30 settembre 2007 - Omelìa
pronunciata il 25
settembre 1983
I ricchi e i poveri
Luca
16,
19-31
In
quel tempo, Gesù disse ai farisei: “C’era un uomo ricco,
che vestiva di porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava
lautamente. Un mendicante, di nome Lazzaro, giaceva alla sua
porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi di quello che cadeva
dalla mensa del ricco. Perfino i cani venivano a leccare le sue piaghe.
Un giorno il povero mori e fu portato dagli angeli nel seno di
Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando nell’inferno
tra i tormenti, levò gli occhi e vide di lontano Abramo e
Lazzaro accanto a lui.
Allora gridando disse: Padre Abramo,
abbi
pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del
dito e bagnarmi la lingua, perché questa fiamma mi tortura.
Ma Abramo rispose: Figlio, ricordati
che hai ricevuto tuoi beni durante
la vita e Lazzaro parimenti i suoi mali; ora invece lui è
consolato e tu sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e
voi è stabilito un grande abisso: coloro che di qui vogliono
passare da voi non possono, né di costi si può
attraversare fino a noi.
E quegli replicò: Allora,
padre, ti
prego di mandarlo a casa di mio padre, perché ho cinque
fratelli. Li ammonisca, perché non vengano anch’essi in questo
luogo di tormento.
Ma Abramo rispose: Hanno Mosè
e i Profeti;
ascoltino loro. E lui: No,
padre Abramo, ma se qualcuno dai morti
andrà da loro, si ravvederanno. Abramo rispose: Se non
ascoltano Mosè e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai
morti sarebbero persuasi”.
Vi confesso che
più
studio questo passo evangelico e più mi trovo in difficoltà,
anche se si ha l'impressione che questo discorso sia di un semplicismo
colossale. Forse perché è l’unica volta in cui nel Vangelo si prende
una posizione così netta. Questi sono i buoni, questi i cattivi,
finalmente li vediamo in faccia, finalmente viene soddisfatta la nostra
sete di vendetta: questo è un cattivo, questo è un buono, questo è
all'inferno e questo in paradiso. La letteratura di tutte le dittature
politiche contiene episodi di questo genere.
Gesù
vuole presentare uno spaccato di un mondo che non deve più esistere
dove sono i suoi discepoli. Se proprio vogliamo pronunciarci su questo
vecchio mondo, e se proprio devo dare un giudizio perché voi sappiate
dove sono i buoni e dove i cattivi, lo farò con alcune riserve perché
non posso accettare che sia fatta la celebrazione della povertà storica
di Lazzaro. Appena la nostra interpretazione assolutizza il fatto - e
non lo considera come un racconto di un vecchio mondo che deve sparire
laddove si costituisce la Chiesa con i discepoli di Gesù - si rischia
di
non capirci più nulla.
Non si può dunque erigere
nulla a valore in questa parabola e dire per esempio: Lazzaro è
andato in paradiso perché povero, dunque l'essere povero come lui è la
condizione della salvezza, ed essere ricco come Epulone è la condizione
della perdizione. Ve la sentireste di sottoscrivere una
interpretazione
come questa? No, eppure qualcuno l'ha fatto. Per cui, se noi
riuscissimo ad essere ricchi non come l'Epulone, ma gestire la
ricchezza in un altro modo, allora potremmo
salvare capra e cavoli. Certo, se si deve dare un giudizio sui due
uomini dal punto di vista di Gesù, uno è degno dell'inferno e l'altro è
degno del paradiso, ma io non li ho ancora mandati all'inferno o in
paradiso. Sempre che non si concepisca l'inferno come una scatoletta
che Dio ha fatto per metterci dentro i cattivi, ma uno stato in cui
viene a trovarsi l'individuo che in altra sede dichiariamo eviterno
(eviterno è un essere che nasce, ma che non finisce più).
