9
settembre 2007
Luca
14, 25-35
In
quel tempo, siccome molta gente era con lui, Gesù si voltò e disse:
"Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie e i
figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere
mio discepolo.
Chi
non porta la propria croce e non viene dietro di me
non può essere mio discepolo. Chi di voi, volendo costruire una torre,
non si siede prima a calcolarne le spese, se ha mezzi per portarla a
compimento, per evitare che, se getta le fondamenta e non può finire il
lavoro, tutti coloro che lo vedono comincino a deriderlo dicendo:
costui ha cominciato a costruire, ma non è stato capace di finire il
lavoro?
Oppure,
quale re, partendo in guerra contro un altro re, non
siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli
viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano,
gli manda un’ambasceria per la pace.
Così
chiunque di voi non rinuncia
a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo. Il sale è buono, ma
se anche il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si salerà? Non
serve né per la terra, né per il concime, e così lo buttano via. Chi ha
orecchi per intendere, intenda”.
“… siccome molta
gente era con lui Gesù si
voltò e disse…
”: mi pare che Gesù non vada in giro a cercare gli applausi. Le adunate
oceaniche sono sempre false, sia quando accolgono un re, o un papa.
Gesù non coagula attorno a sé dei consensi ambigui, non saluta la folla
dalla macchina scoperta. Gesù pone delle condizioni molto dure che si
possono cosi riassumere: capacità di rinunciare ai legami ‘di sangue’,
capacità di farsi carico di sacrifici, capacità di progettare in
positivo, capacità di rinunciare al proprio io e alla propria
esistenza. Non c'è spazio alcuno per la pigrizia. Questo è l'aspetto
spesso trascurato dai cristiani, o per lo meno dalla predicazione.
(a) Capacità di spezzare i legami
familiari. E’ logico, dobbiamo avere
la capacità di spezzare la nostra esistenza, la quale esistenza poi
alla fine non vive per vivere. Questo credo che nessuno lo possa
negare, e fino a questo punto c'era arrivato anche Socrate: nè il
vivere, nè l'esistere sono un fine. Dunque l’esistenza va orientata a
qualcosa d'altro, deve avere un significato per essere degna.
(b) Capacità di portare la croce.
Anche questa affermazione rischia di
diventare ambigua nella predicazione cristiana.
(c) Capacità di fare calcoli e
progetti. C’è il discorso sul
cristianesimo che può accogliere anche gli ignoranti. D’accordo,
ignoranti incolpevoli, ma guai a noi se facciamo l'elogio
dell'ignoranza, mentre bisogna fare dei calcoli, progettare con rigore,
adoperare il cervello e non credere di salvarsi con tre Padre Nostro e
Ave Maria.
(d) Capacità di rinunciare
all'avere. Il discepolo deve rinunciare a
tutto ciò che ha, non a tutto ciò che è, perché anche quando
rinunciasse alla sua vita, non rinuncerebbe mai all'essere, anzi
riguadagna. Qui c'è la rinuncia all'avere, e Gesù dirà come bisogna
fare.
Non vi sono alternative
nell’interpretare questo passo, se crediamo che
questa sia una verità rivelata. Diversamente, i quattro punti possono
essere ripetuti nella predicazione con la riserva interiore che debbano
essere interpretati in un altro modo e allora, francamente, non ci
siamo più. Se vogliamo essere discepoli di Gesù non abbiamo
alternative. A queste condizioni ci può essere lo spazio per un
cristianesimo di massa come lo viviamo noi? No.
Come sarebbe il cristianesimo se
in ogni cristiano ci fossero queste
quattro capacità? Risposta: ci sarebbero tutte le condizioni che
invece, ahimè, restano inattuate nel dover essere, e probabilmente fra
duemila anni qualcuno sarà ancora qui, al mio posto, a predicare sempre
le medesime cose.
Cominciamo a chiarire il
punto (a). Se essere cristiani vuol
dire
fare una scelta in positivo, che vuol dire fare una scelta di amore,
come mai Gesù dice: “Se uno viene a me e non odia suo padre, madre, ...
non può essere mio discepolo”. Risposta: la lingua ebraica esprime il
comparativo opponendo due contrari: amore-odio. S. Matteo, però, dice:
“chi ama il padre più di me”. Quindi, questa parola “odio” non va
intesa nel significato della nostra lingua, ma come “amare meno”.
Allora ci siamo, avendo messo a posto la sintassi, il discorso torna.
Quindi, il cristiano conosce benissimo la tabella dei valori e
commisura il suo amore in rapporto alla tabella che egli ha scoperto
mediante le categorie del pensiero. Due esempi per illustrare questo
concetto. Vediamo cosa accade nella cosiddetta affinità sessuale (non
voglio che si vada al di là delle parole cosi come le enuncio) in vista
del matrimonio e il progetto esistenziale di ognuno di noi. Questi due
fatti - l'affinità sessuale e il progetto esistenziale di ognuno di noi
- ci distaccano dalla famiglia e la mettono in subordine. La famiglia,
nella visione di Gesù, è indubbiamente un valore, ma in altre visioni
viene dichiarata secondaria rispetto a questi due progetti esistenziali.
