6 maggio  2007


Cristo non comanda l’Amore

Giovanni 13, 31-33, 34-35

Quando Giuda fu uscito dal cenacolo, Gesù disse: Ora il Figlio dell'uomo è stato glorificato, e anche Dio é stato glorificato in lui.

Se Dio, è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. Figlioli, ancora per poco sono con voi.


Vi dò un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri.



Vi dò un comandamento nuovo, non un comandamento in più. Cioè dichiaro che questo è il culmine della perfezione perché vi rende i miei discepoli. Gesù non comanda l'amore, ma dichiara che la Chiesa si attua laddove i discepoli si amano come Cristo li ha amati.

Altro è ubbidire a Dio e altro è vivere come Dio. Se la dichiarazione di Gesù venisse considerata come una nuova legge normativa – e cioè come la Legge dell'amore – sarebbe sempre un ordine e come tale sarebbe eseguito solo per timore di una sanzione e per la speranza di un premio e non si richiederebbero né l'amore né la imitazione di Dio, atti questi di gran lunga superiori in valore ad ogni rispetto. Oggi noi abbiamo un precetto che ci obbliga alla messa domenicale; e se non ci fosse tale precetto? Chi andrebbe più a messa? Tant'é che i moralisti avevano precisato: il precetto è soddisfatto presenziando al rito (poi si discuteva da che momento fosse valida la messa).

Ma nel 304 d.C. i martiri di Abitina dicono al giudice che li ha sorpresi in preghiera: non sai che i cristiani non possono esistere senza riunirsi per la cena del Signore? La cena esprime la loro carta di identità, non è l'obbedienza a un precetto (così fanno perché si amano come Cristo ama). Probabilmente - ancora vivo Giovanni - era già nata una certa concezione dell'apostolato per cui si considerò la società come problema, la Chiesa come soluzione. Da qui la conquista delle istituzioni da parte dei cristiani con tutte le conseguenze che conosciamo. Giovanni allora mette l'accento sulla definizione della Chiesa per se stessa. Prima vi è una maniera di essere del lievito e poi un suo modo di essere nella massa o di sciogliersi nella massa. Gesù precisa lo status esistenziale dei discepoli, appena esce Giuda e c’è la predizione a Pietro del triplice tradimento. Cristo non può fare Chiesa e mostrarsi al mondo se il nostro amore di discepoli non ha come fondamento l'amore per lui e quello di lui per noi.

Adesso passiamo all'esame analitico del comandamento nuovo amatevi come io ho amato voi (senza profitto), rivolto ai soli cristiani non perché facciano ghetto, ma perché mostrino il volto di Dio nel mondo. Applichiamo il brevetto, o ricetta, ai tre rapporti fondamentali: rapporto uomo-donna (famiglia), rapporto uomo-uomo (lavoro), rapporto uomo-uomini (stato).

Rapporto uomo-donna: Chiunque guarda una donna con intenzione di possederla, ha già commesso adulterio. Ecco la condanna del maschilismo, il rapporto va misurato con il fine: moltiplicazione della specie come fatto gioioso.
Rapporto uomo-uomo: nessun uomo dica all'altro: tu lavora, io ti pago; é il primo gradino della schiavitù. Il lavoro fatto in riga e non in piramide rinnoverà la faccia della terra.
Nel rapporto uomo-uomini c'è tutta la vita politica, una gara di servizi, e non io comando, tu ubbidisci. Su questo rapporto corretto la vita sociale diventa un convivio e rende nuova ogni cosa.