Allora, non considerando
l'inferno come una scatoletta dentro cui Dio manda i cattivi, ma come
uno stato della cattiveria che l'uomo si trascina dietro in quanto
appunto ha questo status di
eviternità, probabilmente ci si potrà
capire anche sulla questione dell'inferno. Che poi vi sia una
demonizzazione o una celebrazione dei due stati, questo lo voglio
escludere. Vado nel fastidioso: la ricchezza è un bene in sé quando è
frutto di lavoro non piramidalmente svolto; solo a quelle condizioni la
ricchezza non è un male, direi che è la gloria del genere umano,
purché sia frutto di lavoro non piramidalmente svolto.
E la povertà? Non me la
sento di celebrare la povertà storica come un assoluto, perché allora
Lazzaro è il simbolo del cristiano, il che è orrido soltanto doverlo
pensare. La povertà è un bene solo quando è una scelta libera e non
causata da cattivi rapporti sociali.
Faccio la domanda più
pesante: perché uno è nel seno di Abramo e l'altro è all'inferno? Uno è
qui perché è ricco e l'altro è la perché povero? No, nonostante la
ricchezza e la povertà, perché qui Gesù fa una grossa polemica nei
confronti dei farisei. Dunque Gesù è contro la teoria dei farisei che
privilegiano la ricchezza come dono di Dio e la povertà come un castigo.
Ecco, allora, come si può capire perché questo racconto diventa
rivoluzionario. Badate che
in quel tempo Gesù
questa parabola la dice a loro: É
impossibile
essere
ricchi e buoni. Sappiamo benissimo da dove deriva la ricchezza
storica, è perfettamente inutile trovare delle difese
giuridiche o psicologiche. Allora è impossibile essere ricchi e buoni,
perché quando uno è ricco, è inevitabile che faccia quello che ha fatto
l'Epulone, … ogni giorno mangiava
lautamente e vestiva... Ora, per fare
queste cose bisogna avere al proprio servizio un bel capitale, prodotto
da un lavoro strutturato a piramide; è impossibile condurre una
certa vita senza avere una quantità di danaro.
Dunque ripeto, è
impossibile essere ricchi e buoni, mentre è possibile essere
poveri e buoni. Questo è l'aspetto violento della sua polemica: voi,
dice Gesù in altre parole, secondo
la vostra etica mandereste in
paradiso questo tipo perché viene nella sinagoga e fa le preghiere di
rito, e mandereste all'inferno quest'altro perché è un povero diavolo e
sarebbe colpito dalla povertà esattamente dalla mano di Dio. No,
è
impossibile essere ricchi e buoni, mentre è possibile essere poveri e
buoni. Nella
Chiesa - diciamo Ecclesia - debbono sparire gli uni e gli altri, perché
tra i credenti debbono introdursi nuovi rapporti o vincoli
socio-economici. Se questi non si costituiscono, il mondo continua ad
essere come sempre, e allora continua a valere questa parabola.
Ecco, con questa impostazione
possiamo adesso fare una piccola rassegna storica, per dimostrare come
la interpretazione di questa parabola abbia fatto perdere la testa agli
esegeti e abbia tenuto la quasi totalità della Chiesa in un errore che
io chiamo errore sociale.
Qui, a Reggio Emilia, uno
storico cattolico ha scritto una bellissima storia della Chiesa
reggiana dal titolo La Chiesa di
Reggio Emilia tra vecchi e
nuovi regimi. Questo storico sono d'avviso che abbia trovato una
strada nuova di fare storia. Siccome alcune prassi storiche sono
introdotte nella storia in nome di una certa teologia, egli non ha
giudicato un'epoca storica con il parametro di un'altra epoca storica.
Purtroppo la storiografia laica e cattolica viaggiano a volte su questa
strada.
Attenzione: non diventiamo
di quegli storici cattolici i quali dicono che non dobbiamo giudicare
ciò che è accaduto nel medioevo con i parametri di adesso; un cattolico
non dovrebbe dire questo perché ipso
facto potrebbe diventare un
hegeliano (per Hegel non ci sarebbero contraddizioni nella
storia, perché in ogni tempo storico ci sarebbe una identificazione con
la verità). Il che - voi capite - dal punto di vista cristiano
diventerebbe
un orrore.
