3 febbraio
2008 - Omelia
pronunciata il 2 febbraio 1987
Dio
non ha creato i ricchi
Matteo
5,
1-12
In quel tempo, Gesù
salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi
discepoli.
Prendendo allora
la parola, li ammaestrava dicendo: Beati
i poveri in
spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati gli afflitti,
perché saranno consolati. Beati i miti, perché erediteranno la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della
giustizia, perché saranno
saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati
i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per
causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi
quando vi insulteranno, vi
perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi
per causa mia. Rallegratevi ed
esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli.
Mi trovo
di fronte a un passo evangelico che non vorrei mai commentare;
eppure, non posso fare come quei cavalli che si rifiutano di saltare la
siepe, brucano l'erba che c'è attorno, facendo finta che la siepe non
ci sia: affrontiamo dunque la siepe.
Beati i poveri in spirito, perché di
essi è il regno dei cieli, ci
fermeremo solo a questa affermazione, oserei dire: perchè saranno
costoro che cominceranno a costruire il regno dei cieli. E’
questa una sottolineatura che voglio fare perchè è molto importante,
giacché tutti i commentatori scivolano via quando si tratta di
stabilire che cosa sono questi poveri in spirito. Oggi francamente, non
so più che cosa la dottrina ufficiale sostenga, siamo in una
smagliatura totale e i più arditi hanno soltanto due affermazioni: la
Chiesa deve stare con i poveri, e la parola, solidarietà. Ecco, le due
parole, la moneta prodotta in questi venti anni di disperazione
interpretativa.
Primo punto: Beati i poveri in
spirito. A giudizio di chi vi parla è la
carta costituzionale della comunità cristiana, e la carta della
comunità cristiana non si deve mai desiderare che venga imposta per
decreto legge. I ricercatori dei valori spirituali, questa è la
traduzione giusta, così ci liberiamo anche di tutto quell'affanno della
parola poveri e della parola ricchi.
Questi ricercatori di valori spirituali, giacché è Gesù che parla alla
situazione storica, possono essere ricchi o poveri storici, dato di
fatto è che, sono coloro che tolgono il dualismo ricco-povero storico e
introducono un tipo di etica in cui la fratellanza è il primum. Ma
dove? Nel rapporto di lavoro, vale a dire nella produzione dei beni
senza passare attraverso la strumentalizzazione del prossimo. Se invece
l'assetto storico non è superato, almeno in linea di principio, allora
è giusta l'obiezione di coloro che mi dicono: le sue sono utopie.
Risponderò umilmente, come diceva Manzoni: Al mondo viviamo tutti di
utopie, soltanto che bisogna essere così accorti da scegliere quella
buona rispetto a quella cattiva. Ebbene, mi sforzerò di
scegliere quella buona, quindi la scelta non è fra ciò che è
ragionevole, ciò che è Cristiano tra virgolette, ma fra due
utopie, il problema allora è di scegliere quella buona. Diversamente, è
utopia anche quella di voler far sì che uno Stato costringa le donne a
non fare aborto. Anche questa è utopia, signori miei, secondo la vostra
visione del mondo.
Non ho mai detto: 'voglio che i preti e i frati vadano a lavorare';
intendiamoci, anche se non è del tutto sbagliato, dovremo dimostrare
anche questa tesi. L'errore della classe sacerdotale è quello di avere
una teologia errata, di insegnare degli errori sul problema del lavoro,
per cui quella teologia consacra eternamente la figura del ricco e del
povero, ed è quanto avrò modo di dimostrarvi.
Se l'assetto storico non è superato, allora il passo della beatitudine
si presta a tutte le interpretazioni e diventa responsabile di tutte le
ingiustizie. La cattura di questo passo comincia molto presto, nel II
secolo dopo Cristo. Un predicatore famoso di nome Clemente Alessandrino
- personalmente lo considero una persona deliziosa - uno che,
attraverso il passaggio dei singoli sistemi filosofici, fino al
Platonismo e poi al Cristianesimo, ha riveduto alla luce di tutta
la sua cultura, il messaggio cristiano. Ad Alessandria di Egitto, ebbe
l’ingrato compito di dovere predicare (spero che non sia questa la
situazione del sottoscritto) alle persone per bene della città. Persone
per bene voleva dire ricchi, potenti, quelli che contavano in città.
