10 giugno  2007


Quale comunione? Quale Cristo?



Luca 9, 11-17

In quel tempo, i dodici gli si avvicinarono a Gesù dicendo: Congeda la folla, perché vada nei villaggi e nelle campagne d'intorno per alloggiare e trovar cibo, poiché qui siamo in una zona deserta.

Gesù disse loro: Dategli voi stessi da mangiare.

Ma essi risposero: Non abbiamo che cinque pani e due pesci. C'erano infatti circa cinquemila uomini.

Egli disse ai discepoli: Fateli sedere per gruppi di cinquanta.

Così fecero e li invitarono a sedersi tutti quanti.

Allora egli prese i cinque pani e i due pesci e, levati gli occhi al cielo, li benedisse, li spezzò e li diede ai discepoli perché li distribuissero alla folla.

Tutti mangiarono e si saziarono e delle parti loro avanzate furono portate via dodici ceste.



Col miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, Gesù, anche se per un momento solo, ha fatto giustizia, è riuscito a distribuire in maniera equa un dato esistente, indicandoci quello che potremmo fare se fossimo uniti nei cuori nel Suo nome.

Pelagio, un monaco irlandese del V secolo, si accorge di un fenomeno strano: le chiese sono piene, i fedeli fanno la comunione, però fuori dalla chiesa la vita è un inferno. Allora si domanda: questi signori, quale Eucarestia vanno a prendere, quale Cristo vanno a mangiare? Costoro attribuiscono all’Eucarestia un significato magico, cioè la prendono così come i Misteri Eleusini, dove il pezzo di pane benedetto dalla dea aveva un valore apotropaico, valido per se stesso e quindi esterno alla psiche.

Pelagio allora sostiene che bisogna fondare la morale sulla onorabilità del cristiano, affinché l’uomo non utilizzi Gesù come i pagani utilizzavano le loro divinità, restando l’animale che era. Per fermare questa autodistruzione occorre la presenza di Cristo in noi nell’Eucarestia, che presuppone un rovesciamento interiore, cioè la conversione.

In questo passo evangelico Gesù ci dà l’antidoto alla entropia spirituale e ci apre gli occhi sul fatto che, se la Sua presenza in noi non è radicale così come quando si beve e si mangia un cibo, non è possibile essere buoni cristiani. Dobbiamo essere uniti attorno alla Sua persona, uniti fra di noi. Due cose uguali a una terza sono uguali tra loro: io sono unito a Cristo e colui che é unito a Cristo come me è unito a me, io sono uguale a Lui e sono uguale all'altro che é unito a Lui.

Cristo stesso giustifica in un altro passo quel mangiare e quel bere: Prendete e mangiatene tutti; prendete e bevetene tutti. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue vivrà in eterno, questo non perché ha mangiato Cristo, ma perché è diventato potenzialmente come Lui.

Le parole di Gesù sopra citate, suonerebbero avvenute una volta per sempre, il che non è, perché, se è vero che il pane (cibo) è sostegno della nostra vita, e se per rimettere a posto l’entropia ho bisogno di mangiare tre volte al giorno, avrò allora bisogno, sul piano spirituale, del corpo e del sangue di Cristo.

La specificità della presenza di Gesù in noi non consiste nel moltiplicare il pane, come si racconta in questo passo: c’è qualcosa di più. Se l'Eucarestia fosse un alimento e non un rito nella nostra pratica, potrebbe produrre certamente più di quanto non abbia prodotto Lui attraverso un miracolo.

La Sua presenza in noi dovrebbe renderci capaci di produrre quel pane che, distribuito in maniera equa, darebbe a tutti da mangiare e ne avanzerebbe. Però il cibo arriva a noi attraverso la piramide sociale, ed è inevitabile che ci siano delle povertà a catena.