Ebbene quei cattolici -
escludiamo Manzoni - che dicono che non bisogna giudicare un’epoca
cristiana con un’altra epoca cristiana, dimenticano che sono poi quei
medesimi che, interrogati sulla continuità dello Spirito Santo nella
Chiesa, dicono che la Chiesa è sempre infallibile e non può mai errare;
quando poi li prendete in castagna, dicono: ma quello era l'errore dei
tempi e non l'errore degli uomini. Questo sarebbe il
romanticismo
romantico, tanto per spiegarci con termini precisi.
Tornando allo
storico reggiano, sentite le cose che accadevano in relazione alla
parabola dell’Epulone, più o meno verso gli anni 1876. A Reggio Emilia
nasce una rivista, Lo scamiciato:
gli scamiciati, cioè quelli
che non hanno paura, a quell'epoca cominciano a premere l'acceleratore
sulla questione sociale. Vi faccio notare che a Reggio Emilia, 12.000
abitanti circa sono iscritti nelle liste dei poveri, e beneficiano
regolarmente dei sussidi delle opere pie, 12.000 sono i due terzi della
popolazione di allora; due terzi della popolazione sono sulla strada di
Lazzaro.
Occorre far fronte, diceva
lo schieramento cattolico, alle teorie esistenziali rovinose e
dannosissime del comunismo e del socialismo, perché
distruggono l'eterna distinzione fra male e bene. L'alternativa è
questa: o religione o rivoluzione. Se non che, la religione è concepita
come un vaccino per rendere i popoli contenti della sorte loro
assegnata dalla provvidenza! Occorre rimettere a posto le cose, diceva
una rivista dell'epoca gestita da cattolici, Il
consigliere del popolo:
"Dobbiamo tenere fermo che per
volontà di Dio vi debbono
essere dei ricchi e dei poveri nel mondo giacché la perfetta
eguaglianza è una vera utopia".
Ecco le idee che
circolavano nei cervelli di molti cattolici. Poi, nelle Chiese, non si
fece
attendere l'interpretazione della parabola del ricco Epulone, anche
perché era accaduto che questa parabola era stata presentata alla
congregazione dei casi (ancora venti anni fa, ogni mese,
ci si riuniva per discutere il caso di morale). All'epoca, eravamo nel
pieno della discussione sulla questione sociale, ed ecco quindi si
prense a riferimento la parabola dell'Epulone.
Colui che aveva la gestione
di questo caso, un certo don Antonio Cilloni, arrivò a questa
conclusione: “Tutti gli stati, Dio li
ha istituiti in quanto che,
avendo voluto che gli uomini vivessero assieme, ha anche voluto quella
diversità di gradi sociali, onde la società prenda forma”.
Questa
impostazione arriva da lontano, dal mondo greco e romano: i poveri in
che modo dovranno dunque guardare ai ricchi? Prosegue: “Voi, o poveri,
siate grati ai nostri fratelli ricchi, i quali obbedendo al divino
precetto, vi sollevano con il lavoro o con elemosina”. Il
lavoro: secondo una piramide molto accentuata (sappiamo come le cose
andavano a quell'epoca). L’elemosina: ecco i dodicimila mantenuti dalle
opere pie.
Conclude: Ma non cercate con mezzi
illeciti di uscire dal vostro
stato, chi è Lazzaro è Lazzaro e chi è il ricco Epulone è il ricco
Epulone. Aborrite dal comunismo e dal petrolio (dal petrolio
significa
dagli incendi, cioè non fate
gli incendiari), perché sempre vi
furono dei
ricchi e dei poveri e sempre ce ne saranno.
Gesù taglia con un mondo
che non deve più esistere, e noi, ahimè, tentiamo di applicare la
parabola al nostro mondo per giustificarlo.
25 settembre 1983