Questo predicatore ai ricchi scrive un trattato:
Quale ricco si salverà? Dunque
c'è anche la possibilità della salvezza,
certo, anche Gesù Cristo aveva detto che c'era la salvezza (era
difficile passare per la cruna di un ago, ecc.), e in fondo mi pare di
averlo già detto: è possibile far passare per la cruna anche una corda,
la
si sfilaccia, se ne fanno dei piccoli fili, e uno alla volta si fanno
passare attraverso la cruna di un ago; certo, può passare anche una
corda grossa tre centimetri, ma a tale condizioni, sicché gli esegeti
più arditi diranno: il pensiero di Gesù è questo, possono salvarsi
anche loro, ma a condizioni di non essere più tali. Ecco cosa sarebbe
il discorso ridotto concettualmente.
Clemente
Alessandrino invece entra nelle interpretazioni dei passi
evangelici che maggiormente disturbano la presenza dei ricchi
all'interno della Chiesa e dice: Non
ci si danna perché si è ricchi
(storici, precisiamo), né ci
si salva perché si è poveri (storici),
essere ricchi senza avidità e passione non è male. I ricchi che
ascoltavano: oh finalmente c'è un predicatore che ci rimette a posto
l'animo, possiamo andare a mangiare tranquilli il nostro pranzo anche
se gronda di sangue di schiavitù, naturalmente. Vedete, egli ipotizza
che si possa essere ricchi senza domandarsi da dove derivi quella
ricchezza, tanto per intenderci.
Ma vediamo dove è l'errore teologico: quello di pensare che Dio abbia
creato i ricchi e i poveri come ha creato l'uomo e la donna. Voi capite
che collocare la struttura del ricco e del povero nella mente di Dio, è
il primo peccato teologico compiuto. Allora, se l'essere ricchi senza
avidità e passione non è male, il divenire poveri può essere male
perchè reca con se la carenza delle cose necessarie. Dice il
predicatore di Alessandria che occorre intendere la beatitudine secondo
Matteo Beati i poveri in spirito,
cioè riduciamo a parole chiare: il
ricco storico può restare tale, può conciliarsi con la fede Cristiana
purché sia povero interiormente, vale a dire, povero in spirito e cioè
distaccato dalla ricchezza. “E il povero storico a sua volta non si
illuda” dice Clemente Alessandrino immaginando che i poveri siano
i pagani, questa è una critica che non è soltanto mia, ma appunto degli
storici, Non si illuda di essere
salvo, perchè non è povero se non lo
è anche interiormente: voi capite la drammatica situazione.
Primo errore di fondo, la consacrazione ontologica delle due figure a
cui viene attribuito un compito di dialettica, per cui l'oratore dirà
poi che nel Vangelo le ricchezze vengono lodate perchè consentono di
venire in aiuto al bisognoso - avete capito la sottiliezza - e di
compiere le opere di misericordia, e infatti cito le sue parole: Come
si potrebbero compiere le opere di carità se nessuno possedesse dei
beni? Ecco la giustificazione morale della presenza del ricco
all'interno della Chiesa. Per esercitare la carità ci debbono essere
ricchi e poveri, ecco il bilanciere dialettico e certo l'abbiamo
ereditata dalla civiltà occidentale, questa teoria è stata forgiata dal
pensiero greco. Siccome il nostro Clemente Alessandrino veniva da
quella radice culturale, egli adesso si sforza, in buona fede, di
consolare. Badate, molte persone erano ricche e ha detto a costoro: State tranquilli che alla fine voi siete
li per un compito ben
preciso e quindi uno si toglie dalla testa l'idea di dovere
cambiare
pelle come si suol dire. Per esercitare la carità ci debbono essere
ricchi e poveri, e se non ci fossero i poveri bisognerebbe crearli
esattamente per potere esercitare la carità.
Mi pare che Gramsci nei suoi "Quaderni dal carcere" abbia scritto, in
una mezza paginetta, una critica sublime a questa operazione ricordando
la presa di posizione di un operaio cristiano a Parigi, aveva detto: se
voi teologi, sotto banco continuate a credere a questa integrazione,
sostenete, citando un altro passo del Vangelo, che i poveri li avrete
sempre con voi; allora, noi che lottiamo per la giustizia, se è vero
che il Vangelo deve essere parola di Dio, ne teniamo due di poveri,
perchè sia vero il passo evangelico. Ma per Gesù l'agape cristiana
dovrebbe essere l'eliminazione delle due figure storiche nella eklesia,
Ed ecco una definizione molto semplice e precisa della eklesia: il
luogo in cui sparisce questo dualismo storico che crea appunto tutto il
dramma della nostra convivenza.
Secondo errore di fondo: credere che Dio abbia creato il ricco e il
povero; questa affermazione la troviamo insistentemente nel Vecchio
Testamento, già, perchè da lì derivano molti dei nostri guai mentali.
