15 aprile 2007


Il discorso cristiano tocca la convivenza

Giovanni 20,19-31

Gesù disse loro: Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi.

Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi.

Poi disse a Tommaso: Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!

Rispose Tommaso: Mio Signore e mio Dio!

Gesù gli disse: Perché hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!




Sì, è vero, Gesù è venuto a predicare un rinnovamento interiore, ma non un rinnovamento misterico cioè chiuso nella coscienza di ogni singolo individuo. L'uomo non deve solo risolvere i cosiddetti problemi "religiosi" (il rapporto tra sé e la divinità, tra sé e la morte, tra sé e il dopo-morte). Dio nella visione di Gesù non è un Eldorado che può soddisfare gli sfrenati egoismi del singolo, ma è Padre, è Agape, è famiglia: tocca cioè la convivenza, quindi i rapporti fra i singoli. Un discorso cristiano che parli solo di rinnovamento personale è carico di ambiguità "religiosa" precristiana.

Ora la prima lezione che i discepoli di Gesù avevano inteso in modo univoco fu quella concernente il rapporto socio-economico tra quanti credevano che Gesù era risorto, nel senso che quell'evento dà credibilità a tutti i suoi insegnamenti e li rende infinitamente superiori a tutti i trattati di etica, di politica, di economia prodotti dalla saggezza umana. I nuovi rapporti umani furono concepiti dai primi discepoli come indipendenti dal concetto di Stato classico greco-romano, come indipendenti dal concetto di popolo eletto: uscito dalla schiavitù d'Egitto, ma caduto in mille altre schiavitù.

Come sono nati gli stati e prima ancora quale è l'origine della società, è naturale o volontaria? L'uomo è un essere naturalmente socievole, o lo è per contratto? Per natura o per contratto, l'unione non ha dato molte soddisfazioni agli uomini. Se poi passiamo a discutere l'origine dello Stato, troviamo questa bella affermazione di Cicerone: Gli stati furono costituiti e le comunità cittadine furono ordinate appunto perché ciascuno mantenesse la sua proprietà (i ricchi ricchi, i poveri poveri). La definizione nasce da un dibattito antico che i greci, ancor prima dei romani, avevano affrontato nel tentativo di trovare la giusta formula.

Tra le commedie di Aristofane ce n'è una che porta questo titolo: Ecclesiazuse (le donne in parlamento). Atene, città libera, non aveva ancora sperimentato il governo delle donne, Aristofane immagina che ciò sia avvenuto. Eccole riunite proclamano la comunione dei beni e dell'amore, a questo punto ecco l'entusiasta che propone di portare all'ammasso anche i mobili di casa. Tra le donne scatenate ce una certa Prazagora: Voglio che tutti abbiano una parte di tutto e che tutti i beni siano comuni, non ci saranno più ricchi e poveri; a questo punto un certo Blepirus chiede all'oratrice: Chi lavorerà? Oh!  - risponde Prazagora - dovremo avere degli schiavi!

Se la Chiesa è malata, come il mondo di religiosità, Gesù risorto, entrando negli spiriti, ha dato gli strumenti per superare questo genere di malattia.