1 gennaio
2008 - Omelia
pronunciata il primo gennaio 1987
Una
sola famiglia umana
Luca 2, 16-21
In quel tempo i pastori andarono senza indugio e trovarono Maria e
Giuseppe e il Bambino che giaceva nella mangiatoia e dopo averlo visto
riferirono ciò che del bambino era stato detto loro.
Tutti quelli che
udirono si stupirono delle cose che i pastori dicevano. Maria da parte
sua serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore. I pastori poi
se ne tornavano glorificando e lodando Dio di quello che avevano udito
e visto come era stato detto loro.
Quando furono passati gli otto giorni prescritti per la circoncisione
gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall'angelo prima di
essere concepito nel grembo della madre.
Affrontiamo ancora
una volta questo tema della pace che si
celebra oggi. Si é voluto stabilire così dalla istituzione
ecclesiastica e civile e quindi i discorsi non trascenderanno mai da
una certa logica entro cui l’istituzione é inserita. I discorsi
della pace sono discorsi strani, esprimono un desiderio di ciò che si
vorrebbe avere, senza fare nulla di sostanziale per poterla avere.
La cosa drammatica dal punto di vista filosofico, è che si é costretti
a parlare di pace, mentre la pace ci sarà quando non si parlerà più di
pace. Voi vi accorgete di avere male a una gamba quando la gamba vi fa
male. Il giorno in cui sentite che vi fa male una gamba, vuol dire che
la gamba è malata; al contrario, se fosse sana non ne parlereste.
Noi siamo “una sola famiglia umana”, così ci ha
detto il Papa, ecco un
principio da cui bisognerebbe trarre tutte le dovute conseguenze; ma
siamo veramente convinti di essere un’unica famiglia umana? Chi rompe
questo schema, mi spiace doverlo dire, é proprio la sacra Bibbia nel
primo passo biblico che abbiamo letto, dove si prevedono delle
benedizioni per una sola certa parte di umanità, quindi, le
responsabilità della guerra e la impossibilità di avere la pace nel
mondo risalgono appunto alla Bibbia e ve lo dimostrerò. La Bibbia
sceglie un gruppo di uomini, crea il concetto di gruppo e da quel
momento tutte le sciagure sono iniziate.
Leggevo in questi giorni una rivalutazione di un eretico del primo
secolo, Marcione, il quale aveva dato uno scossone a tutto il pensiero
cattolico che già si era fossilizzato in alcuni parametri e aveva
detto: Facciamo bene attenzione al
Vecchio Testamento, perché, secondo me, quello non è rivelato da Dio,
lì
c'é la rovina del messaggio portato da Gesù relativamente alla unità
del genere umano.
Si è detto che siamo una sola famiglia umana, volesse il cielo che si
tirassero tutte le conclusioni, ma poi vedo una deduzione che ci porta
a riconoscere la radicale solidarietà della famiglia umana come
condizione fondamentale del nostro vivere insieme, successivo
passaggio, solidarietà e sviluppo, sono per il Papa: “Le chiavi della
pace”. Sicché mi aspettavo che la pace di cui si parla qui, fosse la
pace Sovrana, vale a dire la caduta del concetto di esercito e la
sparizione degli armamenti, invece ecco il ripiegamento. Poi si parla
della pace sociale, ma la pace sociale é un altro discorso ancora, il
quadro spero lo abbiate chiaro. La pace sociale vuol dire: trovare la
maniera di stare insieme tra uomini circa i rapporti
socioeconomici, senza che nasca la cosiddetta piramide sociale e si
stabilisca al punto tale da creare ai vertici il cosiddetto padrone e
alla base il cosiddetto schiavo.
Sono convinto che l’uomo si persuaderà che é un grande delinquente nel
sostenere il concetto di esercito, derivante dal concetto di gruppo,
derivante dal concetto di patria, derivante dal concetto di etnia,
derivante dal concetto di religione e cosi via, vedete le radici come
sono multiple. Sarà più facile che egli capisca che é un delinquente da
quella parte, che non il fatto di avere la propensione continua a
rendere schiavo il proprio prossimo, a costruire il proprio benessere
sullo star male altrui.