Dio ha creato il ricco e il povero, e poi si deve far sì che ci siano i
ricchi buoni e i poveri buoni, così come ci saranno ricchi cattivi e
poveri cattivi, senza pensare che i due sono un prodotto storico e che
non potranno mai essere buoni per alcun motivo in quel rapporto, almeno
nella visione di Gesù, essendo frutto del principio conosciuto:
homo homini lupus. Ma Gesù è
venuto a rendere falsificabile questo
principio, dunque i due sostantivi non potranno più convivere nella
eklesia.
Era l’anno 1937 - avevo dieci anni - molti di voi si ricorderanno che
all'epoca il pontefice era Pio XI, che in quell'anno scrisse
una enciclica contro il comunismo dal titolo "Divini Redentoris
Promissio", la condizione sociale deve essere strutturata secondo le
indicazioni della Chiesa. La cito anche perchè, nel 1937, in questo
mondo ecclesiale c'era un certo don Primo Mazzolari, il quale -
ecco qui dove è la sua grandezza - prese posizione e scrisse un
articolo, che ha poi avuto molte vicende. Pochi giorni prima ancora che
uscisse l'enciclica, in quell’articolo Mazzolari non fece altro
che braccare l’enciclica,
come a dire: qui non ci siamo, qui non sono
d’accordo, sembrava che lui sapesse già quello che nella enciclica era
scritto.
Dopo avere esposto gli errori del comunismo, il Papa oppone ad esso la
vera nozione della civitas umana,
comincia col dichiarare l'idea
cristiana e prende le mosse da lontano. In genere facciamo così, si
comincia da Dio creatore, poi si passa a Gesù Cristo, poi giù giù fino
all'ordine economico previsto dall'enciclica. Cito: Abbiamo mostrato
come una sana prosperità deve essere ricostruita secondo i veri
principi di un sano corporativismo. Signori, vorrei avere qui
tutti i
democratici cristiani che si rifanno al Messaggio, per vedere se ce n'è
ancora uno che difende il concetto di
corporativismo.
Vi faccio notare che nel 1937 eravamo sotto un certo regime
politico; la cosa strana è che i due regimi
usino la medesima parola, così come oggi le due sponde, la sacra e la
profana, usino la parola
"solidarietà". Mi dispiace, non ci siamo, nè per l'una nè per l'altra
parola.
Il sano corporativismo: questa sarebbe stata la
risoluzione del problema sociale che rispetti la debita gerarchia
sociale. Specifichiamo: Non è vero
- dice il Papa - che tutti abbiamo
uguali diritti nella società civile. Signori, non commento. Se
oggi uno
dovesse dire una cosa del genere, lo metteremmo perlomeno in
manicomio. Non è vero che non esista
legittima gerarchia: anche qui
lasciamo correre, perchè la legittima gerarchia l'aveva ricostruita -
mi
scuso se uso la parola - il fascismo, e veniva comodo per ricostruirla
anche all'interno della Chiesa.
Infine si arriva al punto dolente della povertà e della ricchezza. Il
Papa dice (cito ancora): Tutti i
cristiani ricchi e poveri - dunque si
prevede la cristianità composta da ricchi e poveri - devono ricordarsi
che non abbiamo qui una città permanente. I ricchi devono distribuire
ai poveri quello che loro avanza. Non faccio commenti. I poveri
debbono sempre rammentare quel Beati
i
poveri in Spirito come vi ho citato. In questo caso voi avete
utilizzato il passo evangelico che era liberante, e lo avete ridotto a
cementare lo status quo.
Continua il Pontefice: Non si
riuscirà mai a
fare scomparire dal mondo la miseria dovuta al limite umano, per cui a
tutti è necessaria la pazienza. Ecco le prediche che i più
anziani
hanno udito da 50 anni a questa parte.
Con tale strana teologia non si riuscirà mai a fare scomparire la
miseria dal mondo. Ecco ciò che mi fa paura sono queste mentalità: se
non ci fossero dei bisognosi, bisognerebbe crearli per poter esercitare
e fare esercitare la pazienza. Termino con un episodio che vi farà
anche ridere. Un piccolo scout non
è riuscito a compiere l'opera buona della la giornata. Il sole sta per
tramontare, si fa sera, la giornata si consuma. Il piccolo scout vede
una vecchierella che sta attraversando la strada, fa cadere sulla
strada alcune briciole di sapone, la vecchierella scivola e lui si
precipita a sollevarla. Ha compiuto l'opera di carità.
Bisogna far sì che non ci siano più opere buone da fare, se queste
opere buone, per essere tali, hanno bisogno che il nostro prossimo sia
alla miseria.