28 ottobre 2007 - Omelìa
pronunciata il 16 ottobre 1983
Chi
si esalta sarà
umiliato
Luca
18, 9-14
In quel
tempo Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che
presumevano di essere giusti e disprezzavano gli altri.
“Due uomini
salirono al tempio a pregare uno era fariseo e l'altro pubblicano.
Il fariseo
stando in piedi pregava cosi tra sè: o Dio ti ringrazio che
non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, e neppure
come questo pubblicano. Digiuno due volte la settimane e pago le decime
di quanto possiedo.
Il pubblicano
invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare
gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: o Dio abbi pietà di
me peccatore.
Io vi dico:
questi tornò a casa giustificato, a differenza dell'altro,
perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato”.
Di tanto in tanto mi fermo a leggere le
piccole introduzioni del
foglietto che avete davanti e oggi ho da fare un piccolo rilievo.
Guardate per esempio la introduzione al Vangelo, si dice: Gesù
esaudisce solo la preghiera del povero e dell'umile, non del
presuntuoso e di chi si giustifica. Gesù esaudisce solo la
preghiera
del povero e dell'umile? Ma se guardiamo bene questi due signori che
vanno al tempio sono tutti e due ricchi, non regge neanche la
qualificazione.
I Farisei sappiamo chi sono, i Pubblicani erano coloro che in fondo
maneggiavano il danaro, nel riscuotere le gabelle pubbliche; abbiamo
l'esempio di Matteo stesso e di Zaccheo i quali erano certamente
ricchi. Nella pubblicazione non danno la soluzione al problema del
classismo e, un po’ alla volta, storicamente si adeguano almeno al
linguaggio.
Se il mondo non va bene, la colpa maggiore è dell’homo religiosus
perché
solo lui ha la possibilità di fare andare bene il mondo;
lo dico
anche se gli atei mi guarderanno male. Gesù non ha polemizzato
con gli
atei, non se l'è presa con gli atei, se l’é presa con
coloro che si
dichiarano religiosi, che credono in Dio e dicono appunto che soltanto
chi crede in Dio ha la possibilità di fare andare meglio
il mondo,
cominciando col fare andare meglio loro stessi. Allora, se si deteriora
chi può fare andare bene il mondo, ogni speranza di salvezza
é perduta.
Gesù esplora a fondo le strutture dell'homo
religiosus, per
autenticarle almeno nella coscienza dei suoi discepoli.
E chi non crede,
provi a fare andare meglio il mondo. Attenzione, non programmando di
uccidere coloro che non la pensano come lui, ma unendosi a loro. Stesso
discorso faccio all’homo re1igiosus.
Senonché,
signori atei, laddove voi siete partiti con il proposito di migliorare
il mondo, avete ottenuto degli esiti tutt’altro che
soddisfacenti. Lo riconoscerete anche voi, dunque c’è qualcosa
che non
funziona anche nell’ateismo. Io non mi arrabbierò perché
voi siete
atei, ma mi arrabbierò - come mi arrabbio - con l’homo religiosus perché
nemmeno lui riesce a fare andare bene il mondo in nome dei
propri principi. L'homo ateus
non ha il punto di riferimento per
battersi il petto, non c'é l'altro, la radice dell'uomo -
rispondo con
Marx - é l'uomo stesso.
L’uomo che crede in Dio, rischia di annullarlo
come altro, e quindi di inglobarlo nell’io. L’ateo ignora Dio, l’homo
religiosus lo mangia e lo utilizza. In tutti e due i casi noi
non
avremo nulla di nuovo sotto il sole.
Ora, due uomini - la responsabilità è di tutti e due i sessi quindi un
uomo vale una donna - tutti e due credenti, lo deduco dal fatto che
vanno nello stesso tempio per pregare, dovrebbero riconoscere un Padre
comune, riconoscersi fratelli. Questa sarebbe la preghiera. Se vanno
per pregare, non vanno per farsi vedere, almeno credo questa sia la
dichiarazione ufficiale. Gesù ironizza, da uomini che sono ecco che si
trasformano, uno in Fariseo e l'altro in Pubblicano, al sostantivo uomo
si aggiungono questi due strani aggettivi: Fariseo e Pubblicano.
L'aggettivo fariseo ha divorato il sostantivo uomo e ha creato una
differenziazione assai pericolosa. L'altro non è più uomo, l'altro é
diventato un pubblicano. Ci si mette la etichetta e si può procedere
alle operazioni di comodo.
