25
dicembre
2007 - Omelia
pronunciata il 25 dicembre 1986
Giovanni 1,1-18
In principio era
il verbo e il verbo era Dio e il verbo era presso Dio.
Egli era in principio presso Dio, tutto é stato fatto per mezzo Lui e
senza di Lui niente é stato fatto di tutto ciò che esiste.
In Lui
era la vita e la vita era la luce degli uomini, la luce splende
nelle tenebre e le tenebre non l’hanno accolta. Veniva nel mondo la
luce vera, quella che illumina ogni uomo.
Egli era nel mondo e il mondo
fu fatto per mezzo di Lui eppure il mondo non lo riconobbe.
Venne fra
la Sua gente, ma i suoi non l'hanno accolto, a quanti però l'hanno
accolto ha dato poteri di diventare figli di Dio quelli che credono nel
Suo nome i quali non da sangue né da volere di carne né da volere di
uomo ma da Dio sono stati generati.
Oggi vi é nato un
Salvatore che é Cristo Signore, è venuto nella
sua casa, il mondo e i suoi non lo hanno accolto. No, io non me
la sento di sostenere la tesi che l'uomo, nella
profondità del suo io é l’assoluto stesso, ed é quindi da sempre salvo,
come ha sostenuto di recente un filosofo. Non me la sento nemmeno di
identificare il cristianesimo così come é, con la salvezza in atto
nella storia. Chi crede solo nell'uomo o nella sua ragione contrappone
poi la verità alla fede. Chi crede nel Dio-con-noi contrappone la
Verità alla religione, ma non potrà mai più identificare né uomo e
Verità, né Chiesa e Verità.
Un romanziere invece, più propenso alle immagini, ha detto che il
Natale gli fa pensare quelle anfore tutte ricoperte di conchiglie che i
pescatori di tanto in tanto tirano fuori dal mare, per cui, per
ritrovare la forma, bisogna togliere tutte quelle incrostazioni. Così
il Natale, per ritrovare o per trovare il significato autentico
bisognerebbe liberarlo da tutte le scorie sopraggiunte, da tutte le
abitudini cerimoniose e consumistiche poi, dice lo scrittore, si
vedrebbe.
Ma, se anche il Natale é incrostato, coloro che vi si ispirano, o che
si richiamano ad esso, subiscono la stessa sorte. E se per ipotesi
fosse liberato dai detriti marini, cosa si vedrebbe? Ebbene si vedrebbe
un Bambino posto in una mangiatoia, ma attenzione un Bambino che
appartiene alla serie umana solo per parte di Madre e cioè quel tanto
che basta per dire che é come noi, ma con quel tanto di diverso per
affermare che non appartiene culturalmente ad alcuna etnia e per
abilitarlo, almeno in linea di principio, al ruolo di Salvatore della
natura umana. Questo Bambino, già con la Sua presenza, vi dice, tu
natura così come sei, sei imperfetta, e dico delle parole tenere, sei
contraddittoria per responsabilità culturale, anche se a livello
generale, più che malvagia sei ignorante.
Ecco come le offese cominciano a piovere su questa natura umana. Offese
soltanto in apparenza, giacché chi le pronuncia, sia pure in maniera
indiretta, é il suo Salvatore. Ora, l'aspetto tragico del problema
consiste nel fatto che questo Bambino dice le stesse parole ai
discendenti di coloro, e siamo noi, che duemila anni or sono
riconobbero in Lui l’annunciatore accreditato di questa verità. Tre
secoli di martirio sono bastati per riuscire vincitori, ma non sono
bastati per mostrare la soluzione della contraddizione.
Sicché siamo da capo, Cristo é pensato come il Salvatore esterno che ha
impiantato una nuova etnia dentro alla natura umana, e l’ha imposta ai
vinti. Questo é il modo di pensare il cristianesimo dalla maggior parte
dei cristiani. Ora se essere cristiani significa essere il nuovo popolo
di Dio, che ha il Messia come suo capo, così come il popolo ebraico
aveva Javeh come suo capitano e l'Islam Maometto come profeta, fratelli
tutto é fallito. E allora tutto é fallito nell'ordine della salvezza.
