11 novembre 2007 - Omelìa
pronunciata il 6 novembre 1983
L'aldilà,
sublimazione dell'aldiqua
Luca 20, 27-38
In quel tempo si
avvicinarono alcuni Sadducei i quali negano che vi sia la resurrezione,
e posero a Gesù questa domanda: "Maestro Mosè ci ha prescritto: Se a
qualcuno muore un fratello che ha moglie ma senza figli, suo fratello
si prenda la vedova e dia una discendenza al proprio fratello.
C'erano
dunque sette fratelli: il primo dopo aver preso moglie morì senza
figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette;
e morirono tutti senza lasciare figli. Da ultimo
anche la donna morì. Questa donna dunque nella risurrezione di chi sarà
moglie? Poiché tutti e sette l'hanno avuta in moglie.
Gesù rispose: I
figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che
sono giudicati degni dell'altro mondo e della resurrezione dai morti,
non prendono moglie né marito; e nemmeno possono più morire, perché
sono uguali agli angeli essendo figli della resurrezione, sono figli di
Dio. Che poi i morti risorgono lo ha indicato anche Mosè a proposito
del roveto, quando chiama il Signore Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio
di Giacobbe. Dio non è Dio dei morti ma dei vivi; perché tutti vivono
per lui.
Vedo
che il
cappello alla prima lettura dice: ascoltiamo
il racconto del martirio
dei sette fratelli Maccabei. Ma io, fino a qualche anno fa,
avevo una
certa opinione del martirio. In occasione della festa di Santo Stefano,
mi pare di avere chiarito come deve essere inteso il martirio
cristiano. Adesso qui vengono introdotti al concetto di
martirio questi Maccabei.
Vi faccio notare
che i
Sadducei, i quali non credevano nella Risurrezione, mettevano dei dubbi
esattamente su molti libri delle scritture, e fra questi anche i libri
di Mosè. Ecco perché Gesù poi si aggancia a
quelli, sempre che l'ultimo
passo del Vangelo sia proprio di Gesù e non della
comunità. Ora,
se vi è martirio solo quando la causa è giusta, nella sua
assolutezza,
allora questo tipo di martirio andrebbe a collocarsi tra gli eroismi
che tutte le civiltà conoscono. Eroi di questa specie ne
troviamo
ancora oggi, basta che andiate dove fanno la guerra e troverete delle
persone che per la loro visione del mondo sono pronte a morire. Il
problema è di stabilire se quella visione del mondo è la
visione giusta. Ecco perché un cristiano dovrebbe pensarci due volte
prima di
morire se
la causa non è giusta. I martiri cristiani invitano
alla
riflessione e chiedono perdono perché i loro persecutori sono
nella
cecità.
Anche sant'Agostino già lo rilevava, …
colui che oggi è il mio
persecutore, non è da escludere che si converta e che dunque
vada anche
lui nel regno dei cieli per motivo della cecità. Vedo le morti per la
giustizia, vale a dire per la difesa di valori assoluti, per cui uno
risulta bravo non perché lui personalmente ha fatto un'opera
buona, ma
perché ha testimoniato valori che sono assoluti, e che dunque
sono
validi per tutti in ogni epoca e in ogni tempo.
Tornando al Vangelo
di
oggi, i Sadducei, erano d'accordo con la classe colta, l’élite,
i
padroni delle finanze dell'epoca. Anche oggi è così,
coloro che sono
padroni delle finanze credono solo a ciò che si vede e si tocca,
poi nell’aldilà, ci si può anche credere formalmente, ma
ciò che conta
è quello che si vede e si sente qui, poi dopo... chissà. Allora questi signori - che stupidi
non erano - presentano il caso a Gesù, ma il caso viene posto
perché la
maniera dei
farisei di
credere nella Risurrezione era una maniera
troppo banale, tale da creare problemi di questa natura. I Sadducei, che poi erano
la maggioranza, dicono che dopo la morte si risorgerà, che dopo
la morte ci sarà la risurrezione dei corpi.Non dobbiamo immaginare,
come adesso la immaginiamo, una resurrezione in cui il corpo avrà
una sua parte. Forse
l'ottanta per cento
degli adepti di tutte le religioni lo immaginano in modo molto corporeo
e fisicistico.
Secondo una legge mosaica - ritorna il discorso
dell'assolutezza di cui vi parlavo prima - il cognato doveva sposare la
moglie del fratello, una, due, tre, quattro, cinque, sei sette. Sette è
un piccolo harem. Ma qui il discorso è chiaro, non siamo nell'harem,
sarà Maometto impicciato in queste faccende. Di chi sarà moglie alla
resurrezione se lassù prenderemo ancora i corpi? Adesso vi dirò
quello che non c'è sul testo. I rabbini non recedevano di fronte
a questo caso, rispondevano che alla resurrezione la moglie ritornerà
al primo marito. Vedete come applicavano le categorie di quaggiù anche
lassù. Ormai bisogna essere coerenti anche con questo tipo di
impostazione; la logica vuole questo.
Ma c'è di più, un certo
rabbino, Gamaliele, insegnava che gli uomini giusti e pii, alla
resurrezione, con questa unica o una donna, scartati gli altri sette,
avrebbero avuto dal lei un bambino ogni giorno, cosi come le galline
fanno un uovo ogni giorno. In
nome di questo concetto
della risurrezione così banalizzato, questi signori trasportavano tutte
le loro passioni di là, come un di qua maggiorato, dove cioè si desse
sfogo a tutte le fantasie che non riusciamo ad attuare di qua, perché
queste fantasie debbono fermarsi davanti alla realtà, come direbbe
Freud, ma là, si scatenano.
