3
giugno 2007
Trinità:
eguaglianza e distinzione
Giovanni
16,12-15
In
quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
Molte cose ho ancora da
dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso.
Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi
guiderà alla verità tutta intera, perché non
parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che
avrà udito e vi annunzierà le cose future.
Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve
l’annunzierà.
Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto
che prenderà del mio e ve l’annunzierà.
Col miracolo
della moltiplicazione
dei
pani e dei pesci, Gesù, anche se per un momento solo, ha fatto
giustizia, è riuscito a distribuire in maniera equa un dato
esistente, indicandoci quello che potremmo fare se fossimo uniti nei
cuori nel Suo nome.
Pelagio, un monaco
irlandese del V secolo, si accorge di un fenomeno strano: le chiese
sono piene, i fedeli fanno la comunione, però fuori dalla chiesa
la vita è un inferno. Allora si domanda: questi signori, quale
Eucarestia vanno a prendere, quale Cristo vanno a mangiare? Costoro
attribuiscono all’Eucarestia un significato magico, cioè la
prendono così come i Misteri Eleusini, dove il pezzo di pane
benedetto dalla dea aveva un valore apotropaico, valido per se stesso e
quindi esterno alla psiche.
Pelagio allora sostiene
che bisogna fondare la morale sulla onorabilità del cristiano,
affinché l’uomo non utilizzi Gesù come i pagani
utilizzavano le loro divinità, restando l’animale che era. Per fermare questa
autodistruzione occorre la presenza di Cristo in noi nell’Eucarestia,
che presuppone un rovesciamento interiore, cioè la conversione.
In questo passo evangelico
Gesù ci dà l’antidoto alla entropia spirituale e ci apre
gli occhi sul fatto che, se la Sua presenza in noi non è
radicale così come quando si beve e si mangia un cibo, non
è possibile essere buoni cristiani. Dobbiamo essere uniti
attorno alla Sua persona, uniti fra di noi. Due cose uguali a una terza
sono uguali tra loro: io sono unito a Cristo e colui che é unito
a Cristo come me è unito a me, io sono uguale a Lui e sono
uguale all'altro che é unito a Lui.
Cristo stesso giustifica
in un altro passo quel mangiare e quel bere: Prendete e mangiatene tutti; prendete e
bevetene tutti. Chi mangia la
mia carne e beve il mio sangue vivrà in eterno, questo
non perché ha mangiato Cristo, ma perché è
diventato potenzialmente come Lui.
Le parole di Gesù
sopra citate, suonerebbero avvenute una volta per sempre, il che non
è, perché, se è vero che il pane (cibo) è
sostegno della nostra vita, e se per rimettere a posto l’entropia ho
bisogno di mangiare tre volte al giorno, avrò allora bisogno,
sul piano spirituale, del corpo e del sangue di Cristo.
La specificità
della presenza di Gesù in noi non consiste nel moltiplicare il
pane, come si racconta in questo passo: c’è qualcosa di
più. Se l'Eucarestia fosse un alimento e non un rito nella
nostra pratica, potrebbe produrre certamente più di quanto non
abbia prodotto Lui attraverso un miracolo.
La Sua presenza in
noi dovrebbe renderci capaci di produrre quel pane che, distribuito in
maniera equa, darebbe a tutti da mangiare e ne avanzerebbe. Però
il cibo arriva a noi attraverso la piramide sociale, ed è
inevitabile che ci siano delle povertà a catena.