18 marzo 2007


Per essere buoni non occorre fare l’esperienza del male

Luca 15,1-32

In quel tempo, Gesù disse questa parabola. Un uomo aveva due figli. Il più giovane disse al padre: Padre, dammi la parte che mi spetta. E il padre divise tra loro le sostanze.

Il figlio più giovane partì, sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto e fu mandato nei campi a pascolare i porci.

Allora rientrò in sé e s’incamminò verso suo padre e gli disse: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te.

Ma il padre disse ai servi: Portate il vitello grasso.

Il maggiore si arrabbiò
e disse a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici.

Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa, perché questo tuo fratello era morto  ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato.




Quando si esaminava questa parabola, si procedeva alla diagnosi dei torti del Prodigo. Mazzolari, invece, dà la precedenza al Maggiore (il confiteor del Maggiore). I rimasti non si sono mai confessati né spontaneamente, né volentieri: chiedono perdono delle colpe individuali e non si accorgono di quelle più grandi che li riguardano come membri della comunità.

Ecco i torti del Maggiore: è uno schiavo nella casa della libertà, non fa nulla per fermare il fratello inquieto, è un calcolatore, ha dentro lo spirito di casta, è un benestante dello spirito.

Poi ecco gli errori del Prodigo: la sua maniera di essere di fronte al Padre che gli blocca il senso della paternità (dammi la mia parte equivale a ti voglio morto), ma ecco l'errore principale del Prodigo: l'aver confuso l'esilio con la patria, la casa di quaggiù con gli eterni tabernacoli.

Oltre agli errori - più attinenti alla dottrina - ci sono i suoi torti. Mazzolari precisa: "né l'insoddisfazione che gli viene dalla casa, né l'esigere dal Padre la sua parte, né l'andare fuori casa sono dei veri torti. Il vero torto comincia quando mette sul conto di Dio ciò che non ha o crede di non avere, ciò che non trova o crede di non trovare, creando l'antitesi tra Dio e il proprio bisogno di felicità. Il peccato, dunque, più che la disobbedienza, è la defigurazione di Dio, la quale si compie ogni qual volta gli attribuiamo pensieri, intendimenti, operazioni che non gli convengono, per cui Cristo crocifisso è il nostro peccato, l'effetto del nostro peccato.

Vediamo in sintesi le tappe del dramma.
- Padre, dammi la parte dei beni che mi spetta
(vorrei che tu fossi morto), ma questa richiesta è già conseguenza di una colpa interiore che bisogna supporre; ecco perché non è il vero male. La richiesta della proprietà privata come assoluto sociale diventa sospetta (anche il Maggiore rimprovera al Padre di non avergli mai dato un capretto).
- Poi il Prodigo va in un paese lontano, lo schema è classico: sesso, danaro, potere e cioè l'effetto del distacco dal finalizzatore di ogni dono.


Ecco un pericolo: credere che per essere buoni occorra fare l'esperienza del male, ciò spiega perché abbiamo un mondo formalmente cristiano, ma perpetuamente cattivo. C'è chi, strumentalizzando la parabola, costruisce un concetto di confessione in cui ogni settimana si può fare qualsiasi peccato, perché alla fine si può chiedere perdono. Un giorno, a un peccatore di questa specie, ho detto: ma lei ha messo su il mestiere del Prodigo? Il Prodigo è uscito una volta sola dalla casa del Padre, lei, invece, cinquantaquattro volte l'anno... Aveva ragione l'umorista Mark Twain: nulla di più facile che smettere di fumare, io ho smesso cinquanta volte. Allora lei non ha bisogno di confessarsi, ma di convertirsi, perché chi si confessa senza convertirsi, o tentare di convertirsi, diventa il professionista felice del crimine.


La parabola è per coloro che finalmente hanno capito che fuori della casa del Padre c’e il male, e che è religiosità nevrotica questo stare formalmente dentro al bene con il continuo desiderio di uscire verso il male.