I figli di questo secolo si
sposano, mangiano, bevono, perfettamente d'accordo che questo sia
funzionale qui, nessuno lo nega, ma volete farmi credere che questo
debba continuare per tutta l'eternità? Vi confesso, non ci credo.
Soloviev, in una sua opera interessante sull'Amore che vi consiglierei
di leggere, si è posto il problema del maschile e del femminile, poi un
altro punto – che è stato recepito anche da culture non cristiane – per quanto possa immaginare l'aldilà come
una sublimazione dell'aldiqua, non posso immaginare che nell'aldilà
Napoleone continui a
guerreggiare per tutta l'eternità o che Shakspeare continui a scrivere
dei drammi per tutta l'eternità.
Non parliamo poi
dell'aspetto sessuale della nostra esistenza, immaginare un trasbordo
dell'aldiqua secondo le categorie mondane. Ma non vi siete accorti
che la vita si potrebbe definire una lotta contro la sporcizia?
Pensateci. Sicché io per tutta l'eternità dovrei continuare a lottare
contro la sporcizia. No, io amo pensare di essere libero da tutto
questo.
Nicolò Cusano, morto nel 1464, uno
dei grandi cervelli della civiltà occidentale, ha fatto l'esame critico
del Corano, tra l'altro con sentimenti ecumenici; si è tenuto a una
interpretazione spiritualizzata. Da una parte vedo il Corano che
procede a una descrizione dell'aldilà in un modo molto simile a quello
dei farisei, tanto per intenderci, e dall'altro lato avrei dovuto
esaminare le pagine di san Tommaso d'Aquino, che sono un supplemento
alla Summa dove probabilmente
pure nella cerebralizzazione dell'aldilà
ci sono delle correnti terrenistiche molto dubbie, molto sospette.
San Tommaso fa piazza
pulita degli alberi, degli animali eccetera, mentre nel Corano
troviamo i palmeti, le acque e così via, oltre alle odalische. San
Tommaso
si domanda per esempio se i beati vedono le pene dei dannati. No,
fratello san Tommaso, non posso accettare che la mia felicità sia
costruita sul godimento, sia pure fatto rifluire in Dio. Poi, tutta la
concezione meritocratica che troviamo, perché i martiri, le regine,
dovrebbero avere delle aureole che a mio modo di vedere non hanno più
nessun senso. Esattamente
come aveva visto
giusto Soloviev, non posso immaginare che Napoleone di là possa
guerreggiare per tutta l'eternità. Voi capite che egli affermerebbe la
sua persona a detrimento degli altri, come ci sarebbe la felicità nel
vedere le pene dell'inferno degli altri.
Dunque, la testa imbottita
di verità che non si vedono, ogni religione promuove il martirio per
lanciare i
propri adepti nelle avventure più strane, come i kamikaze
e così via. È molto meglio appoggiarsi a Gesù Cristo e a ciò che ci
dice, nell'ipotesi che Lui sia al crocevia fra l'eternità e il tempo.
Noi però non andiamo d'accordo quaggiù; il problema allora è sapere
come noi saremo giudicati degni dell'altro mondo prima di costruire
delle fantasie sull'altro mondo. Credo che Gesù ci dica: preoccupatevi
di rendervi degni di sapere che cosa dovete fare per rendervi degni
dell'altro mondo, degni cioè di vedere finalmente Dio e di vivere per
sempre con Lui.
Omelia pronunciata il 6 novembre 1983
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Voglio essere critico e prendere
le distanze da certe santità. Perché ho paura che padre Kolbe,
come d'Acquisto, serva più a noi che alla definizione giusta del
concetto di martirio. L'unica giustificazioni per elevare alla santità,
giustificazione è questa che hanno dimostrato un certo amore al
prossimo. Paolo dice che uno può anche andare sul rogo e non avere
amore al prossimo. Voi avete sentito di quel Tedesco che all'epoca
hitleriana aveva fatto obiezione di coscienza: sposato, aveva detto no,
mi pare in Polonia nel '39; no, disse, questa guerra è ingiusta. Un
cattolico non può parteciparvi. Le autorità naziste lo hanno
portato davanti al parroco e il parroco “figliolo, bisogna ubbidire”.
No,
reverendo, prima bisogna ubbidire al Vangelo. Lo hanno portato allora
davanti al vescovo, il vescovo stessa cosa, "figliolo, bisogna
ubbidire".
Perché quella era la morale che si predicava all'epoca. Che cosa puoi
vedere tu, che cosa puoi sapere tu, c'è chi è delegato per questo, tu
devi ubbidire.
L'uomo ha disubbidito, lo hanno ucciso. Dovremo farlo
santo costui, oppure no? D'accordo, oltre al gesto bisogna andare a
vedere la vita di uno, se quell'atto è una coerenza con tutta una vita.
Ma ecco qui la pulce nell'orecchio: Salvo d'Acquisto e padre Kolbe
sono buoni personalmente dentro un sistema malvagio che non è stato
contestato. D'accordo, egli ha dato la vita per i fratelli, si è
sostituito andando a morire: ma avrebbe dovuto contestare tutto
l'apparato, così come ha fatto santo Stefano, il quale ha contestato il
tempio e le istituzioni mosaiche.