Come Dante voglio fare parte per me stesso, se così stanno le cose io
non sto più a questo gioco. Cristo non é venuto a pilotare la storia
dall'esterno così come lo hanno concepito i profeti, ma é venuto a
nullificare tutti i miti che danno origine al conflitto fra i gruppi
umani, quali che essi siano. La cosa orribile é che il cristianesimo
diventi lui stesso un gruppo umano, quando dovrebbe tenere viva la
concezione delle coscienze che gruppi umani non ne debbono
esistere più.
Perciò, la specificità del Salvatore dell’uomo è dimostrare che non
esistono Ebrei e vorrei dir loro che questo é il grosso peccato
compiuto e perpetrato da loro nella storia, come é lo stesso peccato
nostro, nella misura in cui pensiamo il cristianesimo come sostitutivo
appunto di quella religione. Guai a chi dice io sono ebreo, io sono
cristiano, guai a chi dovesse trovare la propria identità in questo
aggettivo. Non esistono musulmani allo stesso titolo e men che meno
esistono russi, americani, italiani, iraniani e non esistono friulani,
o sardi, o emiliani, non esistono comunisti, socialisti democristiani e
così via. Questi sono i peccati che noi commettiamo da venti secoli nei
confronti del Natale di Gesù.
La prima lezione di religione non deve consistere nell’insegnare la
religione cattolica, fratelli miei Sacerdoti e Vescovi e Papa, non deve
essere insegnata la religione cattolica, ma essere cattolici e
cristiani vuol dire mettere mano al disarmo ideologico e questo deve
essere la costante lezione di chi vuole insegnare il Messaggio di Gesù,
di questo Bambino che si presenta in carne ed ossa come portatore di
questo Messaggio.
Il Natale di questo Bambino ci propone allora di annullare tutta la
nostra storia personale: Dio solo sa che cosa abbiamo messo di
incrostazione a partire dall'infanzia, ognuno conosce l'abisso delle
proprie abitudini, dobbiamo annullare questa storia personale, ma
soprattutto quella di gruppo per costruirne una su misura del pianeta,
il quale pianeta é diventato ormai un piccolo guscio di noce e nulla
più. Oramai sappiamo ciò che accade ai confini del mondo come sappiamo
quello che accade sotto la porta di casa.
Ora questo Bambino, agli adulti dice di diventare come bambino in un
primo momento, nel punto cioè in cui l'innocenza, da virtù negativa,
comincia poi a coprirsi di modelli culturali prodotti dall'ambiente e
dalla civiltà. E poi per dissipare ogni equivoco, questo medesimo
Bambino dirà da adulto, che per essere disponibili alla eguaglianza
bisogna rinascere. E in questo caso rinascere vuol dire diventare figli
di Dio; attenzione, figli di Dio, non credenti in Dio così come siamo,
perché questo é il disastro, la natura umana così come é frazionata in
gruppi, dice di credere in Dio, mentre invece, bisogna diventare figli
di Dio. Allora cesserà anche il significato di gruppo e questo
significa riconoscersi uguali sul piano dello spirito, vale a dire
uguali come persone.
Noi non crediamo di essere uguali come persone, non lo crediamo e
troviamo il sussidio della religione perché ci faciliti in questa
certezza, non lo crediamo quando invece, questo Bambino, prendendosi
gioco di tutte le religioni, non ne fonda una nuova, ma dice
appunto che la vera conquista, è di riconoscersi figli di Dio.
Volete costruire la pace necessaria alla crescita spirituale e
culturale dell'umanità? Ebbene, dovete rinunciare al vostro creduto
marchio di origine, perché esiste un solo marchio per tutti e questo
marchio é l'ombelico. Ma facciamo attenzione, l'ombelico del mondo in
senso etnocentrico, non esiste né a Delfi né altrove, perché è una
invenzione della nostra volontà di potenza e di dominio, allora é solo
l'ombelico fisico che deve attirare la nostra attenzione, perché
diversamente rischiamo poi di costruire l'ombelico del mondo ovunque.
“Non esiste questo ombelico - diceva già Epimenide - l’abbiamo
inventato noi per dare fiato alla nostra volontà di potenza e di
dominio”.
