21 ottobre 2007 - Omelìa
pronunciata il 16 ottobre 1983
La
preghiera
Luca 18,1-8
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola sulla
necessità di pregare sempre, senza stancarsi: “C'era in una città un
giudice, che non temeva Dio e non aveva riguardo per nessuno. In quella
città c'era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: Fammi
giustizia contro il mio avversario.
Per un certo tempo egli non volle;
ma poi disse tra sè: Anche se non
temo Dio e non ho rispetto di
nessuno, poiché questa vedova è così molesta le farò giustizia, perché
non venga continuamente a importunarmi”.
E
il Signore soggiunse: “Avete
udito ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà giustizia ai
suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui, e li farà a lungo
aspettare?
Vi dico che farà loro giustizia prontamente.
Ma
il Figlio
dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla Terra?”
Affrontiamo questo
passo
evangelico, che vi confesso non è poi cosi limpido come si potrebbe
pensare. Mi sono venuti più dubbi che certezze, ma spero che alla fine
dei dubbi emergano una o più certezze.
Comincio con un episodio che forse ho già raccontato da questo pulpito.
Uno dei sette saggi della Grecia di nome Biante, colui che è autore
della famosa massima: omnia mea
mecum porto cioè porto tutto
con me,
un giorno viaggiava su una nave insieme con dei mercanti. Ad un certo
momento c'è tempesta in vista, il cielo si oscura, i mercanti
preoccupati alzano le mani e cominciano a pregare gli dei. Credo che
pochi marinai si sottraggano al fascino della preghiera. Biante allora
vedendoli in quell'atteggiamento, gli chiede che cosa stanno facendo, e
loro rispondono che stanno pregando gli dei. Biante allora: per
favore, scappate giù nella stiva tutti perché se gli dei vedono che voi
siete qui, manderanno giù fulmini e la nave andrà a fondo sicuramente;
nascondetevi, perché queste preghiere gridate a Dio sono la calamità di
tutti i nostri mali, nascondetevi dunque.
Il buono non prega mai con riti, perché prega sempre. Certo dobbiamo
avere orrore di due tipi di uomini, di quelli che non pregano mai,
perché un uomo di questa specie identifica se stesso con la verità, ma
ho paura anche di quelli che pregano troppo, perché rischiano il
fanatismo, cioè costoro pregano molto per evitare di convertirsi.
Gesù pare avesse una certa tenerezza nei confronti delle vedove, perché
cita le vedove per diversi motivi. Dice Gesù che i farisei facevano
delle lunghe preghiere e poi divoravano le case delle vedove.
Quindi ecco il rischio della giustificazione: quelli, hanno blindato
l’io e lo identificano come verità; questi, manipolano la verità e
rischiano di non raggiungere mai la conversione. Voi mi direte che in
questo passo si incita alla preghiera, vediamo con calma come.
Ho l'impressione che il cappello al testo evangelico di oggi non siano
parole di Gesù, ma della comunità, il redattore: Gesù disse ai suoi discepoli una parabola
sulla necessità di pregare sempre…,
troppo storiografico. Quindi, questo cattivo, buono apparente, in
genere prega molto proprio per un senso di colpa o per non volere
abbandonare la sua vita peccaminosa.
Pregare sì, diventare creatura nuova no, questo mai. Altro pasticcio,
coinvolgere Dio mediante la preghiera nella nostra attività, e in primis
nella attività bellica, vedi la prima lettura. Io mi domando cosa ne
pensate di questo episodio di Mosè che alza le mani, per cui la
battaglia andava bene quando le mani erano alzate e andava male quando
le mani cadevano. Qui si coinvolge Dio proprio nell’ attività bellica
che è il simbolo di tutte le nostre disgrazie, la negazione dell'amore
al prossimo nel suo momento più radicale e profondo. Quindi sarebbe
l'attività bellica il luogo in cui Dio è annullato come padre e
annullandolo come padre, lo si trasforma in un condottiero che
parteggia per un settore dell'umanità, per alcuni uomini contro altri
uomini.
Voi capite si potrebbe dire, in polemica: e tutte le altre volte in cui
le battaglie sono state perdute? Qui si dice che appunto Giosuè
sconfisse Amalek e il suo popolo. E quando sono stati sconfitti e
portati in esilio e così via, Dio dov'era? Un Dio concepito in questo
modo non c'è.
Anche il concetto di preghiera viene tutto eroso da questa concezione
storicistica in cui, in questo caso la verità si identificherebbe col
gruppo, e la preghiera anziché rinnovare gli uomini e renderli
fratelli, diventa un elemento di divisione e di cattura di Dio stesso.
Voglio raccontarvi un episodio preso dalla storia classica romana.
Conoscete Annibale la sua escursione qui in Italia, per un decennio.
Dopo la vittoria ottenuta al Trasimeno, il lago che si trova in Umbria,
dice addirittura che quello è il segno del destino, segno e destino per
castigare il console Flaminio. Se andiamo a vedere la storiografia
romana troviamo una cosa curiosa. Livio penalizza Flaminio, perché ha
perduto al Trasimeno, vedete le due versioni, non è che Annibale fosse
quell'ateo, anche lui aveva i suoi dei, anche lui pregava le sue
divinità, ricordate l'occhio giurato contro i romani. Livio dice che
Flaminio era un console piuttosto estroso, non aveva preso gli auspici,
era partito da Roma con l'esercito senza però aver fatto le pratiche
religiose, senza aver pregato in poche parole! Ecco il castigo.