Esemplifichiamo in maniera semplice. Se un italiano, mentre lavora,
poniamo, nel Pakistan, incontra una donna di suo gradimento, inizia una
relazione che poi finisce nel matrimonio, e l'amore verso i genitori
dell’uno e dell'altra vanno in subordine. Abbiamo qualche cosa da
obiettare? No. Diciamo che il loro amore prevale sull'amore nei
confronti del padre e della madre e dei fratelli e cosi via.
Secondo esempio. Un ragazzo si arrampica solo e senza ossigeno sulla
vetta dell'Everest rischiando la morte; egli ha messo in secondo ordine
l'amore verso papà e mamma, in nome di una progettazione esistenziale
che è il fine della sua esistenza. “Ma certo, ho progettato anche la
morte” dice il ragazzo, “ma in nome di una verità che si identifica con
il progetto mio esistenziale; io sono pronto anche a morire giovane”.
L'esistenza ha un significato funzionale, non ha un valore in sé,
quello che conta è la propria progettazione esistenziale.
Terzo esempio, un po’ malevolo, per dimostrarvi come la visione
cristiana del mondo è tale da scardinare l'uomo anche da quelle che
chiamiamo le basi della società, per esempio la famiglia. Anni
addietro, al mio confessionale venne una fanciulla: “Padre, mia madre
ha detto che io devo venire a confessarmi perché ho rubato la torta
dalla credenza, ma poi lei, che ha un negozio, ruba ai clienti”. La
madre moderna si giustifica con la figlia: “se tu vuoi la bicicletta, i
soldi bisogna pure prenderli da qualche parte”. É detto tutto. Abbiamo,
con qualche esemplificazione, spiegato in che cosa consiste questo
richiamo di Gesù ad una progettazione esistenziale cristiana che
prevede anche l'azzeramento dei vincoli familiari in nome di principi
più alti.
Punto (b). Occorre portare la propria croce, perché se ognuno non porta
la propria croce inevitabilmente la scarica sull'altro. Nell'ambito
familiare, nel rapporto di lavoro, nel rapporto sociale in genere, non
se ne esce: le croci non vagano per l'aria, vanno a finire sulle
spalle, sulla testa, sul cuore di qualcuno. O tutti portiamo la nostra
croce, o diversamente la ecclesìa non nasce. Esempio: un secolo fa,
quando scarseggiava il pane e i contadini si mettevano in rivolta,
accadeva che le autorità civili cominciavano a tremare e si rivolgevano
a quelle ecclesiastiche, le quali facevano una pastorale o si
affacciavano al balcone dell'episcopio dicendo a coloro che chiedevano
il pane: “figlioli ricordatevi che Gesù ha detto di portare la croce”.
Eh no, prima, se veramente siamo i seguaci di Cristo, tiriamo fuori
tutto il frumento, lo dividiamo, e anche se ce ne fosse solo mezzo
chilo per ciascuno, lo diamo a tutti. Dopo possiamo dire “figlioli
portiamo la croce, accontentiamoci del mezzo chilo”. Ma il dirlo in
queste condizioni disastrate... capite che il passo evangelico viene
utilizzato e non viene praticato. O tutti, o diversamente la ecclesìa
non esiste.
Punto (c). Per essere cristiani ci vuole una buona capacità di
progettazione e di intelligenza. Utilizziamo l'esempio di Gesù in
questo modo: se per fare delle torri o per fare delle guerre - due
attività in cui l'uomo esplica la sua volontà di potenza, la sua
volontà di dominio, diciamo pure la sua volontà di distruzione - si
fanno tanti calcoli e contro-calcoli, e ipotesi e contro-ipotesi per
costruire in positivo (queste non sono costruzioni in positivo, ma è
per fare un discorso sull'essere), allora ci vogliono delle capacità di
riflessione che nemmeno riusciamo a sospettare. Occorre essere cioè
capaci di costruire una ecclesìa, e per fare questo ci vogliono degli
sforzi mentali enormi, perché la costruzione dell'ecclesìa non è
gratuita, e purtroppo noi ne gestiamo una che ecclesìa non è.
Riguardo alle progettazioni individuali, come il matrimonio, ne parlo
con la tristezza nel cuore. Come mai, dopo pochi anni, quelli che lo
celebrano in chiesa falliscono? Questo vale anche per il clero. È un
problema molto delicato anche dal punto di vista pedagogico. Noi
possiamo progettare più di quanto non possa il nostro vero poter
essere; parliamo sempre del dover essere, ma bisogna anche esplorare il
nostro poter essere. È un tema che andrebbe ulteriormente approfondito.
Punto (d), la più difficile da capire, quindi la più difficile poi da
attuare. Rinunciare a tutti i propri beni: i propri, i miei. Occorre
metterli in gestione comune, non vedo altre strade, perché se io me ne
libero e li dò a qualcuno, questo qualcuno rischia poi di progettarli
alla maniera capitalistica. Rinunciare ai propri averi vuol dire
iniziare un rapporto socio-economico fra tutti coloro che hanno fatto
la stessa scelta, e dunque si tratta di progettare con l’intelligenza
di prima una gestione comune. Deve cessare, nella visione cristiana, la
progettazione singola basata sul profitto, deve nascere la parola
precisa, progettazione ecclesiale, tutta volta al bene comune.
7
settembre 1980