo di sottrarsi al suo dominio.
Eppure - dice al termine Fabiola: Sento
che ciò é vero. Per la prima
volta Fabiola riconosceva di avere - é questo che dice Wiseman,
sbagliando - un padrone e un Signore. Un conto è avere un Signore,
altro é
avere un padrone. Finalmente Fabiola ha scoperto di avere un ideale, di
avere
un Dio concepito come un ideale. Diversamente può diventare ancora un
errore.
Il pensiero umano aspira a dare significati a tutte le cose e si
ribella all'idea che qualcuno abbia già dato una definizione a tutta la
realtà. Da qui la tentazione di negare che le cose abbiano una
provenienza razionale. Da qui la tentazione di imporre i nostri
significati a tutta la realtà e dunque la tentazione di creare noi la
tabella del bene e del male.
Omelia
pronunciata il 3 marzo 1987