E Annibale da parte sua dice: io sono il mandato da Dio per immolarlo
agli inferi, ecco un uomo non rispettoso degli dei. Invece di portare
l'attenzione sul fatto che degli uomini si stanno massacrando fra di
loro - il che non può essere voluto da Dio - non so se voluto dagli dei
di parte punica o di parte romana, ma certo il Dio cristiano non può
essere assolutamente schierato in nessuno dei due campi.
Vogliamo portare il discorso appena accennato sul fondo della
dialettica che ci riguarda. Vittorie, popoli, patrie, questi concetti
chi li contesta? Nessuno! Io comincerò la marcia della pace quando
cominceremo dal Sud Africa e verremo su fino allo stretto di Bering, e
cominceremo a dire che è illegittimo il fatto che ci siano delle
divisioni e poi pregare per la pace e poi correre a Comiso e non so
dove altro, non per trasbordare là un discorso universale, ma
semplicemente un discorso di parte. Quindi un Dio schierato non è
cristiano.
Si potrebbe dire che il punto centrale non è la perseveranza nella
preghiera, ma la certezza che Dio è diverso dal giudice e ci ascolta
con prontezza, anzi ci sorregge interiormente, se noi lo invochiamo per
una causa giusta. Badate, Dio non ci accontenta per liberarsi come quel
giudice, ma perché ci ama. Il pericolo è pensarlo come un mago anziché
come una forza vitale che ci trasforma nel fondo dell'essere.
Che cosa spinge la vedova a non dare tregua a quel giudice, pregare non
è “defadigare deos” come dicevano i pagani “affaticare gli dei”, non è
bla, bla, ma è lottare per la giustizia con la forza di Dio dentro di
noi.
Noi creiamo un tipo di economia che produce la fame nel mondo e poi
preghiamo Dio che ci liberi dalla fame del mondo. Noi mettiamo le
premesse per ucciderci in guerra e poi invochiamo Dio perché ci dia la
vittoria o la pace.
E ora vogliamo tentare una definizione di questa preghiera: pregare,
insistere senza stancarci, ecco la forza del credente per attuare la
fede.
La vedova non va tutti i giorni a pregare Dio perché intervenga
dall'esterno come se Egli fosse una specie di Ercole con la clava in
mano per risolvere il problema, ed è questo il modo in cui pensiamo Dio
quando preghiamo. No, la vedova non va al tempio perché Dio intervenga,
no, ella vive con Dio e con la giusta causa giorno per giorno, attimo
per attimo, giorno e notte direi, e ha capito, mediante la fede in Dio
appunto, che qualcosa non funziona quaggiù perché qualcuno, nel caso
posto in autorità, bada solo a se stesso, ha perduto cioè il senso
della sua funzione, non prega, e quindi ha sostituito se stesso alla
verità, o ha identificato se stesso con la verità. Ecco il significato
di questa parabola e non il dire che questa parabola è stata dettata da
Gesù perché noi dobbiamo pregare sempre.
La vedova non va al tempio a pregare Dio, ma Dio lo ha dentro, Dio e la
fede in Lui le dà la forza di affrontare la situazione storica perché -
e questo è l'altro capitolo pesante - il bene nel mondo non nascerà se
i buoni non si coalizzano fra di loro. Mi rendo conto che è un aspetto
delicato questo perché si potrebbe finire in uno spirito di crociata,
ma credo che sia invece la lezione di Gesù. Dio, giusto e buono,
interverrà a favore dei suoi eletti, che non possono essere intesi come
una classe. I cristiani - se posso fare un paragone - potrebbero essere
per l'umanità ciò che sono i geni appunto all'interno di tutta la
storia umana, i quali non rappresentano una classe, ma rappresentano il
la, danno il la alla natura umana nei vari settori della loro ricerca.
I cristiani dovrebbero darlo per ciò che attiene ai rapporti
socio-economici.
Dio, dicevo, interverrà a favore dei suoi eletti quando si chiuderà
l'epoca della misericordia, cioè a dire quando questa vita sarà finita,
allora ci sarà la giustizia, perché ci sarà il regno di Dio.
L'apocatastàsi di Origene, cioè il perdono universale no, ma coloro che
non hanno sviluppato la metanoia andranno nel nulla.
La vittoria del bene è affidata ai buoni, è una pia illusione pensare
che Dio interverrà dall'esterno, Dio ha già fatto quello che doveva
fare. Ecco quindi il vero problema. Chi sono gli eletti, non certo i
mestieranti della preghiera coloro che pregano molto, ma coloro che
pregano sempre che hanno cioè una condotta lineare in ogni circostanza
della vita.
Noi invece siamo dei furbacchioni, non vogliamo cambiare in nulla, ma
poi in un certo periodo della giornata aggiungiamo le preghiere.
Immaginate un lupo che continui a mangiare le pecore poi a un certo
momento lo vedete che dice salmi a non finire, bla, bla, ma lupo resta.
É ovvio che mediante questa preghiera vuole dare a se stesso una certa
garanzia di legalità.
Dice Gesù: “Ma il figlio dell’Uomo quando verrà troverà la fede?” Temo
che al suo ritorno troverà uomini religiosi che pregano per la pace,
perché non ci sia la disoccupazione eccetera, e temo che non ci siano
più cristiani della tempra della vedova, la quale ogni giorno, in nome
della propria fede, chiede giustizia a chi deve farla quaggiù e non la
fa.
Omelìa pronunciata
il 16 ottobre 1983