Qui poi si dice: solidarietà e sviluppo. Ora per quanto riguarda lo
sviluppo, sappiamo molto bene che non ha mai portato la giustizia
sociale. Si diceva una volta, produrre, produrre, sì, ma andate voi a
dire a un contadino di seminare un po’ più di frumento per dare da
mangiare a coloro che non ne hanno. E no, risponde il contadino, vieni
tu a seminarlo il frumento, perché io quando lo semino, guadagno
soltanto seimila lire al quintale e non ci sto dentro con tutte le
spese che ho. Sicché fa quel tanto che é necessario per il benessere
della società in cui si trova e nulla di più. Nessuno al mondo ha mai
fatto una coltivazione tale per cui il frumento venga venduto anche a
sole mille lire, affinché abbiano da mangiare coloro che
soffrono la fame.
Noi potremmo dare da mangiare a venti miliardi di uomini, siamo al
mondo in sei miliardi e ce ne sono due o tre con il continuo
risicamento della fame in bilico sulla morte e sulla vita. La questione
dello sviluppo la lasciamo stare perché lo sviluppo riguarda coloro che
già hanno lo stomaco pieno e tendono ad aumentare il loro capitale.
Questa é la logica del capitalismo e quando dico capitalismo, sia
esso privato o di stato, é la stessa cosa, capitalisti siamo tutti, lo
dico anche ai frate1li comunisti. In coloro che hanno inventato la
parola solidarietà c’è un certo sviluppo e ricchezza; ci sono i poveri
e bisogna essere solidali con loro.
La piramide sociale si affloscia soltanto per metanoia o
conversione, per decreto legge sarebbe disastroso, quindi, io non
accetto che si dica che la pace sociale si ottiene attraverso lo
sviluppo e la solidarietà. Il punto da guadagnare per il cristiano
sarebbe far sì che nessuno abbia bisogno, recuperando le parole
di Gesù: Amatevi come io ho amato voi.
Gesù Cristo é morto per due motivazioni: perché contestava il sabato,
il quale sabato era rivelato da Dio e perché chiamava Dio suo padre.
Dio é padre non é capo, quindi se Dio é padre, non é capo di eserciti,
come invece si afferma nel Vecchio Testamento.
L'unico santo che ha capito il discorso di Gesù é stato Francesco
d'Assisi. Nell'episodio del lupo di Gubbio - che tra l'altro non era un
lupo vero - c’era un dissidio di ordine sociale, e quello che noi
chiamiamo lupo era un tipo che caldeggiava la rivolta. I brigatisti
dell'epoca, i quali dicevano che c’erano troppe ingiustizie nella città
di Gubbio, si misero ad attaccare, ogni giorno c'erano azioni di
guerriglia, quindi costui era probabilmente uno che aveva scritto sul
berretto 'Lupo', così come all’epoca dei partigiani scrivevano ‘Ercole’.
Francesco lo affronta da uomo libero da tutte le strutture
istituzionali e quando il “Lupo” avanza, gli dice: “Frate lupo”. Il
Lupo nel sentirsi chiamare “frate”, fratello, chiude la bocca e
Francesco gli fa notare che ha fatto cose cattive: che ha ucciso anche
degli uomini e davanti a Gesù Cristo è perverso. Francesco gli mostra
l’etica di Gesù Cristo e non quella della città, non gli dice che ha
violato il codice della città, che era il codice di chi costruiva la
piramide.
Lo porta in città e non in Chiesa, perché la Chiesa era già diventata
un motivo di attrito, un luogo dove si insegnava l’odio contro il Lupo,
bisognava ucciderlo. Nella piazza non consegna il Lupo come se fosse
uno sbandato che ritorna finalmente a casa presso le persone oneste;
prima fa un discorso anche ai cittadini di Gubbio: Signori, ho l'impressione che a motivo dei
vostri peccati le cose si siano ridotte in questo modo, lo so, voi
avete paura del Lupo, che ha una gola piccola in sostanza, ma non avete
paura dell'inferno che é una voragine enorme e che vi può seppellire
tutti quanti. Dice il fioretto che quel Lupo, caso strano, morì
di vecchiaia. Tutti i giorni entrava in città al mattino, riceveva il
suo pezzo di pane, giocava con i bambini. Finalmente la pace era stata
fatta, la pace non tra un deviato che ritorna presso gli onesti, ma la
pace fra due deviati; la città di Gubbio e il Lupo con la sua fazione,
che ritornano finalmente dentro al concetto di verità.
In quel caso avevano finalmente ricostituito la ecclesia in senso
evangelico, in quell’Amatevi come io
ho amato voi.
Omelia
pronunciata il primo gennaio 1987