Prendiamo ora a titolo di puro esempio la questione della lingua. Un
settentrionale che sente parlare un meridionale si indispone. I
settentrionali a loro volta partono dal presupposto di essere
superiori, ma per quanto riguarda la lingua essi pure hanno la loro
flessione regionale. Fratelli da qui il conflitto fra due orgogli
etnici, siamo già nemici in maniera irreparabile e per buona fortuna
c'é il concetto di nazione che ci tiene ancora uniti, ma poco che voi
grattiate troverete sempre il pelo del lupo pronto ad aggredire. Dopo
un secolo di unità, cosiddetta nazionale, la lingua si é omogeneizzata
ma grazie a due geni che dovrei paragonare, in questo caso, sia pure
con le dovute distanze, a Cristo Salvatore, uno é Dante e l'altro é
Manzoni. Mediante la scuola ci si intende tutti con un italiano che
pure avendo un suo codice universale indipendente dalle singole regioni
é ancora parlato con accento regionale.
Il passo decisivo della unità dovrebbe consistere nel saldare l'ultima
crepa sempre in pericolo di allargarsi di nuovo. Bisognerebbe
rinunciare tutti alla propria flessione e consultare il vocabolario, il
quale non é opera di un gruppo, ma é opera della ragione. Manzoni non
ha imposto il dialetto lombardo e neanche ha inteso imporre il dialetto
fiorentino, questa é la grandezza del suo genio, la proposta dunque di
trovare un punto comune, in modo che le singole etnie, trovassero la
forza di rinunciarsi, senza intendere questa rinuncia come il dominio
di una etnia sull'altra.
Ora chi fa scuola di dizione non si piega a un dialetto, fosse pure il
fiorentino o il senese, ma entra nella verità della ragione e quindi é
uguale per tutti. Se io mi permetto di richiamare chi erra non lo
richiamo perché non fa come me, o perché non accetta la mia dizione, ma
perché non rinuncia alla propria inflessione per accettarne una che ci
renda tutti uguali. Se tutti parlassimo secondo la retta pronuncia non
giudicheremmo mai più l'altro per la sua origine, in rapporto alla
nostra, perché il motivo del litigio a quel livello cade, e cade nella
misura in cui io ho saputo rinunciare alla mia storia, alla storia
particolare e alla mia storia di gruppo.
L'annuncio della pace del Natale é tutto qui, fuori da questa logica è,
fratelli miei, una strana festa dove l'uomo indossa i suoi vestiti
storici e fa, scusatemi l'offesa, il bell'imbusto di fronte agli altri
emettendo sorrisi e belle parole gentili mentre il suo cervello é pieno
di volontà egemoniche. Nulla di più triste al mondo che vedere i
bambini educati a scrivere la lettera di Natale nella propria lingua
per chiedere a Dio pace e bontà. Nell'atto in cui chiedono il bene più
prezioso per la vita sociale, sono ahimé già in guerra con tutto il
genere umano perché pongono un diaframma fra sé e gli altri. Un
diaframma che diventerà poi motivo di scontro, motivo di guerra.
Il Dio-con-noi entra nella condizione umana non in un gruppo per
celebrare la salvezza della natura umana. La vera genealogia di Gesù
non é allora quella di s. Matteo, quella di s. Luca che raggiunge
Adamo, ma meglio ancora quella di s. Giovanni che trascende la storia.
Il Verbo si è fatto carne, dunque non appartiene a un popolo, lo ridico
e lo riconfermo qui, perché non esistono popoli, né razze, né stati
nazionali. Il cristiano non si sente più parte di un gruppo, fosse pure
la Chiesa storica, perché il cristiano é una disponibilità, e tale
dovrebbe essere la Chiesa e la sua funzione nella storia che vede solo
la unità del genere umano. Il cristiano non può più sentirsi una
qualità di pane che lotta per imporsi sul mercato per via egemonica, il
cristiano si sente lievito prima di essere pane. Si sente lievito,
mediante il quale si possono fare tanti pani, diversi sì, ma per
soddisfare la fame nel mondo e mai per ricavarne un profitto, una
gloria,
un vanto.
Omelia
pronunciata il 25 dicembre 1986