La casa del Signore, il tempio - non so se sia una produzione divina o
una produzione della tolleranza umana - nella testa di uno di questi
due uno spazio diventa suo: il rischio delle preghiere private.
Giustamente mi pare che lo dicesse già Seneca: per potere saggiare la
bontà delle nostre preghiere dovremmo immaginare di poterle dire tutte
in pubblico. Voi, le preghiere che fate davanti ai santi, avreste il
coraggio di dirle ad alta voce di fronte a tutti? Ecco allora dove si
rifugia l'insidia. Lo dico perché c'é stato un periodo della mia vita
in cui sono caduto in questa trappola orrenda, cioè obbiettivando il
mio gesto nell'atto in cui stavo pregando, mi sono chiesto: ma io che
cosa sto facendo, no, tutto da capo, bisogna rifiutare tutto. Tutte le
preghiere dovrebbero poter essere dette in pubblico, senonché, ecco il
rovescio della medaglia: quelle che custodiamo per il pubblico
rischiano di essere ipocrite e false. Allora non c'é alternativa,
quando pregate dite così: Padre
nostro…, ecco il binario dato da Gesù,
diversamente tutte le altre preghiere diventano semenze, idiozie.
Il Fariseo non ringrazia perché ha ricevuto. Credo che fondamentalmente
lo spirito della preghiera debba essere questo: il riconoscimento che
noi abbiamo ricevuto l'esistenza e che oltre questa esistenza
diveniente c'é l'essere: l'essere che ha dato origine al divenire.
Ecco,
abbiamo semplificato anche filosoficamente il discorso. Ora, quest’uomo
non ringrazia perché ha ricevuto, ma perché non é come gli altri.
Quindi non appartiene più alla serie umana, per una specie di
autocostruzione di se stesso, oppure di creazione a parte sotto una
forma di razzismo. E guardate, sono gli uomini religiosi che diventano
più razzisti degli altri. La parabola è per coloro che sono fiduciosi
in loro stessi credendo di essere giusti. Quando si é falsato il
concetto di preghiera, cioè quando la preghiera
non é ascolto, ma celebrazione dell'io, allora togliamo la
paternità divina a tutti gli esseri che ci stanno attorno. Abbiamo
sconvolto il concetto di Dio e necessariamente dobbiamo sconvolgere
anche il concetto di prossimo.
L'altro peccato é costruire il proprio
galantomismo commisurandolo a
quello degli altri, é moralmente spregevole, esattamente come chi tenta
di costruire il proprio benessere sullo star male dell'altro, o la
propria ricchezza sulla povertà dell'altro. Eppure, a qualcuno sembra
eccessiva la condanna che Gesù fa del Fariseo. Tentiamo un recupero, ma
certamente per aggravarne la diagnosi.
Dunque, le sue opere non sono poi cattive: non è rapace, non è
ingiusto, non é adultero, digiuna due volte la settimana, paga
puntualmente le tasse. Domanda un poco gelida: quanti sono oggi i
cristiani, i cittadini della Repubblica Italiana, capaci di pagare
puntualmente le tasse, di non essere adulteri, rapaci, ecc.? E di più
dovrei dire: quanti sono i cattolici della Repubblica Italiana capaci
di compiere queste opere?
Nella lettera di San Giacomo si dice che i comandamenti sono dieci, chi
ne osserva nove è come se non ne osservasse nemmeno uno, e si
intende dire: chiunque osserva tutto il resto della legge, ma pecca sia
pure contro un solo comandamento, si rende colpevole di tutti; non é un
numero tot di azioni buone.
Un uomo virtuoso - vale a dire rinnovato
nell'intimo - potrà compiere cinque o mille o duemila o una sola
azione,
ma le compirà perché é virtuoso appunto, e non sarà virtuoso perché le
compie. Le opere buone debbono essere tali perché frutto dell'io
rinnovato. Per il Fariseo invece sono uno scopo, sono una dimostrazione.
Il Pubblicano é quello che é, ma ha il vantaggio di riconoscerlo. Ecco
il vantaggio sull’altro e, cosa interessante, assegna alla preghiera il
suo vero significato, vale a dire: strumento di conversione e di
rinnovamento. Infatti il primo va a casa soddisfatto, ma la sua
soddisfazione appartiene alla psicologia: psicologicamente soddisfatto,
ma ontologicamente ancora al margine. Quell'altro invece é giustificato
perché si riconosce peccatore, e da
questo punto di partenza egli sarà in grado di ricostruire una nuova
fratellanza.
Omelia pronunciata il 26 novembre 1980